Buongiorno da Paola d'Urso. Oggi proviamo
a parlare di un fenomeno dilagante e spinoso come quello delle sette, tornato
prepotentemente alla ribalta nelle ultime settimane. L'editore Avverbi
di Roma ha da poco pubblicato "Mentalmente Liberi, come uscire da una setta"
di Steven Hassan. Il libro si rivolge a tutti coloro che direttamente o
indirettamente hanno, o hanno avuto, a che fare con le sette. L'autore,
ex membro della setta moonista, oggi terapeuta specializzzato in exit counselling
non coercitivo, mostra come sia possibile proteggersi, aiutare se stessi
e gli altri a liberarsi dai condizionamenti estremamente invasivi che agiscono
su chi si è fatto intrappolare da una setta, e persino su chi se
n'è già allontanato. La strada è quella che mira ad
un recupero profondo della autonomia mentale della persona, perchè
spesso è proprio lì il problema. Sentiamo ora Cecilia Gatto
Trocchi, docente di antropologia culturale all'Università di Perugia,
che al libro di Hassan ha scritto la prefazione.
«Il problema è abbastanza
spinoso, tant'è vero che io punterei sempre sulla prevenzione, cioè
far conoscere a tutti tutti i nuovi culti, in modo che quando entrano già
la prima volta, e vengono ricevuti con pasticcini, sorrisi e baci, sappiano
di che cosa si tratta. Una volta comunque dentro, è assai difficile
riuscire a risvegliare l'interesse per qualcosa che sia all'esterno del
gruppo stesso, perché l'opera è quella di destrutturare i
modelli culturali di origine. Ora se una persona è forte nei suoi
modelli, se ha studiato, se ha una conoscenza vasta della filosofia per
esempio, noterà subito che all'interno del culto c'è qualcosa
che non va. Ma se ha poca cultura, se non ha conoscenze approfondite anche
di psicologia spicciola resterà più facilmente preda del
gruppo stesso. Una volta all'interno si può mantenere con la persona,
con l'adepto dei rapporti di affettività, di amicizia profonda di,
diciamo, di rapporto amichevole o affettivo di parenti, in modo che lentamente
si possa fare opera di decondizionamento.»
Ma c'è anche chi non è d'accordo
con l'approccio di Steven Hassan, come il professor Massimo Introvigne,
direttore del Centro Studi Nuove Religioni.
«Io credo che il metodo dell'exit
counselling si basi su una premessa generalizzata e falsa, cioè
che dalle sette distruttive, concetto che io non condivido, per me non
esistono le sette distruttive, esistono gruppi religiosi che commettono
reati e altri che non ne commettono, e tutte le categorie terze rispetto
a queste sono pericolose, anche dai gruppi che commettono reati, sono pochissimi,
è un caso veramente eccezionale quello di persone trattenute contro
la loro volontà, in realtà anche i gruppi più controversi,
facciamo pure i nomi, la Chiesa dell'Unificazione del reverendo Moon, Scientology,
gli Hare Krishna, sono gruppi che hanno un turn-over altissimo, come dimostrano
centinaia di studi sociologici, sono stazioni, porti di mare, dove c'è
molta gente ma perché c'è continuamente chi arriva e chi
parte, e se pochissime persone partono grazie all'exit counselling, la
grande maggioranza parte in modo molto meno traumatico da solo».
Bene, per oggi è tutto, a risentirci.
Nota:
È inquietante notare
come uno studioso accreditato e considerato come Introvigne manchi ancora
una volta di centrare il problema. Dubito fortemente che una persona del
suo calibro non abbia letto il libro di Hassan, uscito nella versione originale
quasi nove anni fa, anche se solo ora giunto nelle nostre librerie. Il
titolo originale dell'opera è "Combatting Cult Mind Control" [Combattere
il controllo mentale dei culti"] e dopo una introduzione biografica, un
lungo capitolo dedicato a che cosa si intende per "controllo mentale" e
un altrettanto lungo capitolo dedicato a come proteggersi (cioè
alle cose da cercare, alle domande da fare quando avvicinati da gruppi
vari), entra nello specifico delle sue esperienze di exit counsellor con
persone che riteneva in evidente impossibilità psicologica di lasciare
la setta. Leggendo l'analisi dei casi, non tutti conclusisi con successo,
risulta ancora più evidente quale sia lo scopo dell'assistenza e
che cosa sia a trattenere un membro all'interno del gruppo. Ma sono cose
che Introvigne finge di ignorare lanciandosi nella sua solita difesa ad
oltranza di qualsiasi cosa si auto-proclami "religione" (da notare, comunque,
che le sette distruttive non sono solo quelle religiose o che si definiscono
tali; fatto, questo, sempre volutamente ignorato dal nostro bravo sociologo
Introvigne).
Sul fatto che non esistano
"sette distruttive" ma solo "sette che commettono reati" (senza specificare,
ahimé, di quali reati vengano accusate e a volte condannate, e senza
considerare i comportamenti che non sono inquadrabili in reati perseguibili
dalla legge ma che sono comunque condannabili a livello di comune morale
e buonsenso) ci sarebbe, credo, da discutere a lungo. Non credo che la
destrutturazione mentale di cui parla la Gatto Trocchi sia inquadrabile
in un reato specifico, ma è un fenomeno che esiste ed un "sociologo"
come Introvigne dovrebbe saperlo.
Il fatto che i gruppi religiosi
siano porti di mare con un turn-over altissimo non ha nulla a che fare
con la destrutturazione mentale dell'adepto che resta, con i costi di uscita
imposti a chi si cala sempre piu' profondamente nell'ideologia del gruppo,
e con tutto quanto rende "distruttiva" una setta.
Parlare di persone "trattenute
contro la loro volontà" fa sicuramente pensare ad una persona presa
e materialmente incatenata ad un palo affinchè non se ne scappi
via. Sono d'accordo con Introvigne che questi sono casi davvero eccezionali.
Quello che Introvigne sottace sono le catene e i ricatti psicologici imposti
ad alcuni adepti (che non mi pare rientrino tra i "reati" di cui si occupa
la legge), in modo particolare a quelli che nel gruppo sono da parecchio
tempo, che rendono davvero difficile l'uscita serena dal gruppo. È
evidente che qualsiasi distacco da qualcosa in cui si è fortemente
creduto sarà più o meno conflittuale, ma credo ci sia da
ragionare parecchio sui normali conflitti e sul concetto di ricatto psicologico,
che a volte diventa addirittura materiale con la minaccia del gruppo di
svelare cose riservate che l'adepto ha rivelato durante le "pubbliche confessioni"
sempre richieste nelle "sette distruttive", o con la diffusione di filmati,
ad esempio, che non contemplano in se reati ma potrebbero portare danno
alla reputazione della persona (rapporti sessuali di gruppo, partecipazione
a riti orgiastici ecc.). La gamma di ricatti psicologici a cui l'adepto
può essere sottoposto è infinita, e non tenerne conto non
rende giustizia ai gruppi legittimi che non fanno del male a nessuno (la
maggioranza), alle vittime dei gruppi distruttivi, all'intelligenza (non
solo a quella di Introvigne), ma soprattutto alla verità.
Credo abbia ragione la Gatto
Trocchi insistendo sul concetto di PREVENZIONE, cioè di diffusione
di notizie che non si devono limitare ad una superficiale analisi dottrinale
(come quelle per esempio della collana "Movimenti e Religioni" curata dal
CESNUR di Introvigne) basata sui documenti da "pubbliche relazioni" diffuse
dai gruppi stessi, ma prendendo in esame il complesso di comportamenti
tenuti da quel particolare gruppo, cioè il FRUTTO della "dottrina"
sia scritta che non.
Come sempre Introvigne si
dimostra avvocato, più che lo scienziato sociale che vorrebbe essere.
Un avvocato tende alla difesa del suo cliente, non della verità.
Viceversa uno scienziato cerca la verità, non la difesa di un interesse,
personale o altrui, che non dovrebbe davvero toccarlo, se è uno
scienziato serio.
Alessia