L'Avvenire, 21 marzo 2000
Dibattito: Quale legame tra l'eccidio di Kanungu (Uganda) e altre stragi millenariste
Le sette suicide? Sono i nuovi Catari
Accusa: le grandi fedi lasciano il sacro agli estremisti Gatto Trocchi: «Ma questi fatti sono piuttosto figli di un'eresia» Vernette: si cerca la rottura col mondo; Casale: una evasione dal reale; Casadei: è un
segno di crisi dell'Africa; Introvigne: ma le vittime non sono più che nel passato
di Roberto Beretta
Sembra un'epidemia: Georgetown, Waco, Grenoble e - adesso - Kanungu. Ma qual è il filo rosso (se c'è) che congiunge la Guyana e il Texas, la Svizzera o il Canada e l'Uganda? Ed è davvero di un unico morbo, sparsosi in modo inspiegabile ai quattro angoli del mondo, che tanti sono morti di propria mano per affrettare una salvezza apocalittica?
Mettere insieme i più sconcertanti episodi di suicidio collettivo degli ultimi vent'anni - suicidi "religiosi", per di più - fa venire il dubbio. Nel 1978 c'era stata l'ecatombe volontaria degli oltre 900 adepti del Tempio del Popolo, morti per cianuro in Guyana su indicazione del capo carismatico Jim Jones. Poi, nel 1993, 80 cosiddetti "davidiani" erano finiti tra le fiamme del loro ranch texano. Quindi era stata la volta della setta del Tempio solare: una settantina di persone suicidatesi in tre riprese, tra 1994 e 1997, in diverse residenze di Svizzera, Francia e Canada. Infine - siamo nel 1997 - i 39 morti della "Porta del Paradiso" a San Diego (California). E adesso il caso raccapricciante dei forse 600 "Figli dell'Apocalisse", che si sarebbero immolati col fuoco (ma la
tesi del suicidio è ancora dubbia) in una chiesa ugandese per obbedire al loro "profeta" Joseph Kibwetere.
Fatti in sé assai disparati, per geografia e ceto sociale dei protagonisti. Ma uno che il legame sembra averlo trovato senz'altro è il filosofo Umberto Galimberti; e ieri, dalla prima pagina di Repubblica, offriva così la sua analisi sintetica: le "religioni storiche" da troppo tempo hanno smesso di gestire il sacro (perché parlano sempre più e soltanto di temi sociali) e pertanto lo hanno abbandonato «o alla solitudine dei singoli, o alla follia dei gruppi». «Se queste sette tragiche riprendono nei loro discorsi, nelle loro preghiere, nella follia dei loro gesti i temi cristiani della remissione dei peccati, della salvezza, della grazia, della morte e della resurrezione, significa che il cristianesimo ha disertato se stesso e, nel suo impegno contro la secolarizzazione, ha lasciato agonizzare i grandi simboli». Si tratta, del resto, di una tesi emergente anche nei commenti di certa stampa africana all'eccidio di Kanungu: il vudu o l'animismo tradizionale non hanno mai promosso suicidi di massa, la colpa è del cristianesimo che ha incentivato le aspettative millenaristiche.
È così? Rodolfo Casadei, giornalista e grand'esperto di cose africane, tituba: «In Africa i movimenti religiosi hanno sempre un fine molto concreto: il divino serve all'umano a livello pratico, la religiosità magica diventa una sorta di tecnologia mistica. Anche il cristianesimo viene usato in questo senso, come una "magia" dei bianchi. Pertanto occuparsi del sociale, per una religione, fa parte propriamente del "gestire il sacro"... È vero tuttavia che i suicidi di massa sono molto rari in Africa: l'idea di auto-annullamento non fa parte della
tradizione, e anche sacrificare qualcuno del proprio sangue è contrario all'idea africana». E allora? «Ci troviamo di fronte a uno dei molti movimenti di resistenza e di riforma sociale nati in Africa, che cercano di allearsi alle forze soprannaturali (tradizionali e non) o di promuovere una riforma morale per
acquistare così più forza e ottenere la vittoria. Per la prima volta però, invece che orientare questa magica potenza contro il nemico (come fa, per esempio, la sacerdotessa Alice Lakwena nella stessa Uganda, lanciando i suoi adepti a torso nudo addosso alle mitragliatrici avversarie), stavolta i fedeli sembrano aver scelto di sopprimere sé stessi. E la cosa segna un gradino più basso nella crisi socio-culturale africana: vuol dire cioè che il senso di rottura e d'impotenza è così forte da arrivare all'auto-distruzione».
Anche il professor Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro Studi nuove religioni) di Torino, insiste sul contesto locale: «Prima di prendersela in genere con le sette apocalittiche o con le apparizioni mariane (da una delle quali deriverebbero i "Figli dell'Apocalisse"), si deve indagare la realtà ugandese. Che ha visto all'opera un regime con atrocità senza paralleli al mondo, addirittura cannibalesche, quindi una guerra civile terrificante; si tratta di un Paese che la sua "apocalisse" l'ha avuta: che meraviglia, perciò, se qualcuno preferisce cercare subito un "paradiso" piuttosto che stare in un posto dove ogni esercito di passaggio violenta e ammazza? Tra l'altro, episodi di violenza religiosa nella storia del terzo mondo sono tutt'altro che poco comuni; secondo uno studio recente, il numero dei suicidi "religiosi" non è affatto cresciuto nel XX secolo rispetto ai secoli precedenti. La novità, caso mai, è che siano coinvolti i ricchi». Ovvero? «Alla setta del Tempio solare aderivano persone del jet-set occidentale, altro che i poverissimi contadini di
Kanungu. Per questo insisto: si tratta di fenomeni molto diversi tra loro. Georgetown, per esempio: era un gruppo di teologia della liberazione afro-americana d'impronta marxista, inserito in una Chiesa protestante. Waco: una commissione governativa Usa sta cercando di scoprire le responsabilità delle forze dell'ordine nell'eccidio. Se in Galimberti c'è qualcosa di vero, è che le Chiese (da cui sono epurate apparizioni, miracoli, guarigioni, diavolo, angeli e quant'altro) perdono terreno a vantaggio di migliaia di movimenti del sacro
post-moderno. Di questi ultimi, però, la maggioranza resta all'interno del mondo cristiano e i gruppi suicidi sono pochissimi».
Monsignor Jean Vernette, delegato dei vescovi francesi per le sette e consulente del Gris (Gruppo ricerca e informazione sulle sette), canta sulla medesima tonalità: «L'autunno delle Chiese fa la primavera delle sette, si dice a Parigi. Ovvero i gruppi estremisti nascono nel vuoto dei grandi sistemi. Ma non credo sia vero per un suicidio di questo genere. È troppo facile incolpare una Chiesa, una politica, una nazione, di un'attitudine che mi pare invece essenzialmente personale e del gruppo, quando sia giunto a una certa determinazione interna. Una perdita di potere delle Chiese può essere reale, ma è dimostrato che essa non ha nessun legame coi suicidi collettivi finora studiati. Questi ultimi rappresentano piuttosto un fenomeno abbastanza classico nei gruppi settari, che improvvisamente cercano di raggiungere il mondo degli spiriti superiori, oppure simboleggiano con la morte la rottura con una società considerata cattiva».
L'arcivescovo Giuseppe Casale, presidente onorario del Cesnur, approfondisce: «I suicidi di massa sono legati a una debolezza della proposta di fede. Con la secolarizzazione l'uomo resta affidato a se stesso e s'invischia in domande cui non sa dare risposta; ne nasce un'inquietudine che può sfociare nell'annientamento». Allora ha ragione Galimberti... «No, perché il fenomeno rientra piuttosto nel rifiuto della religione istituzionale, ovvero di una proposta non evasiva della realtà. Il cristianesimo aiuta ad affrontare la storia, mentre questi movimenti davanti alla drammaticità della vita tentano la fuga in avanti, dando prospettive di falsa speranza».
Anche Cecilia Gatto Trocchi, docente di antropologia culturale a Chieti ed esperta di nuovi movimenti religiosi, va all'attacco: «Ma come? Il laicismo ha fatto di tutto per distruggere il sacro, e adesso Galimberti si lamenta che le religioni non lo tutelano abbastanza? È curioso... Però io, ciņ che lega l'Uganda e Waco o la Guyana, lo vedo piuttosto nella dottrina apocalittica e millenaristica: ovvero nella volontà di sfuggire al disastro finale con la sicurezza di salvarsi, e subito. Ma in queste idee c'è anche uno sfondo gnostico: la
svalutazione del mondo, la vita vista come "male"... Del resto, i Catari non teorizzavano la morte collettiva ottenuta col digiuno? Eccolo dunque il filo rosso: il neo-gnosticismo mondiale. I suicidi collettivi come quello di Kanungu (se davvero di suicidio si tratta) non sono "colpa" delle grandi religioni tradizionali, ma - al contrario - sono il frutto di un'eresia. Quella che svaluta la vita».
Roberto Beretta