Fuga dalle illusioni

Dossier, pubblicato da Avvenire

 
  • La storia: l'odissea di una donna milanese. «Ti promettono l'autorealizzazione, ma alla fine diventi dipendente» - In carriera nella rete di Scientology - Francesca racconta dieci anni nel gruppo: condizionata quando decisi di uscire - di Marina Corradi, 29/03/2000
  • La storia: Anna aveva convertito il marito e i figli. Poi dovette affrontare l'umiliazione e l'isolamento quando fece marcia indietro «La mia ribellione a una fede da marketing» - Ex testimone di Geova: matrimonio a rischio dopo la decisione di lasciare il gruppo - di Marina Corradi, 24/03/2000
  • Il caso: Lorenzo Minuti, presidente del Gris: una «vaccinazione» catechistica può aiutare ad uscire dai gruppi. Dalle sette, promesse da favola L'esca di una felicità preconfezionata per le persone in forte crisi - di Marina Corradi, 22/03/2000
 
 
In carriera nella rete di Scientology

Francesca racconta dieci anni nel gruppo: condizionata quando decisi di uscire

Milano - «Ho conosciuto Scientology negli anni Ottanta, a Milano. Avevo trent'anni, ero separata con un figlio undicenne. Lavoravo, ma ero insoddisfatta e inquieta: insieme al matrimonio, anche la mia vita mi sembrava un fallimento. Un giorno mi ritrovai fra le mani un volantino che invitava a "conoscere se stessi". Sono andata a fare un test con 200 domande.Alla fine m'hanno detto che ero instabile ed infelice perchè non potevo esprimere il mio potenziale».

Francesca in Scientology è rimasta per dieci anni. Ne è uscita da tempo. La voce è serena, senza rancori. Il suo, è il pacato resoconto di un'odissea.

«Il primo impatto con l'ambiente - dice- non mi era piaciuto. Troppo "americani" e efficienti, avevo pensato. Ma poi mi ero detta: che m'importa, se veramente possono aiutarmi. Ho iniziato il corso di "Anatomia della mente umana". Venti lezioni in cui ti spiegano come l'uomo soffre perchè non gli viene insegnato qual'è il suo potenziale.

Al corso mi avvicinarono delle persone che mi raccontarono come con Scientology la loro vita era cambiata in meglio, e mi invitarono a fare i corsi successivi. Io, imparai, ero un "tethan", ossia un essere operante e consapevole; ma a causa delle mie "aberrazioni" (cioè dei traumi della mia vita) ero intrappolata in un corpo e avevo perso consapevolezza. La mia esistenza era costituita da una catena interminabile di vite precedenti, in cui avevo continuato a perdere consapevolezza. Ora però, grazie a Scientology, potevo uscire da questa spirale per raggiungere la libertà totale. Questa prospettiva di libertà, di dominio sulla realtà, mi ha affascinato.Inoltre, fare Scientology non era abbracciare ciecamente una fede, ma seguire un metodo scientifico provato da molti con successo.Questo non essere una fede ma una scienza mi rassicurava.

Il miglioramento di me sarebbe avvenuto, mi fu detto, attraverso una serie di gradini, il Ponte ( il ponte verso l'eternità), fatto di studio e di procedimenti applicati. Chi compie questi studi è un "auditor". Io ho subito voluto diventare auditor, e mi sono messa a studiare. C'è una tecnica per tutto, e un costo per ogni tecnica, costo che sale man mano che salgono i gradini del Ponte. Dopo pochi mesi decido che questa è la scommessa più importante della mia vita. Mi licenzio, affido mio figlio a una parente e entro nell'organizzazione come staff a tempo pieno. Lavoro dalle 12 alle 15 ore al giorno per una paga molto bassa, ma tanto ho la liquidazione e poi, penso, è per poco perchè tra non molto sarò così abile e libera da fare quello che voglio.

Dentro, però, mi accorgo che le cose non vanno così bene. Nello staff molti sono scontenti e pieni di problemi. Tuttavia io ce la metto tutta, studio molto. Una tappa importante è lo stato di "clear". Vuole dire essere autodeterminati, essersi liberati da quella parte di mente "reattiva" che influisce negativamente sulle proprie scelte. Raggiunto questo livello ho provato una grande gioia. Però non è durata molto: poco dopo, mi sembrava in realtà di essere esattamente come al punto di partenza. Ma - mi dicevo - ci sono i livelli superiori, quelli sì che risolvono definitivamente i problemi; e si va avanti sempre, perchè il Ponte non finisce mai.

Giunta allo stadio di "clear", mi attendeva un corso a Copenhagen, nell'organizzazione avanzata. Avrei finalmente passato il livello OT3, detto "muro del fuoco", da cui mi aspettavo moltissimo. Lavoro sodo per conseguire il mio "livello" anche se questo famoso OT3 mi appare sempre più fantascienza che scienza. Però sono ormai abituata a pensare poco e a fidarmi totalmente degli scritti di Hubbard.

Torno a casa, e non di menticherò quel viaggio perchè cominciai ad avere dei disturbi molto forti di cui non avevo mai sofferto in precedenza: senso di soffocamento, panico, incapacità di mantenere il controllo della mia coscienza. Altri, ho saputo, avevano provato disturbi simili al termine dell'OT3. Rientrata in Italia, mi sentivo ormai sempre di più fuori dalla realtà. Credevo che sarei stata "libera", invece mi ritrovavo incapace di risolvere le cose più banali della mia vita quotidiana. Intanto, dopo cinque anni, i soldi della liquidazione erano finiti. Non avevo di che vivere, e riprendere con me mio figlio mi era impossibile.

Decisi di uscire, ma non fu facile: accuse di tutti i generi, tentativo di farmi confessare cose che non avevo fatto, minaccia ( per me gravissima) di non potere fare più Scientology per l'eternità ( quindi mi veniva negata la vita eterna). Mi fu anche detto che quello che avevo detto di me nelle sedute di "auditing" sarebbe stato reso pubblico. Intanto mi telefonavano, gentili, gli amici più influenti, mi dicevano che io ero così in gamba, che proprio io non potevo mollare.

Me ne sono andata per qualche tempo in un luogo nascosto, perchè mi sentivo braccata.

Scientology afferma che l'uomo è un dio decaduto allo stato di materia e che grazie agli insegnamenti di Hubbard può tornare a creare secondo la sua volontà.

Dopo essermene andata, mi sono trovata con altri fuoriusciti: faticosamente, sono arrivata ad ammettere che non esiste niente che possa farmi uscire dal mio limite. All'inizio, mi sembrava di avere scoperto qualcosa di veramente importante. Poi ho visto persone che si conformavano totalmente al pensiero di Hubbard, smettevano di pensare per fare riferimento allo scritto più adatto, esprimendosi solo per citazioni. Nella fretta di arrivare a fare parte degli eletti che stanno a un buon punto del Ponte, qualsiasi rapporto umano preesistente ti sembra inutile e di peso.

Si entra in Scientology per autorealizzarsi e si diventa totalmente dipendenti da questa "scienza". Per entrare nell'organizzazione avanzata, io avevo firmato un contratto di due miliardi di anni: ero ormai fuori dalla realtà. La notte in cui ho compiuto 40 anni, mi sono accorta del nulla con cui avevo riempito la mia vita. E mio figlio, e il mio lavoro?

Con un terrore misto a gioia, ho capito che dovevo ricominciare tutto da capo».

 
 
La mia ribellione a una fede da marketing

Ex testimone di Geova: matrimonio a rischio dopo la decisione di lasciare il gruppo

Milano - «Avevo sedici anni, un'infanzia difficile alle spalle, ero irrequieta e piena di domande. A casa di una parente incontrai una signora sulla sessantina, molto dolce, la nonna che avrei voluto avere. Aveva sempre una Bibbia in mano, e parlava di giustizia e di salvezza. Io l'assalii con la mia rabbia d'adolescente: Dio è ingiusto, le dissi.

E lei cominciò a parlarmi, a farmi leggere la sua Bibbia. Molto presto, mi assicurava, tutte le sofferenze del mondo sarebbero finite. Le sue parole mi conquistarono. La sua Bibbia, era quella di Geova. Mi ritrovai a leggere con fervore un libro, "La Verità che conduce alla vita eterna", diffuso in milioni di copie nel mondo, e conosciuto come la 'Bomba blu'».

Anna oggi, di anni, ne ha 42 . Coi Testimoni di Geova ha passato 23 anni. Ha convertito suo marito, e ha educato in questa confessione i suoi due figli, oggi adulti. Poi, con una grande fatica interiore e rischiando di distruggere il suo matrimonio, se ne è andata. Dopo mesi di discussioni e liti, anche il marito l'ha seguita, e i figli. Il ragazzo nel frattempo ha sposato una Testimone: con lui e la nuora, Anna non riesce ad avere praticamente alcun rapporto.

E lei oggi guarda la sua vita e la racconta con passione e sbalordimento, come se all'improvviso si fosse svegliata da un sogno. Sposa a 18 anni, e subito i due bambini. «Casalinga, perchè i Testimoni spingono in questo senso. A comandare è il marito, la donna deve ubbidire, è stata creata in funzione dell'uomo. La concezione della vita è fortemente puritana, la famiglia deve essere esemplare, i figli obbedienti e sottomessi.

Abbiamo educato i bambini molto rigidamente. È ciò di cui più mi pento: mi sembra di avere tolto loro l'infanzia. Quanti drammi per le festicciole dei compagni di scuola, a cui loro non potevano andare perchè le feste sono considerate diaboliche, una partecipazione al regno di Satana. Tutto, al di fuori di noi ‘salvati', era in potere del Male.

Oggi mi rendo conto di quanto quest'educazione li abbia portati a vedere in tutti gli estranei dei nemici. Gli insegnavamo che la fine era vicina, imminente, e che Dio avrebbe distrutto i cattivi, cioè gli altri. Ci davano retta, ma con un crescente rancore verso l'esterno, verso quegli ‘altri' che si divertivano».

Ad Anna piaceva, racconta, andare casa per casa con i fasci della "Torre di Guardia" sottobraccio. Tre ore al giorno, tutti i giorni. «Chi mi dava retta? Persone di ogni età, accomunate da una ricerca, da un bisogno di senso. Allora non mi rendevo conto che i testi geovisti sono tradotti non fedelmente rispetto agli originali biblici. Ma più ancora che questo, secondo me, funziona un meccanismo psicologico che ti porta a delegare la tua coscienza all'organizzazione. L'organizzazione non può sbagliare, e tu sei a posto, sei salvo. Ti ritrovi presto a vivere in una realtà a parte. Anche perchè, convinto come sei di dovere convertire tutti, vieni subito evitato dagli amici di prima. Ti chiudi un mondo diverso. Usi parole diverse. E ti senti a tuo agio solo 'dentro'. Il tuo senso critico è metodicamente soppresso. Non è possibile avanzare alcun dubbio sulla dottrina. Il dubbio viene da Satana. In un momento diventi un ‘apostata'. E l'apostata non deve nemmeno essere salutato dai compagni. Anzi, bisogna odiare gli apostati. Se dubiti, sei subito solo. Non puoi avere dubbi nemmeno parlando con un amico. C'è l'obbligo della delazione».

Cinque adunanze alla settimana, lunghe funzioni domenicali, la scuola di ministero («Ti insegnano come contattare le persone da convertire. Ci si esercita in domande e risposte. È strutturata come una scuola di marketing»).

Libri e articoli da leggere. «Non ti resta il tempo per guardare ‘fuori'», dice la signora. Lei , però, continua a covare, silenziosa, la sua inquietudine. «Facevo fatica a ammetterlo, ma non ero felice. Mi sembrava d'avere addosso un giogo. E la figura del Testimone ideale dipinto dalla Torre di Guardia era irraggiungibile per me. Non sono abbastanza spirituale, mi rimproveravo. Ma mi guardavo anche attorno: vedevo i figli adolescenti di tanti amici cadere in crisi profonde per quell'educazione così rigida. Avrebbero avuto bisogno di uno psicologo, ma non si poteva portarceli: anche lo psicologo era considerato uno strumento del Male.

Non mi era possibile nemmeno confrontarmi su queste cose con gli altri: in realtà, i rapporti, dentro al gruppo, sono molto superficiali. Finalmente mi sono decisa a parlare con una coetanea, in piena sincerità. Ci siamo ascoltate, ci siamo guardate sbalordite: soffrivamo lo stesso disagio, avevamo le stesse inquietudini. Lei, non mi ha denunciato. Anzi ha portato un'altra donna. In tre, poi in quattro, abbiamo cominciato a dirci cosa non andava. Di nascosto».

«Presto lo hanno saputo. Hanno tentato di dividerci. Ma io avevo cominciato a leggere dei libri di furiusciti da Geova. Li tenevo nascosti sotto i maglioni, nell'armadio. Poi ho iniziato a dire ciò che non mi convinceva. Sono andata a dirlo anche ai capi. Hanno detto che ero stata presa dagli spiriti maligni. Io intanto cercavo di spiegarmi con mio marito, ancora Testimone convinto. Liti interminabili, minacce, da parte sua, di separazione. E i ‘fratelli' gli dicevano: ma non puoi metterla a posto con due ceffoni? Abbiamo rischiato di lasciarci. L'ho supplicato: leggi quello che ho letto, ascolta quello che ho capito, sono tua moglie, ti prego».

«Gli ultimi mesi nel gruppo sono stati un linciaggio morale. Io ero superba, invidiosa, cattiva. Apostata . Ma, nel mio andarmene, ero del tutto sola, e la mia vita mi crollava addosso. Sono stata dal parroco. M'ha ascoltato frettoloso, poi: signora, non vedo il problema. Lei domenica si confessa, e torna dentro la Chiesa. Mi sarei messa a piangere. Non capiva come fosse difficile tornare indietro, entrare in quella chiesa che per vent'anni per me era stata il luogo della menzogna. Quel prete non capiva assolutamente il mio dramma.

Poi ho trovato un sacerdote del Gris, don Minuti. Per ore, al telefono, mi ha spiegato, mi ha ascoltato, mi ha dato coraggio. Ora sono fuori, con la mia famiglia. Stiamo imparando a scegliere con la nostra libertà. Mi resta il dolore dell'educazione data ai miei figli. Il ragazzo, per essere fedele all'obiezione alla leva, è stato anche in carcere, e ce l'ho spinto io».

 
 
L'odissea di una madre: quella ragazza sembrava plagiata
«Così ho salvato mia figlia»

Milano - (M. Cor.) Carla - i nomi non sono quelli autentici - è una signora della buona borghesia di una città del Sud, benestante, vedova, con un'unica figlia. Una vita tranquilla fino a quando la ragazza, poco più che adolescente, entra a far parte dei Mormoni, o Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, gruppo di matrice protestante attivo anche in Italia con circa ventimila seguaci. La vicenda va avanti per cinque anni, con ripetuti tentativi della madre di "tirare fuori" dal gruppo quella figlia che a lei appare "plagiata". Ecco il suo racconto.

«Mia figlia aveva 18 anni e studiava ancora quando incontrammo i Mormoni. Era un momento difficile per noi: mio marito era molto malato, e questi ragazzi americani, in missione nella nostra città, ci hanno seguito e aiutato nella lunga odissea fra gli ospedali. Alla morte di mio marito, mi ero convinta che erano proprio dei bravi ragazzi. Tanto che non ho esitato a mandare Daniela in vacanza a casa di uno di loro, negli Stati Uniti.

Lì mia figlia si è trasferita in un campus universitario a Salt Lake City, la "città dei mormoni". Doveva essere solo una vacanza. Ma al telefono Daniela mi annuncia che vuole restare a vivere lì. Torna a casa, poi ne parliamo, le rispondo. E a Fiumicino, quando la vado a prendere, la ritrovo trasformata, con una luce particolare negli occhi. Ti sei innamorata? le chiedo. No, mi risponde, sono stata battezzata.

Comunque, la convinco a restare in Italia. Ma è diventata un'altra. Quella che era una liceale un po' "miscredente" ora la domenica va ai riti dei mormoni, che durano quattro o cinque ore. Ha sempre in mano il libro di Mormon (la Bibbia dei Mormoni) e insiste perché anch'io mi converta. I suoi nuovi amici battezzano anche i morti e lei vuole battezzare tutti: il padre, i nonni, gli zii...

Un giorno l'accompagno a un incontro, per rendermi conto. Vedo questi ragazzi coinvolti in una moltitudine di incarichi, incontri, recite, tutta una serie di compiti che sembrano gratificarli e esaltarli. A casa mia figlia non si vede più, è sempre con loro. E se è a casa, medita: sola, assorta, sul suo letto. Non vede più nemmeno gli amici di prima: a guardarla mi sembra come chiusa dentro un cerchio, da cui non sente il bisogno di uscire. E poi insiste: devo convertirmi anch'io. Mi mette in mano il "libro di Mormon": mamma, dice, devi assolutamente leggerlo. E io leggo: e non mi piace affatto.

Ma Daniela, le dico, noi cattolici siamo abituati a un Dio buono, che perdona, e invece questo Dio dei tuoi amici è un Dio vendicativo, che condanna e maledice. E lei: «Mamma, non capisci, devi concentrarti di più. Fai come me, guarda: quando sarai sufficientemente concentrata sentirai qui, all'altezza del petto, una sensazione per cui sarai certa che nel libro di Mormon è la Verità».

Sempre più preoccupata, mi sento dire da Daniela che intende partire per la "missione". Dovrà stare due anni in Sicilia, senza vedermi né telefonarmi. Potrà solo scrivermi. Intanto scopro che di nascosto si è fatto fare da una sarta un guardaroba "mormone": tutto nero, gonne lunghe, maglie accollate. Quando mia figlia sta per lasciare Roma, con la prospettiva di non vederla per due anni, (e forse mai più, temo) decido di chiedere aiuto a qualcuno.

Vengo messa in contatto con don Minuti del Gris. Una sera ascolto un dibattito fra questo sacerdote e un gruppo di mormoni. E lì, sentendo un cattolico preparato ribattere alle argomentazioni dei mormoni, ascoltano le loro risposte uguali fino nelle virgole a quelle di Daniela, quasi come formule, mi convinco che mia figlia ha subìto un condizionamento psicologico. Il reato di plagio non esiste più: nes sun avvocato mi può aiutare.

Allora vado da uno psicologo: che mi dice, signora, occorre fare in fretta, perché dopo tre mesi la convinzione raggiunta da sua figlia sarebbe talmente forte da rendere impossibile il suo ritorno.

Disperata, e entrando in contrasto con i responsabili dei Mormoni, che cercano in ogni modo di allontanarmi, vado in Sicilia. Trovo mia figlia in uno stato pietoso: dimagrita di sei chili, con le mutandone di lana sotto le vesti nere, mentre fuori ci sono 40 gradi. La porto al ristorante: e lei improvvisamente scoppia a piangere a dirotto, come uscita da uno shock. Mi promette che prenderà in considerazione l'idea di tornare. La lascio con un po'di speranza. Ma il giorno dopo, mi chiama per ritirare tutte le promesse. Mi chiede di non telefonarle più. Dice che lei ha una missione, e che io la turbo. Non vuole più sentirmi.

A questo punto, gioco il tutto per tutto. Mi fingo malata per indurla a tornare nella nostra città a cercarmi. Lei, al telefono con la zia, esita, poi cede. Acconsente, a fatica, anche a farsi visitare da uno psicologo, per dimostrarci che non è affatto plagiata. E finalmente arriva. Lo psicologo la vede, mi avverte: signora, sappia che se la separa dal suo gruppo avrà una specie di crisi di astinenza. Infatti me la ritrovo in casa rabbiosa, quasi violenta. A forza le mostro, su Internet, le storie di persone uscite da gruppi come il suo. Ma lei non cede.

Finalmente la porto - lei non ne vuole sapere - al Gris, da Minuti. Il colloquio dura ore e ore. Saprò solo dopo che il sacerdote le ha mostrato testi originali mormoni, con dottrine sconvolgenti, che nessuno ancora le aveva fatto leggere. Il confronto fra il testo biblico greco e la versione dei Mormoni è illuminante. Per fortuna mia figlia ha studiato il greco. Si accorge delle alterazioni, apre gli occhi. «Come ho fatto a non capire», dice.

Per mesi i compagni continuano a telefonare, a citofonare: la inseguono. Oggi, a qualche anno di distanza, parla malvolentieri di quel pezzo della sua vita. Come di un arco di anni in cui la sua personalità è stata annullata. Ho dovuto farla anche curare, perché provava una sensazione dolorosa al petto. Come di un vuoto, in quel punto dove, le dicevano i suoi amici, concentrandosi a fondo emergeva la Verità.

 
 
Dalle sette, promesse da favola
L'esca di una felicità preconfezionata per le persone in forte crisi

Milano - Una donna, sconvolta dalla morte della figlia, si avvicina ai Testimoni di Geova. La famiglia, preoccupata, la fa incontrare con un sacerdote. Un colloquio drammatico che va avanti fino alle due di notte. Il prete contesta uno per uno gli insegnamenti che hanno convinto la signora. Che, dubbiosa, alla fine dice: «Padre, i Testimoni m'hanno assicurato che la fine del mondo è vicinissima e che fra pochissimo riabbraccerò mia figlia. Lei, può promettermi la stessa cosa?» «Io non voglio ingannarla. Posso prometterle che alla sua morte, davanti a Dio, ritroverà sua figlia». La donna: «Allora devo aspettare di morire? No, padre, se è così io scelgo Geova».

L'episodio raccontato da monsignor Lorenzo Minuti, presidente del Gris (Gruppo di ricerca sulle sette, tel. 051260011) è significativo di quella che è una delle principali ragioni dell'espandersi in Italia di questi gruppi.

«Promettono - spiega Minuti - una soluzione favolistica, pronta e immediata ai problemi della vita. Il messaggio cristiano è impegnativo: la Chiesa non bara. La caratteristica di gruppi e sette invece è di farti sperare in una felicità preconfezionata e senza fatica».

Secondo Minuti, i gruppi, tra maggiori e minori, operanti in Italia oggi potrebbero essere cinquecento, ma forse di più, e il dato sociologico tradizionale di 500 mila persone coinvolte è secondo lui superato. «Ci sono in questo momento gruppi dediti a un proselitismo particolarmente aggressivo: oltre a Scientology e ai Testimoni di Geova, i Mormoni (o Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni), e nuove sette di origine giapponese. Ultimamente si va diffondendo una tattica che rende molto, quella della "doppia appartenenza": fanno credere alle persone che avvicinano che è possibile aderire a una setta e restare cattolici. Oppure dicono che, "in fondo", le differenze fra noi e loro non sono poi così rilevanti... Contano sulla scarsa catechesi dei cattolici, che non hanno in genere gli argomenti per ribattere alle sofisticazioni dei testi sacri».

Il candidato ideale all'arruolamento è, secondo Minuti, la persona in crisi per un grave problema. «È una proposta che trova terreno favorevole in chi ha appena subito un grave lutto, o ha perso il lavoro o vede incrinarsi il suo matrimonio. Il caso più tipico è quello della casalinga infelice che, mentre il marito è al lavoro, riceve una visita di predicatori, e li sta a ascoltare anche perché dal loro parlare di Dio e della Bibbia si sente tranquillizzata».

In realtà, dice il presidente del Gris, il percorso di molte sette parte da un travisamento profondo dei testi della Bibbia, per arrivare «a un forte condizionamento psicologico, tale da lasciare dubitare della libertà degli adepti. Andarsene, proprio per via di questo condizionamento, non è facile. Alcuni, forse un 30 per cento, ci riesce, ma escono dall'esperienza smarriti; in alcuni casi addirittura frantumati». Nel frattempo molti hanno abbandonato il coniuge o il lavoro, seguendo ostinatamente l'ideale della setta; hanno perso gli amici, spinti a frequentare esclusivamente i confratelli, a non uscire dal cerchio dei "salvati".

Cosa fare, se un figlio, il coniuge viene attirato in questa direzione? Monsignor Minuti: «Bisogna non perdere la testa, e anzi fare sentire più che mai alla persona coinvolta l'affetto della famiglia. Ma occorre anche non perdere tempo. Più i mesi passano, più si rafforza la dipendenza dal gruppo. Occorre chiedere aiuto a qualcuno che di questi problemi abbia esperienza. Purtroppo, devo dire che i sacerdoti spesso tendono a sottovalutare queste vicende. E s e anche non le sottovalutano, per lo più non sono preparati a ribattere agli argomenti, alle alterazioni dei testi sacri operati da alcuni gruppi. Su questi argomenti ormai bisogna attrezzarsi nei seminari; occorre preparare gli insegnanti di religione, che si trovano impreparati a rispondere alle domande dei ragazzi istruiti dalle sette. Addirittura io dico che bisognerebbe fornire una sorta di "vaccinazione"catechistica ai fedeli contro le argomentazioni delle sette più diffuse».

Come si tira fuori da uno di questi gruppi una persona? «Ci si può riuscire - risponde Minuti - se si riesce a mostrarle dove è stata ingannata». Mostrando i passi, le singole parole della Bibbia sottilmente modificate. Poi, c'è la grande fatica di uscire da quel "cerchio" che l'organizzazione ti ha costruito attorno. Il tornare a usare le capacità critiche, recuperare l'autonomia. Riprendere quella fatica di vivere, che questi gruppi promettono di toglierti.

 
 

Ma l'intesa italiana è l'unica in Europa

Milano. (M.Cor.) «Le intese fra lo Stato italiano e le confessioni religiose, nate con l'intento di costituire una risposta 'su misura' per le singole esigenze di ogni confessione, col tempo hanno tradito questa impostazione iniziale. Di fatto la firma di un'intesa si è trasformata in un fiore all'occhiello, in una sorta di riconoscimento positivo alla confessione in oggetto. In questo quadro, in sostanza possono accedere all'intesa tutte le confessioni che non siano in contrasto radicale col patrimonio culturale italiano e con i valori fondamentali della Costituzione».

Il professor Silvio Ferrari, docente di Diritto Canonico all'Università Statale di Milano, accenna alla "trasformazione" culturale delle intese come quella appena firmata a Palazzo Chigi con buddisti e Testimoni di Geova. Le difficoltà relative alla firma con questi ultimi, dice, erano dovute principalmente al rifiuto di prestare il servizio di leva, e al "no" alle trasfusioni di sangue.

«Il primo problema era già stato in sostanza risolto con lo spostamento della competenza del servizio civile dalla Difesa alla presidenza del Consiglio. ‘Smilitarizzato' il servizio, l'obiezione dei testimoni era venuta meno. Quanto alle trasfusioni, la questione è stata parzialmente risolta lasciando alla libera determinazione dell'adulto la scelta, e imponendo invece ai minori le trasfusioni quando siano necessarie. Ci sarebbe un altro punto delicato, che riguarda la facilità di uscire dalla confessione per chi vi abbia aderito. Si sono avuti dei processi, e qualcuno ha accusato i Testimoni di fare ‘terra bruciata' attorno agli adepti che se ne vanno, che si ritroverebbero del tutto abbandonati dagli amici e dai parenti rimasti nel gruppo. Tuttavia questi processi si sono conclusi con assoluzioni».

Questioni delicate, che lo sarebbero anche di più qualora domandass ero l'intesa altri gruppi. Quali sono i criteri che un gruppo religioso deve rispettare per essere ammesso a un'intesa? Ferrari: «Ci sono dei punti fermi, costituiti dal rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento giuridico italiano. Per esempio deve essere garantita la libertà di religione - quindi anche la libertà di andarsene - o l'uguaglianza fra l'uomo e la donna. Un grande problema dei prossimi anni sarà il raggiungere, per esempio con i musulmani, un'intesa non incompatibile coi principi giuridici italiani. Di certo sarebbe difficile ammettere la poligamia o il ripudio».

Tornando ai Testimoni, altri Paesi in Europa hanno dato a questa confessione un analogo riconoscimento? «No. In Francia, per esempio, i Testimoni di Geova sono considerati poco più di una setta. Alcuni altri Stati occidentali hanno concesso un più modesto riconoscimento giuridico. L'intesa italiana è, per questa confessione, il riconoscimento più alto ottenuto in Europa».

Positivo ciò che aiuta la libertà religiosa

Milano. (M.Cor.) L'intesa fra lo Stato italiano e i Testimoni di Geova ha sollevato perplessità negli ambienti cattolici. Ne parliamo con la senatrice Ombretta Fumagalli Carulli, docente di diritto Ecclesiastico all'Università Cattolica di Milano, oggi sottosegretario agli Interni nel governo D'Alema. «I Testimoni di Geova - dice la senatrice - in realtà erano anche prima della firma di lunedì scorso una confessione religiosa riconosciuta dallo Stato. Tale riconoscimento è avvenuto alcuni anni fa, in occasione di una donazione di beni immobili ai Testimoni.

Certo, com'è noto nei tribunali italiani si sono avute diverse cause riguardanti questa confessione, i cui seguaci si rifiutano di prestare il servizio di leva e non accettano trasfusioni di sangue. Tuttavia, con l'abolizione della leva obbligatoria oggi il primo ostacolo viene meno; quanto alla questione delle trasfusioni, il problema è stato risolto perchè il rifiuto è frutto di una libera scelta dei singoli».

In mancanza di un radicamento storico di una confessione religiosa, come nel caso della religione cattolica o ebraica, qual'è il senso di un'intesa dello Stato con questo o quel gruppo?

«Lo Stato conclude un'intesa con una confessione quando questa è diffusa sul territorio nazionale, e si ritiene dunque di dovere garantire i diritti di coloro che la praticano. Analoghe intese si sono già avute con la Chiesa avventista del settimo giorno e con i luterani. Attualmente però in Parlamento è in discussione una legge quadro sulla libertà religiosa, che potrebbe estendere a tutte le confessioni alcuni benefici, come la detraibilità dalle tasse dalle erogazioni a favore delle confessioni stesse. La destinazione dell'8 per mille è invece oggi prevista solo nell'ambito di specifiche intese, come quella appena firmata».

Le perplessità però, 8 per mille a parte, riguardano proprio il merito degli insegnamenti dei Testimoni di Geova. Secondo alcuni questo gruppo presenta dei "profili di setta". Quali sono i criteri per ammettere o no una confessione all'intesa con lo Stato?

«Si deve trattare di una confessione il cui statuto non sia in contrasto con l'ordinamento dello Stato. Come ho detto, questo riconoscimento si era già avuto, precisamente nell'86, con decreto firmato dall'allora presidente Cossiga e controfirmato da Craxi, Scalfaro e dal ministro Rognoni, sulla base del parere favorevole del Consiglio di Stato. Resta fermo naturalmente il diritto dello Stato di impedire comportamenti contrari alla legge: per esempio, non è ammissibile il rifiuto dei genitori a trasfusioni di sangue sui figli minori».

Personalmente, lei non ha perplessità su questa intesa?

«Personalmente, ritengo positivi tutti gli strumenti che favoriscono la libertà religiosa».

 
 
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