Ebreo sì, ortodosso mai
Di Sabrina Cohen. L'Espresso, 24 ottobre 2002
La seconda vita di Shimon Falkenberg comincia a 17 anni, quando scopre la televisione. I suoi genitori gliel'hanno descritta come "una scatola che trasmette messaggi satanici e avvia alla trasgressione". TV proibita, come la radio. Niente rock, niente rap, niente film. Non sono gli unici divieti nel mondo ultraortodosso ebraico. La lettura dei libri di Kafka o Tolstoj non è prevista e si impara a camminare a testa bassa per evitare di incrociare lo sguardo di una ragazza.
Sono le regole e tacciarle di fanatismo sarebbe sbrigativo. La tradizione è uno dei collanti del popolo semita, è la religione; è la storia che si tramanda senza geografia. Shimon lo sa. Ma il giorno in cui scorge un'altra realtà, lungo una strada di Gerusalemme, la prospettiva cambia.
È l'aprile del 1995, pochi giorni dopo la fine di Pesach, la Pasqua ebraica. Di lì a pochi mesi, quello che era un promettente allievo della yeshivà, la scuola religiosa ebraica, abbandona famiglia, quartiere, radici. Una scelta drastica. La stessa che in Israele, ad oggi, hanno fatto oltre 600 ragazzi. Tanto che è nata un'organizzazione, la Hillel-Open Gate, con sede a Gerusalemme e Tel Aviv, per aiutare i giovani che come Shimon chiudono con la ultraortodossia a inserirsi nel Ventunesimo secolo. Due linee telefoniche gratuite e uno staff di psicologi a disposizione per aiutare coloro che per qualsiasi ragione decidono di uscire dal mondo blindato degli ultraortodossi.
«Molti di loro non hanno mai ascoltato musica di alcun genere», spiega Laura Sachs, una delle sostenitrici di Hille-Open Gate: «Non sono in grado di affrontare la vita di tutti i giorni perché nessuno glielo ha mai insegnato. Le loro giornate sono scandite solo dalle preghiere e dallo studio.»
Shimon, che oggi ha 24 anni ed è un imprenditore nel campo dell'hi-tech, ha rotto con la famiglia. I genitori lo considerano morto, una vergogna. Vivono tutti nella stessa città, Gerusalemme, ma se si incrociano fanno finta di non conoscersi.
Lui, Shimon, ricorda la sua prima vita. Fino a 17 anni a scuola è un giovane haredim, cioè fa parte di un gruppo di ultraortodossi molto intelligenti e sensibili. Discolo, ma bravo. «Poi succede che il mio maestro mi butta fuori dalla classe perché non seguo con il dito, parola per parola, il libro di testo che stiamo studiando», racconta Shimon. Espulso, il monello della yeshivà si ritrova a zonzo per le vie di Mea Shearim. Sbaglia strada e finisce a un isolato di distanza dal quartiere ultraortodosso di Gerusalemme. Vestito di nero dalla testa ai piedi, con i riccioli - le peot - raccolti dietro le orecchie, si imbatte per la prima volta nella televisione. È difficile immaginare cosa provi. Perché viene da un mondo chiuso ermeticamente: Shimon non è mai stato al mare in costume da bagno, non ha mai osato guardare in faccia una donna, non sa che esistono i divi di Hollywood, i telegiornali, le canzonette. «Una vita ferma al secolo scorso, in cui si comunica con amici e familiari in yiddish, condito di qualche parola in polacco o rumeno, perché l'ebraico è la lingua della Torah ed è proibito utilizzarla per scopi che non siano lo studio e la preghiera», racconta oggi Shimon.
Gerusalemme non è ferma all'Ottocento: ristoranti, supermercati e negozi espongono insegne in ebraico e inglese, vendono scarpe americane e cibi europei. C'è anche una libreria dove si può trovare qualsiasi quotidiano stampato nel mondo. A due passi dalla zona pedonale, invece, il quartiere di Mea Shearim appare congelato nel tempo. Per le sue strade, maschi e femmine camminano separati. Alcuni uomini indossano colbacchi ricoperti di pelo, in ossequio ad antiche tradizioni ashkenazite; le donne hanno i capelli legati o raccolti sotto foulard o parrucche. Le famiglie sono numerose: mai meno di sei o sette figli.
Ebbene, Shimon, improvvisamente, si trova catapultato in una realtà completamente diversa. E invece di ritrarsi, ne è attratto. Continua a girovagare e vuole saperne di più. Perciò entra nella biblioteca pubblica e parte da zero, dal settore riservato ai libri per bambini, da "Cappuccetto Rosso". Lui legge favole e storie a lieto fine e i bibliotecari lo guardano in tralice: non è normale che un ultraortodosso stia in un "luogo di perdizione". «Ogni giorno spendevo diverse ore a leggere. Dopo pochi mesi sono passato ai testi del piano superiore.» Che gli fanno incontrare i classici della letteratura europea. Un altro pianeta rispetto alla Torah, alla Ghemarà, al Talmud e alla Kabalà, gli unici libri letti.
Trascorrere la propria infanzia e l'adolescenza tra le mura di una yeshivà è normale per la stragrande maggioranza degli ultraortodossi che vivono in Israele. Così come per quelli che risiedono negli Stati Uniti, a Borough Park o a Brooklyn. Una tradizione che si tramanda di padre in figlio, immutata da secoli. Un destino comune a decine di migliaia di giovani che entrano in collegio a sei anni e dedicano gran parte del proprio tempo allo studio dei testi sacri. Sino al giorno delle nozze, combinate dalle famiglie degli sposi. Da quel momento gli uomini, divenuti rabbini, si dedicano esclusivamente all'insegnamento e all'educazione di altri allievi ultraortodossi.
Scantonare è praticamente impossibile. Chi va via è un reietto e non ha una base economica d'appoggio sulla quale poter contare i primi tempi. «Questi ragazzi sono preparatissimi per quanto riguarda la Bibbia, il Talmud o gli scritti di Maimonide, ma non sanno nulla di matematica o di letteratura, né tantomeno possiedono nozioni pratiche», spiegano alla Hillel-Open Gate.
La vita nelle yeshivot di Gerusalemme o di Bnei Berak, alle porte di Tel Aviv, inizia all'alba con le preghiere del mattino (schachrit), poi ore di studio sino a tarda sera, un paio di pause per mangiare e pregare. Poche ore di sonno e tutto ricomincia. La vita di Shimon. Che un giorno, anche grazie alle letture non religiose, comincia a dubitare. La svolta arriva una sera, al termine delle preghiere, quando pone al suo rabbino domande giudicate subito sconvenienti sull'esistenza di Dio. Uno scandalo per cui il consiglio della yeshivà prende provvedimenti. «Decidono di richiamare i miei genitori visto che hanno avuto un'influenza negativa nella mia preparazione. Non sanno che nel frattempo ho iniziato a leggere i libri proibiti», racconta Shimon.
Il castigo è, secondo il giudizio dei rabbini, esemplare: il ragazzo quindicenne viene spedito a New York. Solo. A studiare lontano da quelle che vengono definite dai rabbini "amicizie sbagliate". Tutto per farlo tornare sulla retta via. Errore: quei 18 mesi servono a fargli vedere quanto il mondo sia pieno di cose che vale la pena di vivere. Abbastanza per capire che era arrivato il momento di dare una svolta alla sua vita. Una volta tornato a Gerusalemme, Shimon escogita il piano per scappare da casa. «Sono andato via portandomi dietro solo una coperta e ho passato quattro mesi da barbone nei giardini della città, facendo la fame, soffrendo il freddo, vivendo della carità dei passanti.»
Shimon ha un unico punto di riferimento, la biblioteca. «Ho utilizzato i primi guadagni, frutto di lavori saltuari presso ristoranti e negozi di alimentari, per comprare un paio di jeans, una maglietta, un cappello». Per sembrare un ragazzo israeliano qualunque. «Molti dei giovani che abbandonano l'ortodossia non hanno mai indossato un paio di jeans», spiega Sachs. Poi, il barbiere elimina i riccioli di Shimon: il taglio delle peot rappresenta un taglio con il passato. «In quel momento ho capito di aver ottenuto la libertà», è la riflessione di Shimon: «Oggi, penso spesso alla mia famiglia, specie nei momenti di difficoltà , ma l'idea di ritrovarmi nella yeshivà mi ha convinto a non tornare mai indietro.»
Nei mesi che seguono la fuga, Shimon si prepara per sostenere gli esami della maturità. Il suo studio è la biblioteca. Ottiene il massimo dei voti. Poi supera quelli di ammissione all'Università di Gerusalemme in maniera altrettanto brillante. Grazie a due borse di studio, ottiene una camera presso il dormitorio dell'Università. Dopo due anni si diploma in economia e sviluppo di programmi informatici. L'inserimento nel campus gli consente di conoscere nuove persone e incontrare il primo amore, a 19 anni. I suoi coetanei possono vantare diverse avventure sentimentali. Non lui, che ha passato settimane e mesi sui libri per ottenere il massimo dei voti.
«Una sera il mio compagno di stanza decide di portarmi a Eilat», racconta: «È la prima vacanza della mia vita. Non ero mai stato al mare». Come nella più banale delle storie, una ragazza si avvicina a Shimon. «Lei capisce che non avrei mai osato sfiorarla con un dito. Passiamo diversi giorni a giocare a backgammon, per arrivare al sesso gradualmente». La storia d'amore dura un paio d'anni e accompagna il periodo che Shimon trascorre nell'esercito. Come ogni giovane israeliano maggiorenne Shimon viene chiamato alle armi, destinato con un reparto corazzato al confine con il Libano.
Dentro i carri armati gli arriva la notizia che uno dei fratelli sta per sposarsi. Non lo vede da tre anni. Chiede al superiore un permesso per assistere al matrimonio. Arriva a Gerusalemme, nella piccola sinagoga in cui è cresciuto. Ha un'amara sorpresa: i genitori lo considerano morto. Pochi giorni dopo la fuga, Shimon aveva chiamato sua madre per dirle di non preoccuparsi, che stava bene. «Fu inutile spiegare il perché avessi lasciato il loro mondo. Lei aveva deciso di iniziare la shivà, i sette giorni di lutto». Ed è la madre a cacciarlo dalla sinagoga al termine del matrimonio. Nessuno dei fratelli o delle sorelle lo cerca o tenta di riavvicinarglisi.
Dopo altri tre anni nell'esercito, l'ultimo dei quali passato negli uffici dello sviluppo programmi per uso bellico, Shimon è assunto da una società di software dove lavora per un anno. Sei mesi fa ha messo in piedi la propria attività sempre nel campo hi-tech, assieme a un coetaneo che ha lasciato Chabab Lubavitch, un altro movimento ultraortodosso ebraico.
Palandrane e colbacchi
Mea Shearim è il simbolo dell'ortodossia ebraica. A due passi dalle vie Yaffo e Neviim, cuore della Gerusalemme laica, il quartiere ultraortodosso sopravvive al passare del tempo. Costruito nel 1874 da ebrei provenienti da Gran Bretagna, Germania, Austria, Russia e Turchia, ospita una comunità ebraica considerata in tutto il mondo ultra-ultraortodossa.
All'ingresso delle vie che portano a quello che, a tutti gli effetti, sembra un villaggio shtetl dell'Europa dell'Est, diversi cartelli avvisano i turisti e curiosi che per camminare per le vie di questa zona della Città Santa è opportuno vestirsi in maniera corretta. Le donne devono avere le braccia e gambe coperte. Gli uomini devono indossare abiti che non facciano trasparire le forme del proprio corpo.
Dall'inizio di shabath, ovvero dal tramonto del venerdì a quello del sabato, è vietato attraversare il quartiere in macchina o a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto. Più volte in passato si sono verificati episodi di teppismo contro automezzi che circolavano durante il giorno considerato dagli ebrei il più sacro.
Durante la settimana, rabbini e giovani scolari vestiti secondo le tradizioni ashkenazite, ovvero con palandrane nere e colbacchi ricoperti di pelliccia, ma anche solo un semplice cappello e un cappotto rigorosamente neri, corrono freneticamente per le strade del quartiere: negozi, scuole, sinagoghe, farmacie, negozi di articoli religiosi sono al suo interno. Molti degli abitanti di Mea Shearim non riconoscono lo Stato d'Israele. Per questo non devono adempiere agli obblighi di leva, non chiedono il passaporto israeliano e, spesso, considerano Israele stesso, un nemico.
Pregare, pregare, pregare
Questi sono i principali precetti degli ebrei ortodossi.
Uomini
- Ore di studio successive alle preghiere quotidiane (sera, mattina e pomeriggio) nelle yeshivot.
- Divieto di tagliare fino al giorno della morte i riccioli (peot) che vengono lasciati crescere dal giorno della nascita.
- Divieto di guardare, sfiorare o toccare qualsiasi donna perché impura.
- Giornata scandita dall'esecuzione dei precetti positivi e dall'insegnamento.
Donne
- Pregare come gli uomini, tre volte al giorno.
- Vita dedicata alla famiglia sia da nubili che da sposate.
- Prima del matrimonio seguire le lezioni tenute da mogli dei rabbini sulla purità della famiglia e della casa.
- Obbligo di coprire con fazzoletti o parrucche i capelli dal giorno del matrimonio in poi per non attirare l'attenzione degli altri uomini.