La Repubblica, 20 marzo 2000
Morire per un profeta
Forse seicento le vittime del suicidio di massa in Uganda
di Umberto Galimberti
Oggi quattrocento, forse seicento uomini donne e bambini bruciati vivi in una chiesa ugandese fondata nel '94 dal predicatore Joseph Kibweteere per la "Restaurazione dei dieci comandamenti di Dio". Qualche anno fa i seguaci della setta del "Tempio Solare" celebrarono una serie di suicidi collettivi in Francia, Svizzera e Canada.
Ad analoga sorte andarono incontro a San Diego quaranta adepti della "Porta del Paradiso", mentre qualche anno prima ottanta "davidiani" seguaci di David Koresh morirono arsi vivi asserragliati in un ranch nel Texas. Dunque quel che è successo non è un rito primitivo relegato nell'Africa nera, ma l'ultimo episodio di una lunga serie che sotto diverse denominazioni religiose, con cadenza annuale, anticipa la fine del mondo e con essa la salvezza della propria anima che nella morte collettiva trova quel rifugio estremo che riscatta dalla colpa e dalla disperazione via via crescente in quel viaggio, a dir loro inutile ed errabondo, che è la vita.
C'è chi in questo legge la paura millenaristica della fine del mondo, chi la soggezione della debolezza di massa di fronte al carisma di un portavoce di Dio, chi il rifiuto dell'esperienza quotidiana del vivere che, per il suo alto tasso di insensatezza, genera un bisogno parossistico di sensazioni più che di idee, di volontà di credere più che di convinzioni, di visioni e prospettive escatologiche più che di agganci a tradizioni che appaiono svuotate.
Io in tutto questo leggo una sfida alle religioni storiche che da tempo hanno smesso di fare il lavor loro che è la gestione del sacro in cui in un regime di massima violenza suicida e omicida si giocano espressioni di rifiuto radicale della normalità esistente, processi simbolici di rinascita e di trasformazione, eventi di morte, dove in gioco sono quelle situazioni-limite intorno a cui da sempre si raccolgono quei regolatori del sacro che in tutte le culture sono i sacerdoti, da tempo provvisti di quelle metafore di base in cui l'umanità riconosce se stessa quando la follia della mente disorienta l'anima e sottrae al tranquillo incedere della ragione ogni forza persuasiva.
Di questa follia le religioni storiche non si occupano più, perché, prese come sono dall' ansia di controllare la qualità delle legislazioni che ogni società civile ritiene di doversi dare, parlano prevalentemente di morale sessuale, di contraccezione, di aborto, di divorzio, di omosessualità, di scuola pubblica e privata, e così disabitano il sacro di cui sembra abbiano perso anche le tracce. Ma il sacro, come contraltare della ragione, esiste, e siccome, per quanto negletto, lavora comunque nella profondità delle nostre anime, se non trova quel contenitore che le religioni hanno sempre offerto, esplode in quell'orgia dell'irrazionale puro dove un dio, dimenticato dalla pratica delle religioni storiche, agita elementi.
Producendosi invece in discorsi che ogni società civile può fare tranquillamente da sé, sembra che le religioni storiche lascino la gestione della notte indifferenziata del sacro o alla solitudine dei singoli, o alla follia dei gruppi che, privi come sono di quelle metafore di base dell'umanità che hanno fatto grandi le religioni storiche, producono quelle promesse vuote o, come in questo caso, tragiche, che sono il nutrimento di quella religiosità da new age che viene incontro a quel nucleo di follia che ciascuno di noi avverte dentro di sé come non interpretabile, non culturalizzabile, non leggibile.
Se queste sette tragiche riprendono nei loro discorsi, nelle loro preghiere, nella follia dei loro gesti i temi cristiani della remissione dei peccati, della salvezza, della grazia, della morte e della resurrezione, ciò significa che il cristianesimo ha disertato se stesso e, nel suo impegno contro la secolarizzazione, ha lasciato agonizzare i grandi simboli che consentivano di arginare quelle ansie salvifiche che, quando non reperiscono uno spazio espressivo, altro non resta loro che la tragicità di un gesto.
In questi giorni la Chiesa ha chiesto perdono delle sue colpe storiche, ma nell'elenco mi pare manchino quelle forse più gravi, che sono da un lato lo smarrimento del senso del sacro, irreperibile nelle numerose ritualità giubilari dall'effetto più televisivo che sacrale, e dall'altro la delega della coscienza a cui da sempre la Chiesa ha abituato il credente nei confronti del portavoce di Dio, che, quando non è incarnato dalla saggezza di un pontefice ma dal primo predicatore carismatico, porta a questi suicidi di massa che, della delega della coscienza, sono l'effetto esasperato e tragico.