Se Dio arma la mano
Tratto da
La Repubblica, 25 febbraio 2003, pag. 42
Intervista a Mark Juergensmeyer, di Federico Rampini
Santa Barbara (California) - Mark Juergensmeyer è l'unico ad avere mai intervistato in carcere Mahmud Abouhalima, il terrorista di Al Qaeda condannato all'ergastolo e rinchiuso in un penitenziario federale per avere organizzato il primo attentato al World Trade Center nel 1993. Per un piccolo errore quell'esplosione fece solo sei morti, ma oggi si sa che era stata programmata per farne duecentomila, una strage molto più grave dell'11 settembre e otto anni prima.
«Duecentomila», ha detto Abouhalima al suo intervistatore, «furono le vittime delle atomiche americane a Hiroshima e Nagasaki: quello sì era terrorismo».
Juergensmeyer non è un giornalista ma un investigatore. È un sociologo americano, direttore del Global and International Studies Program all'università di Santa Barbara in California, ed è il più grande studioso mondiale del terrorismo religioso. Un'autorità indiscussa, al punto che la Cia e l'Fbi lo consultano regolarmente malgrado sia noto il suo totale dissenso verso la politica di George Bush. Juergensmeyer non ha scoperto il terrorismo religioso con l'attacco alle Torri gemelle: lo studia da decenni in tutte le sue manifestazioni, dai sikh indiani (è vissuto nel Punjab) all'Irlanda, dai fondamentalisti musulmani o ebrei, fino alle milizie cristiane di destra che negli Stati Uniti hanno assassinato molti medici abortisti. Il suo saggio più importante, Terror in the Mind of God, uscì negli Stati Uniti un anno prima dell'11 settembre 2001 e aveva passaggi quasi profetici.
Oggi questo libro esce completamente aggiornato e con una nuova prefazione in anteprima mondiale nell'edizione italiana, con il titolo Terroristi in nome di Dio. La violenza religiosa nel mondo (Laterza, pagg. 340, euro 18). E' un'eccezionale ricerca sul campo condotta con interviste a leader terroristi, è il primo studio comparativo dei terrorismi religiosi, e cerca di rispondere alla domanda: perché così tanti credenti uccidono in nome del loro Dio? Perché culture tanto diverse fra loro condividono il concetto di una "guerra santa mondiale", usano la fede per demonizzare gli avversari e negargli il diritto alla vita?
Nel 1980 nell'elenco dei gruppi terroristici internazionali stilato dal Dipartimento di Stato americano figurava solo una organizzazione religiosa. Vent'anni dopo quando Madeleine Albright aggiornò quella lista per Bill Clinton, fra i trenta gruppi più pericolosi a livello mondiale la maggior parte erano religiosi. Perché gli attentati di questa matrice si sono moltiplicati negli ultimi decenni? Juergensmeyer individua tra gli effetti della globalizzazione un crollo generalizzato di credibilità delle autorità ed istituzioni laiche, un vuoto che viene riempito da ideologie distruttive. Il sociologo di Santa Barbara non fa concessioni al culto della violenza: il suo libro è dedicato, a scanso di ambiguità, "alle vittime del terrore". Ma è il più importante tentativo di capire questo fenomeno senza pregiudizi. Si apre con una citazione dalla Bibbia ("Io manderò innanzi a te il mio terrore; metterò in rotta ogni popolo..." Esodo, 23, 27) per ricordarci che la violenza non è il monopolio di una sola religione. In un'America che si prepara alla guerra, dove ogni giorno nuovi contingenti di giovani in divisa partono per il Golfo, abbiamo incontrato Juergensmeyer a Santa Barbara per questa intervista.
Cominciamo da uno degli "scoop" di cui il suo libro è ricco, il dialogo con Mahmoud Abouhalima: com'è riuscito a intervistarlo bruciando la concorrenza dei migliori giornalisti americani?
Con pazienza e tenacia. Ho cominciato a contattarlo subito dopo la sua condanna all'ergastolo, nel 1994. Ci ho messo due anni per ottenere il consenso suo, dei suoi legali e dell'autorità carceraria. Entrare in una prigione americana è perfino più difficile che evaderne... Alla fine sono riuscito ad avere con lui due appuntamenti, due lunghe interviste. Ho scoperto una persona affabile, intelligente, buon parlatore, a tratti appassionante. Non l'immagine stereotipata del terrorista. Questo vale per tutti i personaggi che ho intervistato: intelligenti, interessanti, mossi da motivazioni morali più che politiche. E tutti con la profonda convinzione che questo mondo sia ingiusto. Contrariamente a quel che si può credere, è raro che i terroristi siano degli individui sociopatici e sadici. Solo alcuni sono affetti da evidenti problemi mentali; molti invece sono soggetti che appaiono normali e ben inseriti socialmente, ma appartengono a comunità speciali e condividono visioni estreme del mondo.
Lei nega che ci sia uno scontro di civiltà tra Occidente e mondo arabo, o che il fondamentalismo islamico sia particolarmente violento.
Cristiani e indù hanno espresso altrettanta violenza terroristica, anche nella storia contemporanea. Ogni tradizione religiosa ha al suo interno un patrimonio di concetti e valori che consente di pensare il mondo in termini di grandi guerre. Il cristianesimo ha le mani che grondano tuttora di sangue, in Irlanda del Nord o qui negli Stati Uniti. Si ha la tendenza a sottovalutare il background religioso di Timothy McVeigh, colpevole della strage di Oklahoma City nel 1995. Gli americani non vogliono ammettere l'ampiezza del fenomeno delle milizie cristiane di estrema destra qui negli Stati Uniti.
In fondo lei contesta perfino che l'11 settembre sia stato un evento davvero eccezionale…
Alla luce dei precedenti non avrebbe dovuto sorprenderci. Se l'attentato del 1993 nello stesso World Trade Center fosse andato come doveva, il bilancio dei morti sarebbe stato ben più ampio otto anni prima. Se avessero messo su quel camion un po' più di esplosivo, e se lo avessero collocato in una posizione leggermente diversa nel parking sotterraneo del World Trade Center, l'esplosione avrebbe creato un buco tale da far cadere la torre come un birillo, abbattendo la sua gemella. In quel caso il crollo sarebbe stato immediato, senza lasciare il tempo per l'evacuazione dei grattacieli, e inoltre la caduta avrebbe provocato molti più danni agli altri grattacieli circostanti. 200.000 morti è un bilancio realistico secondo gli esperti. Quindi i terroristi ci stavano provando da un decennio. Ma quello che non erano ancora riusciti a fare, era di costringere l'America a concepire un mondo in stato di guerra. In questo senso sì, l'11 settembre è stato eccezionale: ma per il modo in cui abbiamo risposto noi. Per me la vera frattura storica avviene il 12 settembre, non l'11.
Vuol dire che a far la differenza stavolta è stata soprattutto la risposta di George Bush?
Sì, quando il presidente ha dichiarato: "Questa è la prima grande guerra del ventunesimo secolo", ha elevato l'attacco terroristico alla dignità che i terroristi gli volevano dare: una guerra globale. Per Osama Bin Laden è stato un onore immenso. Di fronte a un nemico terrorista, l'ultima cosa da fare è comportarti come vuole lui, confermare l'immagine che ha di te, trasformare le sue illusioni in realtà. Invece di trattarla come un drammatico fenomeno criminale da perseguire con nuovi strumenti di polizia internazionale, Bush ha immediatamente elevato Al Qaeda alla dignità di un armata di combattenti.
Che influenza ha il fatto che la squadra di Bush sia molto religiosa, di una fede ostentata? Dal presidente al ministro della Giustizia John Ashcroft, i riferimenti a Dio e alla Bibbia sono una costante nel linguaggio politico di questa Amministrazione.
Ispirato da questa religiosità, il moralismo della risposta americana al terrorismo aggrava il problema: quella che doveva essere un'azione di polizia è stata trasformata in una guerra cosmica. In un certo senso, la mentalità di Bush è speculare a quella dei terroristi. Non sto dicendo che l'America si comporta come i terroristi, ma vedo delle analogie fra la visione semplicistica del mondo che ispira gli atti di violenza religiosa, e una concezione del ruolo dell'America nel mondo che è fortemente ispirata da valori religiosi. Certe espressioni usate da Bush come "l'asse del male", "con noi o contro di noi", involontariamente confermano e incoraggiano il modo di vedere di Osama Bin Laden.
Nel suo libro lei ricorda che dalle guerre bibliche alle crociate, la violenza aleggia come un'oscura presenza in tutte le tradizioni religiose, e che il potere della religione ha sempre avuto a che fare con immagini di morte. Al tempo stesso lei nota che negli ultimi anni sono andati aumentando gli atti pubblici di violenza a cui la religione ha fornito la motivazione, la giustificazione, l'organizzazione e la visione del mondo. Perché?
Una delle mie conclusioni è che questa fase storica di trasformazione globale abbia fornito alla religione l'occasione per rilegittimarsi come forza pubblica. Dietro a questa inquietudine religiosa c'è la perdita di credibilità, in tutti i paesi del mondo, dell'autorità laica, e l'esigenza di ideologie alternative di ordine pubblico. Le forze della globalizzazione indeboliscono ogni autorità nazionale e sovrana: economicamente e finanziariamente gli Stati contano sempre meno, il loro controllo sociale si attenua attraverso le migrazioni, le identità culturali sono influenzate dall'occidentalizzazione dei media. Nella perdita di sovranità, i leader laici e le istituzioni politiche diventano dei capri espiatori. Un elemento tipico delle culture terroristiche è la percezione che la propria comunità è già sotto attacco, è stata violata, e in quell'ottica le proprie azioni non sono altro che una reazione ad una violenza già subita. Il peggior guaio che possa accadere è che la politica degli Stati Uniti alimenti questo vittimismo. Quando Osama parla in favore di Saddam Hussein - un leader che lui ha sempre odiato - è chiaro che vuole capitalizzare tutto l'antiamericanismo che questa guerra e la successiva lunga occupazione susciteranno.