La Repubblica 18 giugno 1999 - Secondo 'hackmeeting' a Milano dopo quello di Firenze "Macché criminali, hacker è bello!"Tre giorni di dibattiti e performance per gli "smanettoni" italiani -di MARTA MANDO' Chi pensa che gli hacker incarnino i diavoli dell'epoca cyber, che siano criminali e ladri informatici senza scrupoli potrebbe ricredersi dopo la tre giorni del "hackit99", il meeting degli hacker italiani che si tiene in questo fine settimana a Milano, seconda edizione dopo quella dello scorso anno a Firenze. Un happening di 'smanettoni', coscienti dell'influenza sociale e politica delle nuove tecnologie per il mondo del lavoro, della formazione, della società nel suo complesso. Portavoci ribelli di una cultura libertaria e decisi ad affermare un uso comunicativo "antagonista" della tecnologia, si ritroveranno al Deposito Bulk, ora trasformato il laboratorio studentesco occupato e autogestito, cablato nei suoi tre piani. Un movimento molto eterogeneo tra studenti, rappresentanti dei centri sociali, del volontariato, obiettori di coscienza, hacker underground un po' eremiti del modem, un po' videogiocatori cyberpunk, ossessionati dall'idea di utilizzare mezzi informatici liberi e inventati. Sono i rappresentanti di "Isole nella rete" punto di riferimento di gruppi, centri sociali, associazioni, parte dell'Ecn (European Counter Network) una rete di scambio di informazioni "antagoniste" a livello europeo. Il termine stesso di hacker dicono è stato fin troppo demonizzato, usato solo in senso peggiorativo. Per loro l'hackering è un movimento culturale e di lotta. Sono contro i "sistemi e i software proprietari", contro la tecnocrazia dei gruppi dominanti, contro l'informatica calata dall'alto, contro il profitto delle economia del digitale. Non sopportano l'idea che lo spazio "immateriale" della rete possa essere proprietà di fatto di "qualcuno". Non amano il sistema operativo Windows, preferiscono Linux proprio perché il suo codice sorgente è a disposizione di tutti. Credono nella filosofia dell'Open Source, del freesoftware che possono essere copiati e distribuito senza alcun vincolo. Vogliono, dicono, affermare una comunicazione orizzontale, decentrata, non gerarchica né autoritaria, non controllata né censurata dove diventa possibile scambiarsi saperi in modo paritario. L'idea hacker di comunicazione è anche una visione diversa e critica della tecnologia: non più pensata per pochi "sacerdoti", ma comprensibile, smontabile e ricomponibile per adattarla a fini individuali e collettivi. Ecco allora che va bene svaligiare le banche dell'informazione per fare ciò che un tempo si chiamava "controinformazione", per fare come hanno fatto i loro fratelli hacker tedeschi, entrare nel sito del Comune di Berlino, prendere l'elenco delle case vuote, darlo agli "okkupanti". Gli hacker italiani, gli hacker sociali, hanno tuttavia, individuato dei "percorsi di lotta" propri. Primo passo software libero e gratuito per sottrarsi al potere del business, convinti invece che le tecnologie informatiche possano diventare un'opportunità di occupazione e di organizzazione nuova della produzione, del lavoro, del mondo dell'aggregazione sociale. Al meeting si parla di cortei telematici, di netstrike, del progetto Gnu, un gruppo di hacker attivo per distribuire liberamente software di alta qualità. Per loro, questo è uno dei tentativi più importanti di socializzazione dei saperi. Siamo ai confini della legalità? Ne abbiamo parlato con alcuni di loro, che rispettando rigidamente l'etica della Rete chiede di mantenere l'anonimato dietro al suo nick, lo pseudonimo usato per collegarsi online. Risponde dunque 'Blicero': «Il confine tra legale ed illegale è storicamente determinato, cambia col variare delle culture e dei rapporti di potere all'interno della società». A chi pensa che siano pericolosi criminali informatici risponde affermando che l'etica dell'hacking «è un attitudine, una propensione, una tensione etica a migliorare il mondo che ti sta intorno; criminalizzare questo, può solo essere il tentativo di arginare qualcosa di innovativo«. Non pensano che esistano forme di hackering maligne, pericolose o illegali, semmai «esistono forme di egoismo che al posto di esprimersi nello yuppismo, si esprime nell'informatica. Che c'è di nuovo? Anche nella politica c'è chi fa i propri interessi e c'è chi fa quelli della collettività». Però, continua 'Blicero' «è evidente che ci saranno anche persone che realizzano atti criminali avvalendosi delle tecnologie informatiche, ma tracciare una corrispondenza tra questi soggetti e gli 'hacker' come di solito avviene è puro sensazionalismo». Hacker uguale criminale informatico, li fa sorridere e irritare perché si sentono defraudati delle motivazioni etiche che vedono dietro il loro "smanettare". Per gli hack italiani, ci dice 'Aricor' del Centro Sociale Forte Prenestino di Roma, i noti "pirati" d'oltreoceano come Kevin Mitnick non sono certo i Che Guevara dell'era dell'era cyber: "Può essere ammirato come scardinatore di sistemi informatici, difeso perché criminalizzato e perseguitato dalla giustizia americana, ma le differenze tra gli hacker nostrani e quelli americani sono molte". Grande kermesse, dunque, al Deposito Bulk per vedere cosa uscirà fuori dai tre giorni di dibattiti, musica, comunicazione, informazione, socializzazione, di sperimentazione artistica, produttiva e sociale. In questo spirito si svolgeranno iniziative che spazieranno da corsi di alfabetizzazione su Linux e seminari specialistici, fino ad arrivare a session intensive di giochi in rete e fantasiose sperimentazioni tecnologiche. La Repubblica 6 giugno 1998 - Gli hacker italiani si chiamano "Piuma", "Manga" o "Groucho". E lottano contro la "multinazionale" Tecniche di autodifesa contro le censure in Retedi C.G. FIRENZE - «Sei un hacker? Lo sei veramente? Perché se no, non parliamo». Duri, i ragazzi che s'incontrano nell'"Hackmeeting98". Diffidenti, complessivamente, diffidenti verso chi non è immediatamente riconoscibile come uno "dei loro". E diffidenti, a maggior ragione, verso la stampa in genere, elettronica o meno. I temi di cui parlano non sono tutti assolutamente esenti da implicazioni legali, come ad esempio si fa nel workshop su lucchetti e serrature in genere (elettroniche, sostanzialmente...), né quando a parlare è Lee Gibling, webmaster di "The house of ill", che in qualche modo spiega come aggirare le limitazioni imposte dalle carte criptate per la visione delle trasmissioni televisive via satellite. «Noi siamo per la liberalizzazione totale dell'informazione, sotto qualsiasi forma si presenti», dice alla fine "Piuma", una ragazza dal grande sorriso ma dagli occhi che ti scrutano attenti, pronta a cogliere ogni tua perplessità. I suoi amici sono anche meno disponibili, ma anche loro poi, aggiungono qualcosa: «Perché dobbiamo pagare accessi alla Rete così cari in Italia, perché Telecom guadagna due volte, come provider e come gestore della rete telefonica? Se possiamo e ci riusciamo, scroccare la telefonata è un modo per riappropriarci del nostro diritto alla comunicazione». Ma la bestia nera degli hacker italiani è, oggi, una magistrata bolognere, Lucia Musti. Due anni fa era il procuratore di Pesaro che aveva fatto sequestrare decine e decine di computer collegati alla Rete per un'inchiesta sulle attività illegali via Internet. Lucia Musti ha chiesto il sequestro di un libro, firmato "Luther Blissett", che ridicolizzava la sua inchiesta sui "Bambini di Satana" bolognesi, assolti dopo un anno di carcere. La dottoressa Musti ha chiesto il sequestro anche di tutti i "link" dei vari provider italiani ed esteri che hanno pubblicato integralmente, su Internet, il libro stesso. «È un esempio di quello che potrebbe succedere», spiega uno degli storici hacker italiani, «se leggi e sentenze dovessero sancire la responsabilità dei provider per i materiali che transitano sulla Rete, magari anche in forma di posta elettronica». Un'altra "bestia nera", dopo la stampa in genere, è la Multinazionale. Non importa quale, non importa di dove. Spiegano a "Strano Network", una delle aggregazioni che ha dato vita ad "Hackmeeting98": «Mercato e grandi potentati economici sono ora in Rete e pretendono di stabilire per tutti noi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, vogliono cancellare l'uso sociale degli strumenti telematici. Ed è per questo che dobbiamo opporci, dobbiamo trovare la strada insieme per fermarli». Ti guarda, un po' canzonatorio, l'hacker esperto, mentre smanetta su uno dei computer istallati nell'area "navigazione". Quasi a sfidarti: «Non lo sai fare? E allora che vuoi sapere? Prima, impara, qui... poi parliamo...». Ma alla fine, cede: «Qua cerchiamo di mettere a disposizione di chiunque le conoscenze telematiche, di far condividere a tutti le produzioni che circolano sulla Rete, che noi immettiamo su Internet. Senza discriminazioni di sorta. Ma ti pare giusto che un programma multimediale costi centinaia di migliaia di lire e che solo una piccola parte dei navigatori in rete possa usufruirne? Ti pare giusto che ci siano luoghi inaccessibili dove conservano tutte le informazioni su di noi, tutte quelle che riescono a carpire quando siamo on line, senza sapere cosa ne faranno? O meglio. Si sa cosa ne faranno: controllo sociale e mercato». La privacy, evocata in ogni angolo del Centro sociale, si allaccia alla censura: «Prima sanno tutto di me», afferma "Grucho", capelli ricci proprio come uno dei fratelli Marx, «poi non vogliono che, sulla Rete, io esprima le mie opinioni, io possa parlare di tutto ciò che mi va. E si inventano chip, catenacci elettronici, watchdog, guardiani, polizia telematica, per seguirmi, bloccarmi e impedire tutto questo. Allora la mia è un'autodifesa, è la mia difesa al diritto d'espressione». Guai a parlare di pedofilia, di immagini porno, di uso illegale della Rete. «Intanto dovremmo capire cosa è legale e cosa no, visto che ogni nazione ha idee completamente diverse. Ma poi: chi se ne frega?», aggiunge uno degli amici di Groucho, nome in codice "Manga". «Il porno, la pedofilia si comprano in edicola», dice, ripetendo uno dei principali cavalli di battaglia degli anti-censura, «e quelli non vengono sequestrati». Poi mostra dei fogli evidentemente "stampati" da una pagina Web: «Il materiale pornografico che gira sulla Rete è appena il due, tre per cento del traffico totale di Internet. Allora? dove sta lo scandalo? Dove sta l'attentato alla purezza dei bambini?». Se ne potrebbe parlare a lungo, ma questi ragazzi sembrano troppo convinti delle loro sicurezze, impossibile scardinarle come invece vorrebbero fare per tutte le "difese elettroniche" istallate da quelli che considerano "i nemici della democrazia". Allora è meglio raccogliere qua e là frasi, espressioni, giochi: «Siamo la generazione del dove dgt, da dove digiti», spiega uno degli addetti alla vigilanza sulle apparecchiature informatiche messe a disposizione dei navigatori, «siamo quelli di a/s/l, age, sex, live, che età hai, sesso, dove vivi, comunicazione abbreviata, sincopata. Ma non per mancanza di contenuti, non per vuoti intellettuali, ma perché viviamo la frenesia del contatto, del conoscere sempre di più, più rapidamente. Prima che qualcuno riesca a mettere un bavaglio anche a questo, alle nostre relazioni interpersonali, al nostro comunicare via Internet». «Guarda, con questo remailer la mia identià in rete cambia, sono un'altra persona, non sono più rintracciabile », spiegano due navigatori impegnatissimi sulla tastiera. Che non devono trasmettere immagini porno, o scardinare il sito elettronico della Nasa. Più semplicemente stanno mandando un messaggio a una ragazza che hanno conosciuto sulle Internet relais chat (Irc). «La facciamo impazzire, si chiederà sempre chi le ha scritto e come sa certe cose di lei...». Giochi, anche se qualcun altro, magari non qui al meeting, non gioca e l'intrusione nelle reti informatiche la fa sul serio. Uno degli eventi principali di domenica sarà un attacco psichico alla Nasa. Niente hackeraggi, solo la concentrazione di decine e decine di persone in rete che chiederanno all'Ente spaziale americano di dire la verità su molte cose, compresi gli Ufo. «Gli Ufo siamo noi, ma gli Ufo esistono», dice convinto uno dei probabili partecipanti alla kermesse. «E lo faremo vedere». La Repubblica 15 maggio 1998 - Lee Felsenstein, padre degli hacker di San Francisco: militante pacifista nel '68, oggi lavora per Paul Allen Tutto il potere al popolo dei pcdi MARCO DESERIIS Nell'immaginario cyberpunk stile William Gibson e nelle cronache di tutti i giorni, l'hacker è rappresentato come un pirata informatico, uno scassinatore di serrature elettroniche, dei sistemi di sicurezza e di protezione-dati più sofisticati. Lo può fare per denaro, per gioco, in segno di sfida o per perseguire un'ideale di libertà, ma in ogni caso rimane un solitario, uno che dialoga meglio con i computer che con gli altri esseri umani. Una definizione che apparentemente potrebbe ritagliarsi sul profilo di Lee Felsenstein, figura storica dell'hackeraggio hardware nella Bay Area di San Francisco. Felsenstein rappresenta infatti il prototipo dell'ingegnere nerd, schivo e un po' impacciato, due occhialoni da primo della classe e una passione smodata per l'elettronica e per i computer, alla cui realizzazione ha dedicato un'intera vita. Eppure, se si scava un po' nella sua vicenda personale, ci si accorge che l'immagine dell'hacker pazzoide e solitario è in realtà soltanto uno stereotipo. E che Lee, come molti altri hacker della sua generazione, ha sempre "messo le mani sulle macchine" per sperimentarne i limiti ed espanderne le possibilità, ma senza mai considerare questo approccio come fine a se stesso. Al contrario, la seconda generazione di hacker, cui Felsenstein appartiene, ha sempre creduto che i computer fossero dei potenti veicoli di trasformazione sociale e che per questo "dovessero andare incontro al popolo", cioè essere impiegati nel modo più semplice possibile. Questa "etica hacker", fondata sul libero accesso e sulla libera circolazione delle informazioni, è stata ribadita dallo stesso Felsenstein in due incontri organizzati nei giorni scorsi da "Strano Network" e dalla rivista cyberpunk "Decoder" in due librerie alternative di Firenze e di Milano, la neonata City Light di Lawrence Ferlinghetti e la storica libreria Calusca di Primo Moroni. Di fronte a una platea di giovani hacker italiani (che si sono dati appuntamento a Firenze dal 5 al 7 giugno per "Hack it '98", il primo meeting nazionale) Felsenstein ha ripercorso le tappe della sua vita, a cominciare dalla partecipazione al Free Speech Movement di Berkeley, un'esperienza determinante per la sua formazione. Come ingegnere, Felsenstein rappresentava un'anomalia all'interno del movimento studentesco e pacifista che, in piena contestazione contro la guerra del Vietnam, vedeva la tecnologia come mero strumento del potere. «Un giorno si sparse la voce che il campus era stato circondato dalla polizia», racconta Felsenstein. «I militanti vennero a chiedermi di costruire una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia. Io risposi che era impossibile, ma i compagni non ne volevano sapere. In quel momento mi sentii isolato, ma capii anche che lavorando da solo avrei potuto realizzare qualcosa di utile anche dal punto di vista politico». Felsenstein comincia a impegnarsi a fondo, e inventa un megafono che all'occorrenza può essere utilizzato anche come strumento di autodifesa, Nel 1968 entra in qualità di "redattore militare" nel giornale underground "Berkeley Barb" su cui scriverà: «La rivoluzione non può essere fatta da un manipolo di cospiratori... ma richiede infiniti approvvigionamenti, macchine e armi moderne, lealtà e un'organizzazione superlativa». Una citazione tratta dal romanzo di fantascienza "Rivolta 2.100" di Robert Heinlein, storia di una ribellione in una dittatura orwelliana del XXI secolo che folgora il suo immaginario giovanile. «La psicologa junghiana Alice Miller definisce la cultura borghese apollinea e razionale e quella dei movimenti dionisiaca e desiderante», racconta ancora Felsenstein. «A queste due ne aggiungerei una terza, di Efesto, Vulcano per i romani, che è quella cui appartengo: la cultura di chi forgia gli strumenti e le armi immaginandole già come vettori del cambiamento sociale. Una cultura che negli ultimi vent'anni è stata in qualche modo vincente, favorendo l'accesso di massa ai pc e alle reti». Dopo il '68 Felsenstein torna a mettere le mani sui computer, che aveva abbandonato da giovanissimo, e fonda insieme ad Efrem Lipkin e ad altri hacker il collettivo del "Community memory". L'idea di fondo è quella di realizzare una macchina con componenti di recupero accessibile a tutti, sia nei costi che nelle modalità d'uso. Per questo, nel 1973, il primo terminale del "Community memory", un Hazeltime 1500, fa la sua comparsa nel negozio di dischi d'avanguardia Leopold's a Berkeley. I frequentatori, hippies e naturisti che in teoria dovrebbero abborrire quello strano marchingegno, lo ribattezzano invece "la macchina della grazia divina" e lo utilizzano per scambiarsi informazioni utili o messaggi poetici. In un volantino diffuso dal collettivo del "Community memory", il terminale viene descritto come "un sistema di comunicazione che educa la gente a prendere contatto con gli altri senza dover sottostare al giudizio di una terza parte". Della sua ricerca attuale Felsenstein non può parlare, per contratto, dal momento che lavora per una società, la "Interval research" di Paul Allen, cofondatore della Microsoft, che controlla ogni sua dichiarazione. Potrà sembrare un paradosso che uno dei protagonisti del "Free Speech Movement" possa parlare oggi solo previa autorizzazione di una grande casa informatica. Ma Felsenstein, che comunque onora i suoi impegni contrattuali, al riparo di occhi indiscreti continua a essere presente nella fucina del dio Vulcano. La "Hacker's League", "organizzazione transgenerazionale di esploratori tecnologici" fondata da Felsenstein, è lì a testimoniare che è possibile ancora "mettere le mani" sugli strumenti della civiltà del futuro. La Repubblica 21 luglio 1997 - Gli hacker lavorano ormai per le grandi aziende informatiche, per l'Fbi e per l'esercito Pirati al servizio di Sua Maestà Gatesdi ANNALISA USAI Hanno nomi d'arte come "Yobie", "Mudge", "Hobbit", "Dark Tangent", ma sono ormai considerati dei grossi calibri dell'informatica. Si definiscono un gruppo di gentlemen e si arrabbiano quando la stampa li chiama "pirati". Gli hacker, che si sono riuniti a Las Vegas tra l'11 e il 13 luglio per il loro quinto convegno, sono diventati delle star: informatici superdotati, capaci di entrare in un qualsiasi sistema, di dribblare i codici di sicurezza, di aggirare i software di protezione. Sviscerano i programmi al punto da conoscerli meglio degli informatici che li hanno scritti e a Las Vegas hanno fatto a "buchi" il linguaggio Java, il software Novell, i sistemi di trasmissione satellitari e, ovviamente, i sistemi di sicurezza dei casino di Las Vegas. Il loro ultimo successo è stato l'aver scoperto - e denunciato su Internet - un problema di sicurezza del sistema operativo Windows NT della Microsoft: sono riusciti a decrittare i codici d'accesso ritenuti inviolabili, e venduti come tali. A Las Vegas i "grandi" hacker si sono quindi lamentati di una reputazione che ritengono ingiusta: dicono che non vogliono essere confusi con i "cracker", gli scassinatori. Noi hacker, dicono, siamo dei ricercatori puri, mossi dalla voglia di sapere e dal desiderio di poter esercitare pienamente la nostra libertà informatica, esplorando senza limiti l'immenso mondo cibernetico. I "cracker" sono invece dei criminali informatici senza coscienza, animati dalla pulsione di distruggere e di rubare. Noi hacker, dicono ancora, siamo gentlemen che entrano nelle vostre case senza rubare nulla, solo per dimostrare che il vostro sistema d'allarme è inadeguato (e per proporvi di rinnovarlo). Durante il congresso dell'anno scorso gli hacker avevano alterato la grande insegna dell'Hotel Casino Montecarlo, lungo l'arteria centrale: "Hackers rule, come here" (gli hacker regnano, venite). Quest'anno gli organizzatori li hanno pregati di comportarsi bene, e loro si sono accontentati di fare una "visitina" nel sistema di prenotazioni dell'Hotel Aladdin. Solo un gioco... «Gli hacker hanno un rapporto ambivalente con l'autorità», ha dichiarato Richard Thieme al quotidiano "Le Monde", che ha dedicato al congresso un ampio reportage. « Viviamo in un mondo in cui la gente crede che sia vero ciò che la Ibm afferma», ha affermato Bruce Schneier, autorità indiscussa nel mondo dei computer. «La loro contro cultura era necessaria per contrastare questo atteggiamento. All'inizio avevano accesso solo a dei file, e tutt'al più entravano in qualche linea telefonica. Ora che il vero business mondiale passa attraverso la rete, la loro abilità ha acquistato valore». "Jim", che ha chiesto di rimanere anonimo, vive in una grande città del nord degli Stati Uniti (leggi: Seattle), e lavora per una importante società informatica (leggi: la Microsoft), che lo ha "reclutato" quando aveva 18 anni; "Bob" è responsabile dei sistemi di sicurezza informatica dell'aviazione; "Sam" è "impiegato" in un'impresa specializzata nella sicurezza; "Mike" spiega che «l'architettura attuale di Internet ha un grosso problema, che potrebbe costare milioni di dollari alla società che mi paga». Il fatto che la loro identità sia ormai nota è un bel problema per le imprese che li pagano e che hanno firmato con loro dei contratti "confidenziali". Queste imprese stanno facendo molte pressioni perchè questi ragazzi rompano i loro legami con la comunità degli hacker. Ma, loro, questi cavalieri bianchi dell'era informatica, vogliono restare dei Robin Hood salvatori del pianeta elettronico. La Repubblica 19 giugno 1999 - Grido di allarme contro il terrorismo elettronico Usa vulnerabili, troppa privacy sulla Rete E Washington si prepara alla 'Pearl Harbor' onlineBattaglia senza esclusione di colpi tra gli enti di polizia (e le procure) e i "libertari" di Internet - dal nostro inviato WASHINGTON - «Sugli Stati Uniti incombe il pericolo di nuova Pearl Harbor». Quando un cittadino americano nomina l'attacco giapponese alla base navale del Pacifico non sta parlando della Seconda guerra mondiale. Le parole "Pearl Harbor" danno forma al fantasma del nemico che viola i confini della patria e colpisce l'integrità nella nazione. L'affermazione sul "pericolo Pearl Harbor" è dunque definitiva. E lo è ancora di più se risuona in un ufficio del dipartimento di Giustizia, dove Scott Charney dirige gli investigatori del Computer Crime: «Sì, Pearl Harbor», dice. «L'attacco alla sicurezza nazionale sarà elettronico, verrà da Internet e sarà sferrato da una intelligence nemica o dai cyberterroristi». E i poliziotti americani si lamentano di avere le mani legate -- dalle norme che proteggono la riservatezza personale. Gli Stati Uniti, nazione più tecnologica del mondo, spiega Charney, è proprio per questo la più vulnerabile. «Bastano pochi dollari, qualche computer potente e tre hacker per mettere in ginocchio l'America», conferma Mary Riley, agente dell'Electronic Crime Branch dell'US Secret Service del dipartimento del Tesoro. «Stiamo indagando sugli attacchi ai siti web della Casa Bianca, del Senato, della Fbi, della Nato», aggiunge l'agente Riley, che non ha dubbi nel definire quelle intrusioni "cyberguerre", forse partite dalla Russia, forse dalla Cina o dalla Serbia. «Internet non è sicura, può essere violata da chiunque», insiste Charney. «La lotta al cybercrimine esige che la Rete sia più robusta». Negli Stati Uniti esistono 17.000 Law Enforcement Agencies tra statali, locali e federali: dalle più note Fbi, Cia, Nsa, US Secret Service ai meno famosi reparti investigativi dei dipartimento del Tesoro, Commercio, Telecomunicazioni eccetera. Il loro ragionamento è lineare: le regole sulla privacy impediscono alle Law Enforcement Agencies di leggere liberamente le e-mail e i dati che viaggiano in Rete e di "tracciare", e quindi identificare, gli individui sospetti. Per questo motivo gli Stati Uniti sono in pericolo. Internet è la nuova arma dei terroristi. E quando la patria è in pericolo, quando il rischio è quello di "una nuova Pearl Harbor", conclude Charney, «passa in secondo piano anche il quarto Emendamento». Cioè quelle parole, "sacre" per i cittadini Usa che assciurano: «Il diritto della popolazione alla sicurezza delle proprie case, documenti, effetti e persona... The right of the people to be secure in their persons, houses, papers, and effects, against unreasonable searches and seizures, shall not be violated...» (il diritto alla riservatezza personale... non può essere violato).Non tutti però, negli Stati Uniti, sono d'accordo con lo stato d'emergenza imposto dalla lotta al cybercrimine. Il giudice federale Betty Fletcher, ad esempio, ha decretato che la norma che vieta l'esportazione di crittografia - che la legge Usa equipara alle armi da guerra - è una violazione del primo Emendamento della Costituzionie che prevede che «...nessuna legge possa proibire la libertà di parola». Gli algoritmi sono una "opera d'ingegno", ha detto il giudice, per la gioia del matematico Daniel Bernstein, che il governo perseguita dal 1996 per aver messo su un sito Internet la sua formula di crittografia. La sentenza Fletcher/Bernstein è stata anche un risarcimento a posteriori per un certo Philip Zimmermann, giovane studente che nel 1991 disegna un algoritmo per crittare le e-mail, lo chiama "Pretty Good Privacy", pubblica su Internet il codice "libero", rende felici tutti gli utenti della Rete e immediatamente diventa un criminale. Zimmermann viene infatti accusato dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di aver esportato un'arma da guerra. Il "PGP" apre al mondo i segreti crittografici, e crea un "prima" e un "poi". "Prima", solo il governo e la grande industria usavano tecnologie crittografiche per proteggere i "dati sensibili". "Poi", con il grande decollo di Internet, arriva il consumo di massa, e le e-mail crittate diventano addirittura una moda. Le Law Enforcement Agencies si allarmano: «La crittografia ostacola le indagini, aiuta i cybercriminali e mette in pericolo il Paese», dice la Fbi. Ma il Congresso, il Senato, la Camera (e gli interessi commerciali) ribattono: la crittografia aiuta il commercio elettronico perché l'utente si sente più sicuro. Nel mondo circolano oggi almeno 800 software crittografici, vale a dire algoritmi che rendono illeggibile un qualsiasi documento a chiunque non possieda il codice per decifrarlo. La crittografia di questi prodotti può essere forte (con chiave a 128 bit), così forte che per sconfiggerla è necessario l'uso della "forza bruta" (migliaia di computer che per migliaia d'anni cercano la chiave degli algoritmi). Oppure può essere debole (a 40 o a 56 bit), forzabile cioè con poco tempo e poca spesa. La prima, quella inviolabile, è sicura per l'utente ma odiata dalla Fbi, la seconda, quella violabile, è amata dalla Fbi ma insicura per l'utente. Fino al 1996 il governo degli Stati Uniti considerava "arma da guerra" ogni prodotto con crittografia superiore ai 40 bit. Oggi il limite è stato spostato a 56 bit. I cittadini Usa e canadesi possono usare la crittografia forte, a 128 bit, ma questa non può essere esportata (per cui il browser Netscape, ad esempio, ha una protezione a 128 bit per gli utenti americani, a 56 bit per tutti gli altri). Nelle sedi dei vari (e abbastanza potenti) think tank libertari, come Electronic Frontier Foundation, American Civil Liberties Union, Internet Privacy Coalition, Center for Democracy and Technology, Electronic Privacy Information Center, si sorride davanti alle affermazioni del "pericolo Pearl Harbor" e all'enfasi della minaccia cyberterrorista. I dati che hanno raccolto dicono che l'83 per cento delle indagini online riguarda reati minori come il gioco d'azzardo e lo spaccio di droga, e i fatti veramente criminali scoperti con lo "spionaggio in Rete" sono appena lo 0,2 per cento di tutta la criminalità. E sostengono anche di avere anche la prova della "paranoia" dei federali: il sito jya.com, che pubblica quasi ogni giorno articoli e documenti riservati sulle questioni privacy e crittografia, ogni mattina registra una visita speciale. Un bot, un agente software della Nsa che arriva, copia i file sospetti, e se ne va. |