Terapie Alternative

L'Espresso, 3 maggio 2001
 
L'Espresso, 26 aprile 2001 - Inchiesta
 
L'Espresso, 7 dicembre 2000 - Inchiesta
 

Quando il Reiki è un imbroglio

Guru? Ma mi faccia il piacere Santoni prêt-à-porter. Lezione sui vampiri. E a Milano l'antica arte giapponese diventa farsa Di Anna Tagliacarne
Farsi del bene. Imparare a conoscersi. Scoprire le recondite potenzialità della mente umana. Come? Con il Reiki, magari. Appreso e meditato nel corso di uno dei tanti fine settimana ad hoc da dedicare a un seminario mirato al riequilibrio dell'energia individuale attraverso la conoscenza (e l'utilizzo) dell'energia cosmica, universale e, per estensione, divina. Questo dovrebbe essere il Reiki. Una terapia soprattutto corporea che porta il singolo individuo a ristabilire l'equilibrio armonico perduto. Un metodo facile facile per ridurre lo stress, rilassarsi e aumentare il livello di benessere fisico e morale.

Così almeno insegna la tradizione giapponese, perché è dal Giappone che il Reiki proviene. Pochi, semplicissimi gesti, l'imposizione delle mani in determinate parti del corpo e l'energia individuale (ki) che scorre all'interno di ogni essere vivente ritrova l'equilibrio perduto attraverso l'azione dell'energia universale (rei). Cosa ci può essere di più salutare di un fine settimana tutto dedicato a se stessi e al proprio squilibratissimo ki? Ci abbiamo provato.

E dunque arriva un fine settimana come tanti. Pronti per la due giorni di salute psicofisica una dozzina di milanesi palliducci si ritrovano in una palestra in zona Ticinese. A convogliarli lì, più che l'energia positiva è stato il passaparola. L'insegnante arriva con quaranta minuti di ritardo, non saluta nessuno e comincia ad accendere incensi. Suggerisce poi agli studenti di fare una passeggiata per prendere contatto con l'ambiente. Accoppia due a due i presenti e fa far loro un piccolo esercizio di rilassamento a terra. Dopo di che, per le successive 24 ore, il Reiki trainer vestirà, a seconda delle occasioni, i panni dello psicoterapeuta, del guru in possesso di verità rivelate, del radioestesista che, pendolino alla mano, è in grado di diagnosticare malanni e suggerire rimedi.

Il guru sembra ispirato. Chiede ai convenuti di aprire il loro cuore. Ma uno dei suoi discepoli scoppia a piangere già di primo mattino, e dice chiaramente di non voler raccontare nulla di sé, della propria vita, del proprio dolore. A nulla serve la sua ritrosia. Poche ore dopo quel pianto, la donna (una manager quarantenne di bella presenza) finisce in mezzo al cerchio degli altri presenti e "analizzata" da un osservatore esterno, un uomo che il guru ha conosciuto in un ristorante cinese la sera prima. È guardando i piedi della donna che egli dovrà capirla. E lui ci prova. Guardando le estremità inferiori, ripete: «Caspita, che bella persona. Proprio bella. Ha un bel fisico, un bel viso...». La scena va avanti almeno un quarto d'ora, mentre la manager quarantenne diventa sempre più nervosa. Sembra un animale in gabbia. E il suo analizzatore incalza: «Proprio bella. Bellissima». Il guru esorta poi l'analista-podologo a fare domande sull'infanzia di Martina. E lei sbotta. «Non sono venuta qui per farmi psicoanalizzare da nessuno. In particolare da chi non ha strumenti per farlo». Ma poi cede e racconta al gruppo la sua vita, poiché è questo che le viene chiesto. Ne viene fuori una storia di violenza e abusi familiari. E una reattività che l'ha trasformata in mantide, una donna che usa gli uomini per il proprio piacere.

L'impressione è quella di assistere a una sorta di terapia di gruppo, che ha poco a che fare col Reiki come ci viene raccontato nel box della pagina accanto. Alla seduta di gruppo segue una lunga lezione teorica su chakra, zombie, vampiri, energia vitale, lettura dell'aura, e via dicendo. Poi il guru si libra nel leggere l'anima dei suoi discepoli, ma non ci azzecca un granché. E attribuisce interruzioni di gravidanza a chi non ne ha mai avute, morte di genitori a chi li ha ancora in vita, problemi di lavoro a chi non ne ha alcuno. La seconda giornata finisce senza Reiki. Il secondo giorno non è da meno. Messi a coppie gli alunni devono rispondere alla domanda: «Quando è stata l'ultima volta che hai sofferto per amore?». Una persona, che già il giorno prima era stata forzata a raccontare di com'era morto il suo fidanzato non ce la fa. E taglia la corda. Così volge al termine un tranquillo week-end New Age. È costato 300 mila lire. Per alcuni, soldi buttati. Per altri, i più deboli, il prezzo di 24 ore di inutili sofferenze e forzature. Qualcuno sarà anche stato contento.

Ma, cosa c'entra il Reiki con tutto ciò? Possibile che non ci siano regole nella giungla dei santoni new age? Che non ci siano controlli su chi si improvvisa guru? Che tutto sia lasciato all'improvvisazione dei più furbi? È la New Age, bambina.

 

In principio fu Mikao Usui

La sua origine viene fatta risalire ad antiche tradizioni orientali e al sapere degli yogi. Ma il Reiki in realtà nasce nel 1880 in Giappone grazie a Mikao Usui (1865-1926) che, formatosi spiritualmente tra l'ambiente buddhista e quello della religiosità popolare, ha dato vita a molte leggende sul suo conto. C'è chi dice sia stato un monaco buddhista, chi afferma sia stato ordinato pastore di una chiesa protestante e, infine, chi sostiene sia stato un sacerdote cattolico. Quello che di certo si sa a proposito di Usui è che è nato a Yago, un piccolo villaggio nella prefettura di Gifu.

La diffusione del Reiki in Occidente inizia negli Stati Uniti nel 1938 grazie a Hawayo Takata (1900-1980), hawayana di origine giapponese che aveva conosciuto la tecnica in Giappone grazie a Chujiro Hayashi, successore di Usui e fondatore, a Tokyo, della Usui Shiki Reiki Ryoho (Società per la diffusione del Sistema Usui di Guarigione Reiki) che, organizzando l'apprendimento del Reiki in corsi di tre livelli, comincia a formare i primi maestri.

Il Reiki si fonda su una nozione di energia universale in grado di riequilibrare e guarire l'energia personale mediante l'imposizione delle mani su determinate parti del corpo. Il Reiki ha conosciuto il momento di maggior diffusione negli anni '80, diventando uno dei metodi terapeutici più popolari tra i New Age. Si calcola che oggi almeno un milione di persone nel mondo vi si sottopongano regolarmente.

 

Come scegliere un vero trainer

Insegna Reiki da 10 anni Lida Perry, una delle 40 insegnanti che in Italia sono associate all'international Reiki Alliance. E dice: «Non serve conoscere l'anatomia, non c'entrano nulla i chakra, non si deve essere particolarmente buoni né si hanno poteri speciali per insegnare o per apprendere il Reiki, la forma di energia più potente che abbia mai conosciuto».

«Il Reiki è diverso dalla pranoterapia perché viene utilizzata l'energia universale», spiega: «Serve per curare sintomi fisici ma anche per entrare in contatto con noi stessi o per calmare stati d'ansia. Si tratta di una tecnica semplice insegnata con semplicità. Lo scopo è portare il paziente all'equilibrio armonico. Non si fanno diagnosi. Caso mai si tratta di sciogliere nodi in maniera dolce, senza forzature. Come scegliere un insegnante? La cosa migliore è informarsi sul lignaggio, per vedere se il trainer arriva agli insegnamenti della signora Takata o a suo nipote, Furumoto. E poi è sempre bene assistere a una conferenza di presentazione prima di cominciare un corso. Quello che si sente rispetto a una persona, in genere corrisponde alla verità».

A un'altra scuola e a un'altra formazione appartengono i trainer della Fondazione Italiana Reiki che, fondata da Paolo Mancini, ha uno standard europeo d'insegnamento legato alla pranoterapia. Spiega Mancini: «A differenza del metodo tradizionale che non coglie gli eccessi energetici, il nostro è mirato a regolarizzare la circolazione bioenergetica nel corpo vitale, alleviando il dolore e inducendo un profondo rilassamento. Non solo si immette o si riequilibra l'energia ma, se è il caso, la si leva. In ogni caso la psicoterapia di gruppo non ha nulla a che vedere con il Reiki: chi la pratica, lo fa solo per ottenere un vasto seguito. Può essere un grosso rischio quello di finire in mano a un insegnante che mescola tanti tipi di terapie perché muovere l'energia senza cognizione di causa può danneggiare seriamente il paziente».

 

Il boom del mercato, la risposta della scienza

Come è dolce la mia medicina. L'omeopatia è la più diffusa. E poi aghi, erbe, massaggi al posto dei farmaci. Per la prima volta l'Istat fotografa l'Italia degli altri rimedi. E gli scienziati scendono in campo. Per distinguere le vere cure dalla paccottiglia new age. Di Luca Carra

Sonnecchianti fino a qualche anno fa, i programmi governativi per integrare le medicine non convenzionali a quella ortodossa hanno subito un'improvvisa accelerazione. Sarà perché da ormai un decennio il consumo di rimedi, erbe e beveroni è in aumento. E l'Istat oggi ci racconta che anche in Italia la medicina dolce sta salendo inesorabilmente la china del gradimento trascinata dalle donne che la preferiscono sempre più spesso ai rimedi non convenzionali: per sé, per i figli e per tutta la famiglia. Così sono in crescita vigorosa il numero di persone che abbandonano il medico di base per rivolgersi a omeopati, erboristi e agopuntori. E da una malcelata ostilità e sufficienza la medicina tradizionale e la sanità pubblica stanno passando a una fase di studio, non fosse altro che per questioni di marketing dei pazienti.

I primi a incamminarsi sulla strada dell'integrazione sono stati gli Usa che qualche anno fa vararono il programma di valutazione delle medicine alternative presso il National Institute of Health. Diretto dall'infettivologo Stephen Straus, Il National Centre for Alternative and Complementary Medicine ha a disposizione 90 milioni di dollari all'anno per separare il grano della buona medicina dal loglio della ciarlataneria.

Chi indaga sui rischi

Anche l'Italia si sta muovendo, sebbene con più prudenza e parsimonia. L'Istituto superiore di sanità ha investito un miliardo e mezzo di lire in una serie di programmi di analisi del fenomeno. Secondo il responsabile del progetto Roberto Raschetti sono due gli obiettivi principali del programma italiano: da un lato studiare i rischi per la salute legati ad alcuni rimedi tradizionali, soprattutto nel campo dell'erboristeria. «Stiamo conducendo un'indagine sui prodotti più venduti in Italia», spiega Raschetti: «In modo da studiare i profili tossicologici di queste erbe e i possibili rischi nelle interazioni con i farmaci della medicina occidentale». Dall'altro lato i ricercatori dell'Istituto superiore di sanità si stanno avventurando nel campo infido degli studi di efficacia delle medicine non convenzionali.

Prove di efficacia

L'approccio italiano è indubbiamente originale: visto che si tratta di dimostrare la superiorità di queste medicine rispetto ai placebo, i due esperimenti in corso si stanno svolgendo su animali non d'affezione, in modo da poter ragionevolmente escludere un'influenza psicologica sul paziente. La prima indagine, condotta insieme a uno specialista dell'Accademia di Pechino, sta provando l'agopuntura su cavie a cui è stato indotto l'ictus. «L'ipotesi che stiamo cercando di verificare è se è vero, come si sostiene, che l'agopuntura è in grado di facilitare il recupero nel decorso di questo male», spiega Raschetti. L'altra ricerca sta sperimentando l'omeopatia su 900 pecore che ci immaginiamo belanti e trasognate nei labirinti del palazzaccio romano dell'istituto. «Vogliamo capire se è vero che l'omeopatia, largamente usata in veterinaria, sia meglio di certe vaccinazioni nel proteggere da infezioni intestinali e zoppìe»», continua Raschetti.

L'Istituto superiore di sanità sta censendo gli ambulatori pubblici italiani in cui si praticano medicine non ortodosse, come i molti ambulatori di terapia del dolore in cui accanto alla normale farmacopea viene offerta l'agopuntura (solo a Roma sono presenti al San Camillo, all'Istituto dermopatico dell'Immacolata e al Fatebenefratelli). Ma anche i centri legati alle Asl dove si propone la fitoterapia (il più noto è quello dell'ospedale San Giuseppe di Empoli diretto da Fabio Firenzuoli), e addirittura l'omeopatia, come l'ambulatorio dell'Asl di Brescia diretto da Tarcisio Prandelli.

Le medicine non convenzionali stanno facendo breccia anche tra i medici di base italiani, che sempre più spesso le usano senza farlo troppo sapere in giro, visto lo statuto ancora sospetto che queste medicine hanno agli occhi della medicina ufficiale. Il dottor Sergio Perini si sta occupando del problema per conto dell'Ordine dei medici di Brescia, ed è lui stesso cultore di agopuntura, moxibustione, manipolazione ed erboristeria cinese, che propone a circa il 10 per cento dei suoi 1.500 mutuati. «Ma fino a che in Italia non sarà stata approvata una legge quadro (la famosa "Galletti" ferma in Parlamento, ndr), l'Università non si farà carico della formazione e chiunque potrà praticare queste medicine, senza controlli e norme deontologiche», dice Perini.

Ma è in Inghilterra che stanno accadendo le cose più interessanti. La Commissione per la scienza e la tecnologia della House of Lords qualche mese fa ha reso noto un denso rapporto sullo stato delle medicine alternative e complementari sull'isola. I dati sono in linea con quanto accade sul continente: ogni anno, l'11 per cento dei pazienti ricorre a rimedi alternativi. Ed è circa un terzo la popolazione ormai affezionata alle nuove tecniche di cura. Ma ciò che forse è ancora più significativo è che il 20 per cento dei medici di base (10 mila) pratica almeno una medicina alternativa. A cui vanno aggiunti circa 50 mila non medici. Il rapporto britannico distingue le varie tecniche in tre gruppi. Del primo fanno parte le big five: chiropratica, osteopatia, agopuntura, erboristeria e omeopatia. Sono le più usate e anche le più strutturate; sia per la presenza di albi professionali e norme deontologiche, sia perché per molte di esse esistono già prove di efficacia. Insomma, per queste la via dell'integrazione è aperta. Lo conferma Edzard Ernst, consulente anche dell'Istituto superiore di sanità italiano, e titolare dell'unica cattedra del Regno Unito sulle medicine complementari, all'Università di Exeter.

Alexander sì, cristalli no

Ernst stila una vera e propria tabella dei gradi di efficacia delle varie medicine alla luce delle ricerche condotte finora, in cui, del primo gruppo, l'omeopatia resta la disciplina più problematica. Anche se con qualche chance per la cura della rinite allergica e l'emicrania. C'è poi un secondo gruppo di medicine che la commissione della House of Lords giudica «meno specifiche ma complementari rispetto alla medicina ortodossa» e utili soprattutto per le condizioni di stress e con i malati terminali. Queste sono l'aromaterapia, la tecnica di Alexander, le varie tecniche basate sul massaggio, l'ipnoterapia, la reflessologia, lo shiatsu e le tecniche di meditazione.

C'è poi un terzo gruppo più problematico. Comprende da una parte medicine che si basano su sistemi filosofici incommensurabili rispetto alla medicina scientifica occidentale (le grandi medicine indiana, cinese, tibetana, ecc.). E dall'altra enumera tecniche di guarigione senza uno straccio di prova di efficacia (cristalloterapia, l'iridologia, la chinesiologia e la radionica) e dunque non meritevoli, agli occhi degli esperti britannici, di ulteriori approfondimenti né di rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale.

Una delle poste in gioco è proprio questa: la rimborsabilità di queste terapie, che può essere data solo dove ci siano chiare prove di efficacia o, in assenza di queste, a patto che i professionisti che le pratichino abbiano ricevuto una formazione seria e siano in grado di lavorare insieme ai medici per scongiurare effetti tossici e nocivi. Proprio la scorsa settimana il governo di Tony Blair si è espresso su queste richieste della House of Lords prendendo tempo, almeno sulla richiesta di finanziamenti. Tuttavia già oggi il National Health Service britannico è fortemente permeato da questo nuovo spirito di integrazione.

Sei letti per 27 mila pazienti

Se volessimo trovare, restando nella capitale, un luogo simbolico di questa nuova vague medica dovremmo bussare al Royal London Homeopathic Hospital, in Great Ormond street, un ospedale con sei letti, ma a cui bussano 27 mila pazienti all'anno. «Preferiamo le visite in day hospital», spiega il direttore clinico Peter Fisher, orgoglioso della farmacia dell'ospedale, una delle più grandi del Regno, con 4.000 diversi rimedi confezionati dal personale interno. A dispetto del nome l'ospedale non offre solo l'omeopatia, ma anche l'agopuntura, il training autogeno, la medicina nutrizionale, la fitoterapia, i massaggi e la cosiddetta Edp (Enzyme potentiated desensitisation). Le visite sono rimborsate dal sistema sanitario, a patto che le cure si limitino a malattie e sindromi per le quali esiste qualche prova di efficacia di queste tecniche. Qui vengono curate soprattutto allergie, malattie reumatiche, asma, ipertensioni, dermatiti, mali di schiena e di testa. Colpisce lo stile delle visite: dalla mezz'ora all'ora, rilassate, senza camice. Tutta un'altra musica, rispetto al visitificio dei medici generalisti, costretti a macinare un paziente ogni 10 minuti, e a fare spallucce su tutto ciò che non si presenta come una malattia organica.

Centro pilota

Lo stesso stile lo ritroviamo in uno dei due ambulatori di medicina integrata portati a esempio dal report della House of Lords: il Marylebone Health Centre. «Si tratta di un centro pilota dove lavorano insieme medici di famiglia e complementari: omeopati, agopuntori ed erboristi», spiega una dei medici responsabili, Susan Morrison. Le regole del centro prevedono che tutti i pazienti debbano prima passare dal medico di base, che li rimanderà al complementare in caso di fallimento o su richiesta del paziente. Capita pure di incontrare malati di cancro e di Aids che lottano contro gli effetti collaterali dei farmaci e della chemio con agopuntura e omeopatia. «Ciò che rende questo tentativo di integrazione interessante per il Servizio sanitario nazionale è che qui si prescrivono meno farmaci», spiega la Morrison. Sarà forse questa la prova che spingerà gli inglesi ad aprire le porte della medicina ad aghi, massaggi e pozioni. E che alla lunga forse convincerà anche i riottosi medici di casa nostra.

 

2000: un'esplosione guidata dalle donne

di Eva Benelli

È una donna del nord-est, tra i 30 e i 40 anni, colta e ben inserita nella società, la consumatrice-tipo dei rimedi della medicina alternativa. Lo afferma l'Istat che ha appena diffuso i risultati di una indagine sugli atteggiamenti degli italiani in tema di salute, con un approfondimento espressamente dedicato alle cosiddette terapie non convenzionali (tnc). A rispondere, un campione di 30 mila famiglie cui è stato chiesto se nel corso dei tre anni precedenti avevano fatto ricorso a uno o più rimedi non omologati dalla medicina occidentale. Ebbene, e questa è una sorpresa, gli italiani, anzi le italiane, sembrano scoprire solo ora il vasto universo dell'alternativo. I dati raccolti dall'Istat, infatti, collocano l'Italia ai livelli più bassi delle medie europee. Il suo 15,6 per cento di popolazione ben disposta verso le tnc, infatti, non può competere con le percentuali tra il 30 e il 40 per cento della maggior parte delle nazioni europee. Per tacere degli Stati Uniti.

Confrontando i dati di oggi con quelli raccolti nel 1991 e nel 1994 relativamente, però, alle sole omeopatia, agopuntura e fitoterapia, la crescita è indiscutibile (vedi tabelle di pagina 92). Traina la crescita l'omeopatia. Aumenta leggermente anche la fitoterapia (dal 3,6 al 4,8 per cento), mentre a sorpresa l'agopuntura non guadagna favore presso la popolazione italiana. Vanno forte, invece, le manipolazioni e tutti i trattamenti manuali, che vengono premiati con una preferenza del 7 per cento. Sono le donne a guidare l'orchestra: tutti i metodi di cura alternativi vengono utilizzati in misura maggiore dalle signore. Nella fascia d'età tra i 35 e i 44 anni, almeno una donna su quattro dichiara di farvi ricorso (per gli uomini, quasi uno su sei). Le donne, poi preferiscono l'omeopatia (10,2 contro 6,1) e la fitoterapia (5,9 per cento contro 3,7). Nel ruolo di mamme, sono ancora le donne a promuovere ulteriormente le terapie non convenzionali. Anche in famiglia la protagonista è l'omeopatia, i cui rimedi vengono utilizzati per il 7,7 per cento dei bambini fino a 14 anni, e per 10,4 per quelli tra i tre e i cinque.

Soddisfatti? Sicuramente. Gli italiani che hanno scelto uno qualunque dei rimedi non convenzionali ne sono complessivamente contenti (vedi tabella). Anche tra gli italiani che non hanno mai provato un rimedio non convenzionale, quasi il 40 per cento dichiara di considerarle positivamente. I contrari sono il 23 per cento, ma coloro che non sanno esprimere un giudizio sono ben il 34.

 

Servono anche ai malati di Aids

di L.C.

La notizia è di quelle che stupiscono: metà dei sieropositivi e dei malati di Aids in fase conclamata fa ricorso alle medicine non convenzionali. Pochissimi ne fanno uso in alternativa alla terapia combinata, ma piuttosto come integrazione, o se si vuole come protezione contro i pesanti effetti tossici e secondari delle bombe farmacologiche anti Hiv. Altri invece si curano in modo "dolce" in attesa di poter cominciare la terapia antiretrovirale. Questi dati provengono da una ricerca, condotta dalla Lila e finanziata dall'Istituto superiore di sanità, basata su interviste a 1.066 malati in sette paesi europei (Italia, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Spagna, Gran Bretagna). E mostrano che alcune cure sembrano poter dare una mano: la fitoterapia e i supplementi nutrizionali soprattutto nel controllo delle piccole infezioni opportunistiche (candidiasi orale e vaginale), delle dermatiti e dei disturbi psichici provocati dagli antiretrovirali (depressione, ansia, incubi e insonnia). In particolare, l'agopuntura è efficace contro i dolori cronici delle neuropatie provocate dai medicinali.

«La medicina naturale può aiutare i malati di Aids a convivere con la loro malattia», commenta il presidente della Lila Vittorio Agnoletto: «Ma è importante che partano ricerche sulle interazioni negative che le terapie alternative possono esercitare su quelle ufficiali». La rivista "The Lancet" ha segnalato alcuni casi mortali dovuti all'interazione tra l'antidepressivo iperico e farmaci antiretrovirali, soprattutto indinavir. Un altro rischio, anche se non ancora confermato, potrebbe venire dal consumo di immunostimolanti naturali (alcuni fitofarmaci come echinacea, aloe, uncaria tormentosa, viscum album, erbe cinesi e agopuntura) che potrebbero favorire una crescita della carica virale.

 

Siano benedette le piccole dosi

Sette mesi fa il Vaticano bocciò la scienza di Hanemann. Ora fa marcia indietro. Di Maria Serena Palieri
Contrordine, fedeli: andare dall'omeopata non è un peccato. Anzi, la medicina fondata a fine Settecento da Samuel Hahnemann è in linea con l'aspirazione, oggi nutrita dalla Chiesa cattolica, di «recuperare e promuovere nella medicina una visione umanistica ed etica che metta al centro la persona e la relazione interpersonale». Dell'omeopatia la Chiesa apprezza «l'approccio olistico: il tenere conto che l'uomo è fatto di corpo, mente e anima».

A mettere fine alla polemica che, nei mesi scorsi, ha danneggiato i rapporti tradizionalmente buoni tra il Vaticano e i seguaci di Hahnemann, è stato un convegno promosso da una delle scuole omeopatiche, l'Associazione italiana di omotossicologia, e dall'Ufficio per la pastorale sanitaria della Cei. Quest'ultimo è proprio l'Ufficio che nel luglio scorso ha redatto un documento nel quale comparivano una manciata di righe che mettevano in guardia dalla tentazione di abbandonare la medicina ufficiale, allopatica, e condannavano in blocco medicine dall'origine geografica e dalla storia, tra loro, assai diversa - omeopatia, reiki, riflessologia, shiatzu, agopuntura - ponendone in dubbio l'efficacia e gettando su di esse il sospetto di essere la porta verso pratiche occultistiche.

«Non è compito della Chiesa dare patenti scientifiche. In medicina l'unico valore che dovrebbe contare è il Vero Bene, cioè la salute della persona. E, da questo punto di vista, la contrapposizione tra scuole, l'aut-aut non aiuta. Aiuta piuttosto l'et-et, la collaborazione», dice monsignor Sergio Pintor, direttore dell'Ufficio. Monsignor Pintor riconosce che quel passo del documento di luglio scorso è stato una gaffe: compiuta, spiega, non da lui, che ha curato solo l'introduzione, ma dai medici estensori del resto del testo, «allopatici e, sì, forse gelosi della propria professione», giudica. In questa querelle Chiesa-omeopatia a lui secca che quelle cinque dannate righe, balzate sotto i riflettori dei mass-media, abbiano cancellato il resto del documento, dove venivano individuati i veri «peccati» che sono, piuttosto, della medicina tradizionale: a fronte di un progresso tecnologico definito «salutare», cioè, l'eccesso di specializzazione, la spersonalizzazione e disumanizzazione dei rapporti tra medici e pazienti, la perdita di rapporto anche tra i medici stessi.

 

Ma sono farmaci o acqua fresca?

La diatriba infinita sulla legittimità dei rimedi omeo arriva in parlamento. E si impantana Di D.M.
Secondo un'inchiesta Doxa, oltre due milioni e mezzo di italiani si curano con l'omeopatia. Ma fino a oggi non c'è una legge che regolamenti questa medicina. Col risultato che il cittadino desideroso di cure diverse da quelle proposte dalla farmacopea tradizionale spesso è abbandonato a stesso e agli omeopati improvvisati.

Ma nel febbraio 2001 potrebbe essere approvata in via definitiva la legge quadro di cui è primo firmatario e relatore il deputato verde Paolo Galletti, legge che regolamenta quelle che, secondo direttiva europea, vengono definite "medicine non convenzionali": omeopatica, ayurvedica, steineriana, omotossicologica e tradizionale cinese. E che è già stata approvata in Commissione Sanità alla Camera. I fan dell'omeopatia sperano che il resto dell'iter si compia rapidamente. Perché è da tre anni che di questa legge si discute. Ed è da cinque che si dibatte il tema sotto il profilo legislativo. Cinque anni in cui le "medicine non convenzionali" hanno attratto l'interesse del legislatore. Ma in modo un po' contorto: nel '95, infatti, un decreto stabilì di punto in bianco che i medicinali omeopatici andavano trattati alla stregua di quelli convenzionali, dovevano cioè essere accompagnati da un dossier di registrazione con prove cliniche e pareri di commissioni etiche e che l'operazione andava fatta entro il '97: via dalle farmacie, insomma, globuli e tinture madri, via persino camomilla omeopatica o pomata all'arnica. Ma quel decreto fu bloccato in attesa dell'approvazione di una legge mai arrivata.

Dove nasce il pasticcio? Ogni farmaco che viene definito tale, e che gode di facilitazioni anche fiscali, deve seguire l'iter che serve a garantirne efficacia e non tossicità. Purtroppo, i farmaci omeopatici non si possono comprovare con le procedure normalmente utilizzate per la farmacopea allopatica (l'omeopatia si basa su principi totalmente differenti che nulla hanno a che fare con la medicina scientifica). E il decreto poneva un problema quasi insolubile: i farmaci omeopatici sono farmaci o no? Per i fedeli dell'omeopatia, naturalmente lo sono. Per i pasdaran della farmacologia allopatica, non lo sono. Ma: se non lo sono, devono essere trattati alla stregua dei prodotti erboristici, cosiddetti paramedici. E qui di nuovo sorge un problema: se sono "acqua fresca", come dicono i tutori dell'ufficialità, perché regolamentarli?

Di per sé la discussione potrebbe andare avanti all'infinito e impantanarsi in un dotto dibattito su cosa è scientifico e su cosa non lo è. Ma, i fedeli dell'omeo e i cittadini agnostici chiedono soprattutto sicurezza e garanzie contro i ciarlatani. E si chiedono se non ci possano essere regole certe e rigorose anche su una materia controversa. Certamente non sembra plausibile accettare la rimborsabilità da parte del servizio sanitario nazionale dei farmaci omeopatici finché essi non abbiano provato la loro efficacia e non tossicità con gli standard accettati universalmente dalle farmacopee. Ma in un paese come il nostro in cui ci si può curare come si crede, i requisiti di buona fabbricazione dei rimedi e le regole per potersi fregiare del titolo di omeopati devono essere stabiliti per legge (come accade per qualunque attività).

 

Santa Romana omeopatia

La Cei dice che le cure non convenzionali sono blasfeme. Ma il medico di Paolo VI non ci sta. Spiega perché la medicina delle microdosi è cristiana. E accusa il Vaticano di strizzare l'occhio a Galileo. Colloquio con Antonio Negro Di Maria Serena Palieri
Vade retro, omeopatia? Per la Conferenza Episcopale Italiana, nella figura del potente e autorevole Ufficio per la Pastorale Sanitaria, sembrerebbe proprio di sì: l'omeopatia non è una medicina da buoni cattolici. Praticandola si rischia di peccare due volte: si rischia di non guarire e, in più, di cadere nelle spire di qualche rito stregonesco. Questo vale per una medicina che vede al proprio servizio nel pianeta quindicimila medici e che cura alcune decine di milioni di pazienti, così come per una variopinta cernita di altre culture della guarigione: tutte, ovviamente, non in regola con la medicina ufficiale, quella allopatica, che la Cei sposa.

Il documento che illustra la filosofia della Chiesa Cattolica Italiana per il terzo millennio, in campo di salute e sanità, è una Pastorale che, nelle sue decine di pagine, nasconde un paragrafo succinto: dove l'estensore affronta l'emergere delle «cosiddette medicine non convenzionali» e assembla appunto «erboristeria, agopuntura, omeopatia, riflessoterapia, iridologia, pranoterapia, reiki, shiatzu», deprecandone cattolicamente la diffusione.

Perché? Perché, osserva, possono danneggiare «il paziente che vi si sottoponga, abbandonando al contempo una terapia più tradizionale ma di provata efficacia». E perché alcune di esse implicherebbero «il possibile coinvolgimento. con filosofie orientali difficilmente compatibili con la fede cattolica e qualche volta persino accompagnate da pratiche occultistiche».

«È un documento ancora da discutere», commenta il professor Antonio Negro. Soavemente, l'anziano e illustre terapeuta e scienziato, caposcuola della medicina omeopatica in Italia, mette in dubbio così la stessa credibilità del documento. Classe 1908, il professor Negro è un uomo fisicamente d'altri tempi, per la chioma candida, l'andatura quieta come l'eloquio diretto e semplice, paterno. Ma dagli occhi emana un'energia che lo tradisce: altro che innocuo.

D'altronde, alle spalle ha un mezzo secolo di battaglie per affermare un tipo di medicina bollata come «non scientifica» da quella ufficiale. A novantadue anni, il professor Antonio Negro continua a esercitare. E ci riceve, appunto, in uno dei suoi tre ambulatori romani, in un appartato villino all'Aventino, dove ha sede anche la Scuola. L'omeopatia per qualcuno, lì alla Cei, è faccenda da stregoni? E allora, da qui, con soave eleganza, è guerra.

Si indovina una sapiente regia dietro questa mattinata, in quest'ambulatorio e poi nello studio privato, poco distante. Primo dei coup de théâtre: in sala d'aspetto è impossibile non notare che numerosi pazienti sfogliano, in luogo delle solite riviste da studio medico, numeri vecchi e nuovi di "Famiglia cristiana". Poi, eccoci ricevuti nell'ambulatorio: il professore, nella prassi delle antiche scuole, visita collegialmente coi suoi colleghi e allievi e, stamattina, il piccolo stuolo che lo assiste sembra assai ben selezionato. Comprende una monaca ucraina, Suor Augustina dell'Ordine di San Basilio, medico e qui specializzanda, due professori dell'Università Cattolica, Maria Letizia Salvi, già associata di Biologia Molecolare e cofondatrice della Scuola Hahnemanniana, e Leonardo Antico, fondatore tra l'altro dell'Unità coronarica del cattolicissimo Policlinico Gemelli di Roma, nonché un giovane medico, il dottor Canetta, anch'egli uscito dalle aule della stessa Università.

Non bastasse, un crocefisso e un paio di icone che raffigurano la Madonna ornano le pareti. Non bastasse, con discrezione ci viene messo davanti, su carta, il logo della Scuola: le due mani, quella di Dio e quella di Adamo, il cui sfiorarsi, nell'affresco di Michelangelo, raffigura l'inizio della Vita. Con sotto il motto, a metà tra Bibbia e Ippocrate, «Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza. Similia similibus curentur».

Sembra proprio, professore, che la Cei sia incorsa in una gaffe grandiosa. «Ma vedrà, è un documento ancora da discutere», esordisce, appunto, il professor Negro. Si direbbe che ritenga di avere forze sufficienti per costringere la Cei a rivedere una propria pastorale già resa pubblica. Ma lasciamolo continuare. «Il giudizio che danno, veda, è dubbioso: mettono l'omeopatia in un calderone di cose che non hanno nessi tra loro», prosegue. «E la medicina omeopatica non è solo una terapia, è anzitutto una medicina: si basa su una conoscenza dell'uomo e della sua singolarità e irripetibilità ed esprime la terapia dopo aver conosciuto l'uomo nella sua interezza. L'omeopata è uno studioso serio, che si basa su una legge. Noi non curiamo col pendolino o coi tarocchi. L'omeopatia ha una sua visione del mondo e dell'uomo, ha una sua fisiologia, una sua teoria della morbosità sia costituzionale che acuta, una sua farmacologia, una sua clinica e terapia».

Ha accennato a una legge di fondo di questa medicina. Qual è? «Noi crediamo che l'uomo sia stato creato da Dio, dall'amore di Dio, a sua immagine e somiglianza. Ed è appunto una legge dei simili che è alla base dell'omeopatia: "similia similibus curentur"», spiega. «Omeos in greco significa "simile" e "patos" significa "malattia": l'omeopata parla all'organismo malato del paziente con un rimedio analogo alla sua malattia, anziché contrario». Autogol della Cei, allora? Ha attaccato proprio la più "cristiana" delle medicine? Sembra di sì.

Però, chiariamoci un dubbio. Il medico omeopata dev'essere per forza cristiano, meglio se battezzato e cresimato da Santa Romana Chiesa, oppure può essere laico, magari agnostico? «Quello che vuole, purché veda l'uomo nelle sue componenti fondamentali: lo spirito, che lo fa vivere, la mente, che lo fa pensare, il corpo, che lo fa funzionare», ribatte il professore.

Nell'omeopatia, medicina cristianissima, hanno creduto d'altronde un buon numero di papi: è noto, nell'ambiente, che tra i pazienti del professor Negro ci siano attualmente alcuni porporati, come che nel passato si siano rivolti a lui, per una consulenza, i medici personali di Pio XII e Paolo VI. E, benché il professore non ami sbandierarla, è forse da ciò - dalla gratitudine di un pontefice - che gli è derivata la massima onorificenza vaticana, la Croce di San Gregorio Magno. La stessa Croce che, nel 1849, un altro papa, Pio IX, aveva donato a un altro medico omeopata, il marsigliese Charge, per i risultati ottenuti nella lotta al colera.

Ma eccoci appunto dentro la storia dei bizzarri, intimissimi rapporti intercorsi durante un paio di secoli tra la medicina di Hahnemann e la Chiesa cattolica: perché vedremo come la prima abbia celebrato i suoi maggiori fasti proprio nella Roma dei papa-re. Ed eccoci, a poche centinaia di metri dall'ambulatorio, sempre all'Aventino, dentro l'appartamento che ospita lo studio privato del professore come quello di suo figlio, Francesco Negro, anch'egli medico omeopata, agopunturista e autore di alcuni saggi storici su questo tema.

Francesco Negro ci riassume le tappe del matrimonio Chiesa - medicina hahnemanniana.

«L'omeopatia arriva in Italia nel 1827, col dottor Necker, già medico delle truppe napoleoniche. E a Roma nello stesso anno, con Kinzel, medico del principe Estehrazy. Insomma, l'omeopatia entra nello Stato Pontificio con un anticipo di tre anni sulla prima edizione italiana, datata 1830, dell'"Organon", il trattato che Samuel Hahnemann aveva pubblicato in Germania nel 1810», racconta. «Il pontefice di allora, Leone XII, era piuttosto tiepido verso la nuova medicina, pure concesse a uno degli allievi prediletti di Hahnemann, Whale, di esercitare. E Whale risvegliò la curiosità di una parte del clero, i gesuiti, che lo nominarono medico del loro Collegio. Con l'avvento di Gregorio XVI l'omeopatia, diciamo, sale al soglio, perché questo papa era personalmente interessato a essa e perché durante il suo pontificato ebbe luogo l'epidemia di colera del 1837. Gregorio XVI si batté contro le Cattedre di Roma e Bologna al fine di creare un "Ospedale omiopatico": la faccenda fu messa nelle mani di monsignor Amici, segretario di Pubblica Incolumità. Poi, il colera scomparve e l'Ospedale non venne realizzato. Io mi sono preso la briga di ricostruire la mappa delle 48 vittime del contagio curate con i nostri metodi, quell'anno: quarantaquattro guariti entro un massimo di quarantotto ore, quattro morti. D'altronde, negli stessi anni, un altro medico, Des Guidi, pubblicava un elenco di 2.113 contagiati dal colera in tutta Europa, dalla Spagna alla Moravia, curati omeopaticamente con questi risultati: 1.990 vivi, 123 morti»».

Dicevamo, dottor Negro, dell'interesse personale di Gregorio XVI per l'omeopatia. Lo stesso interesse lo ebbero i suoi successori? «Gregorio XVI concesse la Gran Croce di Cavaliere al medico più affermato all'epoca, Centamori. E sì, anche i suoi successori restarono affezionati alla nuova medicina: Pio IX concesse nel 1848 una cattedra di Filosofia della natura, con licenza di insegnare l'omeopatia, al professor Mengozzi, così come concesse ai sacerdoti di somministrarne i farmaci ai malati, in assenza di un medico, mentre all'ospedale Fatebenefratelli nasceva la prima farmacia omeopatica allestita da gesuiti e francescani insieme. A Terni curava con l'omeopatia don Giovanni Battista Bassicco, direttore spirituale dell'Ospizio. Des Guidi, l'italiano trapiantato a Parigi, ottenne nel 1855 l'ordine di San Silvestro, Ozanam e Tessier, parigini, ebbero quello di San Gregorio nel 1862».

Da un punto di vista culturale l'altalenante fortuna della medicina inventata a inizio Ottocento da Samuel Hahnemann coincide con le fasi storiche di insofferenza verso un razionalismo eccessivamente egemone: Hahnemann, proprio come poeti, romanzieri, pittori e musicisti della sua epoca, era un figlio del Romanticismo. E la sua medicina, che cura l'Uomo anziché la Malattia, piacque agli insofferenti dell'Illuminismo. Poi, piacque agli insofferenti del Positivismo. Oggi, due secoli dopo la sua nascita, piace ai molti insofferenti della tecnocrazia medica.

Ma allora perché, proprio oggi, non piace alla Chiesa? «Perché la Chiesa ha il complesso di Galileo», ribatte Francesco Negro. «Sono diventati scientisti, pragmatici all'eccesso. Per paradosso, proprio la Chiesa oggi deve rendersi conto che in natura esiste il non conoscibile. Che può esistere una medicina scientifica, ma non una scienza medica: perché la scienza, per definizione, misura, e l'uomo non è misurabile. Perché l'uomo non è solo tasso di colesterolo e valori di glicemia, ma è anche psiche. E di questo tiene conto l'omeopatia. Ma già, ha ragione Rita Levi Montalcini: tra un po' misureremo col metro anche la coscienza».

Vade retro, omeopatia? Davvero la Chiesa ci tiene a trasformarsi in Chiesa Allopatica Italiana? O vincerà la soave ma poderosa controffensiva scatenata dall'anziano e illustre suo figlio, il professor Antonio Negro?

 

Negro e il suo maestro

Classe 1908, Antonio Negro è stato assistente del grande clinico Nicola Pende alla facoltà di Medicina della Sapienza a Roma. Nel 1950 ha fondato il Centro Ippocratico ispirato al padre dell'omeopatia Hahnemann; nel 1953 l'Accademia di Medicina Omeopatica Hahnemanniana; poi la Scuola, la Simoh, di cui è presidente. A 92 anni, continua a esercitare nei suoi tre ambulatori romani.
 
 
 
        esprimi il tuo parere