Il grande complottoDa Bin Laden al caso Moro, proliferano teorie sulla cospirazione mondiale. Secondo una trama raccontata per primo da Umberto Eco.Di Roberto Cotroneo, L'Espresso, 15 maggio 2003 La procedura è semplice e molto istruttiva. Collegarsi a Internet. Andare al motore di ricerca Google. Immettere queste parole: "11 settembre" e "complotto". In tre decimi di secondo, vi appariranno 4.370 pagine da leggere. Se poi restringete il campo della ricerca, e aggiungete la parola "gnosi", avrete 28 risultati. Se al colmo della perfidia ci mettete pure" Aldo Moro" viene fuori un pasticcio non comune, ma i risultati che contengono tutte queste parole sono 192. Ora sarebbe il caso di spiegare che questa ricerca non è un modo per spremere inutilmente gli algoritmi di Google. Ma è qualcosa di più: si tratta di un modo di pensare il mondo che da un Iato affonda le sue radici nel passato gnostico e dall'altro si rivela in questi tempi di incertezze estreme con una forza inaspettata e interessante. Dottrina complessa e mai chiarita, lo gnosticismo nasce agli inizi del cristianesimo e nei secoli accoglie di tutto. Dai padri della Chiesa fino alla cosiddetta gnosi volgare in cui prevalgono pratiche magiche e astrologiche. Ma il perno vero su cui ruota lo gnosticismo è l'elemento della conoscenza. Intesa come illuminazione riservata a pochi iniziati. Su questa doppia verità, una materiale e l'altra iniziatica, poggiano tutte le forme di esoterismo e di complottismo che conosciamo. Ovvero: il mondo non è come appare. Qualcosa di invisibile sta dietro la razionale e democratica lettura delle cose. Il complotto si salda allo gnosticismo perché lo gnostico suppone che il mondo sia effetto dell'errore di un Demiurgo cattivo, ma solo lui è abbastanza astuto da rendersene conto. Negli ultimi tempi questa visione irrazionale affiora dove meno ce lo aspetteremmo. Il punto di svolta è l'11 settembre 2001, quando i dirottatori legati ad Al Qaeda si sono scaraventati sui grattacieli di New York e sul Pentagono. Se era evidente agli occhi di tutti quanto stesse accadendo, dall'altro lato era difficilmente comprensibile chi fossero i mandanti e a chi giovasse un'azione del genere. Domande normali. Che però in casi di questa enormità diventano morbose e scatenano un inferno interpretativo; Passate poche ore dall'attentato, le leggende cominciarono a circolare. La prima, antisemita e degna dei "Protocolli dei Savi di Sion" (la madre di tutte le teorie complottistiche moderne), diceva che il Mossad, i mitici e sopravvalutati servizi israeliani, sapessero, e che quella mattina gli ebrei che lavoravano sulle due torri non si erano presentati in ufficio. Inutile dire che era falsa. Poi continuarono le congetture; gli israeliani non sapevano, ma sapevano gli americani, che lasciarono fare. La terza che nessun aereo si era abbattuto sul Pentagono. La quarta che non si aveva certezza dell'esistenza di Osama Bin Laden, che comunque era amico dei Bush. Tutte queste teorie, basate su una documentazione in parte rintracciabile e in parte riletta secondo criteri liberi, hanno filiato altre teorie, sempre più fantasiose. Poggiate su una vecchia storia che resiste dalla Rivoluzione francese: le cose del mondo obbediscono a un ordine superiore, a interessi mondiali, a un gruppo invisibile, che attraverso strategie precise tiene in pugno l'intero pianeta. Questa è la teoria del complotto, che negli anni si è applicata a tutto; dalla politica alla cultura alla finanza. La teoria del complotto è onnivora. Ed era prevedibile che subisse un'impennata dopo quello che è accaduto a New York, e dopo le conseguenze che la strage delle due torri ha portato per il mondo. Compresa la guerra all'Afghanistan, quella all'Iraq e l'aumento del peso strategico di Israele tra coloro che decidono a Washington. La conseguenza di tutto questo è una pubblicistica da best-seller. Che spiega con apparente semplicità quanto gli Stati Uniti siano l'impero del male, in mano a una cricca di personaggi con interessi oscuri. Intanto i libri. "Pentagate" di Thierry Meyssan, caporedattore del mensile "Maintenant" e direttore del "Réseau Voltaire", uscito nel gennaio per l'editore Fandango. Poi "La guerra dei Bush" di Eric Laurent, un altro giornalista francese (Fandango). E "I nuovi padroni del mondo" di John Pilger, editorialista del "Guardian" (Fandango). Ancora, "L'incredibile menzogna ", sempre di Thierry Meyssan (Fandango). E poi: "Il complotto. Verità e menzogne sugli attentai dell'11 settembre" di Guillaume Dasquié e Jean Guisnel (Guerini e Associati), "Guerra e globalizzazione. La verità dietro l'11 settembre e la nuova politica americana" di Michel Chossudovsky (Edizioni gruppo Abele). Per non parlare dei libri in inglese: così tanti che, alla parola "Conspiracy" o "Conspiracy Theory", la libreria online di Amazon.com ti chiede se sei intenzionato a esaminare i 1.469 titoli presenti. Si potrebbe continuare a lungo, ma per la prima volta è Internet il veicolo di maggiore diffusione dei teorici del complotto. Internet trasforma ogni deduzione fantasiosa in una deduzione plausibile. Non è dunque difficile capire il perché di questo diluvio, che un filosofo definirebbe di una "ermeneutica malata". L'idea che un mondo in disordine e illeggibile sia riconducibile a un complotto è rassicurante e dà i suoi frutti. C'è poi il caso Italia, che solo in apparenza ha poco a che fare con l'11 settembre. Il ritorno in campo del caso Moro, a 25 anni dalla morte dello statista, come parte di un disegno oscuro che affonda le sue origini in tempi lontanissimi, e che a ben vedere ha a che fare con la destra americana al potere. Intanto è in uscita il nuovo film di Renzo Martinelli, un thriIler, intitolato "Piazza della cinque lune", dedicato ai misteri del caso Moro. Tutto comincia nel 2000, quando Giovanni Pellegrino, allora presidente della commissione Stragi, pubblica con Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri per Einaudi un libro intervista intitolato: "Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro". In quel volume si metteva per la prima volta in luce la figura del Grande Vecchio delle Br, identificato con Igor Markevitch, direttore d'orchestra, scomparso nel 1983. A quel libro ne seguono almeno altri sette, pubblicati negli ultimi 18 mesi. Compresi i documenti più importanti della commissione Stragi e il memoriale di via Montenevoso scritto da Aldo Moro. Si tratterebbe soltanto di pubblicistica dietrologica se, mesi fa, non fosse uscito, firmato da Fasanella e Giuseppe Rocca un nuovo libro Einaudi: "Il misterioso intermediario. Igor Markevitch e il caso Moro". Questo secondo libro racconta la vita del direttore d'orchestra russo che aveva sposato Topazia Caetani, della nobile famiglia romana il cui palazzo è di fronte al luogo in cui il leader dc venne ritrovato morto. Alla base c'è l'idea che, alla radice di tutto quanto accadde in quel periodo, ci fosse qualcosa di collegato all'esoterismo mondiale. Si pone al centro dell'attenzione la grande amicizia che Markevitch ebbe con Jean Cocteau; e Cocteau, neanche a dirlo, è stato l'ultimo (conosciuto) priore di Sion. La storiella del priorato di Sion divenne popolare attraverso un best-seller pubblicato nel 1982 in Inghilterra di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincolne intitolato: "Holy Blood, Holy Grail" (tradotto in italiano da Mondadori con il titolo "Il santo Graal"). Il priorato di Sion sarebbe una superloggia segreta, precedente alla fondazione dell'Ordine dei Templari, i cui priori, nei secoli, sono stati personaggi come Leonardo da Vmci, Isaac Newton, Sandro Botticelli fino a Vietor Hugo e Claude Debussy. I suoi membri nutrirebbero una passione per il segreto del Graal e per le leggende: prima fra tutte quella che Gesù non morì in croce, ma sposò Maria Maddalena, si trasferì in Francia, in Linguadoca, ed ebbe dei figli che fondarono la dinastia merovingia. Si tratta di una corrente di pensiero antiilluministico e anti-moderno. In una parola: reazionario. Spiegare come si colleghi l'ansia di restaurazione degli ipotetici eredi dei merovingi (buona parte delle ex famiglie reali europee) con i servizi segreti di mezzo mondo (dalla Cia al Mossad), con i riti magici delle Ss, con le estreme destre europee e con i fondamentalisti americani, di cui George W. Bush è un'espressione (e qui tout se tien), è come giocare ai bussolotti. Lo ha fatto, con ironia (prima dell'avvento di Bush), Umberto Eco nel "Pendolo di Foucault" (1988), dove la teoria del complotto e la gnosi coincidono in un disegno di una lucida follia. Ma qualcuno lo ha preso sul serio. A tal punto che oggi Internet è pieno di siti deliranti dove si ipotizza un ruolo di Eco nella nascita di Luther Blissett: il nome multiplo di tutti gli autori che pubblicano e non vogliono firmarsi, in realtà un gruppo di professori bolognesi con tanto di nome e cognome. Sotto accusa è proprio la filosofia di Eco perché ridicolizza i complotti, gli esoterismi e quello gnosticismo deteriore che è alla base di buona parte delle fantasie reazionarie di mezzo mondo. Ma questa è un'altra storia ancora. Il più raffinato genio e massimo teorico del complotto mondiale è il più grande linguista vivente: Noam Chomsky. Nato a Filadelfia nel 1928, divenne famoso quando a meno di trent'anni pubblicò la sua rivoluzionaria teoria linguistica in un saggio intitolato "La grammatica generativa trasformazionale". Docente a soli 27 anni del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston, Chomsky ha affiancato la sua attività di linguista a quella di pamphlettista. Negli anni '60 e '70 i suoi libri contro la politica americana in Vietnam divennero dei testi di culto. Dalla critica militante della politica Usa, Chomsky è passato a costruire teorie che spiegherebbero come un gruppo di persone abbia in mano l'unica superpotenza del pianeta. I suoi ultimi saggi pubblicati in Italia sono: "Sulla nostra pelle; mercato globale e o movimento globale?", "Atti di aggressione e di controllo"; "Noam Chomsky. Capire il potere" a cura di Peter Mitchel e John Schoeffel. Tutti editi dall'editore Marco Tropea. E negli ultimi quattro mesi di quest'anno sono usciti altri quattro titoli: "Anarchia e libertà" (Datanews), "Due ore di lucidità", con Robert Denis e Weronica Zaeachowicz (Baldini e Castoldi) e "Sulla diseducazione" (Armando).
Un sottile filo nero - anzi bruno, come le camicie dei nazisti - corre in questi mesi per l'editoria italiana. Passa attraverso case editrici grandi e piccole, riviste cattoliche ("Letture") e di tendenza (il sito online "Clarence"), scomoda Morselli e Dostoevskij per rilanciare un nome da decenni dimenticato, quello di Dante Virgili: scrittore che i suoi estimatori ammettono essere stato filonazista e sessuomane, e che ai non adepti appare anche legnoso e di assai difficile lettura. Più che meritevole, insomma, del dimenticatoio in cui era finito. Dietro a questo vero complotto da bibliofili, uno sparuto e colto manipolo di editor, ex-editor ed editori accomunati dalla fascinazione per questo Céline di serie B, autore di un unico romanzo "in lode di Hitler": "La distruzione" fu pubblicato nel 1970 da Mondadori dopo un tormentato iter editoriale (le schede di lettura erano le più interessanti tra quelle raccolte da Annalisa Gimmi nell'antologia "Il piacere di leggere", pubblicata l'anno scorso dal Saggiatore). Un secondo romanzo di Virgili, "Metodo della sopravvivenza", è rimasto nel cassetto: a decidere di non pubblicarlo fu Antonio Franchini, che a quella bocciatura dedica oggi un libro ("Cronaca della fine", in uscita la settimana prossima da Marsilio). Già un paio di mesi fa, però, Virgili era tornato agli onori delle stampe come personaggio e dedicatario di "I demoni", un pastiche dostoevskjiano firmato da Ferruccio Paralleli (mentore di Franchini e vera anima della riesumazione di Virgili), Giuseppe Genna (patron di "Clarence") e Michele Monina (che pubblica il libro nella sua casa editrice, la peQuod). E alla fine del 2002 Parazzoli preannunciava su "Letture": "L'anno prossimo si sentirà molto parlare di uno scrittore italiano morto e sconosciuto: Dante Virgili". Parliamone, arrendiamoci al complotto, ma per favore, non fatecelo leggere.
|