Moltissimi farmaci, un buon 50 per cento sono inutili

Di Stefania Mordeglia, Il Tempo, 4 febbraio 2002

«Moltissimi farmaci, un buon 50 per cento, sono inutili. Soprattutto non ha senso avere tante copie dello stesso prodotto, anche se il medicinale è attivo, perché significa avere tante aziende che vendono la stessa cosa. È vero che non è positivo il monopolio, ma esistono le vie di mezzo. Inoltre, il bombardamento pubblicitario sullo stesso medicinale non porta che ad un aumento delle prescrizioni».

Il professor Silvio Garattini è direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Milano, oltre che membro dell'Emea, l'organismo europeo che approva i nuovi medicinali. Il suo nome è legato soprattutto alla riforma dei farmaci del '94. Durante il periodo in cui fu membro del Comitato unico del farmaco (Cuf), dal '93 al '97, il professor Garattini eliminò dal Prontuario tutti i farmaci inutili (non attivi), che sono passati alla fascia C. In cifre, significò per lo Stato una diminuzione di circa 3.000 miliardi di lire per la spesa sanitaria. Con il famoso farmacologo abbiamo esplorato il "terreno minato" dei medicinali.

Professor Garattini, quali sono i farmaci inutili?

«Innanzitutto quelli privi di efficacia, vecchi, ancora sul mercato, nonostante siano superati. Un'alta percentuale di farmaci si potrebbe tranquillamente abolire senza che nulla cambierebbe. Anzi, probabilmente migliorerebbe la salute pubblica. Moltissimi medicinali, poi, non servono a nulla, come tutti i preparati ricostituenti, gli epatoprotettori, i farmaci per la memoria, molti immunomodulanti (in teoria capaci di cambiare la situazione immunitaria), i cerebroattivi, tutti gli integratori alimentari, i medicinali a base di erbe, gli omeopatici. Tutti questi sono prodotti senza una base scientifica».

Quindi lei è contrario anche all'omeopatia?

«Certamente, è difficile che il nulla possa fare qualcosa. In questo contesto contano i fattori psicologici, la fiducia in qualcosa che si crede sia attivo, ma non è detto che poi abbia efficacia».

Per quale motivo un medico prescrive un farmaco piuttosto che un altro con gli stessi principi?

«Il medico è influenzato dalla propaganda. È sottoposto ad enormi pressioni da parte dell'industria farmaceutica. Un medico generico riceve ogni anno oltre 400 visite di informatori farmaceutici, i quali certamente non gli vanno a dire di essere cauto con le prestazioni o a indicargli quali sono gli effetti collaterali. La decisione di prescrivere un farmaco piuttosto che un altro è legata alle sue simpatie. C'è una fortissima pressione della propaganda su tutti i livelli, anche sui medici che fanno opinione, sugli specialisti, sugli universitari. L'industria ha molti mezzi per ripagare i favori, come gli inviti a congressi in aree turistiche o tanti altri piaceri».

Come fa una casa farmaceutica a sapere se il medico ha preferito un loro medicinale piuttosto che un altro?

«Ci sono molti modi di controllare, ma soprattutto attraverso le farmacie della zona. Le industrie fanno rilevamenti e, di conseguenza, tirano le somme».

Il ministro della Salute, Sirchia, ha chiesto a Farmindustria di abbassare i prezzi dei farmaci. Secondo lei, riuscirà nel suo intento o i colossi industriali resteranno fermi sulle loro posizioni?

«Speriamo che ci riesca, perché i prezzi dei farmaci sono elevati. Ma bisogna anche tener conto che la spesa pubblica, e anche quella privata, per i medicinali continua a crescere. E quindi è giusto che, aumentando il mercato, possa diminuire il prezzo dei singoli prodotti».

Perché in Italia i farmaci costano più che negli altri Paesi europei? «Dipende dai Paesi con cui si fanno i confronti: in Italia costano un po' di più che in Francia e in Spagna, ma meno che in Germania e in Gran Bretagna. Ma ci sono ragioni ben precise, a partire dal potere d'acquisto, che è sfavorevole all'Italia. Quindi è logico che Paesi come Germania e Inghilterra abbiano prezzi più alti. In questi Paesi i prezzi sono liberi e, quindi, le industrie possono fare ciò che ritengono più opportuno; inoltre, lo Stato tende ad essere accondiscendente perché è lì che esistono le maggiori industrie farmaceutiche europee. In Italia, per legge, esiste l'obbligo di osservare il prezzo medio europeo».

Perché in Italia non esiste un organismo di controllo sui farmaci di fascia C, a totale carico del cittadino?

«I medicinali non rimborsabili in Italia hanno un prezzo libero per legge. Le industrie hanno la facoltà di scegliere. Nonostante si dica che il prezzo libero consente la competizione, in realtà i prezzi continuano ad aumentare».

I prodotti galenici, artigianali, costano oltre il 50% in meno rispetto a quelli industriali. Non si potrebbe cercare di potenziare il loro impiego per far risparmiare sia i cittadini sia lo Stato? «Il problema è che si possono fare le preparazioni galeniche solo per quei prodotti fuori dal brevetto. Inoltre, i galenici non possono essere conservati a lungo».

Da un'indagine risulta che un italiano su cinque compra i farmaci su Internet. Quali sono i vantaggi? E i rischi? «Direi che è meglio parlare solo di rischi, dato che non si sa che cosa e da chi si compera. La maggior parte delle industrie non ha un mercato attraverso Internet. On line si acquistano pertanto prodotti non disponibili in farmacia. Per comperare i medicinali occorre una prescrizione e non vedo come sia possibile farla attraverso Internet».

Come funziona la vigilanza sui farmaci? Sono sufficienti le strutture esistenti, come il Servizio di farmacovigilanza presso il ministero della Salute?

«Le strutture di farmacovigilanza sono insufficienti un po' in tutta Europa, dato che si basano sui rapporti spontanei».

In che senso?

«La farmacovigilanza è in possesso solo dei dati che arrivano al ministero della Salute. Dipende dalla buona volontà dei medici o dei pazienti informare l'organismo degli effetti collaterali di un farmaco. Se ciò non viene riportato, non si sa. Bisognerebbe invece avere anche una ricerca attiva degli effetti collaterali. Ma, soprattutto, servirebbe un organismo europeo di raccolta dei dati e, quindi, di analisi degli effetti collaterali. Occorre, però, dire che questo tipo di ricerca non è popolare. Non è infatti una priorità per l'industria andare a studiare gli effetti tossici dei farmaci. È poi difficile avere fondi per questo tipo di ricerca, considerata di serie B. È infatti molto più interessante andare a cercare il meccanismo d'azione e gli effetti positivi, perché in quel caso si hanno gli onori dei mass media».

Lei ha chiesto al Governo di permettere ai cittadini di devolvere alla ricerca l'otto per mille nella denuncia dei redditi. «In Italia la ricerca è Cenerentola. Siamo fra i Paesi in Europa che spendono di meno in questo settore. Invece questo è un investimento che il Paese deve fare, se vuole mantenere un alto livello di competitività. Pertanto, lo Stato potrebbe dare al cittadino la possibilità di devolvere, nella denuncia dei redditi, l'otto per mille alla ricerca. Mi sembra una richiesta legittima».

 
 
 
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