Naturali ma dannose

Di Letizia Gabaglio, L'Espresso 25 maggio 2000

Agli italiani piacciono le terapie non convenzionali. Amano l'omeopatia e si disinteressano del fatto che nessuno scienziato al mondo l'avallerebbe. Ricorrono a guru indiani, tibetani, thailandesi: insomma a chiunque in odore d'oriente somministri lozioni e balsami naturali. Si fidano ciecamente di ogni erbetta dal nome stravagante che promette benefici e illude di non avere effetti collaterali. Le cifre della diffusione delle cosiddette terapie dolci, come dimostrano i grafici di pagina 148, autorizzano a parlare di un innamoramento collettivo. Che ha contagiato anche la sanità pubblica: brulicano le Asl e gli ospedali che forniscono servizi cosiddetti "non convenzionali": agopuntura, shiatzu, omeopatia... La Camera dei deputati ha approvato una regolamentazione del settore erboristico, e ha all'esame una legge che metta ordine nella giungla delle medicine dolci. Insomma: il peso del favore popolare sta schiacciando le opposizioni di chi vorrebbe avere prove certe dell'efficacia di queste terapie prima di inserirle tra quelle fornite dal servizio pubblico. Eppure i dubbi rimangono. E si aggravano.

L'ultimo lo lancia l'autorevole The Lancet che pubblica un articolo in cui si dimostra che spesso il mix tra erbe e farmaci ha effetti collaterali pericolosi. Tra gli inquisiti sostanze di uso comune e diffuso come l'aglio, la liquirizia, l'iperico, la salvia, il ginseng, il tamarindo e la valeriana. Che, se assunti in dosaggi sbagliati e insieme ad alcuni farmaci, possono non solo annullare l'effetto del medicinale ma addirittura procurare effetti secondari non trascurabili. Spulciando nei due maggiori data base americani di studi medici archiviati fra il 1966 e il 1999, Adriane Fugh-Berman, medico al dipartimento di Medicina della George Washington University, ha raccolto molte testimonianze dell'interazione rischiosa per l'organismo fra erbe e medicinali.

Le accoppiate a rischio sono molte. chi associa il Ginkgo biloba con il warfarin - principio attivo alla base di numerosi farmaci anticoagulanti - va incontro a emorragie, ma devono stare attenti anche coloro che prendono aspirina, paracetamolo o caffeina. E ancora: l'associazione del rimedio naturale con i diuretici tiazidici può provocare ipertensione. Sempre chi si cura con il warfarin deve evitare di assumere la Salvia miltiorrhiza - famosa per l'efficacia in caso di infarto acuto del miocardio e per le cardiopatie coronariche, l'Harpagophytum procumbens - antinfiammatorio noto anche come artiglio del diavolo -, l'Angelica sinensis, l'aglio (Allium sativum) e il ginseng. L'articolo del Lancet continua poi con il Panax ginseng che induce manie depressive in pazienti che lo mischiano con antidepressivi; la noce di betel (Areca catechu) che associata a farmaci neurolettici dà luogo a tremori o rigidità; la liquirizia (Glycyrrhiza glabra) che insieme all'idrocortisone aumenta la vasocostrizione e a contraccettivi orali provoca ipertensione. E ancora il tamarindo che incrementa l'assorbimento dell'aspirina e la valeriana che interagisce negativamente con l'alcol.

Un capitolo a parte è poi dedicato all'erba di San Giovanni o iperico, il rimedio naturale contro la depressione più in voga negli ultimi anni. Un altro articolo apparso sempre su The Lancet dimostra che L'Hypericum perforatum modifica i meccanismi di comunicazione fra le cellule nervose se mischiato con inibitori della serotonina, e diminuisce gli effetti di numerose molecole fra cui la ciclosporina, un immunodepressore utilizzato in caso di trapianti. Ma non solo: secondo uno studio dei National Institutes of Health americani, l'iperico interagisce con l'indinavir, un inibitore della proteasi usato contro l'Aids, e diminuisce la concentrazione sanguigna del medicinale fino a far sviluppare nei pazienti una resistenza e quindi a far fallire la terapia.

Sono ancora poche le prove scientifiche che dimostrano gli effetti reali di queste erbe nelle diverse patologie. Eppure spesso chi assume un prodotto erboristico lo ritiene sicuro e in caso di reazione avversa difficilmente la attribuisce alla sostanza vegetale.

Lo dimostra un'indagine condotta in Inghilterra su 515 utilizzatori di prodotti erboristici e farmaci da banco. Racconta Vincenzo Cuomo, presidente della Società farmacologica italiana illustrandone i risultati: «Il 26 per cento degli intervistati dichiara che si rivolgerebbe al medico in caso di reazione da farmaco, mentre solo lo 0,8 lo farebbe per un prodotto erboristico». In Italia manca un'indagine analoga, ma è opinione diffusa che le preparazioni erboristiche abbiano un effetto blando sull'organismo, siano naturali e quindi sicure. «Questo è falso», continua Cuomo: «Numerosi prodotti a base di erbe possono produrre reazioni avverse, alcune delle quali molto gravi e in alcuni casi fatali».

Per questo gli addetti ai lavori chiedono a gran voce una regolamentazione che tuteli i pazienti dai cocktail killer. E la Camera ha già approvato una "Regolamentazione del settore erboristico", che ora è in discussione al Senato. Il testo indica due tipi di piante: quelle con funzioni farmacologiche utilizzate nei prodotti fitoterapici che potranno essere vendute solo in farmacia sotto prescrizione medica, e quelle dei prodotti erboristici vendibili ovunque perché farmaci non sono.

Distinguere quali medicine non convenzionali hanno un'efficacia terapeutica e quali sono solo passatempi più o meno divertenti è un compito complesso a cui si sta applicando da qualche anno un'apposita sezione dei National Institutes of Health americani. Nel frattempo, però, in tutto l'Occidente cresce il favore per agopuntura, omeopatia, fitoterapia, chiropratica - solo per citarne alcune - a cui si rivolge in Italia il 22 per cento della popolazione. Per far fronte a questa domanda il servizio sanitario nazionale si sta attrezzando con circa 80 Asl, ospedali e centri diffusi su tutto il territorio che offrono prestazioni soprattutto di agopuntura e di omeopatia con ticket.

Secondo uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, il paziente che si rivolge alle medicine non convenzionali appartiene alla classe media, ha un'età compresa fra i 25 e i 50 anni e un buon livello di educazione. E abbandona la medicina tradizionale perché non ne è soddisfatto, ha bisogno di un maggiore contatto personale col medico e vuole esercitare un maggior controllo personale sulla terapia. Insomma, anche l'autorevole rivista medica sembra riconoscere che il favore dei pazienti per le terapie non convenzionali è dovuto al parziale fallimento della medicina tradizionale nella difficile missione di confortare i pazienti e di trattare le mille piccole patologie legate agli stili di vita moderni: stress, patologie articolari, mal di testa ambientali... Il rischio allora è quello di avere da un lato la medicina arroccata sui suoi metodi scientifici e sorda alle richieste dei pazienti e dall'altro una giungla di offerte sgangherate di massaggi, rimedi ed erbette che, come ha dimostrato The Lancet rischiano di essere molto pericolose.

Ma, un po' in sordina, c'è chi sembra aver realizzato la quadratura del cerchio: i centri di medicina integrata. Dove diverse tradizioni mediche, filosofie della malattia e rimedi terapeutici si sposano per garantire ai pazienti un approccio più personale ed efficace possibile.

Un esempio è quello del Centro italiano di medicina integrata di Roma. «Abbiamo deciso di riunire i migliori rappresentanti delle diverse culture», afferma Giovanni Marotta, medico e direttore del servizio di medicina naturale e omeopatica del Cimi. Dalla medicina generale alla pediatria, dalla ginecologia all'endocrinologia, dall'immunologia alla geriatria, tutti i pazienti che si rivolgono al Cimi ricevono molta più attenzione di quella che troverebbero negli ambulatori tradizionali. «Le nostre visite durano più di un'ora», continua Marotta, «durante la quale cerchiamo di fare un'attenta diagnosi dei sintomi riportati. Ci informiamo sullo stile di vita del paziente, su come è vissuta la malattia. Una volta chiarito il quadro clinico, cerchiamo di prescrivere terapie non tossiche che non danneggino ulteriormente il sistema immunitario, già debilitato dalla malattia. Ma la vera chiave di volta per il paziente è capire quali siano i meccanismi alla base del suo malessere e inquadrarli all'interno della sua esperienza di vita». Per questo il Cimi propone una serie di prestazioni che vanno dall'omeopatia alla psicoterapia, dallo yoga al Qi Gong, passando per corsi di respirazione o gioco, canto e ritmo per bambini.

Il medico allora non è più solo un dispensatore di farmaci o rimedi miracolosi ma una persona che può capire e aiutare a far comprendere. Sara poi il paziente a scegliere a quale tipo di medicina si vorrà affidare.

 
 
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