Incontro con Ana Vasconcelos, fondatrice della Casa de Passagem

Di Paolo Baffi, traduttore delle inchieste di Gilberto Dimenstein, tra cui "Cittadini di carta".

Recife – Brasile. È una persona straordinaria. Devo ammetterlo, mi sono innamorato di Ana Vasconcelos. Uscendo dalla Casa de Passagem, l'istituto che 10 anni fa Ana ha fondato per aiutare le meninas de rua, ossia le bambine che vivono per strada, posso finalmente ridere liberamente per la divertente ironia che pervade ogni sua frase. Ancor più dell'innegabile carisma, è quel suo atteggiamento scherzosamente dissacrante di chi non si prende per niente sul serio che mi ha conquistato. Eppure Ana, un'avvocata brasiliana che ha lasciato la carriera forense per dedicarsi all'infanzia abbandonata di Recife, di motivi per atteggiarsi a personalità di rilievo ne avrebbe molti.

Prima di incontrarla, tutto ciò che sapevo di lei lo avevo letto su un paio di libri che trattano dei meninos de rua, un'infamia di cui i paesi ricchi del primo mondo sono responsabili quanto la degenerata classe politica brasiliana. I due libri citano vari personaggi, quasi tutti esponenti di rilievo di organizzazioni non governative. Sono tutte persone ammirevoli, che svolgono con grande dedizione un prezioso lavorano in sostegno dell'infanzia abbandonata, bambini e adolescenti che vivono per strada come animali randagi. Ma tra tutti è Ana che mi ha particolarmente colpito.

Appartenente alla buona borghesia, un ceto solitamente favorevole alla "soluzione finale" di questa infanzia disgraziata, ha iniziato la sua attività di volontariato nel modo più temerario: nascondendo in casa sua le ragazzine di strada, solitamente prostitute, che gli squadroni della morte volevano uccidere. Ben presto casa sua fu insufficiente per affrontare un problema che è figlio di una piaga, la miseria, che colpisce il 45% della popolazione del Pernambuco, lo stato brasiliano di cui Recife è la capitale. Grazie alla sua tenacia, Ana riuscì a fondare la Casa de Passagem, un centro d'accoglienza in cui le meninas de rua in difficoltà trovavano ospitalità, cibo, assistenza medica e un'istruzione di base. Soprattutto trovavano un sostegno psicologico in grado di guidarle lungo un percorso finalizzato alla ricostruzione della personalità. La fame, la violenza e le malattie, oltre a causare le comprensibili sofferenze, hanno un effetto devastante sull'identità personale: un bambino che a dieci, sette, e perfino a quattro anni si ritrova a vivere per strada, a seguito delle privazioni materiali e del vuoto affettivo matura la convinzione di essere un essere inferiore e si considera "indegno". È soprattutto la carenza affettiva a fare i danni psico-emotivi maggiori, e la violenza della vita di strada peggiora il quadro generale rendendolo spiccatamente aggressivo. Il reinserimento sociale, fatto di alfabetizzazione e apprendimento di un mestiere, è un percorso che fa leva sul recupero dell'auto-stima e la ricostruzione della personalità, realizzabili per mezzo di un'unica chiave: l'affettività. È l'affetto il loro principale bisogno; sentirsi accettati e amati. Avviene così una sorta di rinascita che richiede dai 6 ai 12 mesi, durante i quali il bambino o la bambina perdono gradualmente l'aggressività che faceva loro da schermo protettivo, per ritornare ad un comportamento estremamente affettuoso. Maggiore di quello comunemente riscontrabile nei bambini, come a compensare gli anni di tenerezza perduti. È un'evoluzione che sempre commuove gli educatori e gli psicologi artefici di questi quotidiani miracoli, e ne rappresenta la ricompensa per l'impegno profuso.

 

Al di là del rilevante valore sociale dell'operato di Ana, merito ascrivibile a tutti i personaggi presentati nei due libri, ci sono alcuni aspetti che colpiscono in lei. In primo luogo Ana aveva fatto tutto da sola. In una società pervicacemente maschilista come quella brasiliana, l'essere donna deve essere stato un ostacolo non secondario da sommare alla drammatica difficoltà del suo obbiettivo: opporsi ai crimini degli squadroni della morte. Un passatempo poco raccomandabile. Infine va ricordato un suo curioso comportamento ben rappresentativo del temperamento di Ana: quando una ragazzina si rivolgeva alla Casa de Passagem in cerca di assistenza dopo essere stata picchiata da un poliziotto, dopo le necessarie cure Ana se ne andava in giro di notte per i viali della città tenendo per mano la piccola vittima alla ricerca del manesco sgherro, con lo scopo di infliggergli una delle sue temibili scenate di rimprovero. Il tutto sarebbe appena folcloristico se non si considera che un po' in tutta l'America Latina, ma in Brasile in particolare, la Polizia è un'istituzione che ha ben poco a che vedere con il concetto di "tutore dell'ordine al servizio del cittadino". Per citare un esempio recente, a metà del 1999 il parlamento brasiliano ha istituito una Commissione Parlamentare di Inchiesta sul narcotraffico. Ben presto la CPI si è ritrovata ad indagare praticamente solo sugli organi di polizia. È a questo punto che e la Polizia Civile di Rio de Janeiro, particolarmente distintasi nel narcotraffico e in attività estorsive, si è guadagnata il poco edificante appellativo di Banda Podre. In italiano la chiameremmo "Gang Putrida".

Adesso la Casa non è più un precario rifugio funzionante grazie all'eroico impegno di Ana, come descritto nel libro A guerra dos meninos di Gilberto Dimenstein. Ora è una poderosa istituzione, un caposaldo del volontariato brasiliano con strutture e personale in grado di intervenire direttamente all'interno delle favelas grazie al suo piccolo esercito di psicologi, educatori, medici, dentisti ecc. Tutti volontari e diretti da una cinquantina di funzionari stipendiati che pianificano gli interventi sul territorio. Uno degli aspetti migliori di questa (e di molte altre) ONG, è che la dedizione dei suoi membri non è dettata da un discutibile senso di carità, ma è la percezione della drammaticità di un'emergenza di cui ogni persona responsabile avrebbe il dovere di contribuire a risolvere. In questo campo, la latitanza dello stato è granitica e, come nella più consolidata tradizione della politica partitica, o non interviene, o se lo fa è per appropriarsi indebitamente di denaro pubblico.

È della fine di marzo di quest'anno un nuovo grave scandalo che sta coinvolgendo l'intera classe politica pernambucana. Nel 1995, il parlamento di questo Stato votò una legge per dotare ogni parlamentare di un fondo da destinare a enti di beneficenza scelti a propria discrezione. La beneficenza è rapidamente degenerata in una colossale malversazione. Per quanto la categoria dei giornalisti brasiliani sia nel complesso asservita al potere, c'è sempre una pecora nera che non accetta il ruolo di megafono del regime. Questo tipo di scelta è piuttosto rischiosa: non sono pochi i giornalisti brasiliani che dopo aver svelato un caso di corruzione vengono trovati assassinati. Solitamente la stampa commenta che l'omicidio è avvenuto "probabilmente a seguito di un tentativo di rapina". Anche questa volta qualcuno ha avuto il coraggio di scoperchiare l'ennesima storia di corruzione. I contribuenti hanno così scoperto che in 5 anni i fondi stanziati erano più che decuplicati, e questo sarebbe anche un bene, ma venivano versati ad associazioni invariabilmente nate dopo la promulgazione della legge e, ovviamente, tutte facenti capo a parenti dei politici. Il quotidiano O Diario do Pernambuco, un giornale legato all'establishment politico locale, ha calcolato che con i fondi illecitamente sottratti sarebbe stato possibile nutrire 3,5 milioni di persone per un anno.

Le difficoltà per la Casa de Passagem sono enormi, ma tutte riconducibili ad una singola voce: i finanziamenti. Anche qui c'è una storia tragicomica da raccontare. Recentemente due istituti internazionali di analisi hanno autonomamente certificato che, in tutto il Brasile, la Casa de Passagem è l'ONG che ha il miglior programma di sostegno per l'infanzia abbandonata. Forte di questi due prestigiosi riconoscimento, l'associazione ha chiesto allo stato di aumentare la piccola sovvenzione statale, al fine di poter sviluppare adeguatamente il programma. La risposta è di una logica impeccabile, ma lascia stupefatti: adesso che la Casa de Passagem ha raggiunto un'autorevolezza internazionale, è conseguentemente aumentata anche la sua capacità di procurarsi dei finanziamenti all'estero; i fondi statali sono quindi revocati. Arrangiatevi.

Ma nonostante i problemi di bilancio, la Casa de Passagem è ora una realtà rispettata ed influente nel panorama sociale. I premi con cui può fregiarsi sono numerosi e concessi da fondazioni autorevoli; anche straniere. Fra tutti questi, uno in particolare fa risplendere di soddisfazione il volto di Ana perché ha il sapore della rivalsa: le è stato attribuito dal suo più acerrimo nemico. I fatti sono i seguenti: l'attività di Ana è iniziata in aperta contrapposizione all'operato degli squadroni della morte, che in Brasile sono intimamente legati alle forze di Pubblica Sicurezza; è quindi facile immaginare quale considerazione la Polizia avesse di quella che chiamava la "Puttana delle puttane" e che i gruppi di sterminio non si arrischiarono a toccare perché parente di un politico influente; è quindi altrettanto facile immaginare quale travaglio interiore sia costato alla Polícia Militar do Estado do Pernambuco assegnare nel 1996 il loro premio annuale alla Casa de Passagem, la cui fondatrice una volta venne persino arrestata. Il '96 fu un anno davvero speciale per l'istituto: gli furono assegnati altri tre importanti riconoscimenti.

Ma al di là dei riconoscimenti, è sul piano pratico che si concretizza il rilevante ruolo sociale della Casa fondata da Ana Vasconcelos. In Brasile vige la forma più selvaggia di economia di mercato. Tutto ciò che non è rapina a mano armata è lecito, e gli operatori economici e finanziari sono completamente affrancati da quei vincoli che le economie più avanzate impongono affinché il mercato si sviluppi senza distorsioni. In questa sorta di far west dove chi rischia i propri soldi ha solo diritti e nessun dovere, la Casa de Passagem è riuscita ad ottenere la concessione gratuita di uno spazio all'interno del Recife Shopping Center, un gigantesco e lussuoso centro commerciale, per dare uno sbocco distributivo ai prodotti di artigianato fabbricati nei laboratori della Casa dove ragazzi e ragazze delle favelas imparano un mestiere. Una concessione che sa di miracolo. Ma il miracolo principale compiuto dalla Casa de Passagem - e dalle altre numerose ONG minori - lo si vede lungo le strade: i branchi di ragazzini scalzi e macilenti che agli occidentali sembravano un'improbabile allucinazione, sono ormai quasi scomparsi. Non estinti di notte a colpi di pistola da quell'infame aberrazione dei gruppi di sterminio, ma seguiti ed educati da una miriade di volontari; direttamente per strada o all'interno di strutture dove bambini e adolescenti possono crescere lontani dalla droga, dalla criminalità e dalla prostituzione. Ovviamente siamo ancora lontani dalla soluzione del problema, la povertà non si risolve con l'assistenzialismo, ma la parte emergente dell'iceberg, l'aspetto più acuto della piaga sociale, è stata arginata.

 

I pionieristici tempi in cui Ana affrontava di notte e da sola un incanaglito poliziotto sono molto lontani, e me ne accorgo già al telefono, quando non sospettando lo straordinario sviluppo della associazione, chiedo se è possibile visitare l'istituto. Mi risponde una voce femminile che gentilmente mi mette in attesa. Alla seconda voce femminile ripeto la mia richiesta ed ottengo una seconda attesa (per fortuna non vengo tormentato dalle solite strazianti musichette). Alla terza ripetizione della mia manfrina, la terza voce mi chiede di lasciare un recapito telefonico, mi richiamerà in una decina di minuti.

Dopo aver trascorso quasi un'ora in assoluto silenzio, il più odioso dei gadget tecnologici trilla. All'altro capo del cellulare addirittura la coordenadora geral dell'istituto, la dott.ssa Angela Almeida. Veramente a me sarebbe bastato un funzionario qualsiasi che mi illustrasse un po' le attività e i progetti dell'istituto. Non sono Indro Montanelli e non vorrei far perdere del tempo; ma ovviamente questo non lo dico. Riesco però a incappare ugualmente in una velata ma ferma ramanzina: attenendomi al testo del libro A guerra dos meninos, uso l'espressione "prostituzione minorile" per riferirmi alle adolescenti ospitate nella Casa; ma in accordo con lo Statuto del Bambino e dell'Adolescente, il termine corretto è meninas (ossia bambine e adolescenti) "in una situazione di grave rischio ambientale". «E guardi che la Casa si occupa di minori in stato di abbandono in genere, e non solo di ragazzine sessualmente sfruttate». D'accordo. Incasso la cortese puntualizzazione e la dott.ssa Almeida, che scoprirò essere la massima autorità ora che Ana Vasconcelos ha problemi di salute, mi gratifica con la concessione di un appuntamento per una intervista. «Venga domani alle 16,00. Solo mezz'ora però.» Va bene, la faremo bastare. Il mio vero scopo, il sogno nel cassetto, era incontrare la fondatrice, ma è chiaro che non sarà possibile.

Nonostante il poderoso sviluppo economico, il Brasile ha ben radicati tutti i difetti dei paesi del terzo mondo: la più alta sperequazione economica del pianeta, una mortalità infantile peggiore di quella vietnamita, un terzo della popolazione che vive al di fuori dell'economia di mercato, un'assistenza sanitaria pubblica da inferno dantesco, ecc. Però non gli fanno difetto i problemi dei paesi avanzati: saranno necessari una detenzione di 45 minuti nel traffico congestionato per raggiungere la sede centrale dell'istituto che dista appena 3 chilometri dall'hotel.

Sono un po' in apprensione, già ho rifilato un poco accorto "prostitute" alle ospiti della Casa, ci manca solo che mi faccia anche aspettare. Fortunatamente alle 16 in punto siamo davanti alla sede della Casa, scendo dall'auto e dico all'amica che mi accompagna di raggiungermi dopo che è riuscita a trovare un'improbabile parcheggio. Il cancello è aperto, attraverso un malinconico giardinetto ed entro quasi di corsa nell'edificio in stile casa-popolare italiana anni 60. Nell'atrio solo un fatiscente bancone spoglio con sopra un telefono altrettanto arcaico; dietro al bancone una sorridente ragazza a cui spiego che ho un appuntamento con Angela Almeida. Ah, lei è l'italiano, bene attenda un attimo che vado ad avvisare del suo arrivo. L'ambiente è decadente, ma mi aspettavo di peggio: il livello è simile a quello delle associazioni di volontariato della ben più opulenta Italia. Oltre al bancone, un paio di divani malandati completano l'arredo della sala. Su un divano una bimba di pochi mesi e accanto una donna sui trent'anni. Una ex ospite della casa, ipotizzo, che tiene lo sguardo basso e ad un mio saluto risponde con un cenno impercettibile. Non è la prima volta che riscontro tra le ragazze dei ceti più poveri una timidezza che le attanaglia, come se fossero al cospetto del "Signor Padrone". Chi invece non ha di questi problemi è una vecchia seduta sul divano accanto: attacca subito discorso spiegandomi che quella è la casa della saudade.

Sarà forse che la miseria rende preziosa anche la cosa più banale, fatto sta che i brasiliani hanno reso la nostalgia uno stato emotivo gradevole e desiderabile. Un bene quindi, trasformandola da freddo e doloroso "dolore per la mancanza", in una piacevole "soave nostalgia accompagnata da desiderio". La saudade è un carattere peculiare della brasilianità, e non esiste una persona che non ami indulgere a questa dolce melanconia.

La vecchia è enorme, giunonica, con l'abbigliamento molto trasandato. Vista l'età non è di certo una ex ospite dell'istituto; probabilmente è una parente in visita. Mi spiega che chi ha avuto a che fare con la Casa non riesce a starvi lontano: può essere perché una figlia o una nipote è seguita dall'associazione, o perché una volta si è stati ospiti, e la saudade... Ma si esprime a mezze frasi, in modo frammentario, e non potrei giurare che il suo discorso segua un filo coerente. Sarà la bisnonna di una delle ospiti immagino, ma sospetto anche che le ingiurie degli anni abbiano lasciato un segno. Assecondo le sue considerazioni con vaghi cenni di assenso pensando ai fatti miei finché arrivano i soccorsi: «Venga, la dott.ssa Angela l'attende nel suo ufficio.»

Il termine ufficio è pretenzioso, ma non ha importanza, ben più rilevante è che la coordenadora geral si dimostra una persona gradevole e decisamente interessante. È dotata di una straordinaria energia. La dedizione che mette nel suo lavoro è puntigliosa, forse totale, probabilmente necessaria per far sopravvivere un'organizzazione tanto complessa. Dopo degli stringati convenevoli (abbiamo appena mezz'ora) spiego che ho scelto di visitare il loro istituto perché incuriosito dalla storia e dalla personalità di Ana Vasconcelos che speravo di poter incontrare e conoscere di persona. Percepisco una traccia di delusione per il mancato riconoscimento al suo (scoprirò in seguito) indiscutibile contributo al successo della Casa de Passagem, ma rimedio al volo «Ma soprattutto mi sono rivolto all'associazione più autorevole per conoscere la situazione attuale dei meninos de rua.» Sorride; me la sono cavata.

La conversazione prosegue senza ulteriori incidenti diplomatici, e le informazioni di Angela sono ragionevolmente confortanti. In primo luogo non si registrano più omicidi di meninos de rua da parte dei gruppi di sterminio. Durante gli anni peggiori, solo a Recife erano in media più di uno al giorno i cadaveri di ragazzini che venivano ritrovati all'alba, freddati con un colpo nella nuca. In secondo luogo, negli anni 90 sono sorte molte nuove associazioni di volontariato che si occupano dell'infanzia bisognosa. Certo, il dramma della miseria, con il suo corollario di vessazioni, violenze e tragedie, è lontanissimo dall'essere risolto, ma il lavoro di una moltitudine di volontari non va sprecato e gli adolescenti strappati dalla strada che ritornano ad un'esistenza dignitosa sono moltissimi.

Sono trascorsi una ventina di minuti quando la porta alle mie spalle si apre. «Ecco qua la tua passione: la signora Ana Vasconcelos» mi annuncia scherzosamente la coordinatrice. Un po' emozionato mi alzo, mi volto, e sbianco: sulla soglia c'è la vecchia che all'ingresso farneticava di saudade e che ho trattato con un po' di sufficienza. Non potendo smaterializzarmi, l'accolgo con un calore che vorrebbe nascondere l'imbarazzo, ma il sorriso che ricevo in cambio non è rassicurante. Angela fa le presentazioni, e alla notizia che sono italiano arriva fulminea la vendetta «Italiano? All'inizio della settimana la Polizia ha arrestato due italiani per abusi sessuali su delle bambine. L'arresto è avvenuto su nostra segnalazione.» La frase è davvero poco cortese, ma in fondo meritata. Mentalmente mi complimento con Ana che in pochi secondi ha pareggiato i conti. Il commento tanto scortese sorprende Angela e lascia a bocca aperta l'amica che mi aveva accompagnato in auto e che nel frattempo ci ha raggiunti. Con una risposta scherzosa riesco a stemperare in una risata lo stupore generale e a farmi perdonare da Ana che mi sorride concedendomi tacitamente la sua benção.

Il colloquio riprende. Nonostante si esprima solo con brevi considerazioni di tanto in tanto, la presenza di Ana si sente e cambia radicalmente il tono della discussione. Anche se sfiancata dalla malattia, la sua personalità è prorompente e più di una volta dovrò trattenere a fatica una risata. Angela, la vice di Ana Vasconcelos, ha grandi meriti ma di sicuro non quello di comprendere l'ironia, mentre Ana ne è una cultrice con cui si diverte a stuzzicare anche la sua collaboratrice. Anche l'amica che mi accompagna a volte rimane perplessa per certe frasi di Ana, e così sono il solo a godermi un quadretto spassoso: provocata da Ana, Angela argomenta tutta infervorata perché è scorretto e "da cialtroni" definire prostitute delle ragazzine che a 14 anni, o a 12, o anche meno, spinte da un ambiente famigliare degradato, vendono il loro corpo. «Non è una scelta personale, è un caso palese di sfruttamento sessuale, quelle ragazzine sono delle vittime...» Con le braccia conserte e l'espressione di chi è poco convinto ma acconsente per evitare discussioni, Ana mi lancia un furtivo sguardo di intesa e assesta il colpo finale alla sua coordenadora geral: «Sarà, ma per me sono proprio tutte puttane...»

Ma a parte l'inconciliabile senso umoristico, sono entrambe persone affascinanti e conversando i minuti passano ben al di là dei trenta concordati. Alla fine, a forza di «Aspetta, ti racconto un'ultima cosa e poi vado», trascorreranno più di due ore. Sono tante le storie che Angela e Ana hanno da raccontare. Molte sono liete, altrettante sono agghiaccianti. I risultati ottenuti dall'associazione sono strabilianti: migliaia i ragazzi e le ragazze strappati dalla vita randagia di strada e inseriti nella società civile; migliaia i bambini e gli adolescenti che vengono seguiti, istruiti e preparati con corsi professionali; migliaia le famiglie problematiche sostenute con un accompagnamento psicologico. E soprattutto hanno reso concreto il miraggio di spezzare il circolo vizioso del degrado, fatto di infanzia abbandonata che da adulta si dedica al crimine e si perpetua mettendo al mondo figli che saranno a loro volta destinati a vivere per strada. L'unica via di uscita, in grado di creare un circolo virtuoso, è l'istruzione.

Arriva impietoso il momento di lasciarci, Ana deve recarsi in clinica per una visita e Angela è in terribile ritardo con i suoi impegni. Come se non fosse bastato tutto il tempo che mi hanno dedicato, ricevo anche dei regali: tre libri pubblicati dalla Casa, e in aggiunta due "santini", una foto di Ana e una di Angela. «Così non ci dimentichi». È impossibile che un brasiliano riesca a trattenersi dal dimostrarti il suo affetto. Sono commosso, e anche rassicurato: la gaffe iniziale è stata perdonata.

Uscendo dalla Casa de Passagem, l'amica che mi accompagna è perplessa, affascinata anche lei dalla personalità di Ana, ma sorpresa per la frase con cui mi ha accolto di cui non sa spiegarsi la sfrontata scortesia. Poi guarda la foto ed esclama «Santo cielo com'è brutta!».

Non è vero. Ana non preoccuparti, lei è gelosa, e tu sei bellissima.

Paolo Baffi – aprile 2000

 
 
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