La caccia ai bambini in BelgioDi Gianluca Paolucci, Il Diario della Settimana, 12/18 aprile 2000Place Fontenas, pieno centro di Bruxelles, a due passi dalla Grand’ Place e dai caffè alla moda. Qualche gay bar, una discoteca e molta prostituzione maschile. Ma se si chiede, con discrezione, è possibile «avere» un minorenne maghrebino o romeno, oppure belga, pagando un po’ di più e dietro la promessa di ripassare dopo un’ora. Lo sanno tutti, da sempre. Due mesi fa hanno beccato anche un poliziotto, aveva appena pagato 5 mila franchi belgi, circa 250 mila lire, per intrattenersi con un ragazzo arabo di 15 anni. Quanto succede su questa piazza potrebbe costare al democratico e tollerante paese nordeuropeo il suo posto in Europa grazie a quello stesso articolo del trattato di Amsterdam invocato contro Jörg Haider. Il percorso che ha portato a Place Fontenas è partito da Roma, dove, durante il congresso del Partito radicale, l’europarlamentare belga Olivier Dupuis ha lanciato una serie di affermazioni che hanno letteralmente gelato la platea. Ha raccontato che nel suo Paese c’è stato un periodo nel quale alcuni bambini venivano costretti a subire violenze di ogni tipo, dove alcuni di questi bambini venivano perfino uccisi, come conigli, durante delle partite di caccia «alle quali partecipano nobili, finanzieri, notabili e funzionari dello Stato». Siamo arrivati in Place Fontenas perchè le affermazioni del parlamentare radicale hanno sollevato una serie di domande e le prime risposte trovate non sembravano convincenti. Sembrava incredibile non solo quanto raccontato da Dupuis, ma anche che dopo choc provocato in tutta Europa dallo scandalo pedofilia fossero rimasti a occuparsene solo un parlamentare eletto in Italia, due poliziotti in congedo malattia da tre anni e una ragazza già prostituta-bambina, carnefice essa stessa e infine testimone che racconta cose di cui tutto il Belgio, ma non solo, avrebbe preferito non occuparsi mai. Al Parlamento europeo, Dupuis è conosciuto soprattutto per il suo impegno in Commissione esteri. è stimato e apprezzato anche dagli avversari per le battaglie in favore del Tribunale penale internazionale e per il Tibet. Ma da quando ha iniziato a occuparsi di pedofilia, inviando lettere ai suoi colleghi e parlandone durante le sedute, qualcuno ha cominciato a prenderlo per un ossesso, «che cerca di infilare questa storia dappertutto, anche quando non c’entra niente», dice una funzionaria italiana del Parlamento. A parlare per la prima volta delle cacce ai bambini è invece una ragazza che oggi ha 31 anni, Regina Leuf, durante una delle interminabili audizioni alle quali è stata sottoposta per lunghi mesi. «Dunque vi lasciavano liberi in una grande tenuta»? «Sì». «E poi dovevano riprendervi»? «Sì». «E cosa succedeva dopo»? «Che finivamo attaccati al muro, come trofei. Sì, che cosa succedeva allora»? «Sì»? «Sì. Allora… alla grande, eh». «Come»? «Allora alla grande». «Allora alla grande? Vi prendevano e allora alla grande? No, ma… non possiamo continuare così. Lei non ci spiega niente». «No, ma…» «è dura continuare così». «Sì, allora potevano… potevano… potevano fare di noi tutto quello che volevano. Quello che ci prendeva poteva fare di noi quello che voleva. Violentare, torturare…» «Può dirci in due parole di cosa si trattava»? «Hanno anche assassinato delle ragazze». «Assassinato delle ragazze»? «Sì. Gli tiravano addosso». «Gli tiravano addosso? Con cosa»? «Questo non gliel’ho chiesto». «No, ma li ha visti»? «Con un’arma credo. Di certo non con archi e frecce». (Audizione di X1, 9 dicembre 1996, verbale 118.728. Tratto dal libro Les dossiers X, Ed. Epo) VENDUTA AI PENSIONATI. Regina racconta anche tante altre cose, ma le parti sulle «cacce al bambino», per quanto confermate da altri quattro testimoni, sono quelle che verranno utilizzate per deridere tutta la sua vicenda. I racconti che a più riprese Regina fa di queste cacce sono una delle tante parti che non è stato possibile appurare nel famoso «scandalo pedofilia». Nota come X1, codice utilizzato dagli inquirenti per tenere nascosta la vera identità, Regina inizia a parlare in seguito all’onda emozionale suscitata dal caso di Julie e Melissa. Racconta della sua vita ed è un viaggio nell’orrore. Racconta di come ancora bambina venisse venduta dalla nonna ai ricchi pensionati di Knokke, località balneare del Mare del Nord e buen retiro di anziani facoltosi. Spiega agli inquirenti di come all’età di 12 anni fosse stata affidata dalla madre a Tony V., che diventa il suo pigmalione, o pappa, la porta in giro, in festini «particolari» che finiscono tutti allo stesso modo, con lei e altre ragazze protagoniste delle attenzioni degli altri partecipanti. Racconta di stupri di gruppo e violenze di ogni tipo, film porno, snuff movies (film dove le protagoniste vengono violentate e uccise davvero), minorenni ammazzati per gioco o per il piacere sadico dei suoi clienti. Tony viene sentito da un giudice di Gand e dichiara che sì, in effetti conosceva Regina e aveva anche le sue chiavi di casa. Andava a trovarla regolarmente e si intratteneva con lei e spesso uscivano insieme. L’età di lei quando la storia è incominciata? 12 anni. Tony non verrà mai perseguito anche se la legge belga prevede il carcere fino a 20 anni per rapporti con un minore di 14 anni. Regina riconosce anche alcune foto: clienti famosi, finanzieri e uomini politici. Ma anche vittime, ragazze morte 15 anni prima in circostanze rimaste misteriose. Solo che fa tutto con grande confusione. Descrive luoghi con una precisione che impressiona gli inquirenti, ma si sbaglia sulla data, fa i nomi di persone che poi non riconosce, si contraddice in continuazione. La giovane viene ascoltata per 17 volte nel corso di sei mesi. Le audizioni durano per notti intere, vengono filmate da telecamere e si tengono in presenza di uno psicologo. Una commissione medica appurerà che Regina è una teste credibile, che «ha subito nel passato abusi sessuali massicci» e «importanti in intensità». A condurre le audizioni è un’èquipe di poliziotti guidati da Patriek De Baets, uno specialista di criminalità finanziaria, sotto i riflettori da anni per aver condotto le indagini più scottanti sulla malavita dei colletti bianchi. Le prime pressioni su De Baets e i suoi arrivano da molto in alto. Tra le telefonate che uno dei giudici riceve nel dicembre del 1996, quando inizia a circolare la voce che un testimone sta parlando, c’è quella di uno degli uomini più potenti del Belgio, il patron di Banque Fortis, Maurice Liepens. Chiede di sapere se i poliziotti verranno a perquisire la sua casa. Poco dopo Liepens che, secondo De Baets, Regina avrebbe riconosciuto tra i suoi clienti, tenterà il suicidio. Ma l’aria cambia quando Regina inizia a fare i nomi di gendarmi e pejeists, i funzionari della Polizia giudiziaria. Dopo una serie di scontri sulle modalità dell’inchiesta e dopo aver ordinato una rilettura dei documenti basata solo su una parte delle audizioni, nel giugno del 1997 il capo di De Baets, comandante Duterme, accusa il suo sottoposto di falso ideologico. Il comandante Duterme nel suo curriculum aveva anche le indagini sui «Tueurs du Brabant» una banda di criminali che ricorda molto da vicino le vicende bolognesi della banda della Uno bianca. Vicende efferate e mai chiarite che risalgono alla fine degli anni Ottanta, ma che solo di recente hanno visto emergere inquietanti legami tra quei crimini e alcuni gendarmi vicini a un gruppo dell’estrema destra. La ricostruzione dei fatti che emerge dal racconto di Regina ruota intorno alla figura di Michel Nihoul. Riconosciuto da Regina, e da vari altri testimoni, come amico di Dutroux, una carriera criminale di tutto rispetto che spazia dalle truffe miliardarie alla tratta degli schiavi, la sua figura è la chiave di volta che collega il rapitore di bambini venuto da Marcinelle con l’ambiente delle folli notti di Bruxelles. Nel suo libro di memorie Nihoul si fa vanto delle numerose partouze, ammucchiate, da lui organizzate. Durante gli interrogatori, risponde in maniera strafottente: «Vi ho mai raccontato di Duodou? Ha una vera passione per le manette. Una volta ha pagato 25 mila franchi per farsi chiudere per mezza giornata dentro una cantina con Roxanne, un travestito patito del sadomaso. Ho saputo proprio pochi giorni fa che è diventato giudice. Il suo vero nome? Adesso mi sfugge». Il 21 gennaio, il quotidiano Le Soir pubblicava due trafiletti: nel primo c’era scritto che l’inchiesta contro i due poliziotti per falso ideologico si era chiusa con un «non luogo a procedere». Nel secondo dava notizia della richiesta di indennizzo di Nihoul allo stato belga per 1,8 milioni di franchi, dopo essere stato recentemente rimesso in libertà nonostante questo sia stato ritenuto «sconcertante» dall’ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia. Oggi De Baets ha 48 anni e molta voglia di parlare. Accanto a lui c’è Aimè Bille, di pochi mesi più giovane e più basso in grado. A più di tre anni di distanza dalle audizioni del testimone X1, i due poliziotti hanno un mistero che non sono ancora riusciti a risolvere. Devono cercare di capire perchè sono stati allontanati dall’inchiesta prima, dal loro ufficio, destinati «a incarichi amministrativi» e infine derisi, dichiarati pazzi o mitomani, violenti, troppo protagonisti. Le loro vite rovistate, le loro facce su tutti i giornali, più di quelle dei criminali, e infine lasciati a casa con un congedo malattia per esaurimento nervoso. SCHIACCIATI DAL SILENZIO. Un banale caso di mobbing, se non fosse che l’èquipe di questo poliziotto fiammingo baffuto e un po’ strafottente stava lavorando sul dossier più scottante dell’intera storia di questo Paese. La vicenda di due flic bravi e seri, con carriere piene di elogi e menzioni di merito, che finiscono schiacciati dal «muro del silenzio» caduto su tutta la vicenda. In compagnia solo di un parlamentare radicale, di una ragazza che alleva cani e quando dice di preferirli agli uomini si può solo tacere e abbassare gli occhi, e di qualche giornalista che si interessa ancora alla loro storia. Dopo più di mille giorni di esclusione dall’inchiesta («Mille e uno», precisa Aimè Bille la prima volta che lo incontriamo. «Oggi sono mille e quattro», è la prima cosa che dice quando lo incontriamo di nuovo), i due poliziotti dicono di credere ancora e più di prima a quanto Regina ha raccontato. «Se non ci fossimo avvicinati alla verità, non ci avrebbero fermato». «Non credo nè alla teoria del grande network della pedofilia nè ai presunti coinvolgimenti di membri della famiglia reale come peraltro qualcuno dei testimoni X ha affermato», dice De Baets, «anzi, credo che queste voci abbiano fatto solo male all’inchiesta». I presunti coinvolgimenti di membri della Corona restano ancora come un’ombra su tutto l’affaire. Ne parla il testimone X3, una vittima come Regina, ma ne parlano soprattutto nei corridoi e nelle sale delle istituzioni comunitarie e nei salotti borghesi di Bruxelles. Sempre sotto voce, più con scherno che con convinzione, basandosi sulla presunta foga sessuale del re Alberto, che il giorno della fuga di Dutroux era in Costa Azzurra, sembra in compagnia di una squillo d’alto bordo. Ma anche sui precedenti di Leopoldo II, le roi des belges, che all’inizio del secolo amava intrattenersi con giovani vergini fatte venire dall’Inghilterra per paura della sifilide. «REGINA VA ASCOLTATA ANCORA». I due poliziotti sono però sono persone che badano al concreto e non credono ai pettegolezzi. Preferiscono basarsi su fatti e cifre. «Regina ci ha raccontato di almeno 15 ragazze morte nell’arco di circa venti anni. Per alcuni di questi episodi abbiamo trovato riscontri anche importanti e alcuni casi archiviati sono stati riaperti. Con molta fatica, abbiamo avuto l’elenco dei minorenni morti in questo arco di tempo. Tolti gli incidenti, le malattie, i suicidi e tutti gli episodi in qualche modo chiariti siamo rimasti con un elenco di 3 mila minori morti senza risposta. Quanto basta per continuare ad ascoltare quella ragazza e fare le verifiche su quello che racconta. A noi da un certo punto in poi è stato impedito». E ancora oggi, nonostante la giustizia li abbia scagionati, devono fare i conti ogni giorno con una realtà fatta di veleni e disinformazione. Durante uno degli incontri, Aimè Bille riceve una telefonata sul cellulare. Diventa prima serio e poi comincia ad arrabbiarsi: «Non è vero, non è vero, ho studiato quel dossier per mesi e di questo non c’era traccia». Il suo interlocutore gli aveva riferito che il giorno successivo il settimanale Le Soir Illustrè avrebbe pubblicato un articolo sull’assassinio della Champignonnière. La morte in circostanze mai chiarite di una ragazza di 16 anni, un delitto risalente al 1984. Secondo Regina, Dutroux e Nihoul erano presenti, insieme a lei. Sarebbe la prova che i due si conoscevano e frequentavano l’ambiente della prostituzione minorile da ben prima di quanto emerso. Nell’articolo c’è scritto che lo sperma trovato sul luogo del delitto non appartiene a nessuno dei due, «quindi non c’erano», conclude il settimanale. «Ma non c’è traccia di campioni di sperma in nessuno dei verbali su quella vicenda», dice Bille, «io mi occupavo delle verifiche sulle audizioni di X1 e quel fascicolo l’ho studiato bene». Nonostante tutto dicono di avere ancora fiducia nella giustizia e che rifarebbero tutto quanto hanno fatto durante quell’inchiesta, «di gran lunga la migliore che sia mai stata fatta in questo Paese». Anche se Bille precisa che adesso farebbe volutamente qualche sbaglio, «così saprei di cosa mi si accusa». IL CASO BEGLIO è SCOPPIATO PER LA VICENDA DUTROUX. I due sbirri, uno fiammingo e l’altro vallone, uno spaccone con i modi da duro, pronto «ad ammazzare chi tocca i miei figli», e l’altro preciso come un computer, che cita a memoria i codici dei verbali e il numero di encomi ricevuti nel corso di 25 anni di carriera, incarnano bene la faccia pulita di un Paese che forse preferirebbe che tutto non fosse mai successo, ma per senso del dovere e dello Stato, due concetti che sotto le Alpi fanno sempre una certa impressione, non può fare a meno di andare avanti nella ricerca di una verità che a molti fa paura. «C’è una Place Fontenas in ogni grande città europea», dice ancora De Baets, «e dietro ci sono i personaggi che procurano i bambini e li sfruttano. Il caso Belgio è scoppiato perchè per la prima volta noi abbiamo trovato un Dutroux. Solo che poi abbiamo avuto paura delle conseguenze». Ossessionato o no, anche Dupuis va avanti, continua a raccogliere materiale e a mobilitare persone intorno a questo «buco nero» nella storia del Belgio. Anche Dupuis sostiene che il suo Paese non avuto il coraggio di fare i conti con quell’ingombrante fatto costituito dall’arresto di Marc Dutroux e dal pozzo di orrori e connivenze emerso in seguito. A un certo punto si è messo paura per quello che alcuni poliziotti e magistrati, armati solo di un profondo senso del dovere, potevano scoprire. Così arrivano gli insabbiamenti, le lungaggini, le false piste, il giudice istruttore Connerotte che dopo aver fatto arrestare Dutroux «scivola su un piatto di spaghetti» perchè accetta un invito a cena dalla famiglia, di origine italiana, di Melissa Russo. Per non parlare del «pericolo pubblico numero uno» che un giorno decide di fare una passeggiata nei boschi come fece Dutroux nel 1996 e dei tanti altri episodi che hanno già riempito diversi libri. Il «partito dell’insabbiamento», secondo Dupuis, annovera tra le sue fila altri magistrati, poliziotti e giornalisti. Un aiuto inatteso è arrivato proprio dal Parlamento europeo, che ha votato a larga maggioranza pochi giorni fa un documento dove si diceva «estremamente preoccupato» dal fatto che in Paesi facenti parte dell’Unione i processi contro le forme di pedofilia più estreme progrediscono con estrema lentezza, con inspiegabili trasferimenti di magistrati e di poliziotti, azioni di denigrazione dei testimoni, intimidazioni e deviazioni dell’inchiesta e silenzio o diffusione tendenziosa di notizie da parte dei media. Il rapporto, redatto da una tranquilla signora tedesca, concludeva chiedendo la costituzione di una Commissione d’inchiesta e invitava l’Unione Europea a verificare se tutto questo non prefigurasse quella violazione «grave e persistente» dei trattati invocata contro l’Austria. Tutte le domande e i dubbi ancora senza risposta potrebbero essere meglio chiariti più che da una Commissione d’inchiesta del Parlamento europeo, dal processo a Marc Dutroux e ai suoi complici. Ma la domanda che l’eurodeputato, i due poliziotti e la ragazza vittima e carnefice si pongono è se questo processo ci sarà mai. Nota di Alessia: Consiglio vivamente la lettura di:
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