Il villaggio delle donne libere
A Deir El Barsha, in Egitto, una ragazza si ribellò alle mutilazioni sessuali. E tutte l'hanno seguita. Di Gabriele Romagnoli,
La Repubblica, 21 giugno 2003.
Il Cairo - Il giorno prima del matrimonio di Mona ci fu una lite in famiglia, che tutto il villaggio udì. La madre era disperata, urlava alla sorella maggiore Nadia: «Tu le hai messo in testa di non farlo, adesso vedrai: quando lui se ne accorgerà, ce la rimanderà indietro; Nessuno più la vorrà». Quel che Mona aveva evitato di fare era stato tagliarsi un pezzo del proprio corpo, il clitoride, per obbedire a una tribale credenza.
Quella credenza secondo cui, senza rimuoverlo, non è possibile crescere, sposarsi, riprodursi, avere onore, morire nella pace e nel rispetto. Il marito, invece, la tenne con sé. Mona procreò. Il giorno del parto molte donne accorsero per chiedere all'ostetrica se era stata una cosa normale. Lei annuì. La madre era seduta nella stanza, guardava con rimpianto la figlia che era passata intatta attraverso i riti naturali della femminilità, evitando la mutilazione genitale che naturale non era. Andò da Nadia. Le disse: «Avevi ragione tu».
Questa è la storia di un'oasi, di un villaggio chiamato Deir EI Barsha, che oggi, alla conferenza internazionale del Cairo contro la mutilazione genitale femminile, verrà indicato come un modello. In un Paese come l'Egitto, in cui la percentuale di donne circoncise varia, secondo le statistiche, tra l'84 e il 97 per cento, quella di Deir El Barsha è zero. Ci dovrebbero mettere un cartello all'ingresso, come nei comuni denuclearizzati: "Villaggio detribalizzato". È stata una lunga battaglia, vinta grazie a dodici donne, a padre Daniel, a quelle come Nadia e, per una volta sia benedetta, alla povertà che ha costretto gli uomini a emigrare all'estero in cerca di lavoro.
Il villaggio si trova nell'Egitto centrale, in una zona dove le donne circoncise sono il 99,6%. Dal Cairo occorrono tre ore e mezza di treno, più un traghetto che parte quando è pieno e trasporta sull'altra riva del Nilo. Alle spalle, montagne. L'acqua è salata; l'elettricità viene, ma più spesso va; le condizioni sanitarie sono precarie, di scuole ce n'è una per 1100 allievi. Sono tutti cristiani, a Deir EI Barsha, ma non è questo che ha determinato l'evoluzione. Sono tutti cristiani anche i raccoglitori di spazzatura sulla collina di Moqattam, alle, spalle del Cairo. Percentuale di donne circoncise: 100%. E' una questione tribale, infarcita, anche di superstizione e volontà di dominio.
La donna genitalmente mutilata, si pensa, ha meno stimoli e garantisce meglio l'onore del padre prima, del marito poi. E così anche a Deir El Barsha, tra i 10 e i 13 anni (ma qualche volta anche a 6) le ragazzine erano condotte dall'ostetrica o dal barbiere, operate, suturate, poi festeggiate come se su di loro fosse discesa una qualche grazia. Tra gli argomenti che i tradizionalisti oppongono all'abolizione della pratica, uno è questo: è tutta propaganda dell'Occidente, che vuole imporci il suo stile di vita. Qualcuno lo sussurra perfino al Cairo, oggi, vedendo che a promuovere la conferenza è, tra le altre e più delle altre, un'italiana: Emma Bonino. Ora: Deir El Barsha della propaganda occidentale sa quanto della vita su Marte e neppure gli attivisti radicali, che si presentano a dire la loro praticamente ovunque, ci hanno mai messo piede. A battere le case del villaggio, una per una, sono state le dodici donne del comitato femminile. Il loro obiettivo: combattere le sofferenze inutili. All'inizio i bambini andavano loro dietro in processione; ridendo. Le altre donne non aprivano la porta. Gli uomini dicevano: "Non ti vergogni?" Dovresti essere a casa, sei una donna anziana (a una di 35anni, ndr). Poi, alla fine degli Anni Sessanta, qualcuno ha cominciato ad ascoltare. I primi casi di bambine non mutilate si sono verificati. È successo, soprattutto, che gli uomini erano andati via.
Numero di mogli che hanno seguito il consorte: una. Le altre stavano a casa e la mandavano avanti con i soldi ricevuti dall'estero. Quando i mariti tornavano, trovavano spesso due sorprese. Prima: le mogli avevano investito i risparmi meglio di quanto avrebbero saputo fare loro e adesso avevano abitazioni più grandi e terreni. Seconda: le figlie non erano state circoncise. Con l'apertura mentale di chi ha viaggiato, si narra che molti si arrabbiassero perché in Libia o Iraq, dove erano stati, le donne, non essendo mutilate, erano tutte svergognate in calore. La risposta delle mogli fu: se so provvedere alla casa, so provvedere alla famiglia. Se non erano le madri, erano le sorelle maggiori a battersi, come Nadia per Mona, che, ricorda, «quando facevo il bagno nel fiume, gli zii mandavano mia cugina a spiare com'ero fatta, quando confessai a un'amica che ero innamorata, lei disse: solo chi ha quella cosa s'innamora, a me non capita», inteso come fosse un vantaggio.
Poi ci si mise padre Daniel, che catechizzò le ostetriche: «Se vi portano le bambine, dite loro che devono chiedere il mio permesso». E se lo facevano, rispondeva: «Ve lo darò quando circonciderò le mie, di figlie». Ossia: mai. I tempi erano maturi. Nel 1991 i responsabili di Deir El Barsha firmarono un documento che solennemente proclama: «Avendo preso coscienza dei dolorosi e pericolosi effetti della circoncisione femminile ci impegniamo a non praticarla e a prevenirne la diffusione. Da oggi in avanti, chiunque la pratichi ne risponderà davanti a Dio, al villaggio e alla legge». Così: senza una campagna di spot alla tv che non c'è, senza un predicatore venuto da lontano a esportare la civiltà. Una questione di coscienza, di istinto per la libertà. "Abbiamo deciso noi", s'intitola il rapporto sull'esperienza, compilato per l'Istituto di studi sui diritti umani dalla dottoressa Amai Abdel Hadi. Nella prima pagina ha messo una dedica: «a tutti quelli che non hanno voluto accettare l'idea che sradicare la tradizione della mutilazione genitale femminile fosse impossibile».
L'ultima battaglia della Bonino: salvare le donne dall'infibulazione
Il Cairo - Leggi e fondi per salvare milioni di donne dall'infibulazione. Portavoce della campagna contro le mutilazioni genitali in Africa è Emma Bonino, che da due anni si è trasferita e vive in Egitto. Oggi e domani studiosi e rappresentanti di governi e organizzazioni non governative di 28 paesi arabi e africani si riuniranno, proprio al Cairo, per discutere leggi efficaci per contrastare il fenomeno. E nella stessa capitale egiziana, ieri, si è svolta una sessione internazionale di donatori per finanziare le campagne contro l'infibulazione. Sponsorizzata da «Unicef» e «Ford Foundation», la riunione ha visto accanto all'eurodeputata Bonino l'esponente del governo egiziano Mushira Kattab, segretaria del Consigliò nazionale per I' infanzia e la maternità. «La campagna contro la mutilazione genitale femminile è sottofinanziata in tutto il mondo», ha denunciato Bonino, che ha invitato i donatori presenti (Stati Uniti, Olanda, Italia, Svezia, Finlandia e Giappone, oltre a varie agenzie Onu) ad essere «coraggiosi ed ambiziosi» nei loro decreti di finanziamento.