Il film delle ebree ripudiate

Di Miriam Mafai, La Repubblica, 15 aprile 2000

Mia nonna portava la parrucca. Non perché fosse calva, anzi. Aveva capelli biondi, fitti e ricci nei quali, ricordava mia madre, era un piacere passare le dita. Ma portava la parrucca perché da ebrea osservante era stata obbligata a tagliare i capelli cortissimi, quasi a radersi, prima del matrimonio e poi a indossare, per tutta la vita, una parrucca. Non nascondevo la mia incredulità quando mia madre, nella Roma degli Anni 30, mi raccontava della nonna con la parrucca e del nonno con la barba lunga, i cernecchi e la palandrana nera. C'erano altri ebrei a Roma, donne e uomini, pettinati e vestiti come tutti.

«Allora - insisteva mia madre - era così». Mio nonno era rabbino, a Vilnius, in Lituania, insegnava nella yeshiva, studiava il Talmud e pregava. Mia nonna si occupava della casa e aveva messo al mondo diciassette figli. Dopo i primi pogrom, agli inizi del secolo e la morte del marito, la nonna si era trasferita in Bessarabia, poi era emigrata a Londra dove era morta durante l'epidemia di spagnola. E aveva sempre portato la parrucca.

Dopo più di sessant'anni da quando mia madre me la raccontava, la storia della nonna con la parrucca e del nonno rabbino mi si è ripresentata, intatta, con le immagini di Kadosh, l'ultimo film di Amos Gitai. Con una variante non da poco: la storia che il film racconta è una storia di oggi e le due protagoniste - la moglie ripudiata perché ritenuta sterile e la sorella più giovane costretta a sposare un uomo che non ama - vivono in un paese moderno, colto, vicino a noi. Ma a Mea Shearim, un quartiere di Gerusalemme, sono in vigore le stesse leggi che hanno regolato per secoli la vita delle comunità ortodosse in Lituania o in Polonia e che chiedono alla donna con il simbolico sacrificio dei capelli il sacrificio di se stessa. Lei dovrà accudire alla casa e fare figli, mentre l'uomo dovrà dedicare il suo tempo allo studio e alla preghiera.

«Non riesco più a studiare, io che ero il migliore della yeshiva» lamenta , disperato, Meir l'uomo che ama la sua donna ma che la ripudierà perché dopo dieci anni lei non gli ha dato ancora un figlio. Si alza all'alba, Meir, per recitare la prima delle sue preghiere : «Ti ringrazio, Signore mio Dio, di non avermi fatto nascere donna». Rivka, quando si alzerà, dirà anche lei la sua preghiera : «Ti ringrazio Signore mio Dio, di avermi creato secondo la tua volontà».

A Mea Shearim dove i bambini chiusi nelle palandrane nere sembrano dei vecchietti e dove le donne nascondono i capelli dentro un foulard o un turbante di velluto, si respira un'aria soffocante. È l'aria del ghetto: una sensazione inquietante perché non ci sono mura attorno al quartiere. O meglio le mura ci sono, anche se invisibili ma le hanno costruite, deliberatamente, gli stessi ebrei che sono sfuggiti alle persecuzioni e i loro figli.

In questo clima si svolge la tragica storia delle due giovani donne, vittime del Kadosh, del Sacro, di una ortodossia religiosa che si declina tutta al maschile.

«La grande contraddizione delle tre religioni monoteiste» spiega il regista «è proprio il posto che esse accordano alle donne. Perché il potere religioso è un potere esercitato dagli uomini e le donne ne subiscono i rituali, autoritari e invadenti» . Il taglio dei capelli all'atto del matrimonio e l'obbligo di tenerli coperti è il simbolo della condizione femminile. (Non a caso nell'altra grande religione monoteista, l'Islam, la donna è obbligata al foulard che copre i capelli, al chador che copre il viso e lascia liberi solo gli occhi o alla burka dei talebani che costruisce una vera e propria grata di fronte a tutto il viso).

Le donne sono escluse da due momenti essenziali della vita della comunità ebraica: dalla scuola talmudica (nella quale l' ebreo affina la sua passione per lo studio e la Torah) e dalla preghiera collettiva che ha valore solo se sono presenti almeno dieci maschi. E in Sinagoga (come nella moschea) alle donne è riservato un luogo separato.

Può leggersi una contraddizione nel fatto che a questa donna esclusa dalla preghiera sinagogale e subordinata alla volontà del rabbino del padre o del marito, venga tuttavia affidata in modo solenne la scelta della discendenza . Anche per lo stato di Israele, oggi, è ebreo chi nasce da madre ebrea. E numerosi sono i passi della Bibbia che fissano questo ruolo : sarà Sara, moglie sterile di Abramo, a scegliere la schiava Agar al fine di consentire la nascita di Ismaele. Ma quando, a novant'anni Sara riuscirà finalmente a partorire, sarà lei a cacciare Agar e il figlio, per ristabilire la corretta genealogia : da Isacco, suo figlio tardivo discenderà il popolo d'Israele. E sarà un'altra donna, Rebecca, a scegliere ancora una volta. Moglie di Isacco, aveva partorito due gemelli, Esaù e Giacobbe. Esaù era il primo, ma Rebecca preferisce il secondo e, sia pure con l'inganno, ne ottiene la benedizione dal padre vecchio e quasi cieco.

Torniamo a Kadosh. Il privilegio e la esaltazione della maternità, unico compenso all'esclusione, hanno come inevitabile risvolto la drammatizzazione della sterilità, massimo dei mali, segno della impurità e della punizione divina. E infatti Rivka, succube di questa cultura, si infligge da sola la punizione di una colpa che pure non ha commesso. La sorella più giovane sembra voler sfuggire a questo destino, nel momento in cui all' alba, osserva da lontano il profilo di Gerusalemme, a testa scoperta.

 
 
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