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Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, Gennaio 2000
Donne dimenticate del continente nero. Le mille, invisibili mani dell'Africadi Elisabeth Lequeret [*] Secondo il Bureau international du travail l'Africa subsahariana è una delle regioni del mondo in cui le donne, di tutte le età, lavorano di più. Diciassette ore al giorno, è l'orario di lavoro di una donna africana. Ma sull'argomento le città e le campagne del continente dicono molto di più delle statistiche delle organizzazioni internazionali. Nei mercati di Bamako, nella polvere rossa del Burkina Faso, sui marciapiedi di Lagos o sulle spiagge di Dakar le africane lavorano. Vendono tre noci di cola, cinque sigarette, dieci zollette di zucchero; barattano quindici manghi con un pareo, pesce secco con due pezzi di sapone; zappano, sarchiano, seminano un campo grande come un fazzoletto, un pezzetto di terra ingrata e disprezzata da tutti. «Strumento di piacere e strumento agricolo»: l'espressione dello scrittore camerunese René Philombe la si può verificare in tutte le campagne africane. In Africa occidentale la risicoltura pluviale è talvolta un lavoro interamente femminile. Nelle terre peul l'allevamento è affidato alle donne. In linea generale le donne rappresentano l'80% della forza lavoro utilizzata nella produzione alimentare. Sono le mille e una piccola mano che alimentano il continente. Mani anonime, a lungo dimenticate dalle statistiche e dai piani di sviluppo. Mani invisibili, prive di retribuzione, senza diritto alla terra, alla proprietà, al credito, all'eredità. Sfruttate a piacimento su terre che non gli appartengono e che, in caso di divorzio o di morte del marito, gli saranno subito tolte dalla famiglia acquisita. Con poche eccezioni (la Namibia dove le donne himba detengono la maggior parte del bestiame, i paesi zulu dove possiedono i loro granai e i loro campi) il vecchio adagio peul: «La terra è un padre che non riconosce le sue figlie», conserva tutto il suo significato. Come scrive la burkinabé Georgette Konaté: «Generalmente considerata come una estranea potenziale dalla propria famiglia e una vera e propria estranea dalla famiglia che la riceve, la donna non può né possedere né controllare un bene così prezioso come la terra» [1]. In una situazione non molto migliore, anche le donne delle città assolvono ai lavori più faticosi e meno retribuiti. La mancanza di formazione [2] le ha spinte in massa verso il lavoro nero: nell'Africa subsahariana il 60% delle donne che lavora lo fa in proprio (il tasso più alto del mondo): piccole venditrici di frutta e verdura, di medicinali più o meno adulterati, distillatrici di alcol di manioca, venditrici di acqua. In Africa lavorare non è una questione di scelta, e ancor meno di soddisfazione personale o di emancipazione, è una questione di sopravvivenza. Dai pochi spiccioli racimolati ogni sera dipende la vita della famiglia: spesso il minimo indispensabile per sfuggire alla miseria, all'indigenza più totale. Nell'Africa occidentale il 30% delle famiglie è diretto da donne sole, e sono le più povere, osserva l'economista della Costa d'Avorio Ginette Yoman (dati del 1995). La crisi è aggravata dalla competizione tra uomini e donne. Competizione senza pietà e da cui le donne raramente escono vincitrici. Nell'agricoltura, dove i programmi di aggiustamento hanno colpito duramente le contadine, privilegiando le coltivazioni di rendita e l'appropriazione privata delle terre. Nel mondo del lavoro ufficiale, dove sono state le prime a essere licenziate (in proporzione le donne hanno sofferto per le restrizioni di bilancio più degli uomini). Nel lavoro nero, dove i programmi di aggiustamento hanno colpito duramente anche le piccole commercianti delle città, riducendo il potere d'acquisto dei loro clienti e gettando sul lastrico decine di migliaia di disoccupati che oggi fanno loro concorrenza e gli contendono le attività più retribuite. Ironia della sorte, la crisi ha messo in luce (e aggravato) la precarietà del lavoro delle donne, ma ha anche rivelato il loro ruolo centrale nell'economia africana. Che altro fare quando il marito è "tagliato" (licenziato)? Negli anni Ottanta, quando i tagli drastici hanno gettato sul lastrico migliaia di dipendenti statali congolesi, sono state le donne ad andare al mercato per mandare avanti la baracca. Quando si sono rese conto le organizzazioni internazionali che un africano su due è un'africana? Apparentemente non molto tempo fa: è solo nel 1975, dichiarato pomposamente "l'anno della donna", e nel decennio successivo che il ruolo delle donne nello sviluppo comincia a essere riconosciuto e valorizzato [3]. Ma la presa di coscienza (molto relativa del resto) delle organizzazioni internazionali e delle organizzazioni non governative (Ong) non ha molto migliorato la loro vita quotidiana. Mentre le loro capacità di gestione sono riconosciute da tutti, la possibilità per le donne di ottenere un credito rimane molto difficile. Negoziare un prestito è un vero e proprio percorso di guerra il cui esito il più delle volte è negativo: per ottenere un credito bisogna possedere fondi sufficienti e poter dare un bene in pegno, due condizioni che mettono fuori gioco le donne. In Kenya, in Malawi, in Sierra Leone, in Zimbabwe, in Zambia le donne ricevono meno del 10% dei crediti concessi ai piccoli proprietari; nel settore agricolo è ancora peggio: meno dell'1% dei crediti [4]. Anche nei settori che conoscono bene, le donne hanno raramente il controllo di tutta la catena di produzione e ancora meno la possibilità di accedere ai centri di decisione. È in Togo, trenta anni fa, che un gruppo di donne ha finalmente capito che il denaro è alla base della guerra dei sessi. Concludendo accordi avveduti con le grandi imprese europee di import-export (modelli di pareo in esclusiva e pagabili solo dopo la vendita) queste donne hanno fatto fortuna. Soprannominate le Nanas-Benz (con riferimento alle lussuose Mercedes Benz che fanno guidare a ragazzi che, si racconta, utilizzano anche come gigolò), nubili, vedove o divorziate, queste moderne amazzoni gestiscono con pugno di ferro edifici, magazzini, conti bancari svizzeri. Oggi anche se la crisi ha ridotto i loro margini di guadagno, obbligandole ad abbandonare i parei inglesi per i meno costosi wax nigeriani, queste donne avrebbero nelle loro mani metà dell'economia del paese. Le Nanas-Benz hanno un'antenata: Tinubu, che ha dato il suo nome a una piazza di Lagos (in Nigeria). Figura emblematica della storia yoruba, questa commerciante costruì a metà del secolo scorso un mini-impero economico sul commercio di armi e svolse un ruolo politico determinante (avrebbe tra l'altro finanziato le guerre contro il regno di Abomey). «All'epoca una donna trafficante d'armi non stupiva nessuno», spiega Corine Mandjou, giornalista di origine camerunese e autrice di una monografia sulla storia politica delle donne in Africa dal Diciassettesimo al Diciannovesimo secolo. «In epoca precoloniale le donne erano proprietarie del capitale e della forza lavoro. La condizione della donna africana, così com'è stata sempre presentata dagli occidentali, è un grave errore. È falso dire che la donna africana è sottomessa, che non prende parte alle decisioni. A partire dal Diciannovesimo secolo chi ha descritto l'Africa veniva da famiglie benestanti e portava con sé i suoi pregiudizi di classe; aveva per interlocutori i capi villaggio e poiché non vedeva le donne ne deduceva che non avevano alcun potere. Ma nelle società africane tradizionali si chiede sempre il parere delle donne prima di prendere una decisione, anche se queste non parlano mai in pubblico. Inoltre, nella società africana tradizionale la regina madre e la prima sposa hanno un ruolo politico fondamentale. Oggi la situazione è molto diversa. Gli uomini hanno preso il potere e le donne sono obbligate a battersi su tutti i fronti. Inoltre i movimenti femminili sono molto pochi e per lo più controllati dai partiti politici». Così il passaggio dalle leggi consuetudinarie alle legislazioni moderne, invece di migliorare le sorti delle donne le ha peggiorate. La legge senegalese sulle comunità rurali mostra come una legislazione, a priori sessualmente neutrale, possa via via volgersi contro le donne. In Senegal infatti un consigliere rurale su tre deve essere il rappresentante di una cooperativa, ma in questo modo i gruppi più diffusi, cioè le comunità di donne, si sono trovati ipso facto esclusi dalle istanze decisionali. Risultato: nel 1994 solo sei dei quattromila consiglieri rurali del paese erano donne. Per contrastare l'inerzia dei poteri pubblici e i risultati spesso solo teorici delle politiche di sostegno, le donne si raggruppano e puntano sulla solidarietà. Le banche non vogliono prestare loro denaro? Le donne creano delle tontine e delle mutue e non è un caso se oggi le ragazze africane si appassionano per tutti i corsi di formazione che riguardano i meccanismi bancari e le strutture di finanziamento. Gli uomini bloccano loro la strada dell'università? In Camerun e in Ghana alcuni gruppi di donne utilizzano i loro risparmi per mantenere agli studi le ragazze povere del loro villaggio [5]. Le Nanas-Benz hanno fatto capire che il controllo degli approvvigionamenti è di fondamentale importanza. «In Ghana, nei due Congo, in Nigeria le donne occupano un ruolo centrale nelle reti commerciali», spiega Corine Mandjou. «Si comincia con i parei e molto rapidamente questo commercio si trasforma in un'attività di import-export di ogni genere di prodotti. In Africa occidentale il prét-à-porter è al 95% nelle mani di donne. Sono loro a fare tutti i viaggi in Francia, in Italia e oggi a Singapore e a Taiwan. Anche nei settori come l'agroalimentare sono molto presenti: ufficialmente le donne hanno posti di poca responsabilità, ma di fatto sono loro a gestire gli affari». In Nigeria le commercianti yoruba utilizzano i loro contatti nel villaggio, se necessario facendo ricorso ai vincoli di solidarietà familiare, per ottenere informazioni sui futuri raccolti. In Camerun le Bayam Sallam (buy and sell in pidgin) percorrono in lungo e in largo il paese per comprare i prodotti in eccedenza degli agricoltori e assumono giovani contadini come guardie del corpo. In Burkina creano campi collettivi. In Senegal alcune commercianti donne trattano direttamente con i produttori alimentari e talvolta possiedono i loro appezzamenti di terra. Allo stesso modo a Lomé i grandi commercianti di pesce sono donne e possiedono due terzi dei pescherecci del porto. L'unione fa la forza: a Ibadan le donne si sono raggruppate in un'associazione, la Cowad (Committee On Women And Development, Comitato sulle donne e lo sviluppo) per raggruppare i loro acquisti e ottenere prezzi più vantaggiosi. A poco a poco la resistenza si organizza. Come il loro lavoro, così la resistenza delle donne è spesso informale e avanza a passo di lumaca. La strada da percorrere è ancora molto lunga e difficile, e gli ostacoli sono numerosi. In Camerun, ad esempio, paese delle "businesswomen", una donna non può ancora uscire dal paese senza l'autorizzazione del marito. Note: [*] Giornalista di Radio France Internationale 1. Georgette Konaté, Femme rurale dans les systèmes fonciers au Burkina Faso. Cas de l'Oudalan, du Sanmatenga et du Zoundweogo, Ouagadougou, ambasciata reale dei Paesi Bassi, 1992. 2. Secondo il Rapporto sull'occupazione nel mondo 1998-1999 del Bureau internationale du travail, nel 1995 più della metà delle bambine tra i 6 e gli 11 anni non frequentava la scuola. 3. Si legga Annar Cassam, "La femme, inépuisable source de richesses", Le Monde diplomatique, maggio 1993. 4. Jeune Afrique Economie, dicembre 1995. 5. Codou Bop, "Quelle coopération internationale en Afrique", Politique africaine, Talence, marzo 1997. (Traduzione di A.D.R.) |