La Repubblica 14 agosto 1999

L'Età Perduta

Quando sui giovani scende la notte - di Furio Colombo

Si è spostato il laboratorio dei grandi eventi, la stanza segreta delle sperimentazioni. Per esempio noi siamo abituati a chiederci: in America che cosa succede? Parliamo di mostre di cinema. Ma in realtà vogliamo sentirci dire che qualcosa di radicalmente nuovo sta accadendo a Soho o nel Nebraska. Siamo in attesa di qualche documento sorprendente, di uno di quei racconti IWT (I was there, io c'ero), che cambiano le carte in tavola.

Se può interessare, una testimonianza c'è. Riguarda lo straordinario coinvolgimento dei più giovani nella politica, lo slancio con cui si impossessano delle cause sociali, delle questioni irrisolvibili. Bambini decisi a vedere, sapere, intervenire, non cedere. Una massa di giovanissimi militanti così grande nessuno l'aveva mai vista.

Il documento, autentico IWT, si intitola Children, è uscito da poco (Random House), è così carico di materiale che ci sono volute 800 pagine per raccontare il fatto nuovo. Lo ha scritto David Halberstam, inviato speciale giovane fra giovanissimi con una causa e una bandiera, tutti impegnati nel gesto un po' realistico e un po' magico di cambiare il mondo.

I fatti sono veri e documentati sino ai dettagli. I ragazzini dei "sit in" della Georgia e di Baton Rouge contro la segregazione. Le adolescenti che occupano le chiese e cantano We shall overcome, l'inno della giustizia senza violenza. Quando alcune di quelle chiese sono saltate in aria, in una catena di attentati, altre adolescenti si fanno avanti con la stessa inflessibile volontà di mobilitazione.

Compare un predicatore che organizza seminari di nonviolenza, e un mare di gente giovanissima gli sta intorno. C'è chi scappa di casa a New York o interrompe la scuola media a San Francisco, per trovarsi all'appuntamento in afose cittadine del Sud o dell'Ovest.

Per narrare il fenomeno occorre inventare una parola, "teeny boppers" (qualcosa a metà fra ragazzini e teenager). Descrive la marea di giovanissimi che improvvisamente occupano le strade d'America. Da questo momento "studente" vuol dire giovane mobilitato, pronto a schierarsi, a parlare, a manifestare, a scrivere, a disegnare, a stampare, a distribuire, a comunicare, a piazzare altoparlanti e microfoni dovunque si può fare un' assemblea o riempire una piazza. Questi bambini credono davvero che si possa far levitare il Pentagono. Pensano che si possano fermare le mani violente, che ci sia sempre un modo di separare coloro che si combattono. Amore e pace sono le parole chiave.

È una vera superstizione che travolge come in una fiaba i più giovani. Hanno un nome avventuroso. Si chiamano "Freedom Riders", vagabondi della libertà. Li picchiano a sangue, qualcuno ne uccidono. Ma loro ritornano sempre.

Children (vuol dire bambini ma anche figli) è uscito in questi mesi. Ma si riferisce al 1960. Jim Watson, primo protagonista di questo libro, è il profeta dimenticato della nonviolenza. Ha aperto la strada a Martin Luther King, Andrew Young, Jesse Jackson. Nessuna delle voci-guida, a quel tempo, (Bob Dylan, Joan Baez) aveva compiuto 20 anni. E ne aveva appena 25 David Halberstam quando ha cominciato a raccogliere il materiale del libro che ha scritto adesso, 38 anni dopo, chissà se con nostalgia o come contributo alla storia.

Halberstam ricorda tutti i nomi degli adolescenti incontrati a Nashville, a Baton Rouge, a Selma, ad Atlanta, a Little Rock, a New York, a Washington. Ricorda i ragazzini che si sono schierati per permettere a una bambina nera di 11 anni di entrare nella scuola segregata di Little Rock, di trovare il coraggio per attraversare la barriera di donne bianche decise a impedirlo.

Anche la bambina Ryan Harris ha 11 anni, è nera. È stata uccisa il 10 agosto del 1998. Anche accanto a lei ci sono due bambini. Sono i suoi assassini. La uccidono a colpi di pietra per impossessarsi della sua bicicletta.

Anche Andrew Golden e Mitchell Johnson, 11 e 14 anni, sono due decisi a non cedere. Hanno armi automatiche e hanno sparato a raffica sui compagni e gli insegnanti della loro scuola di campagna, in Arkansas, poche settimane fa.

Anche il piccolo Eric Morse aveva accanto due ragazzini inflessibili, capaci di controllare, con la loro banda, i tetti di un quartiere-ghetto di Chicago. Un giorno Eric ha creduto di fare di testa sua e i due ragazzini-padroni hanno eseguito la punizione considerata esemplare nel gruppo: giù dal tetto del quattordicesimo piano.

È ovvio e penoso dire che il mondo è cambiato. David Halberstam pubblica adesso, in un mondo di piccoli assassini, quello che avrebbe dovuto essere il suo primo libro, dedicato ai "freedom riders", mini-eroi che hanno cambiato il loro paese e lasciato una traccia di festa e di nostalgia nel mondo. La scena era internazionale. Ai "bambini" di Nashville che esigono trattamento uguale per i loro coetanei neri, rispondono i "teeny boppers" delle dimostrazioni contro la guerra nel Vietnam, contro la bomba atomica, contro la crudeltà e la violenza, tutti coloro che rifiutano persino il buonsenso corrente dell'equilibrio nucleare perché credono a Bob Dylan che dice «la risposta, amici miei, la risposta è nel vento».

Inutile cercare dove si è frantumato il sogno. Anche adesso la scena è internazionale. La bambina Ryan uccisa a colpi di pietra è americana, come i suoi coetanei di Jonesboro e altri bambini uccisi da bambini, in quartieri buoni e in ghetti invisibili degli Stati Uniti. Il quindicenne armato di mitra che ha fatto notizia d'estate sui nostri giornali, è stato arrestato a Bari il 14 agosto, non si sa se prima o dopo una esecuzione. 

Il bambino seduto su un tronco, con le mani amputate, la cui fotografia compare sulla prima pagina dello Herald Tribune del 30 luglio è della Sierra Leone. È un "messaggero di pace", nel linguaggio dei soldati ribelli di quel paese. Dopo la "punizione" lo hanno mandato a portare le loro condizioni ai generali della capitale di quel paese. Gli esecutori sono stati soldati adolescenti, ci dice il giornale.

È stato calcolato che nel mondo in tumulto, oggi, c'è almeno mezzo milione di bambini armati, usati come soldati, bambini combattenti e assassini dalla Cambogia allo Afghanistan. Come se fosse in corso un misterioso piano o un'influenza malefica, bambini uccidono altri bambini (o fanno parte del progetto omicida) a Ostia, nelle strade di Chicago, a New York, a Giakarta, a Kabul, nel Ruanda, nei Balcani. 
La partecipazione dei bambini maschi alle lapidazioni, nei villaggi islamici governati dal fanatismo della sharìa (in versione alterata e barbara) stranamente richiama la follia bene organizzata del profeta Koresh, saltato in aria nel santuario-fortino di Waco, in Texas. Koresh aveva cento bambini, fra i suoi miliziani, e li ha portati tutti con sé alla morte. 

In Indonesia il precipitare del disastro economico delle scorse settimane ha mobilitato all'improvviso per le strade "commandos" di giovanissimi che hanno cercato, stuprato e ucciso le coetanee cinesi. Hanno organizzato una caccia casa per casa, a volte con lunghe esecuzioni collettive che solo pochi giornali del mondo hanno ricostruito e narrato. 

Riusciamo a non parlare di fatti come questi perché è quasi impossibile raccontarli. Riusciamo a dimenticare in fretta l'inferno della Cambogia in cui quasi solo bambini hanno provveduto, con l'indifferenza necessaria, alle esecuzioni più spaventose. Qualche funzionario dell'Unicef, forse, ricorda la "marcia dei bambini" nel deserto che separa il Sudan dall'Uganda, ragazzi dai 7 ai 16 anni, costretti a cercare la salvezza camminando per giorni senza acqua né cibo. Pochi sono vissuti e hanno raccontato. Quasi nessuno ha raccolto la loro storia. Prenderla sul serio avrebbe richiesto di portare il sanguinario governo sudanese di Al Turabi davanti a un tribunale internazionale. Lasciar morire in silenzio i bambini è la strada più facile.

Però storie come questa non finiscono. Provocano, anzi, una sorta di contagio. In quella stessa regione (il nord dell'Uganda) è sorto un esercito che sembra il prodotto di un fantasticare malato. I soldati sono tutti tra i 7 e i 16 anni, le formazioni sono composte da scolari e giovani studenti rapiti quasi sempre da missioni cattoliche italiane (ma si trovano tracce di queste vicende solo nella stampa americana). Sono maschi e femmine, spesso rapiti da buone scuole a cui erano stati affidati da famiglie preoccupate di sottrarli al disordine violento delle città. Sto parlando del "Lord Resistence Army" (Esercito di Dio) fondato da Joseph Kony, ex soldato, ex mercenario, che comanda cinquemila bambini assassini. 

Elizabeth Rubin, dall'Uganda, ne ha ricostruito il percorso. I bambini vengono rapiti quasi sempre da altri bambini-soldati, già educati al fanatismo malato del loro leader. L'indottrinamento è un periodo di terrore, con punizioni durissime per scoraggiare le fughe. Poi c'è vita di gruppo, ogni gruppo dieci bambini e bambine che diventano amici e imparano a sostenersi a vicenda. Improvvisamente il capo dell'Esercito di Dio separa uno dei bambini dal gruppo, lo dichiara "traditore". Gli altri bambini devono ucciderlo con le mani, con i sassi, con quello che trovano. Prima o poi, tutti obbediscono, racconta chi ha esperienza di questo fenomeno. 

Da quel momento hanno armi e divisa e sono "soldati di Dio", un vasto gruppo senza patria e senza pietà nell'universo del terrorismo africano. 

Tutto ciò accade ai nostri giorni, a bambini come i nostri bambini, appena tre decenni dopo le crociate contro la segregazione, la violenza, la guerra di cui ci parla oggi il libro Children di David Halberstam.
La parola "children", figli o bambini, adesso ha un significato diverso. «Vi dispiace se stanotte mi chiudo in camera?», dice di avere detto ai suoi ragazzi il vicino di casa di un capofamiglia di Varese appena massacrato dai figli.

Il fatto è che non abbiamo capito quando, dove si è rovesciata la vita. Non sappiamo dove nasce il bisogno di deteriorarla con una sorta di sinistra e spensierata euforia. Ci sfugge un pezzo della nostra psiche. È un paesaggio che continuiamo a negare, ma che cominciamo a conoscere <

 
 
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