Il dramma mondiale dei rifugiati
Grand Hotel dei dannati - Il palestinese esule a vita. L'africano sempre in fuga. L'afghana senza futuro. La birmana dissanguata...Testimonianze disperate dai campi profughi. Dove vivono cinquanta milioni di sopravvissuti: alla guerra, alla tortura, alla persecuzione
Di Paola Boncompagni, L'Espresso 5 aprile 2000
Sono 22 milioni, come l'intera popolazione dell'Australia e dell'Irlanda insieme. L'ottanta per cento sono donne e bambini. Tutti obbligati a lasciare le loro case perché in pericolo di vita. Sono scappati dalla guerra, col terrore dipinto sul volto. Hanno percorso chilometri e chilometri a piedi. Alcuni di loro sono
morti lungo il tragitto. Fuggiti da persecuzioni razziali o religiose. Da arresti illeciti e lavori forzati. Da torture ed
esecuzioni. Si chiamano rifugiati, ma solo dal momento in cui varcano il confine del loro paese di origine, per cercare accoglienza in un altro. Per ogni 280 persone nel mondo, ce n'è uno.
"L'Espresso" ha raccolto alcune drammatiche testimonianze tra i tanti campi profughi, sparsi nel mondo.
Afghanistan - Pakistan
Rahila è afghana, ha 28 anni e vive nel campo profughi di Jalozei, nel nord-ovest del Pakistan. È fuggita nel 1992 dall'inferno del suo paese, per ritrovarsi in questa polverosa tendopoli che si perde a vista d'occhio. Dove d'estate gli scorpioni si infilano sotto le stuoie e i cobra strisciano fuori all'improvviso e uccidono con il loro veleno. «Mio marito, Massud, e io avevamo una bella vita», dice con lo sguardo pieno di nostalgia.« Abitavamo a Farah, una cittadina a ovest dell'Afghanistan, con i nostri due figli. Nel 1992 la nostra città è stata presa dai mujaheddin. Eravamo contadini e ci battevamo per la nostra libertà. Una sera, mentre i bambini dormivano, sei uomini sono entrati in casa. Hanno tentato di
violentarmi, ma mio marito ha resistito, e allora prima l'hanno picchiato eppoi gli hanno sparato una raffica di kalashnikov, uccidendolo. In quel momento di confusione, sono riuscita a scappare, senza chador e senza scarpe, e a ripararmi nella casa di una vicina. I miei genitori erano già morti, e anche i miei suoceri. Alcuni amici di mio marito mi hanno consigliato di rifugiarmi in Pakistan, qui a Jalozei. Sono venuta in questo campo perché avevo saputo che mio figlio e mia figlia avrebbero potuto andare a scuola, e che io avrei imparato a
scrivere. Ogni pomeriggio frequento i corsi. Vivo qui da cinque anni. Mi piace studiare, ma sono vedova. Cerco di guadagnare cucendo indumenti a 30 rupie al pezzo (circa 1.050 lire, ndr.), ma questa macchina non è mia e devo affittarla. Non potrò mai risposarmi, renderei per sempre miserabile la vita dei miei figli. In Afghanistan, se una vedova si risposa, i figli e tutto quello che possiede diventano automaticamente proprietà della famiglia del nuovo marito. I figli andranno a vivere col nuovo suocero, il quale permetterà loro di vedere la madre solo in rare occasioni. Nessuno rispetta una vedova che si risposa, tanto meno i suoi figli, che imparerebbero a disprezzarla. So di essere ancora giovane, ma sarò felice di vedere crescere i
miei figli e di diventare nonna», conclude con un filo di speranza.
Rahila e i suoi due bambini, di sette e nove anni, sono parte di quel milione e 200 mila rifugiati afghani che vivono nei numerosi campi profughi lungo il confine pakistano. Fuggiti durante la guerra civile scoppiata dopo il ritiro delle truppe di occupazione sovietiche. Nel 1996 i taleban, i rigidi studenti teologici islamici, hanno conquistato Kabul, la capitale. In poco tempo sono riusciti ad estendere il loro potere e la loro visione
religiosa sull'80 per cento del paese. Dove hanno subito imposto le loro regole medioevali, con una interpretazione propria e ferrea delle leggi islamiche. A farne le spese sono state sopratutto le donne alle quali è stato tolto il diritto allo studio, al lavoro e persino a curarsi. Sono state tutte rispedite e chiuse nelle case. Le poche che risultavano ancora dipendenti nell'amministrazione pubblica, percepivano fino a marzo cinque dollari al mese ed era il loro unico sostegno. Ora non hanno neppure quella miseria. I taleban hanno deciso di licenziare il 50 per cento del personale di tutti i ministeri, ritenuti "inutili". L'80 per cento è di sesso femminile.
Sierra Leone - Guinea
Alphonsus Gbani ha 32 anni, è di Freetown, capitale della Sierra Leone. Oggi vive con la sua famiglia a Conakry, in Guinea. «Sono nato nel 1967 a Myamba, una grande città al sud della Sierra Leone», racconta. «Nell'88 ho iniziato a lavorare come assistente sociale nella città di Makeni. Ero impegnato nella causa dei diritti umani, e per questo motivo ero nella lista nera del Fronte unito rivoluzionario (Ruf). Il 15 dicembre del 1998 a Makeni avevo tenuto un discorso pubblico molto duro e immediatamente i ribelli iniziarono a cercarmi. Durante la notte io, mia moglie e i miei due figli siamo stati
svegliati dal rumore di alcuni spari e abbiamo deciso di lasciare Makeni. Era il 23 dicembre. Ci sono voluti sei giorni per arrivare a Freetown insieme ad altri parenti. Eravamo in tutto trenta: c'erano mia moglie i nostri due figli, di tre e sei anni, i miei nipoti, alcuni cugini, la sorella di mia nonna, alcuni zii e zie. Io ero a capo del gruppo. Dalla fretta siamo partiti solo con i vestiti che indossavamo. Ci fermavamo nei villaggi per riposare e dormire, e la gente ci aiutava offrendo cibo e nascondigli. Alcuni di noi si sono ammalati di malaria, perché
non avevamo nessuna protezione per le zanzare. Un medico di un villaggio vicino ci ha donato delle erbe. Quando non trovavamo un villaggio dormivamo all'aperto. Gli incubi popolavano i nostri sonni. Il giorno del nostro arrivo a Freetown siamo andati da mia madre che con il suo nuovo marito abitava a Grassfield, nella parte est della città. Siamo rimasti tutti quanti là, eravamo 49. Il 15 febbraio del nuovo anno siamo stati svegliati dal rumore degli spari. Dopo cinque giorni i ribelli del Ruf sono entrati in casa. Hanno preso i
ragazzi perché avevano bisogno di maschi giovani. Hanno portato via anche tre ragazze, e da quel giorno mia moglie e altre donne hanno cominciato a vestirsi da vecchie. Tra le cose più orribili che abbia mai visto, c'è quella gente con le mani e le braccia tagliate di netto e tutti quei cadaveri buttati sull'asfalto a Freetown. Il giorno che siamo partiti per Conakry abbiamo incontrato molta gente che scappava, fortunatamente non ci
siamo mai imbattuti nei ribelli. Sapevo bene come riconoscerli: hanno tutti una piccola cicatrice sulle tempie, dentro la quale mettono una presa di cocaina, per essere ancora più violenti. Una volta passato il confine siamo arrivati nell'area dei campi profughi di Forecariah, dove ci sono nove tendopoli. Siamo stati accolti in quella di Farmoreya. C'erano tantissime tende, pioveva e il terreno era viscido e fangoso, per poi trasformarsi in una terra secca e polverosa. Mangiavamo solo cereali e lenticchie. C'erano delle latrine all'aria aperta. Presto scoppiò un'epidemia di polmonite. Così dopo un mese abbiamo deciso
di lasciare il campo. Ho trovato una casa a Conakry dove vivo con la mia famiglia dal marzo del 1999. Una volta ho parlato con uno dei ribelli. Avrà avuto 25 anni, e se avessi potuto ucciderlo con le mie mani l'avrei fatto, ma non ne ho avuto il fegato. A Conakry stiamo bene. Io continuo a lavorare per la causa dei diritti umani, anche se nessuno può pagarmi. Parenti e amici ci danno una mano. Torno sui campi ogni due
settimane, per cercare di aiutare la gente laggiù. Abbiamo avuto molta fortuna: Conakry non è pericolosa, mia moglie cerca di dare un'istruzione di base ai bambini, e riusciamo a mangiare due pasti ogni giorno».
La famiglia Gbani, nella disgrazia, può considerarsi fortunata rispetto al mezzo milione di profughi della Sierra Leone, tra i paesi più poveri dell'Africa. La maggior parte dei rifugiati vive in Guinea, in Liberia e in Gambia, mentre 300 mila sono sfollati interni. Sono fuggiti dal conflitto iniziato nel 1991 a opera di un gruppo di ribelli del Ruf, Fronte unito rivoluzionario. Che ha instaurato immediatamente un regime di terrore. Tra gli abusi più ricorrenti lo sfruttamento sessuale, la schiavitù e le mutilazioni di arti agli uomini, commessi a un ritmo forzato. Quasi la metà del Ruf era composto da bambini costretti ad arruolarsi e a consumare droghe, per poter uccidere con più ferocia. Alla fine del 1998, i ribelli hanno conquistato Freetown, causando altri esodi e nuovi profughi.
Birmania - Olanda
Htet Htet, nome di comodo, È nata a Rangoon 29 anni fa. Oggi vive a Rotterdam, in Olanda, nel centro accoglienza per rifugiati politici, in attesa di asilo. «Sono birmana, e non del Myanmar, il nome imposto dai militari al nostro paese», precisa: «Abitavo a Rangoon con i miei genitori, mio marito e nostra figlia. Studiavo storia all'università, ed ero attiva politicamente insieme a mio marito e ai nostri amici. Lo scorso anno, durante una manifestazione per la democrazia, è arrivata la polizia, che ha portato via molta gente. Mio marito e io siamo scappati e ci siamo nascosti in una casa in città. Un nostro amico ci venne a dire che la polizia stava perquisendo la nostra casa. Non ci siamo mai più tornati. Non abbiamo neanche potuto avvertire i miei genitori e nostra figlia della nostra fuga. Ci siamo nascosti per due giorni e poi ci siamo diretti verso Pa-an, una città al sud della Birmania. Abbiamo camminato giorni per raggiungere il confine thailandese. L'unica cosa che avevo era il vestito che indossavo. A quel tempo ero incinta di due mesi, ma il viaggio è stato duro, e dopo qualche giorno ho iniziato a sanguinare. In seguito le
perdite sono divenute molto abbondanti. Non avevo niente con me, e il sangue mi correva sulle gambe, sul vestito e sui piedi. L'intero viaggio è durato due mesi, e ho sanguinato tutto il tempo. Quando finalmente siamo arrivati a Bangkok, non potevo andare da un medico e tanto meno farmi ricoverare in ospedale. Stavo tutto il giorno in una stanza che avevamo trovato con l'aiuto di un nostro amico. Eravamo ospiti di un
uomo thailandese. Giorni e giorni di interminabili attese. Dopo un mese e mezzo, l'uomo ci ha procurato i passaporti, i visti, e due biglietti aerei per l'Olanda. Siamo arrivati a Bruxelles e poi in treno fino a Rotterdam, dove siamo andati alla stazione di polizia e poi all'Asylum seekers center (centro per richiedenti asilo). Quando siamo arrivati lì, ero molto pallida per tutto il sangue perduto. Mi hanno subito portata in ospedale, dove il dottore mi ha detto che dovevo essere operata. È stato un intervento veloce, e sono rimasta ricoverata per due giorni. Mio marito e io eravamo i soli birmani nel campo. C'erano rifugiati iraniani, iracheni, afghani, somali e sudanesi, e di altre 50 nazionalità diverse. Eravamo in tutto 350. Ci hanno dato
una stanza, dove ancora abitiamo. Lavoriamo negli uffici del centro come volontari. Mia figlia mi manca molto. Non posso telefonarle e non possiamo neanche scrivere, perché ricevere posta potrebbe mettere lei e i miei genitori in pericolo»».
La maggior parte dei rifugiati birmani è fuggita in Thailandia, dove in 140 mila vivono in campi profughi lungo il confine con la Birmania. Altri si trovano in India, Bangladesh e Malesia. Altri ancora sono sfollati interni, e la loro stima oscilla tra 500 mila e il milione. Si nascondono nella foresta birmana, in alcuni
casi per interi anni, cercando di scappare dall'inferno dei lavori forzati, o dagli arresti illegali e dalle torture. Fuggono da una dittatura militare ferrea, mentre decine di migliaia di appartenenti a etnie minori birmane sono state forzate a lasciare i loro villaggi per le persecuzioni religiose e razziali.
Palestina - Libano
Nel 1948, con la creazione dello Stato di Israele in una parte del territorio della Palestina, 750 mila palestinesi hanno perso le loro case. Dopo ulteriori conflitti arabo-israeliani nel 1967 e nel 1982, il numero dei rifugiati palestinesi è arrivato a 3 milioni 800 mila, il più numeroso del pianeta. I bambini di oggi crescono in campi costruiti dai loro nonni, spesso diventati città di oltre 100 mila abitanti, in Libano, nella Striscia di Gaza, in Giordania, nei territori dell'Autonomia palestinese. Ein el-Hilweh, a 40 chilometri a sud di Beirut, è il più grande campo profughi del Libano. Accoglie 60 mila palestinesi, che dopo 50 anni vengono ancora considerati profughi "di passaggio" e non hanno il permesso di lavorare fuori del campo. La loro sorte è incerta e nei negoziati di pace tra l'Autonomia palestinese e Israele non si è giunti ancora ad un
accordo. Il governo israeliano respinge il loro ritorno.
Mahmoud Rabbani, nato in Palestina 53 anni fa, vive nel campo di Ein el-Hilweh da quando aveva dieci mesi. «Vivo con mia moglie e i miei figli in un appartamento di 65 metri quadrati, provvisto di un tetto», racconta. «Fino a quando avevo 12 anni nel campo c'erano solo tende. Nel 1960 mio padre riuscì a comprare alcuni blocchi di cemento per costruire un divisorio tra noi e i vicini. Prima ci pioveva dentro, ma oggi abbiamo un tetto di cemento. Tecnici dell'Unrwa (l'agenzia dell'Onu creata appositamente per soccorrere i profughi palestinesi) portano l'acqua nelle case con le pompe, ma non ci sono linee telefoniche. Alle sette del mattino prendo il bus dell'Unrwa all'entrata principale del campo. Accompagno gli
studenti e i professori all'istituto dove insegno inglese ai palestinesi. L'istruzione è l'unico modo per cavarsela, qui la disoccupazione è del 40 per cento. Da quando eravamo piccoli, abbiamo sempre saputo di essere dei rifugiati, se ne parlava ogni giorno, non si sentivano che storie sul nostro ritorno in Palestina. Neanche allora, però, io ci credevo. Tutti i giorni alle quattro del pomeriggio ritorno al campo con il bus, dove io e mia moglie pranziamo: riso e verdure, e qualche rara volta il pollo o la carne. Poi schiaccio un pisolino, che viene interrotto dalla televisione. È mio figlio di vent'anni che la guarda. È forte e volenteroso, ma qui non c'è lavoro per lui. Poi la cena. È difficile che io esca dal campo, la sera. Se rientro dopo le
nove, devo fermarmi all'ingresso principale per registrare la mia entrata. Se poi non sorrido ai soldati libanesi di guardia, mi chiedono di scendere dalla macchina e di aprire il bagagliaio. Ho una figlia che vive in Germania, e un'altra in Svezia, dove hanno le loro famiglie. Sono lontane, è vero, ma almeno non
sono più delle rifugiate. La mia vita è molto limitata: campo profughi e lavoro. Anche se ho passato qui la mia infanzia e tutta la vita, non mi sento a casa mia».
Sono solo alcune delle testimonianze raccolte nei campi profughi, tra quella marea di gente di un inarrestabile esodo. L'Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) assicura ai profughi la protezione internazionale, li divide in categorie: quelle dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei rimpatriati (persone che, col supporto dell'agenzia dell'Onu, tornano nel loro paese). Oltre a 22 milioni di questi, l'Unhcr
stima nel mondo altri 30 milioni di "sfollati interni", persone che sono state costrette a lasciare la loro casa, restando però entro i confini del paese di origine. Sono quindi almeno 50 milioni le persone che non sono in condizioni di poter ritornare nel proprio paese.
Gli sfollati interni, però, non godono della protezione di leggi internazionali che tutelano i rifugiati, e l'Unhcr riesce a dare supporto a solo 5 milioni di questi, essendo la maggior parte di loro assolutamente inaccessibili, sia all'assistenza di organizzazioni umanitarie che a eventuali censimenti. Le persone di competenza dell'Unhcr si dividono in circa 7 milioni di profughi africani, 7milioni di asiatici e altri 6 milioni presenti in Europa. Il gruppo di rifugiati più numeroso al mondo è quello dei 3 milioni 800 mila palestinesi, seguiti da 2 milioni 600 mila afghani. È in Africa, invece, che si conta il maggior numero di sfollati interni, più di 6 milioni, di cui quattro sudanesi. Sparsi in 120 paesi del mondo, i rifugiati condividono spesso le stesse
condizioni di vita, abitando in tende o capanne non riscaldate, dove più famiglie dormono per terra in uno spazio ristretto. Consumano un pasto al giorno, dato dalle organizzazioni umanitarie, che solitamente consiste in una combinazione proteica sostitutiva della carne: legumi, cereali e olio vegetale. Sono spesso malnutriti ed esposti a malattie ed epidemie di ogni genere.