Il prezzo delle schiave

Tratto da D-Donna, inserto settimanale di La Repubblica, 3 aprile 2001.
Di D. Ammann

«All'improvviso erano dappertutto con i cavalli e ci picchiavano». Ayath Adiang Dhel è seduta per terra su un mucchio di paglia. Attaccato al seno ha un bambino dalla pelle incredibilmente chiara. Ayath ha 17 anni, forse 18. L'età esatta non la sa nessuno, nemmeno lei. Sono nove anni che l'hanno portata via. Una fila di pallini in rilievo le attraversa la fronte. Sono i tatuaggi tradizionali del popolo Dinka, che vive nel Sudan meridionale. «I mercanti di schiavi hanno ucciso mia madre e hanno preso me e le mie due sorelle. Ci hanno incatenato, le mani dietro la schiena. Per sette giorni abbiamo camminato verso nord. Poi mi hanno venduta a un contadino. Come una vacca». Da nove anni, la metà della sua vita, Ayath è schiava di un uomo, uno sconosciuto, che la costringe a svolgere tutti i lavori più pesanti: andare a prendere l'acqua, macinare il grano, lavare i vestiti, guardare il bestiame di notte. È mezza morta di fame, perché da mangiare riceve solo gli avanzi. Quando è stanca, il padrone la frusta. Dorme per terra, in cucina, e può uscire di casa solo per lavorare. Come una delle capre che si aggirano per il cortile può essere venduta e comprata. O uccisa.

«Una volta il padrone mi ha puntato il coltello alla gola e mi ha detto: "se tenti di scappare ti ammazzo"». L'impensabile è normalità in Sudan. Cinquant'anni dopo che le Nazioni Unite l'hanno dichiarata definitivamente abolita in tutto il mondo, nel più vasto paese africano è più facile procurarsi uno schiavo che un televisore. Le cifre sono spaventose: secondo le stime di John Eibner, dell'associazione svizzera Csi (Christian Solidarity International), in Sudan attualmente si contano 100 mila schiavi, a completa disposizione dei padroni, sempre: in casa, nei campi, nel letto. Anche Eibner, un tipo asciutto con la faccia volpina, compra schiavi. Ma per liberarli. Ognuno gli costa 50 mila sterline sudanesi, 100 mila lire, il prezzo di due capre. La libertà ha un prezzo, da queste parti. E il traffico d'uomini un mercato fiorente. Eibner si presenta al luogo fissato per l'incontro, il villaggio di Yargot, tirandosi dietro due grosse sacche sbiadite dell'esercito americano. Trascina leggermente la gamba destra. Il sole di mezzogiorno brucia, i sacchi pesano. Sono pieni di vecchie banconote bisunte. Eibner si siede all'ombra di un'acacia e aspetta gli schiavi.

Anche Garang è in attesa, a Yargot. Sono cinque anni, che aspetta. Ogni volta che vede arrivare Eibner con il suo sacco gonfio gli si riaccende la speranza. Garang, 40 anni, il fisico slanciato dei Dinka, aspetta il ritorno della moglie e del figlio. Li hanno rapiti cinque anni fa. Da allora non ha più avuto loro notizie. Prima ancora di vedersi, gli schiavi, si sentono. Attraverso i cespugli spinosi filtrano un vociare indistinto, qualche colpo di tosse secca, il pianto di un bambino. Poi compaiono tre uomini in jellaba, la tunica araba. Sono i mercanti di schiavi. Hanno il viso coperto. Esitano un po' prima di avvicinarsi. Alle loro spalle le schiave camminano una dietro l'altra, come perline infilate su uno spago. Giovani e meno giovani, la pelle nerissima, le gonne lacere, quasi tutte senza scarpe, i piedi induriti dai calli. Alcune hanno in braccio un neonato, altre un sacco in equilibrio sulla testa. Tra l'una e l'altra spunta, ogni tanto, un bambino nudo con la pelle grigia di polvere. Una vecchia zoppica, del piede destro poggia a terra solo la punta delle dita. Un'altra, al posto del vestito, ha un sacco di plastica intorno ai fianchi. Un ragazzino vomita esausto. Una sfilata di mezz'ora: 865 schiave che vanno a sedersi man mano sotto un grosso fico, in attesa di sapere che cosa sarà di loro.

Nessun maschio adulto. I murahalee, i mercanti di schiavi, li uccidono tutti. Gli uomini sono forti, rappresentano una minaccia, rischiano di diventare un problema. Garang scruta i volti degli schiavi nella speranza di riconoscere la moglie e il figlio. Nell'attacco durante il quale furono rapiti, cinque anni fa, lui avrebbe dovuto morire. I murahalee lo legarono con una corda, gli tagliarono le braccia e lo lasciarono lì. «Sono un uomo a metà» dice, «ma sono vivo». Gesticola come se avesse ancora le mani, agitando i grotteschi moncherini che gli spuntano dalle spalle. L'uomo bianco si avvicina alle donne che aspettano con gli occhi bassi e annuncia asciutto: «Siete libere. Tornate dalle vostre famiglie».

Ayath e il suo bambino sono stati fra i primi a cui Eibner ha tolto le catene, questa mattina. Va avanti così dal 1995, da quando la Csi ha cominciato a operare in Sudan. Eibner ha liberato quasi 40 mila tra donne e bambini. Il denaro proviene dai sostenitori dell'associazione, in massima parte cittadini elvetici. Eibner ammucchia rotoli di banconote ai piedi dei mercanti arabi. I murahalee si considerano, a modo loro, benefattori. Comprano gli schiavi neri nelle fattorie del nord e li riportano nei villaggi del sud da dove sono stati rapiti. In cambio, oltre al prezzo del riscatto, hanno il diritto di pascolare il bestiame sulle fertili terre dei Dinka durante la stagione secca. Che gli affari vadano a gonfie vele, lo si capisce subito dalle loro scarpe nuove di zecca, un vero lusso in un paese dove chi ha un paio di sandali di plastica può già ritenersi fortunato.

Il villaggio di Yargot, una ventina di capanne di fango, sorge nella provincia di Bahr al-Ghazal. È questo il problema di Ayath, Garang e degli altri 3 milioni di dinka che vivono nella regione. Qui corre la sutura tra il Sudan settentrionale e quello meridionale, tra gli arabi di religione musulmana e i neri di fede cristiana e animista. Sono secoli che questa zona fa da sfondo agli scontri tra le due etnie, e 17 anni che vi infuria la guerra civile. Da una parte i militari del regime islamico, dall'altra i ribelli neri dello Spla, l'esercito di liberazione popolare sudanese che combatte per l'indipendenza. Qui l'uomo caccia ancora i suoi simili come all'alba dell'umanità.

I Dinka sono convinti che la schiavizzazione sia una tattica di guerra. «Il regime vuole arabizzare e islamizzare il sud», sostiene il comandante Salva Kiir, capo di stato maggiore dei ribelli. In basco rosso e stivali lucidi, ha una voce soave che contrasta con il fisico possente e la barba folta. «Rendendoci schiavi sperano di terrorizzarci e demoralizzarci». Visto il personaggio, simili affermazioni potrebbero suonare come propaganda di un partito guerrafondaio, ma anche diversi osservatori indipendenti - come gli inviati speciali delle Nazioni Unite - sono giunti alla conclusione che il regime di Khartoum sia coinvolto nella tratta degli schiavi. Secondo Amnesty International la milizia governativa avrebbe preso parte più volte alle scorrerie contro i villaggi Dinka, mentre Human Rights Watch sostiene che è il governo ad armare i murahalee.

Ayath afferma di essere stata rapita da uomini in uniforme, e anche tutte le altre vittime intervistate confermano tale versione. Gli attacchi si concentrano in massima parte nella zona a cavallo della ferrovia che collega la capitale con la città di Wau, una linea di grande importanza strategica per il governo, visto che Wau è uno degli ultimi avamposti di Khartoum nel sud controllato dai ribelli. Per i Dinka, ormai, la ferrovia è solo "la strada della morte". È questa l'arteria principale che alimenta il commercio degli schiavi: prima serve a trasportare le milizie musulmane e i loro cavalli a sud, poi a deportare gli schiavi a nord (ma molti vengono venduti lungo il percorso). Gli acquirenti non sono particolarmente ricchi. Il padrone di Ayath, ad esempio, possiede qualche ettaro di terra e una ventina tra mucche e capre. E può permettersi due, tre schiave.

Che cosa rimane dopo un attacco della milizia lo vediamo con i nostri occhi in un villaggio che dista una paio d'ore da Yargot, colpito alcuni giorni prima. Delle capanne non restano in piedi che i muri di fango, l'unica cosa che le fiamme non sono riuscite a divorare. I granai con le scorte di sorgo (una varietà di cereale che costituisce l'alimento-base dei dinka) sono stati rasi al suolo, i campi dati alle fiamme e il pozzo interrato. Quello che non hanno distrutto, i murahalee l'hanno portato via, persino le stoviglie si sono presi. L'obiettivo, evidente, è di fare a pezzi i Dinka nel corpo e nello spirito: per questo alle violenze e ai saccheggi si aggiunge lo stupro sistematico delle donne. Ayath ha avuto fortuna, almeno all'inizio. Quando è stata rapita era ancora una bambina e così, per qualche anno, le è stata risparmiata la violenza sessuale. Ma con la pubertà le cose sono cambiate. Una mattina le si sono presentate alcune donne che lei non aveva mai visto. Il padrone le ha spiegato che erano venute a "tagliarla". Hanno dovuto tenerla ferma in cinque, tanto lottava e si divincolava. Dopo l'infibulazione (perché è di questo che si tratta) è andata avanti a sanguinare per giorni, e a volte prova dolore ancora oggi. «Non c'è nulla di peggio» sospira. E se lo dice lei, che di orrori ne ha visti tanti, nei suoi 18 anni o giù di lì, c'è da crederle. Dopo "l'operazione" il padrone - lo schiavista arabo, il contadino né ricco né povero - cominciò ad avere rapporti sessuali con lei. Ha la pelle chiara, lui. Non ci saranno mai dubbi, tra i neri Dinka, riguardo alla provenienza del bambino di Ayath.

La provincia di Bahr al-Ghazal, dove Eibner fa spesa di schiavi da ritrasformare in uomini liberi, è zona off-limits. Gli aerei privati non possono neppure sorvolarla, il regime non vuole testimoni delle proprie nefandezze. Eibner ci entra ogni volta di nascosto, in via del tutto illegale, dal Kenia, a bordo di un piccolo aereo da turismo. John Eibner ha 47 anni, una laurea in storia e il passaporto americano. Nel 1990 si è trasferito in Svizzera, dove ha cominciato a lavorare per la Csi. Il motivo principale che l'ha spinto, dice, è la fede cristiana, una delle figure della Bibbia che preferisce è il buon samaritano. E poiché sa che il suo lavoro suscita critiche, si affretta a puntualizzare: «Io aiuto tutti, non solo i cristiani. Non siamo un'organizzazione di fondamentalisti». È un'etichetta che viene appioppata spesso a Csi, un'organizzazione nata nelle marce di protesta dei cristiani del blocco comunista, nel cui comitato direttivo siede Herbert Meier, leader dell'ultraconservatrice Pro Ecclesia, l'associazione del vescovo di Coira Wolfgang Haas, uomo dell'Opus Dei che ha sollevato un'ondata di dissenso clamoroso fra i cattolici svizzeri. «Non siamo qui per catechizzare i sudanesi», dice Eibner, «ma per restituire la libertà a chi l'ha perduta». Più che quelli del missionario, in realtà, a Eibner piace vestire i panni del politico. Ha organizzato incontri tra i capi arabi locali e i capi Dinka affinché si alleassero contro Khartoum; ha affidato a un mercante di schiavi un messaggio per il capo dell'opposizione musulmana; intrattiene un regolare scambio di pareri e informazioni con i diplomatici occidentali. E collabora con lo Spla.

A lungo il governo sudanese ha negato l'esistenza degli schiavi. Oggi i suoi portavoce parlano di «deplorevole usanza delle tribù nomadi del sud» e respingono come «propaganda anti-islamica promossa dalla Csi» l'accusa di coinvolgimento in questa barbara pratica: buffo, se si pensa che i primi a lanciare l'allarme sono stati due accademici musulmani di Khartoum.

Tutt'altro che trascurabile, invece, la critica secondo cui l'iniziativa della Csi non farebbe altro che alimentare il traffico degli schiavi. Per la legge della domanda e dell'offerta, chi è disposto a pagare per liberare uno schiavo invoglia a schiavizzare. La pensa così, ad esempio, l'Unicef, il cui portavoce afferma, senza mezzi termini, che «la Csi promuove la tratta degli schiavi». «Sciocchezze» replica Eibner. «I mercanti di schiavi sono spinti da motivazioni politiche, e non sottostanno alle leggi di mercato». È più che cosciente di combattere il sintomo, e non la malattia: «E allora? È forse meglio stare a guardare senza muovere un dito?»

Cinque anni di attesa, ma oggi tra le 865 schiave liberate questa mattina da Eibner ci sono la moglie e il figlio di Garang. Il bambino si nasconde dietro la madre, fissa spaurito i moncherini. Ha avuto fortuna, Garang, e se ne vergogna. È un uomo felice, perché ha ritrovato suo figlio. Anche se non può abbracciarlo. Ayath ha atteso sino a notte fonda. Invano. Nessuno è venuto a prenderla. Il mattino successivo, poco dopo le sei, non appena il sole scalza la luna piena dal cielo, avvolge il suo bambino, quel figlio dalla pelle così chiara nato da una notte così buia, in un panno colorato, lo prende in braccio e si incammina, a piedi nudi, verso il suo villaggio. Impiegherà giorni, ad arrivare.




4 medici per 6 milioni di persone

La guerra del Sudan, nonostante il numero incalcolabile di vittime nei 12 anni di combattimento seguiti al golpe militare, continua a risultare opaca allo sguardo occidentale. Dalla seconda metà del XX secolo il paese, fra un colpo di mano e l'altro, ha conosciuto soltanto 4 anni di governo civile, quello rovesciato nel 1989 dal generale Omar el Bashir che, nel 1991, ha introdotto la legge islamica e iniziato una politica di repressione e terrore contro le popolazioni del sud.

Oggi il nord detiene il potere politico, ma è una regione arida e priva di risorse in confronto al sud che esercita un controllo strategico sull'acqua del Nilo: di qui, oltre che dall'eredità coloniale angloegiziana a cui si deve l'unione artificiosa fra nord musulmano e sud cristiano e animista (divisi da guerre secolari), le cause del conflitto.

La situazione della parte meridionale del paese è disperata: una terra in emergenza cronica dove 6 milioni di abitanti hanno a disposizione soltanto 4 medici locali, dove la vita di 2 milioni di persone dipende interamente dagli aiuti umanitari, dove l'80% dei bambini non ha accesso all'istruzione. È in quest'area che Amref (Fondazione africana per la medicina e la ricerca), oltre a fornire assistenza medica, ha avviato una scuola per formare infermieri specializzati: un progetto importante in direzione dell'autosufficienza della popolazione locale, che ha bisogno di essere sostenuto e rilanciato.

Per chi è interessato Amref Italia può essere contattata ai numeri 06 3202222 e 02 54107566. Maggiori informazioni sul sito www.amref.it e all'indirizzo info@amref.it.


il sogno americano

Gli americani, si sa, sono buoni. E lanciano al mondo, dalle pagine di Newsweek, la notizia del «più grande e ambizioso programma di accoglienza di bambini rifugiati dopo la guerra del Vietnam». Con Lost Boy - è il nome dell'iniziativa - il Dipartimento di Stato prevede di alloggiare in varie città degli Stati Uniti 3600 ragazzi sudanesi (solo 68 femmine, dato che, secondo il settimanale americano, la maggior parte delle ragazze viene adottata da famiglie di profughi che organizzano nozze a pagamento) prelevati dai campi di transito delle Nazioni Unite.

Non è un'impresa faraonica, per gli Stati Uniti, si direbbe, ma offre una prospettiva di integrazione che allontana questi giovani dal destino dei 4 milioni (il maggior numero al mondo) di sfollati interni del Sudan.

Una tragedia nella tragedia, quella degli sfollati interni, in massima parte stipati nella fascia intermedia fra nord e sud del paese, e utilizzati dal governo come forza lavoro desocializzata, flessibile e a basso costo. «A favorire questo sfruttamento» dice il politologo inglese Mark Duffield, fra i massimi esperti della questione sudanese, «sono anche alcune Ong che erogano aiuti umanitari risolvendo al potere centrale i problemi logistici dettati dallo spostamento di popolazione. In ciò, gli aiuti contribuiscono alla cancellazione dell'identità culturale di queste persone e alla soppressione delle differenze perseguita dal governo. Alle identità originarie le Ong sostituiscono quella fittizia di "sfollati interni", che cancella la storia di violenza di cui queste genti sono vittime».

 
 
 
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