"Io nelle mani degli schiavisti" - l'odissea di Abdul l'egiziano

Di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, La Repubblica, 21 giugno 2003.

Lampedusa - Questo è il racconto di un ragazzo egiziano sull'inferno di Al Zuwara. È una testimonianza drammatica sulla nuova "capitale" del traffico di esseri umani nel Mediterraneo, il quartiere generale degli schiavisti libici che stanno trasportando migliaia di clandestini in Italia. Sono boss che hanno in mano una città a 56 chilometri dal confine tunisino. Da lì, da Al Zuwara, fanno partire i disperati provenienti da Magreb, Medio Oriente, Ciad, Sudan, Somalia e Irak. E da lì è salpato, nella notte tra giovedì e ieri, anche quel peschereccio affondato qualche ora dopo a sessanta miglia da Sfax.

Il ragazzo egiziano si chiama Essaid Abdul Kader, ha 25 anni, ha lasciato il suo villaggio a sud di Alessandria nascosto nella cella frigorifera di un camion con un'altra dozzina di uomini, per giungere dopo due notti e tre giorni in Libia. E ha conosciuto Al Zuwara, il più grande campo profughi che c'è dall'altra parte del mare.

Il racconto di Abdul alla polizia italiana comincia proprio da quelle case-prigione di Al Zuwara, case affittate al racket per ammassare i clandestini prelevati con furgoni alla frontiera libica. È rimasto prigioniero in un lager anche Abdul, per due settimane. Ricorda: «Eravamo sorvegliati da guardiani armati di mitraglie e pistole i e coltelli; una volta ho visto uno di quei guardiani ferire con una pugnalata un mio connazionale che si lamentava perché eravamo da troppi giorni chiusi in quella casa».. E ricorda anche quando, una notte, un poliziotto libico venne nella sua casa prigione: «Uno di noi era uscito alla ricerca di cibo e fu fermato da un poliziotto. Quello lo riportò indietro consegnandolo ai nostri guardiani. Poi si fece vedere, era in divisa, sulle spalline aveva dipinta un'aquila... intascò 5 mila dollari e andò via, il nostro guardiano disse che c'era andata bene perché aveva lavorato con quel poliziotto per quindici anni, ma poi aggiunse che se il poliziotto avesse dato altri fastidi lo avrebbe ucciso lui stesso». Le giornate nel lager di Al Zuwara erano lunghe, interminabili. Dice sempre Abdul: «Quando protestavamo ci facevano anche dormire fuori, sotto gli ulivi. I guardiani ci ripetevano che dovevamo aspettare il nostro turno per imbarcarci, che non dovevamo avere fretta, ci intimavano di non tentare la fuga. Ci rassicuravano che, una volta in Italia, loro ci avrebbero potuto offrire qualcosa da amici in un loro ristorante a Roma». Il guardiano di Abdul si chiamava Abou Kacem, aveva sui cinquant'anni, era alto quasi due metri. Racconta l'egiziano, dell'unico gesto di solidarietà incontrato quando era prigioniero degli schiavisti: «Io soffro d'asma e un giorno mi sono sentito molto male, lo dissi a Kacem e lui andò nel centro di Al Zuwara e mi procurò le medicine. Poi mi disse che saremmo stati quasi tutti portati in Sicilia, in un posto dove si poteva sbarcare indisturbati...».

I poliziotti libici per alcuni giorni girarono intorno alle case prigione. Fu una fortuna, per Essaid Abdul Kader e per gli altri che erano con lui: «I guardiani capirono che c'era qualche problema e ci comunicarono che erano ormai in troppi a sapere e che ci saremmo dovuti presto trasferire in un'altra casa». La notte dopo il ragazzo egiziano fu caricato su un mini bus «al quale erano stati tolti i sedili per farci stare in 50 o 60». Tre ore di tragitto lungo una pista desertica con il mini bus scortato da due fuoristrada, fino a quando giunsero in un piccolo porto invaso da centinaia di profughi. «Quando arrivammo ci bendarono, ci fecero scendere quattro alla volta e poi in mare mi accorsi che eravamo dentro la cella frigorifera di un peschereccio».

La navigazione dalla costa libica è durata due giorni, fino a un imprecisato punto del Mediterraneo «dove siamo stati raggiunti da un altro scafo». Abdul ha visto tutto. Anche un aereo: «Quando si è avvicinato, noi sul ponte siamo stati coperti con reti da pesca». L'altra barca, lo scafo, si è accostata al peschereccio. Poi alcuni clandestini tra i quali il ragazzo egiziano sono stati trasbordati. È cominciata allora l'ultima tappa. «Quello scafo sembrava che volasse, la chiglia sbatteva e io ho cominciato a vomitare. Il marinaio che guidavo si faceva chiamare mister Tony (probabilmente un maltese - ndr) e mi ha preso a pugni». Dopo un'ora e mezzo di navigazione "mister Tony" ha spento i motori. La Sicilia era lì davanti.

 
 
 
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