Kaigen, il supercarcere cinese - tra i sepolti vivi del dissenso

Tratto da La Repubblica, sabato 17 maggio 2003, pag. 13
Di Marco Lupis

Pechino - Le pesanti porte del Centro di Riabilitazione di Kaigeng, nella provincia dello Henan, si aprono davanti a noi con un rumore sordo. Una guardia senza espressione osserva ostile le carte che ci autorizzano a penetrare in uno dei luoghi più inaccessibili di uno dei Paesi più impenetrabili al mondo: un carcere cinese. Soltanto fino a poche settimane fa, infatti, entrare in questo posto sarebbe stato assolutamente impensabile. Ma tra gli effetti "secondari" della Sars, c'è anche quello di generare un relativo ammorbidimento della repressione politica e ideologica. Il governo, infatti, concentrato sulla lotta all'epidemia, appare sempre più distratto sulle questioni che non riguardano direttamente l'emergenza, consentendo quindi aperture come questa.

Nel grande cortile interno corrono in formazione alcuni galeotti. Hanno tutti il cranio rasato e in testa portano un berrettino a strisce, così come a strisce è tutto il loro abbigliamento. Ognuno di loro è entrato qui dentro dopo avere subito un processo che, secondo gli standard occidentali, definire "iniquo" non rende l'idea. Il sistema penale cinese, infatti, corrisponde più o meno all'esatto contrario di quello occidentale. In Cina vige tuttora la "presunzione di colpevolezza". Ovvero, per un tribunale cinese, sei colpevole per definizione, perché è il Potere che lo dice, fino a prova contraria. Una prova contraria che è sempre molto difficile, per non dire praticamente impossibile, presentare. Basti un esempio. Soltanto pochi giorni fa, i giornali cinesi titolavano con grande enfasi l'entrata in vigore di una «fondamentale modernizzazione del sistema penale». «Da oggi», spiegavano, «la giustizia in Cina fa un passo fondamentale verso la tutela dei diritti umani degli imputati. Adesso gli avvocati difensori nei processi potranno fare ogni genere di domanda ai loro assistiti, e non soltanto chiedere loro nome, cognome, data e ora del delitto».

Qui sono rinchiusi da un freddo pomeriggio di gennaio del 2001, due dei tre seguaci della Falun Gong, sopravvissuti al rogo di Piazza Tienanmen in cui si immolarono per protesta cinque adepti della setta religiosa dichiarata fuori legge e ferocemente perseguitata dalle autorità cinesi. Un Un pomeriggio d'inverno che ha segnato per sempre le loro vite.

Erano le cinque e venti quando cinque giovani si misero a correre fino al centro della piazza, di fronte al grande ritratto di Mao, mentre qualche turista infreddolito, in quella vigilia di Capodanno cinese, li osservava distratto. Il gruppetto si sedette per terra e, in un attimo, tirò fuori da sotto le giacche a vento alcune piccole taniche di plastica. I cinque, all'unisono, dopo essersi versati addosso il contenuto di ogni tanica, in assoluto silenzio fecero scattare cinque accendini "usa e getta", di quelli che si comprano dal tabaccaio, e che sono uguali in tutto il mondo, anche in Cina. Le cinque piccole fiammelle si piegarono soltanto un momento, percorse da un soffio di aria gelida. Poi il fuoco avvolse in un attimo i cinque, immobili, mentre un odore terribile di carne bruciata si diffondeva nella piazza, trasportato dal vento gelato.

Liu Si Ying, una bella ragazza che aveva appena compiuto diciannove anni, morì quasi subito a causa delle ustioni. Gli altri quattro - tre donne e un uomo - vennero ricoverati in gravissime condizioni. Le ustioni che devastavano i loro corpi erano terribili. Un altro seguace sopravviverà in ospedale soltanto una settimana, tra atroci sofferenze.

Chen Guo e sua madre, He Huijun, qui a Kaigeng hanno il privilegio di stare nella stessa stanza, in quanto madre e figlio. Questa dove ci portano le guardie carcerarie, infatti, non si può definire una cella. Ma da subito, sostenere la vista del loro volti orribilmente devastati dal fuoco è davvero difficile. Entrambi hanno subito decine di operazioni di ricostruzione su tutto il corpo, soffrendo atroci dolori. Chen Guo non ha più le mani, mentre su quello che è difficile definire un volto umano, si apre un solo occhio. Alla madre i dottori, malgrado tutti i tentativi, non sono riusciti a ricostruire neppure una parvenza di labbra.

Alla parete spicca un piccolo ritratto di Mao, vicino a quello del leader della setta, Li Honzhi, che vive da anni in esilio in America. La Falun Gong è stata messa al bando in Cina nell'aprile del 1999 dopo una dimostrazione di 10.000 persone sotto le finestre della sede centrale del partito comunista a Pechino con cui il movimento chiedeva di essere riconosciuto dal governo. Per tutta risposta, le autorità hanno dichiarato l'organizzazione una "setta satanica", responsabile della morte di circa 1.400 persone che avevano creduto nei poteri curativi della Falun Gong (alla lettera: "ruota della legge buddista").

Chen Guo ci mostra prima di tutto una fotografia di Liu Si Ying, la giovane adepta morta nel rogo. «Liu era una ragazza stupenda e un'adepta fedele», racconta Chen tenendo la testa bassa, come se volesse nascondere alla nostra vista il suo aspetto terribile. «Prima di andare in Piazza Tienanmen, quei pomeriggio, «ho suonato a lungo per lei la pipa (una particolare chitarra cinese, ndr) per farle coraggio. Era spaventata, ma poi nel momento decisivo non ha avuto nessuna esitazione. È morta proprio perché, in quegli attimi, è stata quella che ha mantenuto la calma più grande. Si è cosparsa di benzina meticolosamente, e non frettolosamente come abbiamo fatto noi che siamo ancora vivi. Per questo è morta subito».

Chen e la madre si dichiarano ancora fedeli agli insegnamenti del guru, Li Hongzhi, ma non nascondono la loro amarezza per essere stati messi da parte dal movimento, dopo la loro azione. «Eravamo pronti a morire per la libertà del nostro credo, dice, ma adesso non siamo più così sicuri che li nostro gesto sia stato davvero utile».

La madre ci mostra una fotografia di Chen da ragazzo, prima che il fuoco lo sfigurasse. «Vede che bel giovane che era? Tutte le ragazze del villaggio gli correvano dietro, e lui le incantava suonando la sua chitarra. Sarebbe meraviglioso se oggi qualche scienziato, attraverso la clonazione, potesse ridargli di nuovo le mani. Così potrebbe suonare ancora quelle melodie, come una volta».

 
 
 
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