Angola la pace minata

Tratto da D-Donna, inserto settimanale di La Repubblica, 30 settembre 1997.
Di Pietro Veronese.

Di due cose abbonda l'Angola: di petrolio e di mine. Settecentomila barili di petrolio al giorno; dodici milioni di mine, più o meno una per ogni abitante, retaggio di vent'anni di guerra civile e di guerra fredda. Guerra civile, tra le fazioni tribali e ideologiche che hanno continuato a combattersi in mezzo alle più terribili privazioni per la popolazione. E guerra fredda: ogni fazione aveva il suo referente, il suo mandante. Da una parte i sovietici e i cubani; dall'altra l'Occidente e i sudafricani, o gli zairesi di Mobutu. Tutti costoro fornivano denaro, armamenti, retrovie. E mine, a milioni.

La guerra è finita. In Angola c'è da anni una missione delle Nazioni Unite che dovrebbe guidare il paese verso un po' di pace, un barlume di democrazia, un accenno di ricostruzione. Ma le mine rimangono, qualche centimetro sottoterra, pronte a colpire. A causa di quelle micidiali trappole nascoste è come se il tempo si fosse fermato, il conflitto si fosse eternizzato e in Angola si combattesse ancora. Nei lunghi anni della guerra, l'aeroporto di Luanda, capitale dell'Angola, era un grande guscio vuoto, bianco, scalcinato. Fermi sulla pista c'era solo qualche rugginoso Ilyushin e Tupolev dell'Aeroflot, delle linee aeree angolane e di un paio di terrorizzanti compagnie di bandiera di paesi socialisti africani. Che si arrivasse oppure si partisse, all'aeroporto si passavano comunque le mezze giornate. Gli aerei non c'erano mai, avevano ritardi indeterminati. Per questo i divani malmessi della sala d'aspetto e il ritratto in bianco e nero di Agostinho Neto, il leader marxista padre dell'indipendenza angolana, che penzolava dalla parete, finivano per imprimersi nella memoria con la forza di un ricordo indelebile.

Quel tempo infinito passato all'aeroporto non era però tempo perduto. Allo stato agonizzante, terminale, del traffico passeggeri faceva contrasto il movimento inarrestabile generato dalla guerra. Erano enormi aerei da carico dell'Aeroflot, bianchi, dai contrassegni discreti, che vomitavano dal loro ventre uomini e cose oppure inghiottivano colonne di uomini in fila per due. Un susseguirsi di arrivi e partenze. Nessuna uniforme, solo T-shirt bianche, blue jeans e spesso una pistola alla cintola. Da dietro le finestre sporche della sala d'aspetto non si capiva se fossero sovietici, personale del Kgb oppure compaņeros internacionalistas, cioè i soldati cubani che combattevano a fianco del regime angolano nella guerra civile contro l'Unita e contro i sudafricani.

La storia dell'intervento militare cubano in Angola è uno dei tanti paradossi di cui abbonda la storia recente dell'Africa. In questo paese enorme, poverissimo, catastroficamente sprovvisto di infrastrutture, fu realizzato un capolavoro di tattica e logistica militare quale sarebbe difficilmente riuscito al più sofisticato e attrezzato degli eserciti. La guerra scoppiò all'indomani dell'indipendenza, nel '75. In pochi giorni i guerriglieri di Jonas Savimbi, spalleggiati dai sudafricani, furono alle porte di Luanda. Allora Fidel Castro offrì l'intervento e l'aeronautica sovietica mise in piedi un ponte aereo che nello spazio di ore incominciò a trasportare migliaia di soldati attraverso l'Atlantico, dai Caraibi alla costa occidentale dell'Africa. E di fatto non smise più, fino al ritiro dei cubani.

La guerra in Angola è stata grande e terribile. Impegnò mezzi enormi ed è costata un numero altissimo di vite umane. Alcune battaglie, nelle quali furono impegnati i sudafricani, durarono mesi ed ebbero un effetto capitale sugli sviluppi della situazione interna in Sudafrica. Spezzarono la fede del regime dell'apartheid nella forza assoluta delle proprie armi e prepararono la via al dialogo. Quell'epoca è scomparsa per sempre, insieme al muro di Berlino e all'Urss. Ma questo non significa che anche la guerra d'Angola sia finita per sempre. C'è allarme, al contrario, e molti preoccupanti segnali fanno temere che si riprenda presto a sparare ovunque. Malgrado una missione delle Nazioni Unite che costa circa 750 mila dollari al giorno, gli sforzi delle diplomazie, a cominciare da quella americana, e i buoni uffici dei nemici di ieri, sudafricani in testa. E malgrado il governo di unità nazionale che dall'aprile scorso dovrebbe dare all'Angola la stabilità politica. A Luanda i due movimenti rivali, Mpla e Unita, in teoria governano insieme. Ma nelle sterminate e lontane provincie di Lunda Norte, Benguela, Huila e Bie sono tornati a combattersi.

Anche nei momenti peggiori, negli anni più bui, nel morso delle privazioni e della povertà più nera, quando sembrò abitata soltanto da affamati e disperati, Luanda continuò sempre a offrire uno spettacolo di bellezza. Bellezza umiliata e vestita di stracci. Una città meravigliosa, una Lisbona d'Africa. (Almeno questo il colonialismo portoghese si è lasciato dietro: città di struggente languore, come Luanda o come Maputo in Mozambico.) Ma la guerra la stava lentamente, inesorabilmente inghiottendo. Un giorno, in uno dei grandi viali che la percorrono, un Viale della Rivoluzione o qualcosa del genere, si era rotta una tubatura e da una piega dell'asfalto sgorgava l'acqua. Lì si erano messe in fila le donne, con i secchi e i catini in testa, e aspettavano il loro turno per attingere a quella fonte, come in un villaggio della foresta. Era l'Africa che riprendeva i suoi diritti primordiali sulla città, su Marx, su Lenin e sul socialismo, sulle chimere dello sviluppo inghiottite dalle armi. Un'immagine di vita dopo il disastro, il fallimento di ogni proposito che non fosse quello di sopravvivere. Affidato, naturalmente, alle donne, avvolte nelle loro pezze di stoffa variopinte, con i bambini sulla schiena e il carico sulla testa. Luanda non era un posto facile per il forestiero che vi capitava per la prima volta. Mancava di negozi, mezzi pubblici, trasporti. Spesso mancava pure l'acqua corrente e mettere le mani su una bottiglia di Evian era un'impresa che richiedeva una giornata. C'era un solo posto in tutta la città dove trovare merci d'importazione: la loja franca, il supermercato dove si pagava in valuta. Corsie colme di alimentari, detersivi, capi d'abbigliamento, articoli sportivi, in massima parte Made in South Africa (paese che allora era in guerra aperta, seppure non dichiarata, con l'Angola socialista). All'uscita, due casse: una in dollari, l'altra in rand, la moneta sudafricana. I clienti erano gli espatriati, i funzionari delle agenzie dell'Onu, i diplomatici. Angolani pochi, e dai proventi dubbi. Agli angoli delle strade si vedevano mucchi di immondizie. E nei mucchi di immondizie, bambini, frotte di bambini, che frugavano in cerca di qualcosa da recuperare, forse da mangiare. Sulla spiaggia, la lunga lingua di sabbia che separa la piccola laguna di Luanda dal mare aperto, si incontravano gruppi di cubani o di russi, a cinque o sei, che facevano il bagno. Facevano il bagno lasciando le armi sulla rena, tutti meno uno, che restava di guardia, mitragliatore in pugno, a proteggere le spalle dei compagni mentre si tuffavano, in caso succedesse qualcosa.

Oggi russi e cubani non ci sono più. I bambini che rovistano nell'immondizia invece ci sono ancora. La prima lezione di Luanda, la prima verità del luogo, è che la guerra non è fatta di battaglie ma piuttosto di umanità negata. La prima visione è quella di un paese di storpi. Di gente che va con le stampelle, di bambini che si trascinano sulle mani, di gambe amputate, di protesi per i più fortunati. Si sa da tempo delle mine antiuomo, del largo uso che se ne è fatto in Angola. Ma gli occhi stentano a credere che il numero delle vittime sia così vistoso. Si contano, in tutto il paese, settantamila mutilati, novemila dei quali sono bambini. Lo spettacolo degli handicappati è onnipresente. Recentemente a Luanda era arrivata lady Diana e con forza ineguagliabile da qualunque giornalista la tragedia delle mine anti-uomo si è imposta all'attenzione del mondo. Ben presto però nella memoria collettiva è rimasta molto più Diana che l'Angola. A Oslo, in questi giorni, 97 paesi su 98 (tutti meno gli Stati Uniti) si sono messi d'accordo sul testo di un futuro trattato internazionale per mettere al bando le mine antiuomo. Ma laggiù il danno è già fatto e così gli angolani sono tornati alla loro fatica di Sisifo, la bonifica di decine e decine di migliaia di chilometri quadrati. Sulle strade i mutilati continuano a trascinare i loro corpi monchi passando davanti a murales coi ritratti ormai sbiaditi di Marx e di Engels.

L'altra verità di questo sciagurato paese sono i campi petroliferi. Nel nord, a Cabinda, ci sono alcuni tra i più ricchi giacimenti off-shore del mondo. Negli anni Ottanta il presidente americano Reagan aveva proibito alle multinazionali petrolifere di operare in Angola, perché i proventi di quei contratti miliardari finivano nelle casse di un regime comunista. Le multinazionali ignoravano il divieto e Reagan non insisteva. Il problema però era la guerra: i giacimenti andavano presidiati manu militari, tanto più che Cabinda era una zona molto esposta. La difesa era assicurata dai compañeros internacionalistas. E così le piattaforme, i magazzini, il personale della Gulf, della Texaco e di altri mostri dell'imperialismo yankee erano presidiati da batterie missilistiche cubane. Oggi tutto è cambiato. I rapporti tra l'amministrazione americana e il regime angolano (nel frattempo passato dal credo marxista a quello liberista) sono eccellenti. Così va il mondo. Noi facciamo il pieno di benzina e ce ne andiamo per la nostra strada, lasciandoci dietro una scia di gas di scarico nell'aria e al suolo una lunga fila di bambini mutilati dalle mine.

 
 
 
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