No al turismo in Birmania

 
 

Lavori forzati, Eroina e Terrore – Perché nessuno vuole fare affari con la Birmania
Birmania, il Sud Africa degli Anni Novanta

Questo piccolo paese del sud-est asiatico, anche conosciuto come Myanmar, ha un governo democraticamente eletto nel maggio del 1990 dall’82% dei votanti. Al governo, tuttavia, è stato impedito di assumere l’incarico da un gruppo di generali che si definiscono SLORC, o Consiglio per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine. Lo SLORC fa rispettare la sua volontà con stupri, lavori forzati e tortura. Il Primo Ministro democraticamente eletto, Aung San Suu Kyi, che nel 1991 ha vinto il Premio Nobel per la Pace, fu posta agli arresti domiciliari fino al 1996 (attualmente rimane di fatto agli arresti, la sua linea del telefono viene periodicamente tagliata, non può uscire di casa senza timore di subire attacchi fisici).

Per decenni la Birmania è stato un paese chiuso. In anni recenti lo SLORC ha iniziato ad incoraggiare sia gli investimenti stranieri che il turismo. il 1996 è stato dichiarato “L’Anno della Visita a Myanmar” e compagnie occidentali e giapponesi, in modo particolare compagnie petrolifere, hanno iniziato ad inondare il paese di denaro. La Unolcal, assieme alla compagnia petrolifera francese Total, sta costruendo un imponente gasdotto. Lo SLORC contribuisce a mantenere bassi i costi della manodopera usando il lavoro forzato per costruire strade di accesso. E lo SLORC gira gli occhi dall’altra parte, o più probabilmente contribuisce attivamente a fare uscire dalla Birmania grandi quantità di eroina che si riversano sulle nostre strade. La Birmania è il maggior produttore di eroina nel mondo.

Molte compagnie, comprese Levi-Strauss, Eddie Bauer, Liz Claiborne, Amoco, Reebok, Petro-Canada e Smith & Hawken, hanno rifiutato di fare affari con lo SLORC o si sono ritirate dalla Brimania una volta capito che cosa stava succedendo. Un numero crescente di città e governi statali degli USA, compresi San Francisco, Oakland, New York City  e lo stato del Massachusetts, rifiutano di fare affari con compagnie che hanno investito in Birmania. Nel maggio del 1997 il governo statunitense ha proibito tutti i nuovi investimenti americani in Birmania. In Senato degli Stati Uniti sta addirittura pensando a misure più severe.

L'impegno costruttivo funziona?

Nel difendere i propri investimenti in Birmania, molte compagnie affermano che investendo in quel paese non possono che influenzare il regime birmano. Ecco quanto un esperto contemporaneo della materia ha da dire sull’argomento dell’impegno costruttivo, tratto da Far Eastern Economic Review (1993): 

«Come Sudafricano, posso affermare di avere esperienza in materia di impegno costruttivo. Per anni alcuni governi hanno affermato che il miglior modo per trattare con il regime dell’apartheid in Sud Africa era continuare a parlare e commerciare. Questo approccio graduale, dicevano, avrebbe convinto il regime della minoranza bianca a condividere il potere e porre fine ai suoi evidenti abusi. 

«Oggi il mondo sa quanto fallimentare è stata questa politica. Questi legami hanno dato al regime dell’apartheid la volontà politica e il sostegno economico per continuare la sua politica repressiva Solamente quando serie sanzioni economiche hanno iniziato a rappresentare un pedaggio significativo il mio paese ha intrapreso la strada delle vere riforme.»

- Vescovo Desmond Tutu, dopo che a lui e ad altri sei Premi Nobel per la Pace – compreso il Dalai Lama – nel 1993 è stato rifiutato l’ingresso in Birmania.
 

Pensate di andare in Birmania? Non fatelo

«Siamo completamente contrari alla campagna “Visitate Myanmar”. Equivale a sostenere l’autoritarismo in Birmania» - Aung San Suu Kyi

Il popolo birmano vi prega…«Non venite in Birmania fintanto che non vi accompagna la democrazia.»

  • La Birmania, (chiamata anche Myanmar) ha un governo democraticamente eletto nel maggio del 1990 dalla stragrande maggioranza degli elettori.

  • A questo governo – e al suo capo Aung San Suu Kyi, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1991 – è stato impedito di assumere l’incarico da un gruppo di generali che si definiscono SLORC, cioè Consiglio per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine.
  • Lo SLORC fa rispettare la sua volontà con stupri, lavori forzati e torture, ed è stato condannato da moltissimi gruppi compresi Amnesty International, il Dipartimento di Stato Americano, il Congresso Americano, il Parlamento Europeo e le Nazioni Unite.
  • Alla disperata ricerca di valuta straniera, nel novembre del 1996 i generali hanno lanciato una campagna di marketing chiamata “Anno della Visita a Myanmar”.
  • Aung San Suu Kyi ha specificamente richiesto ai visitatori stranieri di NON visitare la Birmania nel corso dell’”Anno della Visita a Myanmar”.
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    L’appello di Suu Kyi al mondo “Isolate il regime birmano”

    La Repubblica, martedì 12 gennaio 1999 - Intervista con il premio Nobel per la pace e leader dell’opposizione ai militari, che ha incontrato il segretario dei DS Veltroni - Di Stefano Citati

    Rangoon - Aung San Suu Kyi ha un viso di solare bellezza e i capelli tenuti insieme da fiori gialli. La sua tranquilla forza è di solito rinchiusa in una villa di Rangoon. Il Fiore della Birmania non viene custodito come un tesoro, ma come il peggior nemico del regime militare che domina un paese dolce e bellissimo. Ma il premio Nobel per la pace è uscito; il simbolo della libertà birmana si è sottoposto ai controlli di rito, ha atteso che le forze di sicurezza gli concedessero di oltrepassare i posti di blocco e - seguito da due macchine e due moto militari - è arrivato all'ambasciata d'Italia a incontrare Walter Veltroni.

    Il segretario dei Democratici di sinistra tiene in modo particolare a inaugurare il suo ruolo di leader del maggiore partito italiano con una missione «difficile», che gli ha permesso di conoscere «la persona che meglio riassume il tema della negazione dei diritti umani nel mondo».

    L'impressione che i generali che comandano a Yangon – così è stata ribattezzata la capitale dello Stato il cui nome coloniale è stato cambiato in Myanmar - abbiano in antipatia le libertà fondamentali appare netta quando, entrando nell'ambasciata, un nutrito gruppo di fotografi mal nascosti tra i cespugli e nelle auto attorno, inquadrano i giornalisti negli obiettivi. Da agosto a nessun rappresentante della stampa è stato concesso un visto giornalistico. Chi ha tentato di incontrare Suu Kyi è stato immediatamente espulso. Poca cosa ri-petto a quel che accade al popolo birmano e ai suoi rappresentanti, eletti nel '90 - 396 deputati su 485 seggi - e da allora impossibilitati a riunirsi in Parlamento. Aung San Suu Kyi unisce in sé la placida rab-ia e la ferma volontà di cambiare una condizione che dura da oltre 35 anni, ed è andata peggiorando col tempo.

    Signora Aung San, lei ha vissuto per più dl cinque anni agli arresti domiciliari, dal '95 è "sorvegliata speciale" del regime. Non vede suo marito da tre anni. Quanto le pesa questa lunga sfida ai generali?

    «Non faccio nessun sacrificio. Questo è il mio ruolo; mi è del tutto naturale. È il mio destino. A seguirlo mi aiuta la mia religione. Tra i valori fondamentali del buddismo c'è la compassione, la condivisione delle sofferenze altrui. Io devo resistere e il popolo deve resistere. Dobbiamo farlo insieme. Questo è un regime che spende oltre il 60 per cento del Prodotto interno lordo in spese militari (i dati non sono certo ufficiali, ndr) e il 5 per cento per la scuola e la sanità. Il salario medio è di 7 dollari al mese. In alcune zone, al nord, dove gruppi armati delle minoranze etniche combattono ancora, i lavori forzati assorbono il 100 per cento della popolazione. Gli esponenti dell’opposizione vengono arrestati, imprigionati, deportati».

    La voce chiara di Aung San Suu Kyi non ha tentennamenti. Gli occhi accompagnano le parole con improvvisi lampi di stupore o di ironia. Sembra avere molto meno dei suoi 54 anni - età che rappresenta quasi l'aspettativa media di vita nel paese - in gran parte vissuti in Gran Bretagna, prima di arrivare a Rangoon nell'89, per non lasciarla più (il marito è inglese e vive a Londra con i due figli). Spesso si consulta in birmano con i due anziani leader del partito, che la seguono con sguardo protettivo, per poi riprendere il discorso in un inglese dall'accento tenue.

    Cosa può fare l'Unione europea per aiutarvi?

    «Continuare a fare pressioni. E mantenere puntato lo sguardo sui generali; il regime non deve rimanere impunito. Le ingiustizie e le crudeltà commesse vanno continuamente condannate. Questo potere agisce in maniera peggiore di quello coloniale britannico, combattuto da mio padre. Le condizioni di prigionia sono terribili. Nelle carceri non si sopravvive senza gli aiuti che i sostenitori del nostro partito - National league for democracy (Nld), ndr - offrono e riescono a far giungere segretamente ai rappresentanti dell’opposizione. Perciò i generali devono sapere che il mondo li guarda e non possono impunemente commettere nefandezze».

    Non teme di essere espulsa, allontanata dai suoi sostenitori?

    «Deve essere chiaro, io non me ne andrò. Io sono birmana, solo birmana, ho rinunciato alla cittadinanza britannica proprio per non offrire scuse al regime. Non ho paura. E questo mi dà forza. Ma il popolo ha fame, perciò ha paura e così diventa debole».

    Ma le sanzioni che lei appoggia, non rischiano di affamare il paese?

    «Le sanzioni colpiscono solo i generali, perché solo loro approfittano degli investimenti. Penso a quelli turistici - gli alberghi sono controllati dal regime. Molti turisti visitano la Birmania: tanti sono italiani («siamo in cima alla lista dei paesi europei come numero di presenze», precisa Veltroni); forse vengono qui perché non conoscono bene la situazione. Forse sarebbe meglio se non venissero».

    Il segretario Ds spiega che la campagna che verrà lanciata domani in Italia mirerà a rivelare come vanno le cose, magari coinvol-endo «i Premi Nobel italiani», «lavorando per una mozione di tutti i partiti in Parlamento» e incontrando gli altri leader europei». Veltroni ha portato alla leader dell'opposizione una lettera di Pierre Mauroy, presidente dell'Internazionale socialista, alla quale l'Npd è affiliata.

    Quali sono le vostre richieste per iniziare il dialogo?

    «Non accetteremo nessuna iniziativa - si parla anche di elezioni indette dai generali - finché non verrà riunito il Parlamento eletto nel '90. E per ora i deputati continuano a essere arrestati».

    Non pensa possibile un'insurrezione violenta, come nell'88?

    «Dieci anni fagli studenti furono la spina dorsale della rivolta; e c'erano i ribelli delle minoranze etniche. Il regime è riuscito a trovare accordi con i gruppi armati al Nord (che controllano la produzione del-la droga, ndr) e da due anni le università sono chiuse, perciò è difficile. Ma noi appoggeremo sempre gli studenti. Importante è anche il ruolo dei monaci: molti ci aiutano, altri sono con il regime. Ma io spero che non si scordino mai che il loro primo dovere è quello di aiutare i deboli».

    Se potesse farlo quale paese vorrebbe visitare?

    «La Norvegia, da dove trasmette la radio Democratic Voice of Burma. Ci hanno sempre aiutato. Per noi è così difficile far conoscere le nostre idee. E il compito dei giornalisti è di difendere i deboli; così spero che presto non vi dovrete più occupare di noi. Sarà una buona notizia».

     

    Per approfondire:

    Birmania: morti senza un fiore
    Rangoon, Gennaio 1991: la sofferenza di un paese governato da una dittatura. Di Tiziano Terzani, tratto da In Asia, Longanesi e C.

    Pagina in inglese sulla situazione birmana. Da consultare.

     
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