Panorama 15
ottobre 1999
Dossier Cina
La Repubblica fondata dal Grande Timoniere è a un bivio: senza riforme politiche la nuova superpotenza rischia la bancarotta - di Giovanni Porzio da Pechino
Venerdì 1 ottobre un miliardo e 250 milioni di cinesi, un quinto della popolazione mondiale, hanno assistito in diretta televisiva alla più grande e dispendiosa cerimonia d'incoronazione della storia. Dopo Mao e Deng Xiaoping, Il Mandato del cielo è stato ufficialmente conferito al terzo imperatore rosso sul rostro della porta della Pace celeste, dove esattamente mezzo secolo prima il Grande Timoniere aveva proclamato la fondazione della Repubblica popolare. L'ingegner Jiang Zemin, 73 anni, segretario generale del Pcc, capo dello stato, comandante supremo delle forze armate e unico dei grandi leader a indossare il grigio abito maoista, ha recitato senza sbavature la sua parte nella fredda e prevedibile celebrazione: rassegna militare a bordo di una limousine Bandiera rossa e 'storico' discorso di fronte alle 500 mila comparse schierate in piazza Tienanmen. La gigantesca operazione di marketing politico, costata 13 miliardi di dollari, è servita a lanciare ai sudditi un preciso messaggio: il futuro della Cina resta saldamente nelle mani del Partito comunista. Può darsi. Ma l'ordinamento marxista-confuciano instaurato dai mandarini del politburo è tutt'altro che monolitico. E somiglia sempre più a un copione dell'Opera di Pechino in cui gli interpreti, cambiando trucco e maschera, riescono a impersonare sullo stesso palcoscenico più ruoli, spesso antitetici. Pochi giorni prima della fastosa rappresentazione sul selciato dove nell'89 fu stroncato nel sangue il movimento democratico degli studenti, Jiang Zemin era a Shanghai, in elegante doppiopetto scuro, ad accogliere la crema del capitalismo internazionale convenuta al Forum delle 500 più importanti società del mondo. Paradossi che non devono stupire, in un paese ancora in conflitto con se stesso. "Cercare la verità nei fatti" diceva Deng Xiaoping. E i fatti dicono che l'ex Impero di mezzo naviga in un oceano di contraddizioni. Nel 1949 la Cina era una nazione miserabile, distrutta da decenni di guerre e di lotte intestine. Oggi, dopo vent'anni di fenomenale crescita, la sua economia è la settima al mondo e potrebbe, nel prossimo secolo, diventare la prima, scavalcando Usa e Giappone. Il suo peso politico, commerciale e demografico esercita un'influenza determinante sullo sviluppo dell'intero bacino del Pacifico. Il suo arsenale nucleare e il suo esercito di 2,5 milioni di soldati sono decisivi per il mantenimento degli equilibri strategici del pianeta. Ma con l'avvicinarsi dell'anno del Dragone, i segnali negativi si moltiplicano. L'economia ristagna, la disoccupazione aumenta, gli investimenti stranieri e i consumi sono in calo, le privatizzazioni segnano il passo e lo stato continua a indebitarsi. Il gap tra le regioni costiere industrializzate e le zone rurali dell'interno si allarga e in quella che negli anni Settanta era la società egualitaria per antonomasia emergono paurose disparità di reddito e di condizioni di vita. C'è chi accumula fortune nello spazio di un mattino, spesso ricorrendo alle 'guanxi', le amicizie giuste negli ingranaggi del potere: come Xu Duan, 34 anni, che circola a Pechino al volante di una Ferrari pagata 600 milioni di lire 'guadagnate giocando in borsa'. E chi è costretto a vendere il proprio corpo per pochi 'yuan' nei beauty saloon della capitale come Li, 22 anni, che all'alba rientra in autobus negli squallidi dormitori di periferia dove alloggiano i 'lavoratori migranti'. Contraddizioni che, dietro l'apparente atrofia, scuotono anche i vertici del partito, la cui autorità è incessantemente erosa dall'assoluta indifferenza ideologica delle nuove generazioni e dalla perpetua lotta tra conservatori e riformisti nel comitato centrale. I 'China watcher' si interrogano sui destini dei leader: consacrato Jiang nel pantheon degli eroi del socialismo scientifico, i due pretendenti al trono sono il premier Zhu Rongji, boss dell'economia, e il 'giovane' Hu Jiantao, 56 anni, che si è fatto le ossa organizzando la repressione in Tibet negli anni Ottanta. Ma il teatro delle ombre politiche, in cui eccellono i burocrati del Pcc, non interessa ai giovani della Cina postmaoista. Gli orfani di Deng e del Grande Timoniere annaspano nel vuoto ideologico e cercano di riempirlo con la religione o utilizzando gli scarsi strumenti culturali di cui dispongono: chi ha i soldi viaggia su Internet e frequenta le discoteche punk; chi è senza lavoro prova ad arricchirsi con mezzi leciti e illeciti; e chi non ci riesce finisce spesso per drogarsi. L'aumento della criminalità è uno dei risvolti più inquietanti della nuova Cina. Mentre il numero dei tossicodipendenti e dei malati di aids, in preoccupante ascesa, è un segreto di stato. La Cina sembra dunque destinata a rimanere un enigma: un laboratorio sociale ed economico in rapida evoluzione o, come sostiene Gerald Segal dell'Istituto internazionale di studi strategici di Londra in un saggio su Foreign Affairs, «una potenza di secondo piano che ha imparato a muoversi con destrezza sulla scena diplomatica»? La risposta dipenderà dall'esito della sfida lanciata nel 1979 da Deng: accelerare il cammino delle riforme senza intaccare il potere del partito. Un'equazione che, oggi, pare impossibile. Gli orfani del maoismo in cerca di una fede La grande rivincita dell'oppio dei popoli - Vuoto ideologico, assenza di valori, avvenire incerto: i cinesi, delusi dal partito e dal dio denaro, scoprono la religione. E ricostruiscono i templi distrutti dalle guardie rosse. Di Giovanni Porzio Wutaishan, la montagna sacra, è nascosta dalle nuvole. Sotto una pioggia lieve i tetti smaltati delle pagode punteggiano di colori pastello la grande vallata. All'improvviso, dal padiglione principale del tempio di Taiyuan si leva un canto profondo, accompagnato da rintocchi di cembali e sordi echi di tamburi: duemila monaci e monache, inginocchiati alla luce fioca delle candele, recitano i sutra e sillabano il nome di Amitabha, il Buddha della luce infinita. Più in basso, di fronte alla statua del dio Wu Ye, è in corso una rappresentazione teatrale: una compagnia di giovani attori è stata ingaggiata per una settimana da un benestante uomo d'affari, che intende in questo modo sdebitarsi di una grazia ricevuta. I fedeli, al termine dello spettacolo, si prostrano ai piedi della divinità. I pellegrini arrivano a frotte, in autobus, in furgone e in bicicletta, viaggiatori solitari e gruppi di famiglia. Bruciano quintali di incenso e biglietti di carta con gli ideogrammi della preghiera standard: 'Fammi diventare ricco'. Le donne appendono sciarpe di seta alle braccia della venerata Guanyin, madonna della Misericordia e, soprattutto, dei figli maschi. Nella valle l'attività è frenetica: monaci e muratori, pittori e scultori, fabbri e falegnami sono impegnati nei lavori di restauro. «Dopo la 'kaifengò, l'apertura agli inizi degli anni Ottanta, sono stati ricostruiti centinaia di templi in tutta la Cina» spiega un anziano lama che ha viaggiato un mese per raggiungere Wutaishan, 700 chilometri a sud-est di Pechino, dal suo eremo sugli altipiani tibetani del Qinghai. «Qui durante l'estate accorrono almeno 800 mila pellegrini. E a Putuoshan, un'altra delle quattro montagne sacre del buddhismo cinese, non lontano da Shanghai, salgono ogni anno 10 milioni di devoti». La rinascita del sentimento religioso, nelle manifestazioni più alte dell'ascesi e della speculazione teologica, come in quelle legate alla superstizione e alle credenze popolari, è forse l'aspetto più imprevedibile e sorprendente dell'evoluzione culturale della Cina di fine millennio. Ed è, al tempo stesso, il sintomo di un crescente malessere sociale. "Dio non esiste" secondo il credo ufficiato dai mandarini del partito, che hanno istituito un premio annuale per gli "Eroi dell'ateismo" (vincitore per il 1999: Sima Nan, conduttore di uno show televisivo che smaschera i trucchi di maghi, guaritori e ciarlatani). Ma se il Grande Timoniere, nel 1949, poteva almeno offrire alle affamate masse dei contadini il conforto e la speranza di una nuova fede, a cinquant'anni di distanza gli eredi di Mao non hanno una convincente ideologia da proporre ai sudditi dell'ex Impero di mezzo. Il marxismo-leninismo, per la stragrande maggioranza dei cinesi del Duemila, è un'accozzaglia di slogan senza senso, agitati per giustificare la sopravvivenza di un regime sempre più distante dalle aspirazioni e dai bisogni reali della gente. Il materialismo dialettico, tema di accademiche disquisizioni nelle università, ha tra i giovani lasciato il posto a un materialismo fine a se stesso, all'anonima e alienante ritualità della Coca-Cola, del fast food, del telefonino portatile e del sesso a pagamento. Al maoismo screditato dalla Rivoluzione culturale Deng Xiaoping ha sostituito l'icona del libero mercato, al Libretto rosso quello degli assegni. Ma per i 900 milioni di cinesi che popolano le campagne la promessa di un facile arricchimento si è ben presto rivelata un miraggio. La privatizzazione e la chiusura delle imprese statali dissestate hanno creato un esercito di 30 milioni di disoccupati, che si aggiungono ai 130 milioni di contadini in perpetua migrazione verso i centri urbani, alla ricerca di lavori saltuari e sottopagati. Si vedono ormai in tutte le città della Cina, vestiti di stracci, davanti alle stazioni ferroviarie e agli incroci, con in mano un cartello e gli attrezzi del mestiere: un badile, un martello, un pennello da imbianchino. L'incertezza del futuro, la morte delle ideologie e l'assenza di valori hanno spalancato nelle coscienze un vuoto spirituale che solo la religione sembra in grado di colmare. «I cinesi» dice il vescovo di Shanghai Aloisus Jin Luxian, 83 anni di cui 27 passati in carcere «hanno bisogno di credere in qualcosa. Anche il partito si è reso conto che la religione contribuisce al benessere della gente». Purché l'oppio dei popoli, beninteso, non metta a repentaglio la stabilità del regime. Come lo scorso 25 aprile, quando 10 mila adepti della setta Falun Gong hanno organizzato una meditazione di massa di fronte all'ingresso di Zhongnanhai, l'impenetrabile città proibita dove risiedono i massimi dirigenti di Pechino. Nata nel 1992 come esercizio di 'qigong', la tradizionale arte buddhista e taoista della respirazione, la Falun Gong si è rapidamente mutata in un culto esoterico con 100 milioni di seguaci (quasi il doppio degli iscritti al partito) e un maestro, Li Hongzhi, che vive in esilio a New York. Il 22 luglio il governo ha annunciato la messa al bando della setta, accusata di propagare "teorie diaboliche": nella più massiccia operazione di sicurezza interna dopo il massacro di Tienanmen, migliaia di adepti della Falun Gong, tra cui numerosi membri del Pcc, sono stati arrestati e 2 milioni di libri e di cassette registrate sono stati distrutti. Determinante, nella decisione di sopprimere la setta, è stata la scoperta che la manifestazione del 25 aprile era stata interamente pianificata via e-mail (www.falundafa.org), eludendo qualsiasi controllo, attraverso una rete di 23 mila siti sparsi in 39 città del paese: l'embrione di una possibile organizzazione politica virtuale, che deve aver resuscitato lo spettro dei sanguinosi moti a sfondo religioso del secolo scorso, dalla rivolta di Taiping a quella dei Boxer. Purché si astengano da ogni attività politica e dal proselitismo, i credenti godono oggi in Cina di una relativa libertà. I fedeli delle varie religioni, secondo le statistiche del governo, sono più di 120 milioni: 90 milioni di buddhisti, 18 milioni di musulmani, 10 milioni di protestanti e 4 milioni di cattolici. Negli ultimi vent'anni sono stati riaperti 37 mila chiese e luoghi di culto e sono stati stampati, dalla tipografia dell'Esercito popolare, 22 milioni di esemplari della Bibbia. I 200 ebrei di Shanghai hanno potuto riconsacrare la sinagoga, il tempio di Ohel Rachel, inaugurata l'1 luglio 1998 da Hillary Clinton. Ma sono cifre che si riferiscono, nel caso dei cattolici, solo alla "chiesa patriottica" che non riconosce l'autorità della Santa Sede (il Vaticano ha rapporti diplomatici solo con Taiwan) e non tengono conto della cosiddetta "chiesa del silenzio", costretta alla clandestinità: i cinesi battezzati sarebbero in realtà più di 50 milioni. Le statistiche, poi, non considerano le molteplici pratiche religiose derivate dalla millenaria tradizione taoista e confuciana e le diffusissime credenze popolari: non c'è uomo d'affari, in Cina, che prima di lanciarsi in un'impresa commerciale o di acquistare un pacchetto di azioni non bruci un po' d'incenso al dio della fortuna. A Pechino la cattedrale dell'Immacolata concezione, la prima riaperta in Cina nel 1979 e costruita sui ruderi della cappella fondata dal gesuita Matteo Ricci nei primi anni del '600, è nuovamente chiusa, questa volta per restauri. Suor Angela, l'energica custode, dice che la domenica le 17 chiese della capitale sono straripanti di fedeli, quasi tutti giovani: vedere per credere. Sono in 2 mila, stipati nelle tre navate della chiesa di San Giuseppe sulla centrale Wangfujing, la vecchia via commerciale stravolta dai McDonald's e dai grattacieli in vetrocemento degli alberghi di lusso, ad ascoltare la funzione del mattino. «Le Guardie rosse utilizzavano la chiesa come scuola» racconta padre Francis Zhang. «Ora l'85 per cento dei nuovi fedeli è costituito da giovani sotto i vent'anni». A 600 chilometri di distanza, nella provincia agricola dello Shanxi, don Antonio Yun Guo, 29 anni, parroco di Pingyao, è l'unico prete in un distretto che conta 1.200 anime cattoliche. Per lui non c'è differenza tra chiesa patriottica e chiesa clandestina. «Tutti noi» dice «aspettiamo con ansia una visita del Papa». Nell'umile canonica, che funge da studio e camera da letto (brandina di ferro, scrivania piena di libri, crocefisso sul muro scrostato dall'umidità), don Antonio snocciola le cifre sorseggiando una tazza d'acqua bollente: «Nello Shanxi ci sono 200 mila cattolici, 9 vescovi, 168 sacerdoti, 300 suore e 386 chiese: rase al suolo durante la Rivoluzione culturale e ricostruite dopo il 1980. Arrivano molti giovani e ci chiedono cosa è bene e cosa è male. Sono disorientati: nelle scuole non c'è più traccia di insegnamenti morali, è scomparso ogni riferimento all'etica sociale e individuale. Prima, almeno, si faceva una netta distinzione tra i buoni-comunisti e i cattivi-capitalisti. Ora i buoni sono soltanto i più ricchi. I poveri, nella fede, cercano la pace interiore, una guida, una risposta che dia un senso alla loro vita». Lo Shanxi, come l'Hebei e il Fujian, è sempre stata terra di missione. A Duancun, un villaggio di vecchie case con i cortili gialli di pannocchie stese ad asciugare, i fedeli si riuniscono in una cappella centenaria: una minuscola navata con un altare illuminato da luci al neon e le finestre chiuse da pannelli di carta di riso. Il prete si fa vedere di rado, per i battesimi e i funerali. I contadini si lamentano: «I protestanti sono molto più attivi: distribuiscono aiuti e organizzano gli asili nido». I cattolici, che scontano la delicata questione del Vaticano, devono muoversi con cautela; mentre i pastori delle chiese evangeliche e protestanti godono di più ampi spazi di manovra e formano il nucleo più aggressivo dei 10 mila missionari che in veste di 'insegnanti' battono lo sterminato territorio della Cina in cerca di anime da salvare. «Noi buddhisti, invece» spiega Xiao, una delle tre monache di Baiyunsi, il tempio della Nuvola bianca «non facciamo proselitismo: nei monasteri si entra spontaneamente, sulla base di una scelta libera e individuale». Xiao, 42 anni, sposata e con un figlio, ha indossato il saio grigio da soli tre mesi. Seduta sul khan, il letto di pietra riscaldato a carbone, afferma di essere approdata a un'oasi di pace, lontana dai ritmi ossessivi della vita in città, appestata dal traffico, dall'inquinamento e dalla criminalità. In una società che vieta ogni forma di democrazia e di dissenso, la religione può rivelarsi una valvola di sfogo e una facile via di fuga: un'alternativa all'impegno politico niente affatto sgradita ai dirigenti del partito. La solerzia con la quale Pechino finanzia la ricostruzione delle moschee nello Xinjiang e dei monasteri tibetani bombardati dalla furia iconoclasta delle Guardie rosse è quanto meno sospetta. Soprattutto se paragonata alla violenza della repressione in atto nelle due grandi regioni ai confini occidentali dell'impero. Nello Xinjiang musulmano e ricco di petrolio, le popolazioni uighur e kazake sono sistematicamente discriminate a favore della minoranza cinese han, che si accaparra i dividendi del boom economico innescato dallo sfruttamento del greggio. Il malcontento alimenta un movimento separatista che si è manifestato con una serie di sanguinosi attentati. In Tibet, dove dal 1959 a oggi l'esercito cinese ha massacrato e incarcerato migliaia di monaci buddhisti e di comuni cittadini, l'autorità e il prestigio del Dalai Lama restano intatti. L'afflusso di cinesi han e la brutale politica di assimilazione forzata imposta dal governo di Pechino rischiano però di condannare il Paese delle nevi, crocevia strategico delle tre potenze atomiche dell'Asia, a un'inarrestabile agonia etnica e culturale. È il duro prezzo, si dice, per evitare la frantumazione dell'impero e scongiurare il caos. Ma dopo cinquant'anni di guerre ideologiche e di campagne contro l''inquinamento spirituale', gli inossidabili eredi del Grande Timoniere hanno perso la battaglia più importante: quella per l'anima della nazione. (ha collaborato Laura TrombettaPanigadi) Felicità è una lattina di Coca-Cola Nuova Cina: il cambiamento visto da un giovane scrittore - Grandi ricchezze e stipendi fermi a 30 anni fa. Fine dell'ideologia e perdita di memoria. La Cina cambia, ma i cinesi non ci credono. Così i giovani sognano: l'America. di Stella Pende Shanghai è ancora in festa. Lanterne rosse volano come farfalle infuocate davanti a ristoranti, negozi e grattacieli. Anche loro, con parate di eserciti e missili, hanno festeggiato i 50 anni della rivoluzione e insieme la nuova Cina. Una Cina, come ha detto il presidente Jiang Zemin «che corre verso il nuovo e verso il futuro come una gazzella assetata». Una Cina che cambia, che cresce ma che rimane anche ferma. Nelle tradizioni vecchie e terribili, nell'economia difficile da resuscitare, nella libertà ancora impossibile da toccare. Ma se una volta uno scrittore immenso come Ba Jin, considerato il grande vecchio della letteratura cinese, fu costretto a inginocchiarsi nello stadio di Shanghai per aver "infangato i costumi delle masse popolari", oggi scrittori e registi cinesi si conquistano in patria, ma soprattutto all'estero, gloria e celebrità. All'ultimo Festival del cinema di Venezia sono stati addirittura due i film cinesi premiati: Non uno di meno di Zhang Yimou ha vinto il premio come miglior film, Diciassette anni di Zhang Yuan il premio per la migliore regia. Ma lo sceneggiatore di quest'ultima pellicola in Italia era già una stella. Yu Hua infatti aveva vinto nel 1998 il Superpremio Grinzane Cavour con il suo romanzo Vivere e oggi, dopo gli allori veneziani, vende migliaia di copie del suo nuovo Cronache di un venditore di sangue. Yu Hua è pallido come il cielo della sua Pechino, ironico e attonito come Xu Sanguan, l'attore del suo ultimo libro, saggio come un poeta. La grande parata è finita. Tutta la Cina è stata in festa. Che effetto fa a uno come lei?Lasciamo stare l'effetto che fa a me. Io credo che il popolo cinese rida ormai davanti a questi giochi di automobiline e di missili. Il popolo è abituato a queste parate da 50 anni, capisce? Ma il popolo non ha sempre riso?No. Questo paese ha visto molte lacrime. La Rivoluzione culturale è stata una calamità. Milioni di persone umiliate, la loro libertà imbavagliata, i sentimenti strappati. Le feste, le parate di questo paese volevano dire sprechi. Offese alla povertà alla quale eravamo costretti. Per me che abitavo in campagna nel sud, invece, ogni festa nazionale era legata all'inverno. Allora arrivavano al vecchio cinema documentari in bianco e nero. Ero piccolo, mi sedevo imbottito nei miei vestitini ad ammirare una Pechino già fredda e sapevo che dopo pochi minuti sarebbe apparsa sullo schermo piazza Tienanmen. Era livida per la nebbia ma a me piaceva moltissimo. Ricordo l'emozione di vedere Mao in piedi sul rostro della Città proibita che sventolava la mano al suo popolo. Lui era l'unico che poteva farlo. Gli altri dovevano solo applaudire. E poi, sopra la piazza, i fuochi d'artificio. E la mia felicità di bambino ignaro. Da allora ad adesso la Cina è cambiata.È cambiata fuori. Moltissimo. E continua a cambiare con una velocità spaventosa. Pericolosa. Senza aver assorbito nè digerito le contraddizioni e i vuoti lasciati aperti dalla lenta fine di Deng. Come un uomo che non ha mangiato per mesi e poi d'improvviso il suo stomaco si riempie e scoppia, la Cina cambia esplodendo in alto. Verticalmente, come i suoi grattacieli. Ma i grattacieli dai cappelli d'argento e d'oro sono ancora fatti con la paglia mischiata al cemento. Dentro le case non ci sono ancora bagni, pavimenti e fondamenta sicure. Inoltre la Cina non è solo le grandi città. Basta andare in campagna a 20 chilometri da Shanghai o da Pechino. Certo oggi i tetti sono di tegole e non più di canne. Ma piove lo stesso nelle camere da letto e le famiglie sono ancora attraversate dagli orrori delle loro tradizioni e dalla violenza della memoria. Esistono ancora bambine con i piedi accorciati, fasciati. Esistono ancora uomini che considerano le mogli come guardiane di bambini e di pentole. La Cina cambia, si dice. Ma i cinesi non ci credono. Ma se il governo e i giornali del mondo parlano di un'economia cinese in sviluppo esplosivo!Esplosivo, giusto. Perché questo cambiamento cela pericoli forti come la dinamite. Vuole esempi? Il valore dei prodotti scade ogni giorno di più, il tasso di interesse diminuisce, così la gente non si fida delle banche e nasconde i risparmi sotto il materasso. Dunque esistono risparmi ma il denaro non circola, non si fanno investimenti. L'assistenza sanitaria esiste solo per gli statali, esattamente come 30 anni fa. Le pensioni statali sono rimaste ridicole: 200 renminbi dieci anni fa come adesso. Mentre gli stipendi oscillano tra 200 e 600. Miserie. Si parla molto degli investimenti del governo per nuove abitazioni. Vero. Peccato che le case non si vendano perché i soldi non si vedono. Dunque il nostro sviluppo economico è rapido ma non equilibrato. E non può essere equilibrato lo sviluppo culturale e sociale. Le immagini dei giovani che arrivano in Europa e Usa dalla Cina sono quelle di ragazzi completamente occidentalizzati.Le immagini? I nostri giovani sanno tutto sul presente dell'America e nulla sul passato della Cina. Tienanmen per loro è una catastrofe buia. Quella storia non gli appartiene. I loro fratelli grandi e i genitori hanno sofferto dentro quella rivoluzione. I ragazzi vogliono vivere. Possibilmente guardando all'America. Nella regione di Hunan, proprio vicino alla città natale di Mao, i giovani portano in regalo ai loro vecchi lattine di Coca-Cola. Lì come nelle altre campagne quello è il più ricercato dei doni. L'America è il sogno e la luna. I giovani cambiano i loro nomi cinesi con quelli americani. E così buio è il loro cammino culturale. I libri nelle università sono gli stessi di 30 anni fa, imbevuti degli odori e dei sapori della rivoluzione. Libri antichi. Falsi. Così loro non li vogliono e non studiano. Noi stessi abbiamo gravi responsabilità. Voi governo o voi intellettuali?È la stessa cosa. Sulla categoria dell'intellighenzia cinese potrei dire tutto il male possibile. È un enorme pozzo dentro il quale stanno tutti. Troppi. Ma soprattutto gente antipatica. Non amo gli intellettuali ma gli operai e i contadini. Gli intellettuali cinesi inseguono solo soldi e gloria. ss E Yu Hua che cosa insegue?Credo che il mio mestiere, la mia missione, sia far capire quello che penso attraverso i miei libri. Lei è lo scrittore estremo della Cina. Ha subito molte censure?Chi come me scrive e racconta l'anima della gente non può essere censurato anche se lo è. I suoi romanzi sono tradotti da molti anni. Come si è avvicinato alla letteratura occidentale?Tanti anni fa ho incontrato Dante e Calvino. Da loro ho imparato a raccontare i sentimenti e i patimenti della gente. Da loro ho imparato tutto. Lei ha cominciato con 'Torture', racconti violenti, horror. Un genere che ha contagiato molti giovani scrittori.Un genere passato. I due sentimenti che muovono la scrittura e la gente sono l'odio e l'amore. Io allora non riuscivo a essere uno scrittore d'amore. Così ho scelto l'odio. In fondo questo orrore è stato un modo di raccontare la Rivoluzione culturale e la ferocia che l'ha comandata. Ma non scrivevo di violenza per condannarla. Era una specie di canto il mio. Una preghiera dedicata a lei. Poi sono cambiato. Oggi scrivo di gente e di sentimenti normali. È più difficile parlare a bassa voce che urlare. Così ho fatto in questo mio ultimo libro, Cronache di un venditore di sangue, dove il protagonista attraversa la miseria e i fantasmi della rivoluzione con mite disperazione. Ma anche con ironia. Racconta di una vecchia abitudine dei contadini poveri cinesi: quella di vendere il sangue.Un'abitudine che esiste ancora. I miei genitori sono tutti e due medici. Ho dormito con loro davanti alla porta della camera operatoria per anni. Per me era come essere al cinema. Vedevo sfilare cadaveri vivi ma anche morti con grande naturalezza. Ho imparato a considerare la morte come una necessità in alternativa al dolore. Alla povertà. E poi ogni tanto arrivava quell'omone grande come Polifemo. Aveva un grembiule sporco di sangue come un macellaio cattivo. Era lui il compratore di sangue. Aveva molti clienti. La gente moriva di fame e non aveva alternativa. Era un sacrilegio, un sacrificio: per i cinesi vendere il sangue vuol dire vendere l'anima degli avi ai quali il sangue appartiene. Oggi quel signore è in pensione. Ha assunto cento donatori con i quali gira il paese. Il suo è un affare parecchio redditizio. Lei ha scritto la sceneggiatura del film 'Diciassette anni' che ha vinto il premio della regia a Venezia. Che cosa pensa di quest'ondata di vittorie dei cinesi nel cinema?Sono molto amico del regista di quel film: Zhang Yuan. Un certo giorno lui è arrivato da me e ha detto: la sceneggiatura del mio film non mi convince. La riscrivi? Io l'ho fatto. Siamo stati insieme nelle carceri cinesi. I prigionieri lavoravano in silenzio. Rassegnate e ordinate marionette senza sonoro. I veri prigionieri erano 'i liberi'. I figli delle guardie, per esempio, obbligati a una prigionia che non accettavano. Perché tanto successo della Cina in Occidente? Forse perché l'Occidente sente questa attrazione fatale che i cinesi hanno per il suo mondo. Forse perché per la prima volta la Cina è davvero vicina. |