Il Manifesto,
11-17 agosto 1999
Croazia: Scampoli di dittature
Le vacanze del "Supremo" nell'Istria militarizzata Franjo Tudjman, dai tornei cavallereschi alla croatizzazione forzata - Giacomo Scotti, Pola Dal 5 luglio il Presidente della Croazia Franjo Tudjman trascorre le sue "vacanze di lavoro" sulle isole di Brioni, dove beneficia delle lussuose residenze che già furono di Tito. Così anche quest'anno - e la cosa si ripete da un lustro, suscitando lo sdegno ormai non più represso delle popolazioni litoranee dell'Istria meridionale - l'arcipelago brivonese e l'ampio bacino marittimo che lo circonda, compresa la costa da Pola a Fasana, si sono trasformati in una marca militare. Infatti, a difesa dell'incolumità, della quiete, dell'intimità e dei piaceri estivi del "Supremo", la vasta zona è presidiata per l'intera estate da massicci reparti militari della Guardia nazionale e dalle forze della Polizia speciale, senza contare gli uomini in borghese dei servizi segreti. Così il turismo, dice la gente, va in malora. Di qui la rabbia degli abitanti, che dalla pesca in quelle acque, ora vietata, e dal turismo divenuto impossibile ricavavano i principali mezzi per vivere. Una rabbia che si aggiunge alle proteste dei Comuni di Pola e Dignano per un decreto governativo recentissimo, in virtù del quale il regime di Tudjman ha cancellato ogni radice latina e/o italiana nella toponomastica dell' arcipelago istriano, reinventandola di sana pianta, in offesa alle tradizioni e alla storia. Le caserme di Pola, costruite numerose e grandiose all'epoca austro-ungarica, ospitano gran parte degli effettivi dell'esercito, della marina e dell'aviazione croati; a Valbandon funziona il Centro nazionale di addestramento della polizia; nei pressi di Fasana è sistemato il campo militare della Guardia nazionale: un concentramento di uomini in armi che non ha uguali in nessuna altra parte della Croazia. Protetto da una così potente forza militare e di polizia, a Brioni Tudjman si è preparato, tra l'altro, alla sua teatrale apparizione al Torneo dell'Anello che ogni anni, nella prima settimana d'agosto, si svolge a Sinj in Dalmazia. E' un torneo cavalleresco di origine cinquecentesca, del quale il" Supremo" è stato nominato "vojvoda" (Generalissimo). Un titolo e grado onorifico di cui Tudjman va molto fiero, al punto che si è fatta confezionare una speciale uniforme da parata che "tra bottoni d'argento e dorati, alamari, greche, nastrini e spalline, pennacchi, galloni e cordoni - è costata 60 milioni di lire. Per disegnarla e confezionarla hanno lavorato per un mese e mezzo otto esperti dell'Istituto nazionale del Restauro; ispirandosi a divise del XVI e XVII secolo, hanno confezionato pure gli accessori: camicia ricamata con fili d'oro, mutande, cinturone borchiato, stivali, guanti dolman con ornamenti d'argento, colbacco di pelliccia di martora, cappello piumato ornato con cento penne di airone bianco. La sciabola, infine: è l'unico oggetto non costruito ex novo, è stata acquistata presso un antiquariato. Nella storia del Torneo dell'Anello di Sinj, che si corre da oltre 300 anni, il titolo di "vojvoda" è stato assegnato soltanto a due capi di Stato, Tito e Tudjman. Tito lo accettò pochi mesi prima di morire, dopo averlo rifiutato per decenni; Tudjman lo ha accettato subito, due anni fa, quando glielo offrirono. Qualche maligno dice che lui stesso l'abbia sollecitato, ormai sfrenato nella caccia a onori e onorificenze da monarca assoluto. Un criminale di guerra il gorilla di Tudjman di Giacomo Scotti, Zagabria È conosciuto in Croazia come membro di una malfamata banda della "polizia speciale", che durante la "guerra patriottica" si macchiò di orribili massacri, vittime i civili di etnia serba, nella Piana di Pakrac, in Slavonia occidentale: questo individuo, Sinisa Rimac, è ancor oggi ufficiale dell'esercito croato, precisamente del I Battaglione della Guardia Presidenziale. A un giornalista del giornale zagabrese Jutarnji list che si stupiva di questa presenza imbarazzante nel reparto d'élite, il ministro della difesa croato, Pavao Miljavac, recentemente ha risposto: «Quell'uomo non è stato mai condannato e nulla impedisce che militi nel nostro esercito». Infatti Sinisa Rimac non è stato, né forse sarà mai condannato. Al processo per i crimini nella Piana di Pakrac, celebratosi e conclusosi otto anni dopo i fatti, è stato assolto insieme ad altri imputati per insufficienza di prove. Chi poteva testimoniare ha avuto paura di presentarsi davanti ai giudici e certe associazioni dei "veterani di guerra" hanno apertamente minacciato chiunque ardisse "infangare l'onore degli eroi". Però nessuno di coloro che tengono le bocche cucite dimentica il fatto che il valoroso ufficiale della Guardia del "Supremo" si vantò pubblicamente, sette anni addietro, di aver torturato e ammazzato numerosi serbi, attribuendosi anche la paternità della strage di un'intera famiglia serba zagabrese (gli Zec), tra cui una bambina di dodici anni e sua madre. A causa di alcuni errori procedurali, quel primo processo fu sospeso e non è stato più riaperto. Giuridicamente questo mostro d'uomo è "innocente". E Tudjman se lo tiene caro nella guardia presidenziale. Stipe Suvar, leader del Partito socialista operaio della Croazia, recentemente vittime di un attentato, ha così commentato in ospedale la sua disavventura: «L'eruzione di violenza in Croazia non deve meravigliare. Siamo in un paese nel quale molti criminali girano liberamente». E sebbene l'uomo che ha cercato di ucciderlo abbia agito in pieno giorno, nel centro di Zagabria, davanti a un bar, la polizia non l'ha ancora individuato, nessuno è stato arrestato. I casi di crimini rimasti impuniti, in Croazia, non si contano più. Ultimamente, in località Marinci, nell'ex Krajina, un anziano serbo è stato ucciso dall'ex poliziotto croato Petar Perulic, noto bandito che già otto anni fa ammazzò un serbo così, perché «così vanno trattati i cani rognosi». Per quell'omicidio non è stato mai arrestato, mai processato. Perché? Durante la guerra fu guardia del corpo di alti gerarchi che tuttora lo proteggono. Infischiandosene del fatto che delle "imprese" del criminale hanno scritto alcuni giornali dell'opposizione. Sul foglio Zares, il giornalista Denis Kuljis ha reso noto che uno dei comandanti del reparto croato che ha massacrato i civili musulmani nel villaggio bosniaco di Ahmici nella passata guerra, si trova attualmente nel reparto di scorta del presidente Tudjman, è il suo gorilla personale. Infine, una scena vista di recente nei corridoi del tribunale di Zagabria: uno dei protagonisti di diverse stragi compiute in guerra, tale Munib Suljic, assolto insieme ad altri suoi commilitoni per la solita insufficienza di prove, appena si è liberato delle manette ha sputato in faccia a un giornalista, gridando: «Ora saremo noi a mettere le manette ai giornalisti». Croazia, stagione di caccia al serbo Nonostante le denunce, le squadracce del regime continuano col terrorismo - di Giacomo Scotti, Rijeka Gli anni della guerra interetnica in Croazia e Bosnia si allontanano sempre di più, ma la caccia ai non-croati in Croazia pare che non debba aver mai fine. A Drenovci, distante una ventina di chilometri da Zupanja (Posavina) a ridosso del confine con la Bosnia, dal cimitero ortodosso sono state rimosse le croci da una cinquantina di tombe, le cui lapidi di granito sono state infrante a colpi di mazza, accette e martelli. Oltre ai monumenti funebri serbi, sono stati distrutti quelli delle tombe in cui riposano i resti mortali di coppie etnicamente miste, appartenenti a diverse nazionalità. I cattolicissimi e croatissimi vandali, in molti ed evidentemente ben organizzati, hanno poi tempestato di telefonate intimidatorie e anonime chiunque, conoscendoli, potesse denunciarli, Ma si sa egualmente che si tratta di squadristi del regime. I distruttori di tombe hanno voluto così celebrare la "festa della Patria e delle forze armate croate". I neofascisti croati hanno firmato pure la distruzione di un monumento che, nella piazza principale della città di Cakovec, ricordava una sinagoga ebraica che fu a sua volta demolita dai nazifascisti nell'aprile del 1944. Sempre in questa metà di agosto a Berak, nelle immediate vicinanze di Vukovar, il "patriottismo" dei supernazionalisti di Tudjman si è espresso con l'uccisione di un cittadino di etnia serba spirato dopo aver subito un vero e proprio linciaggio. La vittima, il trentanovenne Djuro Mutic, è stato massacrato nel cortile della propria casa a furia di calci e randellate, ridotto a una poltiglia sanguinolenta. E non è il primo a fare una fine del genere in questo centro rurale dello Srijem, dove la caccia al serbo va avanti indisturbata ormai da diversi mesi. Fino allo scorso anno qui vivevano circa 500 serbi, oggi ne sono rimasti una quarantina, mentre i croati sono saliti a quattrocento. In una conferenza stampa, il leader del Partito popolare serbo in Croazia, Milan Djukic, ha accusato le autorità governative croate di considerare i cittadini di etnia serba come esseri di second'ordine: sono male accolti in qualsiasi livello di potere; vengono cacciati con metodi di "terrorismo capillare"; alla minoranza sono riservati livelli infimi nelle pubbliche amministrazioni anche in città e regioni in cui è maggioritaria; quando si tratta di serbi in Croazia non vige lo stato di diritto; se la comunità internazionale cessasse di esercitare l'attuale monitoraggio, i serbi in Croazia non potrebbero sopravvivere. Ha fornito in proposito numerose prove. Vengono falsificati i dati sul numero dei serbi profughi rientrati nei luoghi di origine; alle poche migliaia di serbi reduci non vengono restituiti i loro beni, case e campi; gli uffici governativi rifiutano la concessione alle famiglie serbe dei documenti necessari per accedere ai finanziamenti per la ricostruzione delle abitazioni; gli organi statali competenti non hanno intrapreso nulla per fermare le orde dei vendicatori che rapinano, incendiano e devastano le proprietà serbe, uccidendo pure i vecchi rimasti nelle loro case e campagne. Conseguenza, tutto questo - ha detto Djukic - di un odio di cui si fanno portavoce perfino i ministri, come quello di grazia e giustizia Zvonimir Separovic. Costui, giorni addietro, ha giustificato le stragi compiute nel 1995 ed anni successivi nella ex Krajina dicendo che si è trattato di una «operazione militare per il ripristino dell'ordine pubblico», alludendo alla Operazione Tempesta che portò alla deportazione da quella regione croata di circa 200.000 serbi ed alla distruzione quasi totale dei loro beni dopo la loro fuga. Djukic si è chiesto: come mai durante e dopo quell'operazione militare gran parte dei territori cosiddetti liberati sono stati letteralmente bruciati? E ancora: se l'operazione fu compiuta senza commettere crimini, come asserisce il ministro, perché si rifiuta di consegnare i documenti richiesti dal Tribunale dell'Aja? A Sarajevo, intanto, il settimanale "Slobodna Bosna" (Bosnia libera) ha rivelato che il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia ha già stilato l'atto di accusa contro il presidente croato Franjo Tudjman per i crimini contro la popolazione civile commessi nell'ex Krajina durante le operazioni "Lampo" del maggio e "Tempesta" dell'agosto 1995, ma anche per le stragi compiute dalle milizie croate dell'Hvo contro i musulmani nella Bosnia-Erzegovina. |