Americani: perché hanno detto sì alla guerra, che cosa pensano davvero

Tratto da Il Venerdì di Repubblica, 11 aprile 2003
Di Vittorio Zucconi

Ti ripetono: remember Manhattan, ricorda l'11 settembre. Tutto si spiega nel lampo di quel Boeing che svegliò il gigante addormentato nel sonno della propria invulnerabilità. Certamente. Remember Manhattan, lo spartiacque della storia, ma, come tutti gli slogan e le verità che diventano formule, anche questa non dice tutta la verità. Se l'America di Jim e Jane Doe, come qui si chiamano i signori Rossi dei nostri aneddoti, se l'America dei paesi e delle cittadine, delle praterie e dei nastri di plastica gialli attorno agli alberi, delle Tv vocianti e dell'opposizione democratica, ha accompagnato fedelmente il cammino di Bush il Giovane verso la guerra e lo ha sostenuto anche nei giorni neri dell'invasione mentre il resto del mondo lo respingeva, la risposta non è soltanto nell'11 settembre. È nella natura dell'essere americani. È nella loro storia, nella conferma, ripetuta puntualmente anche quando lo stupro di Manhattan era soltanto un incubo da romanzieri, che sempre, quando una guerra comincia, la maggioranza risponde con il riflesso condizionato e profondo del patriottismo. Depone le proprie bandiere, i propri risentimenti, le proprie opinioni e si stringe attorno a colui che «sarà pure un gran figlio di cane, ma è il mio figlio di cane».

Dall'Europa lontanissima, arrivavano nella vigilia dalla guerra e nella marcia verso Bagdad, la domande angosciato e perplesse dei pacifisti italiani, francesi, tedeschi, arabi, inglesi, che chiedevano dove fossero finiti i cortei contro la guerra, le folle del Vietnam, i giovani che proprio a Seattle dagli Stati Uniti, come già accadde nel '68, avevano dato al mondo la prima lezione di anti globalismo e che, di fronte alla più cruda manifestazione di globalismo violento, la guerra in Iraq, erano scomparsi. È l'effetto 11 settembre, ripeteva chi guardava gli sparuti gruppetti degli habitué di ogni protesta raccogliersi attorno al Palazzo di Vetro, nei giardini di piazza Lafayette davanti alla Casa Bianca, al Wharf di quella San Francisco dove ogni «causa» ha sempre il proprio corteo pronto.

Remember Manhattan ammonivano coloro che vedevano boicottare e ridicolizzare le rare celebrities che osavano opporsi, Sean Penn (messo nella lista nera dei produttori, come i «comunisti» negli anni del maccartismo, per la sua visita agli ospedali di Bagdad), Madonna, l'immancabile Susan Sarandon, sbeffeggiata come la reincarnazione di «Hanoi Jane», della Fonda, George Clooney, le malcapitate ragazze del complesso Dixie Chicks che vedevano i loro cd distrutti sulle piazze dei paesi dai bulldozers per avere attaccato Bush, Michael Moore, che si era permesso di fare un comizio pacifista dal palco degli Oscar e Robin Williams, osannato nella sua interpretazione di Good Morning Vietnam e crocefisso per avere sfottuto la nota dislessia (o semplice ignoranza) di Bush: «Siamo portati in guerra da un presidente che parla inglese soltanto come seconda lingua». E quando Peter Arnett, colui che raccontò in diretta il bombardamento di Bagdad nel '91 si è lasciato travolgere dal fuoco della vanità e ha incoscientemente criticato la strategia americana per la propaganda tv di Saddam, sono arrivate 10 mila e-mail all'ora ai network chiedendo il licenziamento. Un senatore repubblicano del Kentucky ha avanzato la proposta di processarlo e condannarlo, sicuramente a morte, per alto tradimento e spionaggio.

Effetto terrorismo? No, effetto America. Senza Torri Gemelle e senza alibi di «armi di distruzioni di massa», George il Vecchio si trovò incoronato dall'81 per cento di sostegno nei sondaggi, nella Guerra del Golfo. Quando Lyndon Johnson decise che la frontiera dell'Occidente passava per il fiume Mekong e spedì a morire ammazzati 59 mila giovani in Vietnam (e due milioni di vietnamiti), fu rieletto nel 1964 con una slavina di voti. Il Vietnam, l'esempio sempre citato da coloro che sperano che sia l'America a fermare se stessa, impiegò 10 anni per diventare «il Vietnam». Dal 1958 al 1968, mente la presenza americana passava da 2 mila consiglieri a 530 mila soldati, senza «minaccia terroristica» l'America restò graniticamente fedele ai propri Presidenti. Nixon, nel 1972, mentre la disfatta era ormai evidente, fu ancora rieletto con margine immenso, contro il pacifista McGovern.

Ci sono, oggi, giornali, network tv, commentatori dichiaratamente pro war, ed editori come l'australiano naturalizzato americano Rupert Murdoch, che finanzia con i propri miliardi il pollaio dei galletti «neo conservatori» andati al potere e puntella la dottrina della guerra «dove vogliamo e contro chi vogliamo» sperimentata nella mattanza di soldati e civili iracheni. Ma non c'erano nessun Murdoch e nessun chicken hawks di falchetti estremisti quando il tenente William Calley jr, fece massacrare dai suoi soldati 109 civili inermi il 16 marzo 1968 nel villaggio di My Lai e i giornali rifiutarono di pubblicare la notizia per otto mesi, fino a quando il New York Times trovò spazio in una colonna in fondo alla pagina 38. Non c'era nessuna «sindrome da Manhattan» nel 1966, quando l'inviato di Time, Charles Mohr, cominciò una sua corrispondenza da Saigon con queste parole: «Stiamo perdendo la guerra» e il direttore a New York la corresse così: «La guerra sta procedendo sempre meglio in Vietnam».

Il massacro di settembre è stato certamente un chiodo enorme. Ma è stato piantato nel legno di una cultura nazionale che è americana perché ha scelto di esserlo, personalmente, o nella storia della propria famiglia e deve rinnovare il proprio patto con l'appartenenza a questa nazione. Tutti, con la tragica eccezione degli schiavi, dai nomadi d'Asia che attraversarono il ponte di terra fra l'Alaska e la Siberia 10 mila anni or sono per scoprirsi poi, con loro grande sorpresa, «Indiani», fino ai due Marines caduti in Iraq e «insigniti» un po' tardivamente da Bush della cittadinanza postuma, hanno «voluto» essere qui. Dunque il Presidente può essere anche un sonofabitch, un granfigliodi, ma è l'incarnazione della propria scelta, il transitorio living god, dio vivente dell'americanità.

Non lo si lascia mai marciare da solo in guerra. Non si permette facilmente ai media, alle opposizioni, ai giudici, neppure al Parlamento di crocefiggerlo, perché in lui, almeno per quattro anni, vive il volto della democrazia nella quale i milioni devono riconoscersi, per riaffermane se stessi. Chi tradisce il Chief tradisce se stesso e questo spiega perché soltanto un presidente in 230 anni sia stato cacciato dalla sua poltrona, nel secolo scorso, nonostante alcuni formidabili idioti e qualche augusto farabutto abbiano occupato la Casa Bianca. Furono necessari anni di scandali, sentenze di ogni corte fino alla Corte Suprema, per spingere Nixon a dimettersi nel 1974.

E neppure la vergogna dell'abitino macchiato di Monica e un evidente reato penale di falsa testimonianza poterono incrinare il sostegno dell'America per Clinton, «il presidente che la nazione ha eletto» ripetevano anche coloro che non lo avrebbero mai votato e che infatti abbandonarono il suo partito alle elezioni successive.

Se poi comincia una guerra, la morsa del patriottismo si stringe, fino alla prova eventuale e inconfutabile che la guerra è un disastro. Persino il vecchio Cronkite, lo «zio» dei telegiornali che nel 1968 proclamò il Vietnam un'inutile strage, riconosce che «questa nazione, quando scende in campo, vuole vincere a tutti i costi». Poco importa che il capitano della squadra sia di destra o di sinistra, un cretino o un intellettuale. L'importante è che «vinca» e che quindi confermi quel sogno che tiene unito il minestrone etnico e culturale dell'America: l'illusione di essere, anche se clochard su una panchina di San Francisco, anche se in fila con i buoni pasto, sempre e comunque un winner.


Ma tutto era già deciso prima dell'11 settembre
Di Attilio Giordano

Un documento recentemente declassificato e pubblicato dallo studioso inglese di origine araba Nafeez Masaddeq Aluned (in Dominio, Fazi, 222 pp. 16.50 euro) racconta come, da decenni, esistano due verità americane. Nel 1948 il dipartimento di Stato teorizzava: «Dovremo smetterla di parlare di obiettivi vaghi e irrealistici come i diritti umani, il miglioramento del tenore di vita e la democratizzazione del mondo. In un prossimo futuro dovremo ragionare in termini puri e semplici di relazioni di potere…».

Quel disegno è stato perseguito da un gruppo che si definisce neo-conservatore, già testa d'ariete dell'amministrazione Reagan e poi del presidente Bush padre. Un gruppo che si è raccolto, dal 1997, intorno ad un'associazione che si chiama «New American Century» (Nac) e nel settembre del 2000 - come ha rivelato il Sunday Herald - aveva predisposto un «piano di pace globale» che prevedeva il controllo del Golfo e la necessità di «combattere e vincere con decisione in vari e simultanei teatri di guerra» nonché di «scoraggiare i paesi industriali avanzati dal mettere in discussione il nostro potere o solo aspirare a un più ampio ruolo regionale o globale». Il documento immaginava di realizzare tutto ciò con l'Inghilterra alleata, di far sì che le missioni di pace fossero guidate «dagli Usa piuttosto che dall'Onu», si preoccupava della potenziale «rivalità dell'Europa» e si spingeva fino a prevedere, per il futuro, una presenza militare Usa più forte nel Sud-est asiatico allo scopo di «spronare il processo di democratizzazione della Cina». Infine dettava i nemici di «breve periodo»: Iraq, naturalmente, ma anche Siria, Libia, Iran e Corea del nord.

Da chi era formato questo gruppo di «visionari americani che vogliono controllare il mondo», per usare le parole del parlamentare inglese Tam Dalyell, esponente di spicco della Camera dei Comuni? Da Dick Cheney, diventato poi vice-presidente degli Stati Uniti, da Donald Rumsfeld, attuale segretario della Difesa, da Paul Wolfowitz, vice di Rumsfeld e ideolodo del Nac, da Joe Bush, fratello del presidente e da Lewis Libby, capo di Stato maggiore di Cheney. Cioè dall'attuale vertice stategico-militare del Pentagono.

Le bugie o le omissioni sulle vere ragioni della guerra a Saddam non hanno, tuttavia, scalfito la serenità degli americani. Che, in maggioranza, sono con Bush e - secondo Un sondaggio dell'ottobre 2002 - si sono convinti che Saddam Hussein abbia organizzato gli attentati dell'11 settembre.

Che gli attentati, in realtà, siano stati uno dei pretesti per scatenare una guerra prevista e pianificata da anni, non meraviglia. Il Nac aveva chiesto all'allora presidente Bill Clinton di muovere guerra all'Iraq già nel gennaio del 1998. Non aveva ottenuto risposta, anche perché quei signori che oggi guidano gli Stati Uniti, allora erano considerati «un gruppo di estremisti fuori dai giochi». La previsione era errata: il «gruppo di estremisti» ha condotto per mano l'America fino convincerla dell'inevitabilità della guerra. Ogni bugia ha comunque lasciato una traccia nell'anima del Paese. La prima pista, la più facile e popolare, fu proprio quella dei collegamenti con Al Qaeda. «Lo stesso giorno degli attentati», riferisce Bob Woodward del Washington Post «Donald Rumsfeld chiese di giudicare se le informazioni erano abbastanza buone per colpire Saddam Hussein e non solo Bin Laden».

Le Informazioni, a quanto pare, non erano sufficienti. Ma arrivò di seguito il «caso antrace» che venne subito attribuito non a Bin Laden, ma direttamente all'Iraq. Gli investigatori fecero sapere, infatti, che «l'Iraq è il principale sospettato per le spore letali». Si ribadiva «Siamo sorto attacco». In seguito, senza troppo clamore, si scoprirà che le spore sono «le stesse in possesso dell'esercito Usa dal 1980», e provengono tutte, «da un'unica fonte militare: il Medical Research Institute of Infectious Disease di Fort Detrick, nel Maryland». Ma si scoprirà di peggio: secondo l'agenzia Associated Press al personale della Casa Bianca, presidente compreso, era stato distribuito il farmaco anti-antrace (Cipro) un mese prima che la notizia dei casi di avvelenamento divenisse pubblica. Le notizie sgradite, tuttavia, annegano presto nel mare dell'informazione. E, presto, si torna ad accusare l'Iraq di legami con AI Qaeda sulla base di un incontro che il leader degli attentatori suicidi, Mohamed Atta, avrebbe avuto con un agente dei servizi segreti iracheni a Praga. I primi a rivelare questa «prova» sono i giornali inglesi che descrivono l'iracheno in crescendo: prima è un «basso livello» (The Guardian), poi un «quadro medio» (Indipendent), per diventare «alto funzionario» (Financial Times) e decisamente «il capo dei servizi segreti iracheni» (Times). Chi lo dice? «Fonti segrete». Dopo poche settimane, senza lo stesso risalto, non solo tutto è smentito dalla polizia ceca, ma da Vaclav Havel in persona: Atta non ha incontrato nessuno a Praga. Anzi, a Praga non c'è mai stato.

La linea di Washington cambia ancora. Ora si esprime così: Saddam Hussein ha armi di distruzione di massa. Tra l'altro, questo crea nell'opinione pubblica spaventata dagli attentati dell'11 settembre, un alto grado di comprensione. Tony Blair promette un dossier. Il suo contenuto trapela a settembre 2002, proprio mentre il Congresso sta per votare l'autorizzazione all'intervento in Iraq. La Cia riferisce di una partita di tubi d'alluminio che il Niger ha venduto all'Iraq allo scopo di fabbricare ordigni nucleari. Chi ha dato l'informazione alla Cia? L'M16, i servizi inglesi. L'informazione è ritenuta "seria". Ma il 7 marzo il direttore dell'Agenzia per l'energia atomica, Mohamed el Baradei, fa sapere che i documenti che provano la vendita sono falsi. E talmente mal falsificati che compare il nome di un ministro, Allele Habibou, che non è più in carica dal '97. Ma la notizia ha già condizionato l'atteggiamento di molti democratici dubbiosi, inducendoli a sostenere la guerra di Bush.

A proposito di armi nucleari e batteriologiche, d'altronde, si era già dato un caso. L'ex ispettore dell'ONU Scott Ritter, repubblicano ed ex marine, aveva espresso con forza la sua certezza, dettata da 7 anni di ispezioni in Iraq: «Saddam non può avere quelle armi». In una lunga intervista (pubblicata in Italia sempre da Fazi, Guerra all'Iraq, 118 pp. 10.00 euro) fornisce gli elementi della sua convinzione. Inoltre Ritter ha sbugiardato un famoso «disertore», testimone chiave del riarmo iracheno: Khidre Hamza. Affermava di essere il responsabile della produzione della bomba nucleare irachena. «Appare di continuo alla tv americana», dice Ritter. »Ma non è chi sostiene di essere: era un funzionario di medio livello, non ha mai progettato armi nucleari. Fu licenziato e disertò. La Cia, era il 1994, rifiutò di utilizzarlo perché inattendibile. Il capo del programma era Jafar el Jafar». Ritter, nei mesi seguenti, è stato accusato dall'Fbi di essere prima un agente israeliano e poi una spia irachena.

Intanto la strategia si arricchisce: viene spiegato che si va in Iraq per portare la democrazia. Ma l'Iraq di Saddam fu appoggiato dagli Usa contro l'Iran, benché allora utilizzasse armi di distruzione biologica. Non a caso una fonte della Cia riferì una battuta divenuta proverbiale: «Sappiamo bene che Saddam è un figlio di puttana. Ma è il nostro figlio di puttana». E sia americani che inglesi hanno sovvenzionato tentativi di golpe che non avrebbero cambiato il regime ma, solo, lo avrebbero orientato verso gli interessi di Washington (come il gruppo golpista Accord, finanziato dall'M16 britannico).

Esempi di una strategia davvero «duratura». Portata avanti, per ironia, da un gruppo di persone che ha avuto poco a che fare con le guerre: Cheney fu imboscato del Vietnam e il presidente stesso ha fatto il soldato nella Guardia Nazionale del Texas, «ultimo bastione», scherza qualcuno, «per difenderci da un'imminente invasione dell'Oklahoma».

Un gruppo d'affari, per tradizione, dentro a tutte le lobbies del petrolio e delle armi, che fu persino in società con la famiglia Bin Laden (nel gruppo Carlyle fino all'11 settembre 2001).

Il nonno di George W. Bush, racconta Eric Latirent (in La guerra di Bush, Fandango, 220 pp. 16.50 euro), si chiamava Prescott ed era un senatore, repubblicano del Connecticut. Era un finanziere, figlio di finanzieri. Lavorò con la Germania nazista facendo ottimi affari. Fu direttore della Union Banking Corporation, messa sorto accusa dal governo per «commercio con il nemico» anche durante la guerra. Era inoltre in società con un industriale tedesco, Friedrich Fliek, processato a Norimberga e condannato a sette anni.

Uomini dediti agli affari, poco inclini alle passioni politiche. Come quel nipote presidente che, oggi, rimprovera all'Europa ingratitudine: «L'abbiamo liberata dai nazisti». Vero. Ma non è stato Prescott Bush.

 
 
 
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