Guerre sante

di Alain Gresh. Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, settembre 1998

Legittima difesa: questo il principio invocato dal governo degli Stati uniti per giustificare l'attacco contro i "campi di addestramento di terroristi" in Afghanistan e contro una fabbrica di prodotti farmaceutici nel Sudan. In un sistema internazionale in cui gli stati hanno ricusato la legge della giungla, il dipartimento di stato aveva bisogno di trovare una copertura giuridica per i bombardamenti del 20 agosto 1998, che hanno violato la sovranità di diversi paesi; e hanno quindi invocato l'articolo 51 della Carta delle Nazioni unite. Questo testo però prevede il ricorso alla legittima difesa solo in caso di «aggressione armata», e «finché il Consiglio di sicurezza non abbia adottato le misure necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali». Gli Stati uniti hanno davvero subito un'"aggressione armata"? Si sono veramente "difesi" in attesa che il Consiglio di sicurezza prendesse "le misure necessarie"?

Nulla di meno certo. Numerosi esponenti americani hanno spiegato al contrario che i raid del mese scorso segnavano una svolta nella strategia di Washington, dove ormai non ci si preoccupa più di ricercare il consenso internazionale o l'avallo delle Nazioni unite. «E'un'operazione di dissuasione», ha sottolineato uno di questi portavoce, che non può essere fondata su «finezze (niceties) giuridiche» [1].

Dunque, il diritto internazionale è da cestinare. Gli sceriffi non hanno mai chiesto il permesso di abbattere i fuorilegge. Ma c'era anche un'altra ragione per non tirare in ballo il diritto internazionale: le prove del coinvolgimento di Osama bin Laden nei criminali attentati contro le ambasciate americane del Kenya e della Tanzania sono ancora tutte da raccogliere. Nel momento stesso in cui i missili Tomahawk si abbattevano sui loro obiettivi, Louis Freeh, direttore dell'Fbi, ha dichiarato: «Siamo in una fase preliminare dell'inchiesta»; e la sua principale collaboratrice sul campo ha riferito che il principale sospetto arrestato, non ha fatto alcuna confessione, e non ha parlato di un coinvolgimento di Osama bin Laden [2].

D'altra parte, vari tecnici stranieri che hanno lavorato nella fabbrica di Khartum colpita dai missili hanno decisamente negato che i suoi impianti potessero servire alla produzione di armi chimiche. E il fatto che gli Stati uniti si siano opposti all'invio di una commissione d'inchiesta delle Nazioni unite sul posto non depone certo in favore della loro buona fede.

Nel mondo musulmano, quest'arroganza esaspera l'opinione pubblica. Per alcuni, il presidente Clinton ha semplicemente cercato di far dimenticare l'affaire Lewinsky. Secondo altri, «una reazione terroristica a un atto di terrorismo è inaccettabile» [3]. I più moderati insistono sui limiti dei mezzi militari. «La potenza del Pentagono può contribuire a combattere il terrorismo» scriveva un editorialista del settimanale egiziano Al Ahram Weekly, «ma la sua efficacia non sarà mai totale finché sussisterà il malcontento (del mondo musulmano) e la volontà di resistere. Sarebbe assai più utile una svolta politica in favore degli oppressi, e in particolare dei palestinesi» [4]. Un commento che coincide con quello di Robert M. Gates, già direttore della Cia nel periodo della presidenza di George Bush, che ha parlato della necessità di «portare avanti politiche e strategie capaci di indebolire a lungo termine le radici del terrorismo» [5] e ha quindi auspicato nei confronti del Medioriente una politica di pace «che non si metta in ginocchio di fronte alle posizioni ostruzioniste di Benyamin Netanyahu».

Il terrorismo si alimenta infatti delle crisi e delle frustrazioni che si accumulano nel mondo musulmano, dall'Iraq alla Libia, dal Kashmir all'Indonesia, dalla Palestina al Sudan. Certo, gli Stati uniti non sono responsabili di tutti i drammi esplosi in quest'area, ma nella loro posizione di "unica superpotenza" mondiale, politicamente e militarmente onnipresente, devono rendere conto di numerose tragedie. Il feroce embargo contro la popolazione irachena, le sanzioni contro la Libia e il Sudan, l'interminabile calvario dei palestinesi, il protrarsi dell'occupazione di Gerusalemme e del Golan, ecc.: non c'è bisogno di essere un "fanatico musulmano" per interrogarsi sul ruolo di Washington in ognuno di questi drammi, né per constatare che nelle dichiarazioni occidentali sulla democrazia non si fa mai cenno alla dittatura saudita o a quella indonesiana, né all'autoritarismo egiziano o pakistano ...

Osama bin Laden è dunque divenuto il nemico pubblico numero uno degli Stati uniti. Quale ruolo migliore avrebbe potuto sognare questo ex "combattente per la libertà"? Migliaia di giovani musulmani troveranno così una ragione per aderire alla sua "guerra santa", mentre gli altri saranno ridotti al silenzio, pena l'accusa di complicità con una potenza che aiuta il perpetuarsi di un ordine ingiusto. Che lo vogliano o no, gli Stati uniti si stanno invischiando in una "guerra tra civiltà", e contribuiscono ad approfondire la frattura tra il mondo musulmano e quello occidentale. Eppure, siamo alla vigilia di scadenze di importanza vitale. Tra alcuni anni i principali dirigenti del Medioriente saranno usciti di scena. Yasser Arafat e i re Hussein e Fahd sono malati; il presidente Hafez El Assad ha ormai sessantotto anni, ecc. Si preannuncia quindi una transizione particolarmente perigliosa, che rischia di rimettere in discussione i confini degli stati sorti dagli imperi coloniali. Come dovunque nel mondo, anche i popoli di questa regione aspirano alla pace, alla libertà, all'indipendenza nazionale, al benessere, alla democrazia. Solo rispondendo a queste aspirazioni, e non scatenando una guerra santa contro il "terrorismo islamico", si potrà garantire che i processi di transizione si svolgano nell'ordine.

Sin dalla fine del XIX secolo, scrive Maxime Rodinson, «il panislamismo è stato uno spauracchio (...) L'Europa vittoriosa vede in tutti i tentativi di resistenza al suo dominio un'attività perversa, un complotto sinistro al quale attribuisce, in base a un meccanismo costante nella storia delle ideologie, un'illusoria unità direttiva e un'applicazione meticolosa all'esecuzione di foschi disegni con metodi infidi, crudeli e machiavellici» [6]. Questo accecamento costerà molto caro all'Occidente come ai popoli della regione ...

 

note:

1. "America Runs out of Patience for Building Consensus Against its Enemies", International Herald Tribune, Parigi, 24 agosto 1998.

2. "U.S. Seeks Proof on Saudi's Role", International Herald Tribune, Parigi, 22-23 agosto 1998.

3. Al Chark, un quotidiano di Bahrein, citato da Mideast Mirror, Londra, 21 agosto 1998.

4. Al Ahram Weekly, Il Cairo, 13- 19 agosto 1998.

5. "No Easy Remedies Against Anti-American Terrorism", International Herald Tribune, Parigi, 18 agosto 1998.

6. Maxime Rodinson, La Fascination de l'Islam, Maspéro, Parigi, 1980, p. 90.

 
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