Molucche, nel cuore dell'odio etnico
di Guido Rampoldi. La Repubblica, 22 agosto 2000
AMBON (Molucche) - Siedono in disparte, guardinghi, nella sala partenze dell'aeroporto. Sette, quasi tutti molto giovani, nella divisa informale dei
guerrieri della Jihad islamica: occhialini cerchiati da intellettuale, zucchetto bianco, veste lunga; il ciuffo di peli neri sul mento è un tentativo asiatico di imitare la barba del fondamentalismo arabo, cui l'organizzazione si ispira. Stanno tornando nelle scuole coraniche della lontana Giava dopo tre mesi di guerra santa nel Pacifico. "Normale rotazione", dice il loro capo, un trentenne grasso che parla un po' d'inglese.
Nell'aeroporto ci sono più militari che passeggeri, ma nessun soldato o poliziotto sente il bisogno di domandare ai sette che cosa abbiano combinato
nelle Molucche. Dopotutto è stata proprio la Jihad a massacrare, il mese scorso, 173 cristiani nell'atollo di Duma, estremo nord dell'arcipelago. Dunque,
perché siete venuti quaggiù? «Per impedire ai cristiani la secessione», racconta il capo-manipolo con un sorriso furbo. E cosa avete fatto? «Raccolto la mondezza ad Ambon (il capoluogo delle Molucche) e insegnato il Corano: i musulmani ci sono riconoscenti».
All'inizio lo furono sicuramente. Fino ad aprile le bande cristiane erano molto aggressive e con una feroce "pulizia etnica" avevano svuotato le isole del
nord. Poi arrivarono da Giava i duemila della Jihad, con mortai e metodi di una ferocia più scientifica: da allora i rapporti di forza si sono invertiti. Ma se
adesso i cristiani di Ambon sono confinati nei loro quartieri, i musulmani di Ambon sono prigionieri dei loro salvatori. E gli uni e gli altri finalmente
cominciano a capire d'essere i pupazzi d'una guerra ben più seria di un miserabile scannarsi tra isolani. Troppo tardi, però.
Dall'altra parte della baia, Ambon è ormai spartita. Ai musulmani il porto, ai cristiani il centro e la collina. In mezzo una striscia di rovine larga trecento
metri. In quel tratto ogni casa è stata rasa al suolo. Ne rimangono solo travi portanti che non sorreggono più nulla. Quella terra di nessuno rappresenta plasticamente il risultato di ogni scontro etnico: la distruzione dello spazio intermedio dove le due etnie avevano imparato a convivere. Le famiglie miste, migliaia, sono tutte emigrate. Nell'intero arcipelago non rimane più un solo
villaggio o un solo atollo che non sia "etnicamente puro". Spartiti anche i villaggi sulla litoranea che porta dall'aeroporto alla città, e chiusa da barricate
quella strada, per arrivare nella parte cristiana di Ambon ora bisogna attraversare la baia a bordo di una specie di piroga a motore. Il viaggio termina in un mercato poverissimo. Mazzi d'aglio e di peperoncino. Radici, spezie. Qualche piccolo tonno. L'economia è collassata, il turismo finito, il futuro gramo: passeranno anni
prima che i turisti australiani tornino a godersi le incandescenze lilla e rosa di questi tramonti suntuosi.
Fuori dal suk attendono i mini- bus che portano al centro. Negli abitacoli convivono decalcomanie di biondone discinte, bandiere americane e immagini di Gesù. Vediamo un grande volto di Cristo anche nel ritrovo dei miliziani protestanti, i Choker, neologismo locale che sta per "Ragazzi moderni". In genere i Ragazzi moderni sono piccoli gangster e disoccupati, giovani o giovanissimi. Si riuniscono in una specie di piccolo tempio bianco, quattro colonne e un tetto, sulla stradina dell'ospedale.
Padre Jonas, il prete cattolico che ci porta lì, è sulle spine e non vuole fermarsi. Racconta di quella mattina in cui i Ragazzi moderni lo fermarono per
perquisirgli la jeep: «Se porti un musulmano, mi dissero, ammazziamo anche te». Di solito ammazzano con i paran ricurvi, allo stesso tempo daga e machete. Ma hanno anche fucili artigianali e qualche arma più moderna, spedita
dalla diaspora o comprata dai soldati indonesiani. Un battaglione, il "509", per etnia o per convenienza appoggia apertamente i cristiani. Un altro, del Genio, aiuta i musulmani. Poi ci sono alcuni generali e i loro luogotenenti, che sembrano impegnati a fare in modo che gli uni e gli altri non smettano di ammazzarsi. Quando fu chiaro che ritiravano le truppe per agevolare attacchi e contrattacchi, padre
Agus Ulahayanan, all'epoca impegnato nella mediazione tentata dalla curia cattolica, ebbe un incontro con i generali Wiranto, ministro della Difesa, e Marassabesy, comandante ad Ambon. «Dissi loro: o siete fessi o avete un piano». Non erano fessi. Benchè in seguito siano stati rimossi, continuano a manovrare attraverso i loro sottoposti. L'intemerata di padre Agus ha prodotto solo un risultato: in tre occasioni misteriosi cecchini hanno cercato di ammazzarlo. L'ultima volta qui dentro, nella sede della diocesi.
Secondo padre Agus, i generali hanno i loro infiltrati nei due campi. Per esempio il capo dei Ragazzi moderni, un piccolo gangster dalla misteriosa
ascesa: «Sospetto che faccia il doppiogioco». Dunque, conclude padre Agus, «questo è un crimine organizzato». E organizzato altrove: a Giacarta. Dai generali legati all'ex dittatore, Suharto, e alla sua famiglia. Questa consapevolezza ormai dilaga anche nell'altro campo. «Siamo così pazzi che continuiamo a ballare al suono di un tamburo suonato dall'esterno!», grida al telefono Yusuf Elli, un facoltoso trasportatore marittimo che comanda una
milizia musulmana. «Eppure tutti ormai sanno che le sporche dita di
Suharto manovrano questa guerra idiota!». Yusuf Elli ha raccontato ad una tv di aver scannato di sua mano quattro cristiani, tra gli attaccanti che in
gennaio gli bruciarono la casa. Però ora non sembra entusiasta di dover vivere sotto la protezione dei guerrieri della Jihad, maestri di Corano e di virtù che hanno bruciato il mercato dietro al porto perché si vendevano alcolici. «Sono
venuti per soccorrere i loro fratelli musulmani», ci dice prudente. Ma aggiunge: «Certo non li abbiamo chiamati noi». Però «se i cristiani cercheranno ancora di buttarci a mare, la risposta sarà terribile».
Ancora guerra? «La gente è stufa di combattere», racconta uno dei tre osservatori dell'Onu di stanza ad Ambon. «I costi economici della spartizione etnica ormai sono intollerabili per tutti: se prima del conflitto occorrevano 1.000 rupie per raggiungere il villaggio che ho visitato oggi, adesso la spesa è 19 volte superiore». Le chiese e i notabili dei due campi adesso predicano la riconciliazione. Ma nessuno recita il mea culpa.
Dovrebbero cominciare alcuni preti, protestanti e musulmani. Hanno la stessa mentalità militante, per la quale assordano i vicini con gli altoparlanti piazzati all'esterno dei loro templi. Nel tempio battista di Ambon assistiamo ad un raduno euforico, diecimila che cantano e dondolano con un trasporto quasi mistico: ma non risulta che il celebrante abbia mai vietato l'ingresso ai Ragazzi moderni. Quei lupi sono nel suo gregge. Il conflitto delle Molucche finora ha prodotto almeno
quattromila morti e mezzo milione di profughi: padre Bohm ora dorme con 230 rifugiati, alcuni dei quali sdraiati proprio davanti alla sua porta. Lo scontro
affonda in rivalità sociali, acuite dall'arrivo di immigrati musulmani e dalla perdita di potere dei protestanti, un tempo classe dirigente; ma cosa lo
fece deflagrare?
Secondo i cristiani, un banale litigio. Ci pare più credibile la versione di Yusuf Elli: tutto cominciò a Giacarta, nel quartiere di Katapan. La mafia dei cristiano- ambonesi "proteggeva" le bische dei cinesi, finchè, nel novembre '98, fu
scalzata da una mafia musulmana. Allora tornò nelle Molucche con propositi di rivalsa e di bottino. Per quanto sia controverso se da subito essa agì d'intento con settori militari, un tempo suoi referenti a Giacarta, nessuno oggi dubita del seguito: il meccanismo di azione-reazione fu manovrato da un settore dell'esercito per legittimare l'arrivo della Jihad. Il progetto complessivo sembra ben più
ambizioso dell'ennesimo tentativo di destabilizzare il governo, il primo democraticamente eletto nella storia dell'Indonesia.
Il settimanale che pubblica i proclami della Jihad si chiama Media Dakwah e ha sede a Giacarta; l'editore è il Consiglio dei missionari islamici. La redazione, attigua ad una moschea, in questi giorni ospita una galleria di foto relative alle atrocità commesse dai cristiani, per lo stupore di bambine velate. Il direttore, Aru Syelf Assad, ci ripete ciò che ci aveva detto all'aeroporto di Ambon il
capo-manipolo della Jihad: nelle Molucche è risorto il secessionismo cristiano del '46 (in realtà oggi fantomatico o larvale). Aggiunge che la volontà egemonica dei cristiani in Indonesia è provata da un proselitismo aggressivo: «Per questo ora le chiese bruciano. La nostra ira è grande». Però il direttore non dice che questo antagonismo esplode adesso perché l'islam radicale ha trovato uno sponsor nei generali di Suharto. Quando gli chiediamo come metterci in contatto con la Jihad, egli ci rimanda a Fadhli Zom, un organizzatore di movimenti politici. Prevede (correttamente) che Zom non avrà tempo da dedicarci: «E' molto impegnato, collabora con il generale Prabowo». Rimosso l'anno scorso, perché
accusato di aver pianificato le stragi di cristiani a Timor, Prabowo è il marito di una delle figlie di Suharto.
La lettura di Media Dakwah rivela quale sia il disegno di quest'alleanza tra il radicalismo islamico e i poteri occulti decisi a sopravvivere alla dittatura.
Ogni numero spara ad alzo zero non sui cristiani, il 10% della popolazione, ma sull'altro Islam, un Islam autoctono, arricchito da contaminazione buddiste e
induiste, che l'ortodossia di scuola araba considera doppiamente eretico, sul piano teologico e sul piano politico. Il massimo rappresentante di quest'Islam asiatico è il capo dello Stato, Gus Dur, un intellettuale quasi cieco. L'ultima copertina di
Media Dakwah lo ritrae deformato dal disegnatore in sembianze diaboliche. Gus Dur predica la separazione tra religione e Stato e intende dimostrare che l'Islam può convivere con i valori di una democrazia liberale. Se questa scommessa riuscisse, non solo l'Indonesia si salverebbe dalla disintegrazione, ma la nazione del pianeta con la più grande popolazione musulmana diventerebbe il traino dell'Islam "riformato".
Per sabotare quest'eresia asiatica il radicalismo islamico e i suoi sponsor, interni e forse anche internazionali, cercano di fare in Indonesia ciò che
sembra riuscito ad essi nelle Molucche: aizzare conflitti etnici per unificare i musulmani sotto le bandiere dei salvatori, gli islamici ultra-ortodossi di
scuola araba. Stanno provando ovunque essi controllino i comandi locali dell'esercito e bande cristiane si prestino al ruolo di utili idioti.
Parallelamente, in parlamento hanno proposto l'introduzione della sharia, per la quale tutti i musulmani dovrebbero rispondere alla stessa legge: quella dell'ortodossia araba. Dunque questa è davvero una "guerra di religione", come racconta la Jihad: ma per gran parte interna all'Islam. L'Islam di provenienza araba contro l'eresia asiatica: potrebbe essere il conflitto del futuro nel sud-est
dell'Asia.