Diario umanitario in direttadi Paola Biocca, Il Diario della Settimana, 1/7 marzo 2000Quasi quattro mesi fa, in Kosovo, moriva in un incidente aereo la portavoce italiana dell’Onu che distribuiva aiuti alimentari d’emergenza. Ha lasciato una cronaca intelligente e coraggiosa.Sono un’operatrice umanitaria, portavoce di un’agenzia delle Nazioni Unite che distribuisce aiuti alimentari di emergenza (il World Food Programme, in sigla Wfp, n.d.r.). Non sono una saggista, né la "persona adatta a sviluppare teorie".Non sono neanche una giornalista e raccolgo informazioni per lavoro oppure casualmente, per predilezione o intuizione soggettiva. Le mie interpretazioni e i miei giudizi su quanto avviene di là dall’Adriatico valgono quanto quelli di chiunque. Li terrò per me. Ho trascorso però un mese nei Balcani, dal 17 marzo al 15 di aprile (1999, n.d.r.) e ho almeno una cronaca da offrire. Informazioni sparse, testimonianze e segni che la scrittura può cercare di mettere in ordine. Anche se non è facile ordinare un racconto quando l’idea appartiene ad altri, e della storia non si conoscono ancora la fine, la trama e l’intenzione. Pristina è in un’ampia piana il cui nome, Kosovo Polje, suscita nei Balcani ricordi potenti come i sogni dell’infanzia. La città è piuttosto piccola. Non ha grandi bellezze, nulla di cui almeno abbia potuto accorgermi. Non un centro storico che possa stare al passo con i classici europei, né splendidi inattesi affreschi bizantini come se ne trovano a volte nei Balcani. Ho visto vetrine semplici, piene di merci di marca diversa dalle nostre, qualche minareto, molte incursioni di erba in pieno centro, cani malmessi, alcune strade adatte allo struscio e poco altro. Una città, però, che manteneva ancora la sua gradevolezza, i suoi ristoranti, i chioschi e la socialità. Quando sono arrivata, il 17 marzo, di sera, a Roma era primavera, alberi in fiore, tepore, ma la valle di Kosovo Polje era chiazzata di neve. E neve cadeva dal cielo, sottile. La poltiglia grigia accumulata ai fianchi delle strade non aiutava a dare alla città l’aspetto di un sito da vacanze. Né le macchine. Infatti non c’erano macchine. C’erano jeep e Toyota bianche degli umanitari, con loghi e sigle impronunciabili stampigliati su cofani e sportelli; le Toyota arancioni dell’Ocse (l’Organizzazione per la sicurezza e la collaborazione europea, n.d.r.), abbondanti e vistose come papaveri in un campo, e le Land Rover color sabbia della stampa. C’erano anche diversi camion, per il trasporto di aiuti o macchinari. Il colpo d’occhio diceva che a Pristina la vita civile era lontana. La guerra aveva già dispiegato le sue truppe.Truppe umanitarie. Mi hanno lasciato all’Hotel Grand, uno dei due alberghi di Pristina, un palazzone cupo, con una hall le cui poltrone in similpelle marrone fornivano bivacco. C’erano ragazzini a vendere sigarette e copie del giornale locale in lingua inglese, e poi corrispondenti esteri di ogni lingua e provenienza.C’era anche un bar. Al sesto piano c’erano gli uffici della Associated Press, nelle altre stanze albergavano radio, giornali e televisioni, negli ascensori incontravi silenziosi cronisti giapponesi. Al primo piano funzionava (bene) un Centro Stampa, gestito dal governo serbo con indubbio fairplay. Era sì pieno di ciondolanti signori corpulenti che non facevano altro che osservare, a volte indicare qualcuno col dito, a volte soltanto sussurrare. Era, voglio dire, ovviamente un covo di spie, ma funzionava e finché andava avanti Rambouillet nessuno badava alle spie. In effetti neanche dopo (...). Nessuno di noi vuole partire perché per un operatore umanitario non è facile andarsene nel momento in cui c’è più bisogno. Aspettiamo da un momento all’altro l’ordine di evacuazione, da New York, ma l’ordine non arriva. Possibile che non abbiano capito che Pristina è ormai pronta per le truppe serbe? Ormai siamo fantasmi e nessuno ci presta più neanche attenzione. Aspettiamo, e usiamo il tempo per imballare computer e documenti. Sappiamo che di quello che lasciamo indietro non troveremo mai più traccia. L’ordine da New York arriva martedì sera. Tre ore dopo, Unchr, Unicef (rispettivamente, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati e il Fondo internazionale delle Nazioni Unite per l’infanzia, n.d.r.) e Wfp partono in convoglio verso Skopje, con le bandiere a prua degli automezzi. Non occorreva essere profeti o visionari per immaginare il futuro. SKOPJE, 14 APRILE 1999. Problemi di gestione quotidiana, adesso, per i rifugiati di Skopje. Di adattamento a una norma che a poco a poco trasforma in tristezza la tragedia. C’è chi ha messo su una squadra di calcio, chi fa la fila al telefono pubblico finalmente attivo a Brazde. Il Wfp si occupa di cibo, di gusto e di retrogusto. Il nostro problema adesso è che i rifugiati non amano le razioni umanitarie di emergenza. Spesso non sanno neanche come si fa a mangiarle e che roba ci sia, in quelle scatole o negli involucri di plastica sigillata. Le istruzioni non ci sono e, se ci sono, sono in inglese. A questo dovremmo ovviare. C’è chi guarda confuso quel dado rossastro, lo considera per un po’ e poi, anziché usarlo per un brodo caldo che comunque non può farsi, se lo mette in bocca, succhia prudente e poi sputa schifato. C’è anche, dicono, chi ha ciucciato la pasticca per accendere la carbonella, convinto fosse un nuovo cibo americano, ma queste forse sono balle. Di fatto i nostri pacchetti di razioni umanitarie restano per adesso in magazzino, in attesa di tempi peggiori. Anche peggiori di questi, pensa. Il cibo più richiesto adesso è il pane. Il pane è una buona dieta, per un po’, e poi dalle bolle di accompagnamento vedo che abbiamo distribuito anche 200 tonnellate di salame, oltre che tavolette di cioccolata e altri strani ordigni alimentari. Companatico. I forni vanno, la farina non manca, e altra arriverà. C’è da dire che la farina, tenuta troppo a lungo in magazzino, fa farfalle. Questo il mondo che ho lasciato ieri. So che oggi piove, e il problema sarà probabilmente il fango. E so che dal Kosovo è in arrivo una nuova ondata di rifugiati. Presto potrebbe non esserci da mangiare per tutti. Nota di Alessia: Consiglio vivamente la lettura di Diario da Belgrado, racconto insieme comico, straziante, commovente della guerra "del Kosovo" vissuto atttraverso le parole della drammaturga serba più dura contro il regime, ma che non ha voluto lasciare la sua città durante la guerra: Biljana Srbljanovic. Un'occasione per riflettere. |