Corriere della Sera, 25 luglio 1999

Urali, viaggio nell'incubo ecologico - L'area più inquinata del pianeta

Nubi tossiche nell'aria, scorie nucleari sottoterra: così si sopravvive tra i veleni dell'ex Urss  - La Russia resta impotente davanti alla pesante eredità lasciata dai vecchi «kombinat» siderurgici d'epoca sovietica. Il vento diffonde micidiali particelle di arsenico, cadmio, nichel e zolfo. Di Fabrizio Dragosei.

Magnitogorsk (Urali) - Benvenuti in quello che fu uno dei cuori siderurgici del paradiso in terra dei lavoratori. Dove la vita è breve, come lo era allora, ma più difficile, dopo il crollo dell'Urss. E dove bisogna sempre sperare che il vento continui a soffiare verso est, sopra il fiume Ural, sopra i due giganteschi e nerboruti uomini di bronzo che rappresentano, uno con in mano una spada e l'altro con un martello, il popolo che difese il Paese dall'invasore occidentale e quello che costruì la poderosa macchina bellica nelle retrovie. E soprattutto sopra il kombinat dell'acciaio, dall'altra parte del fiume, che vomita costantemente verso il cielo una nube colossale, che oscura il sole all'alba e che si disperde verso la steppa siberiana, a inquinare fiumi, ruscelli e pascoli. Perché quando il vento cambia, porta in città i veleni prodotti dal grande centro siderurgico. 

«Una volta, quando d'estate i fumi viaggiavano prevalentemente verso ovest, bambini e vecchi se ne andavano sul Mar Nero, nei campi per Pionieri e nei pensionati di Soci e di Yalta», racconta con nostalgia Yurij Kozlov, che ha vinto la sua battaglia con un quarto di secolo passato all'altoforno ma che forse non sopravviverà a quella con una pensione di 27 mila lire al mese pagata quando capita. E oggi? «Oggi i bambini stanno chiusi in casa e noi vecchi cerchiamo di respirare il meno possibile», dice ancora il vecchio capo squadra del kombinat Lenin, orgoglio di tutti i piani quinquennali. Yurij, a 54 anni, è già un sopravvissuto perché qui la vita media è di 51 anni. La chiamano aria, ma forse solo per non spaventare i bambini. Certo, dentro ci sono ossigeno e anidride carbonica, come dappertutto. Ma poi il kombinat ci mette del suo, perché la tutela della salute e dell'ambiente è sempre venuta dopo le priorità dell'industrializzazione e della difesa: arsenico, cadmio, nichel e tanto, tanto biossido di zolfo. La concentrazione massima ammessa dall'Onu è di 150 milligrammi per metro cubo di aria. A Magnitogorsk, quando si prendono la briga di fare le analisi, è di 665 mg. «Ma questo è niente - dice un funzionario dell'amministrazione cittadina -. Le cose sono migliorate da quando per la crisi sono stati chiusi sei altiforni su nove». 

E non bisogna credere che i 400 mila abitanti di Magnitogorsk siano quelli che stanno peggio. No, questa «ridente» cittadina fondata settant'anni fa sulla bocca di una grande miniera di ferro, è solo la prima tappa di un viaggio attraverso la pattumiera del mondo, l'area più inquinata del pianeta, la regione che meglio di ogni altra ci mostra l'eredità della perversa applicazione nel corpo del nostro pianeta del socialismo reale. 

Siamo nella (una volta) ricca regione di Celjabinsk, dove tutti gli incubi ecologici si rivelano un pallido surrogato della realtà. Alle pendici degli Urali, in una fascia «sicura» a più di tremila chilometri dalle frontiere occidentali dell'impero sovietico, sono concentrate molte delle industrie strategiche del Paese. Fabbriche di rame da far tremare i polsi al più sprovveduto dei Paesi del Terzo mondo. Acciaio, ghisa, plastica, concerie, metalli pesanti di tutti i tipi. E poi il nucleare, il fiore all'occhiello dell'ex Superpotenza. 

In un luogo non precisato della regione, ancora segreto e non segnato nelle mappe, c'è il centro militare di Mayak, dove lontano da occhi indiscreti si riprocessano e si sotterrano le scorie nucleari di mezza Russia. E i militari, oltre a quello di inquinare, hanno anche il vizio di tenere tutto segreto. Gli ispettori del ministero dell'Energia atomica non possono entrare negli stabilimenti. E quando c'è una fuga, i responsabili si guardano bene dall'avvertire le autorità civili, come è successo il 14 giugno a Tomsk 7 in Siberia (dove in 40 anni ci sono stati 25 incidenti nucleari). 

Non che il resto della Russia sia in una situazione idilliaca. Il crollo della produzione industriale di questi anni, lo stop ai centri di ricerca militari e civili, hanno certamente alleviato la situazione dell'inquinamento prodotto giornalmente. Tanto che in tutto il pianeta è calata la presenza di anidride carbonica. Ma altri fattori stanno peggiorando il quadro globale: diffusione della motorizzazione (ovviamente con auto e camion pestilenziali), mancanza di manutenzione e carenza di fondi per la ristrutturazione e lo smantellamento di strutture obsolete o comunque fuori esercizio. 

Pochi cenni sul nucleare. Nella penisola di Kola e sul Mar del Giappone sono ancorati 154 sommergibili nucleari con almeno cento reattori ancora attivi. Depositi sotterranei di scorie si stanno allargando e ormai minacciano di tracimare in vicini bacini d'acqua: il lago Karachaj, dove scarica il centro di Mayak, i fiumi Volga, Ob, Enissej. Secondo statistiche ufficiali, 9 milioni di persone vivono in zone contaminate. Gli effetti sono quelli immaginabili: neonati ritardati e deformi, cancro alla tiroide, eccetera. 

Poi c'è il «semplice» inquinamento industriale dell'aria e dell'acqua. In un Paese che ha due volte le foreste del Brasile (710 milioni di ettari contro 357 milioni), la situazione del 55 per cento del territorio viene definita «ecologicamente inaccettabile» da Viktor Danilov-Danilyan, capo del comitato statale per l'ambiente. La micidiale diossina, secondo un'altra fonte, Veniamin Khudoleij, dell'Accademia delle scienze, inquina tre quarti del territorio russo. 

«Non è che prima stavamo meglio, solo che nessuno sapeva nulla - spiega a Celjabinsk l'ecologista Oleg Ganelin -. Dopo la caduta del comunismo abbiamo saputo dell'uso cosiddetto pacifico delle esplosioni nucleari: si servivano delle bombe per deviare i fiumi e spianare le montagne». 

Di questo agghiacciante capitolo delle «conquiste socialiste» si sa ancora ben poco. 

E qui, nella pattumiera del mondo, dove i comunisti continuano a essere il partito di maggioranza relativa, molti sono convinti che l'ecologia sia uno sport da ricchi. «Se hai la pancia vuota non ti preoccupi delle malattie che ti potranno venire fra qualche anno», dice convinto Egor Krasnov, un operaio disoccupato della cittadina di Karabache a 100 chilometri da Celjabinsk, dove 12 anni fa venne chiusa la locale fabbrica di rame, una delle peggiori dell'Unione Sovietica. L'anno scorso, nel pieno della crisi, il kombinat di Karabache ha riacceso i forni. 

 
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