Viaggio, istruzioni per
l'uso
di Umberto Galimberti
Estate. Il viaggio. Le agenzie sono piene
di prenotazioni, ma noi sappiamo ancora viaggiare? Sappiamo ancora congedarci
e dire addio? Siamo davvero all'altezza della nostra frenesia estiva di
cambiare orizzonte e cielo e terra, o siamo solo dei turisti diretti a
una meta che si muovono per arrivare e non per viaggiare?
Sono queste alcune domande che nascono
spontanee di fronte a quegli spostamenti estivi che impropriamente chiamiamo
"viaggi", ma che non hanno nulla del viaggio, perché non ci offrono
davvero l'esperienza dello spaesamento che, facendoci uscire dall'abituale,
e quindi dalle nostre abitudini, ci espongono all'insolito, dove è
possibile scoprire come un diverso cielo si stende sulla terra, come la
notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come una diversa religione
ordina le speranze, come un' altra tradizione rispetto alla nostra fa popolo,
come la solitudine fa deserto, l'iscrizione fa storia, il fiume fa ansa,
la terra fa solco, e i nostri bagagli fanno ancora Occidente.
Per l'occidentale, abituato a spostarsi
e non a viaggiare, che ne è dell'intervallo tra l'inizio e la fine?
Che ne è del viaggio per chi vuol arrivare? Per chi vuole arrivare
e si mette in viaggio con la stessa mentalità che l'ha sorretto
per l'intero anno, una mentalità che ha di mira le mete, i progetti,
gli obiettivi da raggiungere, del viaggio ne è nulla. Le terre che
egli attraversa o sorvola non esistono. Conta solo la meta. Egli viaggia
per arrivare non per viaggiare. Così il viaggio muore durante il
viaggio, muore in ogni tappa che lo avvicina alla meta. E con il viaggio
muore anche l' anima avida di spaesamento, che noi confondiamo con lo spostamento,
anche se già Orazio ci aveva avvertito che "non è cambiando
cielo che si cambia anima".
Eppure, quando il cielo sovrasta terre
dimenticate da Dio e dalla storia, allora anche l'anima prova qualche sussulto.
Certo se il viaggio è una confezione d'agenzia, allora, anche se
la sua meta sono i confini del mondo, non c'è spaesamento che percorra
l'anima come un brivido che la rende instabile. Ma quando viaggiare è offrirsi
al rischio di non essere compresi, e, al limite, neppure letti come uomini
o come simili, allora è la terra a offrirsi senza nessun orizzonte,
è il cielo a coprire una vastità senza riferimento, è
la storia a inabissarsi nei secoli per evocare tutta quell'immaginazione
che mai avremmo sospettato avesse riscontri di realtà.
Allora il sole sorge insolito e la notte
copre tutte le insidie che l' uomo primitivo temeva nascoste nel buio.
Le facce delle persone appaiono nei loro lineamenti indecifrabili, dove
l'intenzione non si traduce in linguaggio e la comprensione è affidata
all'empatia dell'animale. Qui il viaggiatore incontra quella parte dell'anima
che è meno spirituale perché è la più istintiva.
L'anima-animale appunto. E istinto qui vuol dire fondersi con gli odori,
le variazioni di temperatura, i suoni, il vento, con il sole che cuoce
sulla testa e porta i pensieri su vie associative inconsuete, dove ciò
che alla fine si trova è la giusta dimensione di sé.
Questa dimensione significa consapevolezza
della propria spaesata e casuale esistenza, su una terra, che quando non
è tecnicamente organizzata come la nostra, dove ogni cosa esprime
nella sua funzionalità il suo senso, mostra devastante nella sua
vastità, la sua totale indifferenza. Terra dimenticata da noi, a
cui noi reagiamo con la nostra forsennata costruzione di prospettive, mete,
obiettivi.
Ma andare in "vacanza" significa anche
e soprattutto fare il vuoto (vacuum) intorno a queste costruzioni, non
nella forma negativa della rimozione ("in vacanza non voglio pensare"),
ma in quella positiva dello spaesamento dell'anima che, fuoriuscita dalla
cadenza delle sue abitudini, si offre all'insolito, che è la prima
condizione per ogni vera e profonda trasformazione.
A ostacolare lo spaesamento dell'anima,
di cui il viaggio è la prima figura, è da un lato la nostra
tradizione religiosa, dall'altro la stessa progettualità laica.
L'una e l'altra, infatti, hanno inagurato un viaggiatore che tratta i luoghi
che incontra come luoghi di transito, tappe che lo avvicinano alla meta.
Per cui i luoghi diventano interluoghi in attesa di quel Luogo che è
la meta stessa, la patria ritrovata, la vita realizzata, la stabilità
raggiunta. Inutilmente la via ha istituito viaggiatori, le loro orecchie
sono sorde alle voci dei luoghi, le sirene del ritorno e della meta hanno
cancellato ogni stupore, ogni meraviglia, ogni dolore. L'attesa del Regno
ha ridotto la via a interregno, terra di nessuno prima delle cose ultime,
anche se in quella terra di nessuno trascorre poi la nostra vita che non
è una corsa verso la meta, ma uno spazio concesso all'umano come
sua terra che non è patria, ma semplice via che si muove tra le
macerie dai templi crollati e nel silenzio degli oracoli e delle profezie.
Non più Odissea con un'Itaca che
fa di ogni luogo una semplice tappa sulla via del ritorno, ma Odissea come
ripresa del viaggio, secondo la profezia di Tiresia, per cui è il
letto scavato nell' ulivo intorno a cui è stata edificata la reggia
a divenire una tappa del successivo andare. Un andare che Dante riprende,
lui stesso viaggiatore, spingendo il suo Ulisse verso "il mondo dietro
il sole", per cui né alba né tramonto possono più
indicare non solo la meta, ma neppure la direzione.
Ma se affrancarsi dalla meta significa
abbandonarsi alla corrente della vita, allora il viaggio che salva se stesso
cancellando la meta inaugura una visione del mondo che è radicalmente
diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella il
viaggio e tutti gli accadimenti che, non percepiti, passano accanto agli
uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo.
Questa lettura del viaggio non vuol essere
un invito a un'anarchica erranza, ma solo indurre a una riflessione sugli
anni che stiamo vivendo, i quali hanno visto lo sfaldarsi di una geografia
stabile, e insieme hanno accennato a quel processo migratorio che confonderà
i confini dei territori a cui faceva riferimento la nostra identità.
Usi e costumi si contaminano e se "morale" o "etica" vuol dire costume,
è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche fondate sulla
nozione di proprietà, territorio e confine a favore di un'etica
che, dissolvendo recinti e certezze, va configurandosi come un'etica del
viaggiatore, che non si appella al diritto, ma all'esperienza, perché,
a differenza dell'uomo del territorio che ha la sua certezza nella proprietà
e nel confine, il viaggiatore non può vivere senza elaborare la
diversità dell' esperienza, cercando il centro non nel reticolato
dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava nell'anima e nel cielo
stellato che per ogni viaggiatore hanno sempre costituito gli estremi dell'arco
in cui si esprime la vita in tensione.
Senza meta e senza punti di partenza e
di arrivo, che non siano punti occasionali, il viaggiatore, con la sua
etica, può essere il punto di riferimento dell'umanità a
venire, se appena la storia accelera i processi di recente avviati che
sono nel segno della deterritorializzazione. Fine dell' uomo giuridico
a cui la legge fornisce gli argini della sua intrinseca debolezza, e nascita
dell' uomo sempre meno soggetto agli usi e costumi del suo paese e sempre
più costretto a fare appello ai valori che trascendono la garanzia
dei confini. Il "prossimo", sempre meno specchio di me, e sempre più
"altro", obbligherà tutti a fare i conti con la differenza, come
un giorno, ormai lontano nel tempo, siamo stati costretti a farli con il
territorio e la proprietà. La diversità sarà il terreno
su cui far crescere le decisioni etiche, mentre le leggi del territorio
si attorciglieranno come i rami secchi di un albero inaridito.
Fine dell'uomo come lo abbiamo conosciuto
sotto il rivestimento della proprietà, del confine e della legge,
e nascita di quell'uomo più difficile da collocare, perché
viaggiatore inarrestabile, in uno spazio che non è garantito neppure
dall'aristotelico "cielo delle stelle fisse", perché anche questo
cielo è tramontato per noi. E con il cielo la terra, perché
non è più terra di protezione e luogo di riparo. Tagliati
gli ormeggi, l'orizzonte si dilata, il suo dilatarsi lo abolisce come orizzonte,
come punto di riferimento, come incontro della terra con il suo cielo.
il viaggio e la costellazione delle metafore che lo circondano avviano
a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare. Ma il paesaggio
da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria
e inconsaputa dimora.