Vietnam filmato, per non dimenticare

Di Ignacio Ramonet
Tratto da Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, aprile 2000
Venticinque anni fa, il 30 aprile 1975, finiva la guerra del Vietnam. Il conflitto, lungo e sanguinoso, si concludeva con l'umiliante ritiro del corpo di spedizione americano. In occasione dell'anniversario, le televisioni di tutto mondo riproporranno certo i film più famosi ispirati al conflitto: Il cacciatore, Platoon, Apocalypse Now, Full Metal Jacket Ma quale canale penserà a proporre gli straordinari documentari che, ancor meglio dei lungometraggi di fiction, hanno testimoniato l'incredibile crudeltà di uno scontro che ha provocato la morte di 58.000 americani e di oltre 3 milioni di vietnamiti?

La guerra del Vietnam è durata quattordici anni, dal 1961 al 1975. Il Fronte di liberazione del Vietnam del Sud fu costituito il 20 dicembre 1960, circa sei settimane dopo l'elezione negli Stati uniti di John F. Kennedy. Dall'inizio dell'anno successivo, quest'ultimo inviò in guerra le Forze speciali, violando gli accordi di Ginevra del 1954. Alla fine degli anni '60, ci fu poi l'escalation voluta da Lyndon B. Johnson, con il bombardamento del Nord e di Hanoi. E in seguito la "vietnamizzazione" della guerra, decisa da Richard Nixon. Infine, il 30 aprile 1975, il governo filo-americano di Saigon e il suo esercito crollarono.

La guerra del Vietnam è stato il tema più ampiamente trattato in tutta la storia dell'informazione televisiva americana. Il sociologo George Bayley [1] ha condotto uno studio molto attento sul modo in cui le tre grandi reti televisive americane (Abc, Cbs, Nbc) hanno raccontato la guerra nel periodo 1965-1970. Quasi la metà delle informazioni riguardavano le azioni della fanteria sul territorio e le attività dell'aviazione; di esse circa il 12% erano dichiarazioni ufficiali dei due governi (Saigon e Washington). Il punto di vista del "nemico" era dato solo dal 3% dell'insieme delle notizie diffuse. Una tale percentuale indica in modo molto esplicito quanto fosse parziale la televisione americana.

L'impatto di questa guerra negli Stati uniti e il rifiuto che suscitò, in particolare nei giovani manifestazioni contro la guerra, marce per la pace, proteste universitarie , furono anch'essi minimizzati. A proposito di questa parzialità, George Bayley osserva: «Quasi tutti le sintesi quotidiane dei combattimenti provenivano dai servizi di pubbliche relazioni dell'esercito». Servizi che, nel solo 1971, avevano speso oltre 200 milioni di dollari per proporre ai cittadini americani la miglior immagine possibile dell'esercito.

In un documentario di Peter Davis, The Selling of the Pentagon, un ex ufficiale dei servizi segreti racconta come si impegnasse a «disinformare» i giornalisti venuti ad indagare sul terreno. Vittima delle sue manipolazioni fu, ad esempio, un'équipe della Cbs che voleva realizzare un servizio sui bombardamenti nel Vietnam del Nord e si era rivolta a lui per incontrare piloti americani da intervistare. I piloti furono trovati, ma solo dopo averli severamente istruiti su cosa non bisognasse assolutamente dire: «Con lo stesso metodo», conferma un osservatore, «i servizi segreti preparavano filmati bidone sulle truppe governative sudvietnamite. Queste venivano riprese dai servizi ufficiali, che poi mandavano il materiale alle piccole emittenti americane non in grado di inviare proprie équipe in Vietnam [2]

Già alla fine degli anni '60, per opporsi a questa visione parziale e manipolatrice della "sporca guerra", alcuni cineasti indipendenti cominciarono a denunciare, con documentari politici, gli orrori e i crimini dell'intervento americano in Vietnam. "In nome della civiltà occidentale", In In the Year of the Pig, 1969, Emile de Antonio ha tentato, per primo, di spiegare le ragioni profonde della guerra. Con metodi da archeologo, de Antonio ha studiato un'enorme quantità di immagini d'archivio, a partire dall'epoca della colonizzazione francese, e ha dimostrato due cose: la premeditazione dell'intervento americano e il carattere ineluttabile, a suo giudizio, della disfatta militare.

Un cineasta geniale, Joseph Strick, aveva già individuato i segni premonitori del fallimento (cfr. il suo film Interviews with My Lai Veterans, 1970) nell'arroganza e nella presunzione ostentate dal tenente Calley e dai suoi inquietanti compagni, soldati trasformati dall'esercito in criminali di guerra, vere e proprie macchine di morte, dopo essere stati sottoposti agli addestramenti disumanizzanti che il documentarista Frédéric Wiseman aveva denunciato in Basic Training nel 1971. L'insubordinazione fu rivendicata dallo straziante Winter Soldier, documentario collettivo in cui alcuni veterani della guerra raccontano le atrocità che essi stessi, «in nome della civiltà occidentale», hanno commesso in Vietnam. Questo film è senza dubbio, fra tutti i documentari realizzati contro la guerra in Vietnam, quello il cui impatto sull'opinione pubblica è stato più forte.

Giovani "veterani" (tra i venti e i ventisette anni) prendono coscienza, al ritorno dalla guerra, che hanno partecipato ad una carneficina e che, a causa del condizionamento subito, sono stati disumanizzati e ridotti allo stato di "Terminator" criminali. Comprendono allora che la guerra del Vietnam non avrà mai il suo Tribunale penale internazionale, che i veri responsabili politici e militari dei massacri, del napalm riversato, dei bombardamenti aerei contro i civili, delle esecuzioni di massa nelle prigioni e dei disastri ecologici provocati dall'uso massiccio di defolianti non compariranno mai davanti ad una corte marziale e non saranno mai condannati per crimini contro l'umanità. Questa evidenza diventa loro insopportabile; così, per portare una contro-testimonianza alle menzogne diffuse dai media, centoventicinque di loro, né insubordinati né disertori, spesso coperti di decorazioni, si riuniscono a Detroit, nel febbraio del 1971. Alcuni cineasti di New York decidono di riprendere l'incontro che i media ufficiali boicottano. Filmano trentasei ore di pellicola di cui Winter Soldier è la sintesi.

Si vedono questi ex soldati, fino a poco prima fieri di avere combattuto per la propria patria, spiegare il lavaggio del cervello preliminare subito nei campi di addestramento, dove gli si insegnava a imbavagliare la coscienza morale e a liberare gli istinti aggressivi. Raccontano le atrocità commesse a robotizzazione avvenuta: stupri, torture, villaggi incendiati, esecuzioni sommarie, bambini presi a bersaglio, orecchie di vietnamiti (vivi o morti) scambiate con lattine di birra, prigionieri buttati dall'alto dagli elicotteri, ecc. Ricordano il decalogo di consegne in nome delle quali era condotta la guerra: «Un vietnamita vivo, è un sospetto vietcong; un vietnamita morto, è un vero vietcong», «Se un contadino fugge quando vi avvicinate, è un vietcong; se non fugge, è un vietcong intelligente; in entrambi i casi, bisogna eliminarlo», «Contate i prigionieri solo all'arrivo dell'elicottero, non alla partenza, non dovrete così rendere conto di quelli scomparsi in volo», ecc. Winter Soldier mette in evidenza la profondità del trauma provocato negli Stati uniti dal conflitto e sottolinea lo smarrimento morale della gioventù coinvolta.

Più tardi, nel 1973, il regista Peter Davis si è interrogato, in Hearts and Minds, sui tratti culturali americani che, al di là delle considerazioni politiche, avevano potuto favorire l'estensione irrazionale del conflitto fino a fargli raggiungere, per numero e gravità delle atrocità commesse, le dimensioni di un crimine contro l'umanità. Il regista procede, prima di tutto, all'individuazione della rete di contro-verità, affermazioni e fobie che hanno spinto, poco a poco, gli Stati uniti nella logica interventista.

Interrogati senza apparente malizia, alcuni dirigenti avanzano assurdi pretesti geopolitici: «Se perdiamo l'Indocina, perdiamo il Pacifico e saremo un'isola in un mare comunista». Altri vedono nell'intervento un modo per conservare l'accesso a materie prime indispensabili: «Se cadesse l'Indocina, lo stagno e il tungsteno della penisola di Malacca cesserebbero di arrivare». Altri infine, i più ideologizzati, affermano che gli americani intervengono «per aiutare un paese vittima di un'aggressione straniera». Peter Davis sa che, per chiarire le origini della brutalità nel comportamento individuale dei militari americani, bisogna prendere in considerazione un certo numero di riti che caratterizzano, in parte, la società.

Hearts and Minds individua tre di questi riti, o «strutture di accecamento», la cui funzione è quella di occultare il senso profondo di un atto sotto un intreccio di significati secondari puramente formali. Peter Davis dimostra come, grazie al moltiplicarsi dei relè tecnologici tra un militare e la sua vittima, l'esercito arriva a far perdere la dimensione criminale di un atto di guerra. Così, per esempio, il pilota di un bombardiere, con sguardo sereno, dichiara: «Quando si vola a 800 chilometri l'ora, non si ha il tempo di pensare a nient'altro. Non vedevamo mai le persone. Non si sentivano nemmeno le esplosioni. Niente sangue, né urla. Era un lavoro pulito; da specialisti. Io ero un tecnico». La coscienza del pilota, affascinata dal mito della prestazione tecnica, trascura di considerare le conseguenze del suo gesto e di assumere la responsabilità delle proprie azioni.

Una seconda struttura appare in qualche modo come complementare a questa: consiste nel trasformare ogni partecipazione, in qualsiasi campo, in una competizione in cui il fine giustifica i mezzi. La cosa più importante è arrivare al limite estremo delle proprie forze con l'unico scopo di vincere. Peter Davis paragona il comportamento dei militari in Vietnam a quello dei giocatori di football americano. In entrambi i casi tutti i colpi sono permessi, solo la vittoria conta, anche se non si ricordano più le ragioni dello scontro.

Interrogati in piena battaglia nella giungla vietnamita, alcuni soldati confessano di non sapere perché combattono. Uno di loro è addirittura persuaso che serva ad aiutare i nordvietnamiti! Un ufficiale riassume: «Una lunga guerra, difficile da capire. Ma siamo venuti per vincere».

Il terzo elemento che libera dai sensi di colpa è una sorta di psicologia dei popoli base del razzismo più elementare che permette di addossare meccanicamente agli abitanti di un paese tutta una serie di difetti. Un ufficiale americano racconta ai bambini di una scuola le sue impressioni sull'Indocina: «I vietnamiti, afferma, sono molto arretrati, molto primitivi; sporcano tutto. Senza di loro, il Vietnam sarebbe un bel paese». Si percepisce molto chiaramente il rimpianto di una soluzione radicale («no people, no problem»), del genere "soluzione indiana", che il generale William Westmoreland, capo del corpo di spedizione, è stato forse tentato di adottare senza scrupoli particolari, dato che afferma: «gli orientali attribuiscono alla vita meno valore degli occidentali».

Peter Davis interpreta il conflitto vietnamita come un sintomo. Quello di una grave malattia e cioè la violenza americana, di cui studia le caratteristiche militari, un po' nello stile sociologico adottato dalla regista Cinda Firestone in Attica, per mettere a nudo il funzionamento della repressione poliziesca.

Hollywood, che non aveva sostenuto la guerra, non ha esitato a ricompensare Hearts and Minds con un Oscar come miglior documentario nel 1974.

Ma l'opera limite sulle conseguenze del conflitto nelle fibre più profonde delle vite americane è stata Milestones (1975), di John Douglas e Robert Kramer, un vero compendio delle idee più generose della generazione che si oppose alla guerra. Milestones è una traversata (storica, geografica, umana) dell'America. E' l'incontro con cittadini che, coscienti del fatto che la potenza degli Stati uniti si è costruita sul massacro degli indiani e la schiavitù dei neri, si oppongono ora alla distruzione del popolo vietnamita. Opera di rinascita, Milestones segna tuttavia una rottura abbastanza radicale nel discorso politico. A guerra ormai finita, il film insiste sulla necessità di mantenere la mobilitazione e raccomanda di investire l'energia militante nella vita quotidiana, nella trasformazione dei rapporti di coppia, familiari e di amicizia. Si augura di vedere fiorire una società americana meno violenta, più tollerante e disponibile, che consenta alla sensibilità e all'emozione di esprimersi con maggiore libertà.

Nell'ottobre 1983, infine, proprio quando l'opinione pubblica americana tentava di dimenticare il conflitto, una serie di documentari, diffusi dalla televisione e intitolati «Vietnam, una storia televisiva», torna a riproporre il ricordo dei crimini. Ritrovati dai registi, due sopravvissuti a un massacro dimenticato, quello del villaggio di Thuy Bo, nel gennaio 1967, ricordano. Nguyen Bai, che all'epoca era studente, racconta come «i marines distrussero tutto, abbatterono il bestiame, finirono i feriti, fracassarono crani a colpi di calci di fucile sparando su tutto ciò che si muoveva». La signora Le Thi Ton, allora ragazzina, conferma: «eravamo in dieci in una capanna quando sono arrivati i soldati. Li ho salutati; hanno riso e buttato una granata all'interno. Sono la sola sopravvissuta [3]».

In tempi di ripensamento gli Stati uniti si pentono forse dei crimini commessi in Vietnam ? Il segretario americano per la difesa, William Cohen, l'11 marzo scorso, alla vigilia della sua storica visita ad Hanoi, ha dichiarato che non riteneva di dovere presentare scuse per il comportamento delle forze americane durante la guerra del Vietnam.

 

Note:

1. George Bayley, Television War: Trends in Network Coverage of Vietnam 1965 1970, Journal of Broadcasting, primavera 1976, Washington D. C.

2. Le Monde, 3 marzo 1971.

3. Leggere Patrice de Beer, Une grande fresque sur le Vietnam, "Leçons d'histoire, Manière de voir, n° 26, maggio 1995.

(Traduzione di G.P.)

 
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