Il Tempio del Popolo, San Francisco, gennaio 1977

In cima a una rampa di scale c'è un cancello nero di ferro. Un giovane guardiano è in piedi al di là del cancello, davanti a una porta di legno con serratura, spioncino e sistema di allarme antifurto.

Entro e vengo accolto cortesemente dagli appartenenti alla Setta del Tempio.

«Siamo lieti che ci abbia consentito di organizzare questa sua visita», mi dicono.

«Le serrature, i cancelli, le guardie: in un certo qual modo, tutto ciò è un fastidio», soggiungono. «Vede, Jim viene minacciato, dovrebbe leggere le lettere che riceviamo dai nazisti; inoltre abbiamo avuto incendi dolosi. Il nostro operato e le posizioni prese da Jim danno fastidio agli individui pericolosi».

Nell'ingresso ci sono divani ricoperti con un'imitazione di pelle di leopardo, specchi fumé e piante in vaso; le pareti sono di un bianco immacolato. Alcune vetrine mostrano una grande accozzaglia di trofei politici, da quello della San Francisco County Board of Supervisors, a quello della legislatura statale, a quello della NAACP, l'associazione nazionale per il progresso della gente di colore.

Ha inizio una rapida visita e il Tempio ha tutta l'aria d'una mostra affaccendatissima di fare da sé e di carità. In fondo a un corridoio ci sono una piscina e un asilo infantile. Di fianco al palcoscenico dell'auditorio, in una sala attrezzatissima con apparecchiature audiovisive, viene registrato ogni settimana lo spettacolo radiofonico del Tempio. Ci sono un'infermeria, una radiotrasmittente per dilettanti che serve a mettersi in contatto con la missione sudamericana in un villaggio chiamato Jonestown, un ufficio contabilità, una tipografia, una falegnameria, uno studio legale e numerose stanze ai piani superiori per le consulenze legali e per gli ospiti temporanei.

Jim Jones, sua moglie Marceline e i loro figli (sette adottivi e uno naturale) abitano da qualche parte ai piani più alti del Tempio; i loro fedeli, accennando di nuovo alle minacce e agli incendi dolosi, evitano comunque di avvicinarsi all'appartamento dei Jones durante il giro.

Le mie guide mi fanno conoscere alcuni beneficiari delle opere buone del Tempio: un adolescente che sta smaltendo con il sonno una dose eccessiva di eroina, una donna anziana, la cui malattia è stata guarita dagli appartenenti alla setta, un uomo che ha un ginocchio malconcio e viene sottoposto a una speciale terapia.

La visita termina in tempo perché io possa assistere alla funzione. Il salone e la balconata sono gremiti da millecinquecento o duemila persone. Per tre quarti si tratta di neri anziani, ma la balconata pullula di bambini. Mi viene riservato un posto in prima fila e gli aiutanti di Jones siedono al mio fianco o dietro di me.

Lo spettacolo inizia con i Soulsteppers, un gruppo formato da una dozzina di ballerini adolescenti. «Due di loro facevano parte di una banda di malviventi a Los Angeles, prima divenire al Tempio», spiega uno dei seguaci di Jones.

Segue un complesso di cantanti. Le parole della canzone sono significative: «La gente si prepara / Arrivano gli autobus. / Non c'è bisogno di biglietto / Potete ringraziare Jim Jones».

«Il cantante che guida il complesso una volta era un tossicomane», mi bisbiglia un altro membro del Tempio.

Il reverendo Jim Jones nel marzo del 1976 (Stephanie Maze, San Francisco Chronicle).

Poi si presenta Jones in persona. È' di mezz'età, di statura media, con una pancia alquanto voluminosa e un bel volto dalla mascella quadrata. Come è sua abitudine, porta degli occhiali scuri e i capelli neri e lucidi sono pettinati in modo impeccabile.

Jones comincia il suo sermone, un misto di domande e risposte. Gli aiutanti corrono su e giù per le navate, portando il microfono a quelli che aspettano di parlare.

Un tale domanda: «Che tipo d'uomo era Gesù?»

«Scacciò i cambiavalute dal Tempio».

«Che cosa significa Dio per lei?»

«Sollecitudine per tutti».

Poi l'ultima domanda. Un bianco anziano vuole sapere che cos'è la «Selettività del processo di guarigione».

«Qual è il suo problema, signore?» domanda Jones.

Un mal di schiena che lo tormenta da anni, risponde l'uomo.

Jones inizia a parlare delle malattie psicosomatiche e della necessità di credere, poi indica una donna in prima fila.

«Ogni glandola del suo corpo era piena di cancro. I medici non le avevano lasciato alcuna speranza. Ma la guardi adesso».

La donna, una sessantenne di razza caucasica, si alza, apre le braccia e improvvisa una breve giga saltellando in tondo.

Molte altre persone più anziane alzano la mano mentre Jones le addita. L'oratore descrive le loro malattie e afferma che tutte sono guarite in modo miracoloso. Cancro, artrite, ferite invalidanti in seguito a incidenti automobilistici: tutto è scomparso, dichiara Jones.

Infine, mentre il pubblico annuisce e si agita sulle sedie, Jones manda la prima donna della quale ha parlato in fondo alla sala, dove l'uomo afflitto dal mal di schiena continua a restare in piedi.

«Lo abbracci, gli mostri il divino amore», grida Jones. La donna corre verso il fondo della navata e getta le braccia al collo dell'estraneo. I due danzano per un momento, mentre la folla li osserva e mormora. A un tratto il vecchio alza entrambe le braccia. «Se n'è andato! Il dolore è scomparso! Grazie, Jim! Ora sto benissimo!»

MARSHALL KILDUFF

L'articolo che avete appena letto fu scritto nei primi mesi del 1977. Se c'erano già state delle avvisaglie della follia sotterranea che serpeggiava tra gli adepti del Tempio del Popolo, gli ultimi avvenimenti ne provano l'esistenza al di là di ogni dubbio.

Chi era questo Jones, che ha guidato i suoi seguaci al suicidio? Che tipo di gente era quella che l'ha seguito? Perché il deputato Ryan si assunse la responsabilità di indagare?

21 novembre 1978, veduta aerea di alcune delle vittime di Jonestown (UPI).

 
 
 
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