Tempio del Popolo - Dentro la setta: parlano ex seguaci (seconda parte)

La stampa

Quando si trovava lontano dalle orecchie indiscrete dei giornalisti, Jim Jones era ben lontano dal dimostrarsi lo strenuo difensore dei diritti del primo emendamento. La stampa, diceva ai suoi aiutanti, era uno dei suoi peggiori nemici. Passava ore e ore a studiare il modo di evitare di essere seccato dai cronisti o di dover adulare potenziali amici.

Dopo l'esperienza dello scettico articolo di Kinsolving [1] sull'Examiner di San Francisco nel 1972, Jones aveva deciso di non permettere mai più a un giornalista di entrare liberamente nel suo Tempio. Da allora in poi avrebbe fatto la corte ai mezzi di comunicazione di massa e prevenuto i guai potenziali.

La sua prima mossa fu una donazione alla quale venne fatta una opportuna pubblicità e per la quale attinse ai notevoli fondi del Tempio. Insieme con questa diretta sovvenzione ai giornali e alle riviste nel 1973, ci furono altre iniziative da titolo di testa, come una donazione di duemila dollari per il riscatto di Patricia Hearst, un'altra di cinquecento dollari alla famiglia di un agente della polizia stradale assassinato, e un'altra ancora di ventimila dollari per la cauzione della moglie del capo del Movimento degli Indiani Americani, Dennis Banks.

Il reverendo Jim Jones (con in mano un cartello) nel 1976, mentre guida una dimostrazione per la liberazione di quattro giornalisti di Fresno imprigionati (Wide World Photos).

Ma il gesto più degno di nota e accuratamente studiato fu la decisione presa nel settembre del 1976 di portare a Fresno in pullman un migliaio di appartenenti al Tempio, per inscenare una dimostrazione per la liberazione di quattro giornalisti del Fresno Bee che avevano rifiutato di rivelare le fonti delle loro informazioni.

Un cronista dell'Associated Press ricorda di essere stato inviato al Tempio dopo il raduno di Fresno per preparare un articolo su «quell'incredibile branco di persone che si erano recate fino a Fresno per organizzare dei picchetti». Jones non parlò del Tempio e dei suoi adepti, preferendo l'argomento del suo rispetto per la stampa. «L'articolo fu molto elogiativo, suppongo, ma il fatto che ci fossero circa dieci persone con lui durante l'intervista mi infastidì. Jones sembrava molto sulla difensiva», ha raccontato il cronista. L'articolo continuava con un innocuo elenco delle buone azioni del Tempio e con alcune osservazioni parzialmente ispirate da Jones, che non si limitò a blandire la stampa con premi e picchetti, ma fece addirittura delle prove in previsione delle apparizioni davanti ai giornalisti.

Quando la cronista del Chronicle, Julia Smith, dovette recarsi a fare una visita al Tempio per un articolo a proposito del 1976, Jones ordinò di sistemare nella stanza piante d'appartamento, sapendo che alla giornalista piacevano molto. Con i suoi aiutanti, provvide a istruire alcuni membri perché si complimentassero con la Smith per i suoi precedenti articoli e le rimanessero accanto per tutto il tempo della visita.

Dopo l'intervista, Jones prese a telefonare a casa alla Smith la sera tardi, per fare con lei lunghe discussioni su argomenti diversi. Nel discorso inseriva qua e là qualche allusione sul modo di fornire migliori e più autentiche informazioni sul suo conto. L'organizzazione di Jones inviò alla Smith trenta lettere nelle quali le si chiedeva di scrivere un resoconto leale. Quando infine uscì l'articolo, un altro innocuo resoconto pieno di complimenti, l'articolista venne sommersa da trecento lettere che riempirono i cestini della corrispondenza sulla sua scrivania al Chronicle.

Tra il 1972 e il 1977 gli unici articoli apparsi sui giornali sul Tempio del Popolo erano resoconti concernenti la generosità della setta e la bontà di Jim Jones. Ai giornalisti ammessi al quartier generale in Geary Street, veniva mostrato soltanto quello che la setta voleva che si vedesse. Nient'altro.

Come molti dei politicanti liberaldemocratici che Jones finanziava, anche i giornalisti e i direttori dei giornali erano fatti oggetto di particolari attenzioni.

Una cronista che ha voluto rimanere anonima ha spiegato come capitasse di recarsi scettici al Tempio per un servizio e di allontanarsene strenui sostenitori di Jones e delle sue attività. «Dopo la funzione, mi invitò nel suo ufficio e continuammo a discorrere fino alle tre del mattino su un gran numero di problemi sociali e di argomenti spirituali», ha detto la giornalista. «Ero davvero entusiasta di quanto stavano facendo al Tempio del Popolo. Si trattava di cristianesimo radicale».

Come molti altri giornalisti, la cronista fu conquistata dagli sforzi del Tempio per combattere la povertà, l'abuso degli stupefacenti, l'alcoolismo e il razzismo. Dopo la prima visita, ne seguirono numerose altre e ci furono moltissime conversazioni telefoniche...

«Jim era solito telefonare la sera tardi e desiderava parlare. Non dormiva molto e continuavamo a discorrere per ore e ore. Era molto stimolante per me», afferma la donna.

Infine Jones faceva vertere la conversazione sull'argomento che gli premeva. Voleva sapere che cosa ne pensava di un altro collega che doveva recarsi al Tempio a fare un'intervista. In quel caso, a Jones interessava Marshall Kilduff del San Francisco Chronicle, che si stava occupando delle attività del Tempio. «Jim mi domandò che genere di articolo si accingeva a scrivere Marshall», ha raccontato la giornalista. «Gli dissi di star tranquillo e di limitarsi a dire la verità, ma rimasi molto male perché mi erano state poste domande su un collega».

Se Jones si rendeva conto che l'adulazione e l'amicizia non erano più sufficienti, la sua tattica cambiava. Nell'estate del 1977, quando molti degli ex membri incominciarono a rivelare le proprie storie alla rivista New West, Jones montò una campagna furibonda per far tacere le indiscrezioni. Telefonò a quasi tutti gli amici e chiese loro di telefonare, telegrafare e scrivere a suo favore per fermare quella «montatura».

Nel momento più caldo della campagna organizzata da Jones, le redazioni della rivista a Los Angeles e a San Francisco, città nelle quali Jones aveva un notevole gruppo di sostenitori, ricevevano cinquanta telefonate e settanta lettere al giorno. Furono contattati anche gli inserzionisti, invitati a pubblicare avvisi pubblicitari. L'elenco di coloro che si schieravano a favore di Jones comprendeva uomini politici degni di fiducia e amici quali il vicegovernatore Mervyn Dymally ed eminenti uomini d'affari di San Francisco, oltre a sindacalisti e altre grosse personalità.

Quella volta però la campagna fallì. L'articolo apparve regolarmente e Jones lasciò la California per la Guyana pochi giorni dopo la pubblicazione delle indiscrezioni. Jones pensò di organizzare una difesa all'ultimo sangue: mandò propri aiutanti ad acquistare interi pacchi della rivista nelle edicole di Oakland, San Francisco e Los Angeles, dove c'erano grosse probabilità che una copia finisse nelle mani di un appartenente alla setta o di un suo parente. Poi ordinò ai suoi luogotenenti di rimanere in California e vietare ai seguaci di leggere i giornali e di guardare la televisione.

Tutto sommato, perdere la sua battaglia con la stampa fu un brutto colpo per Jones. Partì per la Guyana sperando di lasciarsi dietro alle spalle quel nemico troppo potente.

Il denaro

Per un pastore dell'Indiana che un tempo vendeva scimmie di porta in porta nei quartieri più poveri, le ricchezze che si accumulavano durante il soggiorno in California erano da capogiro. Quando la setta raggiunse il suo apogeo nei primi anni settanta, a San Francisco, sistemare il danaro che si accumulava divenne addirittura un problema.

Ex membri impegnati nelle attività amministrative del Tempio parlarono di somme a sei zeri e di secchielli per la questua colmi di monete e di banconote raccolte durante le funzioni. Seguire le tracce dei vari conti in banca della setta diventa un'impresa impossibile.

Micki Touchette, addetta all'amministrazione durante i primi anni settanta, racconta come i viaggi in pullman da Redwood Valley talvolta fruttassero venticinquemila dollari a una succursale del Tempio a Los Angeles e fino a ventunmila dollari a San Francisco. «Nel giro di un'ora e mezzo, raccoglievamo qualche migliaio di dollari. Dovevamo contarli di volata. Jones era solito chiederci il totale prima che riuscissimo a finire, così un membro di alto rango scriveva il totale provvisorio, che raggiunse a volte i milleduecento dollari. Allora Jones diceva che avevamo raccolto soltanto quattro o cinquecento dollari e che quella somma non era sufficiente. Perciò la questua si ripeteva due o tre volte».

La Touchette e Jackie Swinney ricordano di aver portato durante le funzioni i secchielli cromati pieni di monete e di biglietti di banca in una stanza apposita sorvegliata dalle guardie del corpo di Jones. «A volte, durante i raduni davvero redditizi, c'era una mezza dozzina di individui incaricati di contare e suddividere il danaro tutto il giorno, mentre le funzioni continuavano ininterrotte», ha detto la Touchette.

Nei secchielli si trovavano anche anelli e oggetti preziosi. Jones spesso incitava i suoi seguaci a donare mobili, argenteria, pellicce e altri oggetti di valore come televisori o elettrodomestici. A San Francisco, il Tempio gestiva un negozietto per la vendita dell'usato in Divisadero Street, al piano inferiore di una comunità del Tempio. Ne esisteva uno simile anche a Los Angeles. I prezzi erano ridicoli.

«Le cifre erano bassissime. Jim vendeva tutta quella roba soltanto per sbarazzarsene», ha raccontato Grace Stoen. Suo marito Tim era a quell'epoca il più importante consulente legale di Jones. «Se Jones avesse voluto davvero fare soldi, avrebbe potuto ricavare molto di più. Tim era solito raccomandargli di disfarsi del denaro e gli consigliava come doveva impiegarlo per non procurare guai al Tempio. Allo scadere del primo semestre del 1977, nelle casseforti del Tempio sono stati versati probabilmente da dieci a quindici milioni di dollari. Circa cinque milioni vennero depositati in banche di Panama», ha detto Stoen. «Per un certo periodo, in un conto corrente della Banca della Nuova Scozia a San Francisco c'era un milione intestato a me». Jones e i suoi consiglieri, a quanto pare, avevano studiato quasi tutte le attività del Tempio, dalle vendite di dolci alle gite in pullman, per ottenere il massimo degli utili.

Gli scopi della setta, attraverso i rapporti finanziari con i suoi membri, divennero piuttosto evidenti. Jones privava i membri degli averi personali, fonte di tentazione per i credenti più tiepidi. A questo punto, ai seguaci non rimaneva altro da fare se non rimanere nel gruppo di Jones.

I membri che vivevano nelle comunità del Tempio incassavano gli assegni degli stipendi, li giravano alla setta e ricevevano due dollari la settimana per le loro piccole necessità. Neva Sly, un'aderente alla setta da nove anni, disse di aver versato al Tempio lo stipendio di mille dollari mensili corrispostole dalla locale stazione radio e di aver ricevuto in cambio una indennità, il vitto, l'alloggio e un tesserino per i tragitti sui mezzi pubblici municipali. «Se volevo invitare qualcuno a pranzo, dovevo inoltrare una regolare richiesta una settimana prima. Se avevo bisogno di un vestito, dovevo presentare una relazione particolareggiata su quello che mi serviva e sul costo preventivato».

Anche ai più poveri veniva chiesto di contribuire. Una donna di cinquantadue anni che godeva di una pensione sociale, Laura Cornelious, offrì un orologio di famiglia del valore di duecento dollari e alcuni abiti; inoltre confezionò trapunte e copriletti che la setta mise poi in vendita.

Sandy Rozynko, di diciotto anni, descrisse un altro sistema di Jones per impinguare le casseforti del Tempio. «Ogni fine settimana portavano un pullman carico di ragazzi a San Francisco. Li scaricavano agli angoli delle vie con dei cesti per la questua. Era una cosa molto umiliante. Mi sentivo un mendicante. Come minimo, riuscivo a mettere insieme trenta dollari in quattro ore. Ci costringevano a fare queste cose. Se ci rifiutavamo, dovevamo risponderne a Jim e al Consiglio».

Gli stessi pullman erano una fonte di guadagno per il Tempio. I membri della setta provvedevano alla loro manutenzione e li guidavano. Per i viaggi estivi, i membri, uomini e donne, pagavano per il privilegio di prendersi le vacanze con la setta. Dal momento che il numero degli aderenti a un certo punto divenne superiore alle disponibilità di posti sui pullman, venne a crearsi il problema del sovraffollamento. Ma Jones stipò i pullman senza preoccuparsi per la durata del viaggio. Tre giovani potevano sedersi dove di solito trovavano posto due adulti e qualcuno veniva addirittura sistemato sulle rastrelliere per i bagagli sopra i sedili. Il vano del bagaglio sotto il pullman era un posto ambito. «Potevamo, se non altro, distenderci e dormire», ha detto uno degli ex membri.

I pullman trasformati in scatole di sardine procurarono qualche guaio. Una volta uno di essi forò durante il viaggio di ritorno da Los Angeles. Il capo della comitiva, preoccupato che una pattuglia della stradale potesse scoprire il carico eccessivo, ingiunse a metà dei passeggeri di proseguire a piedi fino al successivo sovrappasso e di restare là a guardare la riparazione sporgendosi sopra il parapetto come semplici curiosi.

Soltanto in un secondo tempo il Tempio incominciò a preoccuparsi per l'acquisita ricchezza. Jones decise di tesaurizzare il denaro invece di spenderlo o investirlo. Le donazioni per beneficenza della setta erano poca cosa in confronto alle somme che passavano per le mani di Jones, che del resto non viveva certo nello sfarzo faraonico di religiosi quali il reverendo Ike o padre Grace. Jones voleva semplicemente arrivare a cancellare la preoccupazione economica dalla mente di ogni seguace.

«La setta finì per impadronirsi di tutto quello che possedevo», ha raccontato Jeannie Mills. «Per questo è stato tanto difficile staccarsene. Non avevamo alcun luogo in cui andare, niente cui fare ritorno».

«Il danaro divenne quasi uno scherzo per Jim», ha detto Grace Stoen. Oltre ai suoi compiti di consigliera, era uno dei notai del Tempio e testimoniò per una quantità di documenti legali. «Eravamo soliti domandarci che cosa avremmo fatto di tutta quella roba. Ma non spendemmo mai molto».

Il danaro si accumulava grazie a una stupefacente serie di iniziative. Un membro comune, di solito un nero che godeva di un basso reddito, veniva avvicinato un mese dopo la sua entrata nella setta. Gli veniva chiesto di contribuire con un quarto della paga. Questo contributo veniva elevato prima a un terzo e poi fino al quaranta per cento.

Un ospite o un possibile futuro adepto non avrebbe mai visto i secchielli delle offerte o le buste con i «contributi». Un tale approccio sarebbe venuto più tardi, quando la fiducia in Jones era già abbastanza forte per far apparire il denaro come una questione di secondaria importanza. «Quando aderimmo alla setta tutto sembrava così meraviglioso», ha detto l'ex membro Jackie Swinney. «C'erano soltanto belle parole, un sacco di gentilezze, e poi Jim, l'umanitario per eccellenza. In seguito si presero dal dieci al venticinque per cento del salario di mio marito».

La stessa Jackie Swinney ebbe il compito di amministrare i fondi destinati alle «comunità» del Tempio, termine dal sapore innovatore che Jones prediligeva per nascondere il fatto che in realtà, si trattava soltanto di alloggi a poco prezzo.

Le comuni della Redwood Valley e della zona di San Francisco fruttarono al Tempio una quantità di soldi. Chiedendo a un membro di vivere pigiato con un'altra mezza dozzina di individui e poi facendo pagare un affitto per quella sistemazione, «raccoglievamo dagli ottomila ai diecimila dollari mensili nella sola Redwood Valley», ha affermato la Swinney.

C'erano anche altri metodi per smussare gli spigoli, ridurre i costi e, con un po' di fortuna, sfuggire alla minaccia di essere compromessi da losche iniziative. Il 5 marzo del 1971 due assistenti sociali che viaggiavano in automobile lungo una strada nei pressi della Redwood Valley scorsero due furgoncini con un carico che andava dalle cinquanta alle ottanta casse di latte in polvere proveniente da eccedenze governative.

Uno dei furgoncini apparteneva al Tempio; i funzionari scoprirono che il latte si sarebbe dovuto trovare a San Francisco e non su una strada secondaria di campagna a un centinaio di chilometri di distanza.

Quando gli vennero chieste delle spiegazioni, il guidatore del camioncino del Tempio, James E. Bogue, spiegò che non c'era niente di irregolare. Quella roba era «destinata alla povera gente». Jones asserì di non aver niente a che fare con la faccenda e si dichiarò «irritato al pensiero che il Tempio vi fosse coinvolto». Comunque, disse di essere disposto a restituire il latte a patto che tutto venisse messo a tacere.

Gli investigatori del dipartimento per l'agricoltura e l'assistenza sociale agli agricoltori di Mendocino ricordano altri curiosi particolari dell'episodio. Mentre stavano parlando con Jones, arrivò il consigliere di contea Tim Stoen e volle sapere perché il reverendo veniva interrogato. Dennis Denny, direttore del dipartimento dell'agricoltura per l'assistenza sociale di Mendocino, ricorda che gli stupiti funzionari rammentarono a Stoen che lavorava per la contea e che avrebbe dovuto togliersi di mezzo e lasciare che portassero a termine il loro lavoro. «Prima di tutto, lavoro per Jim Jones», disse Stoen.

Risultò che il latte proveniva dal magazzino della Community Healts Alliance, al numero 2027 di Sutter Street a San Francisco. Il magazzino era diretto da Peter M. Holmes, un membro della setta del Tempio del Popolo con una fedina penale molto sporca che comprendeva una frode per i sussidi di disoccupazione e un tentato omicidio.

Holmes negò di aver dato via abusivamente il latte in polvere. Disse di «aver sentito parlare del reverendo Jones; ma in ogni caso non lo conosceva di persona», stando a quanto afferma il rapporto del dipartimento per l'agricoltura sulla faccenda. Il 12 marzo, una settimana dopo che l'episodio del latte fu ufficialmente segnalato, Holmes si dimise dal suo incarico. Le dimissioni di Holmes e la restituzione del latte in polvere furono evidentemente sufficienti per soddisfare gli investigatori governativi. Non fu sporta denuncia. L'incidente e il nome di Jim Jones non giunsero mai ai giornali locali.

Entro la metà degli anni settanta, la setta disponeva di almeno una dozzina di comuni, molte delle quali con più di una decina di persone, sparse in tutto il distretto di Fillmore, a San Francisco.

A Indianapolis, il denaro del Tempio assommava a cifre modeste, com'era stato modesto il seguito di Jones. Le sue due società anonime ottenevano scarsi risultati perché lui non aveva il tempo di seguirle. Ma a San Francisco, col crescere della congregazione e con l'afflusso del denaro, diventò indispensabile fare qualcosa. Tim Stoen ricorda di aver consigliato a Jones di investire i suoi soldi in imprese agricole. «Gli dissi di far circolare il denaro. Si stava ammucchiando e avrebbe finito per procurare grossi guai».

Sandy Parks, un ex membro che lavorava nell'ufficio legale e finanziario del Tempio, ha detto che Jones cominciò a mostrarsi più attento; suddivise i contanti in quindici conti correnti, per evitare di depositare una somma enorme che la banca o i funzionari governativi avrebbero potuto considerare sospetta. La preoccupazione di una inchiesta governativa sulla sua posizione fiscale divenne un problema capitale, non tanto in relazione alla possibile perdita delle esenzioni fiscali di cui il Tempio godeva, ma perché una qualsiasi inchiesta avrebbe potuto risolversi in un disastro. La Parks ha asserito inoltre di aver battuto a macchina «forse cinquanta domande di membri della setta che furono convinti a incassare le proprie polizze di assicurazione sulla vita».

Un'altra miniera d'oro per il Tempio era costituita dalla tipografia privata, un'iniziativa della quale Jones era particolarmente orgoglioso. Ordinò a Jeannie e Al Mills, la coppia responsabile delle pubblicazioni del Tempio, di studiare il sistema delle spedizioni postali impiegato dagli altri predicatori di successo negli Stati Uniti. I due coniugi creavano nuove composizioni tipografiche e combinazioni di colori quasi ogni mese, mentre Jones copiava le idee dell'uno o dell'altro dei predicatori rivali.

Jones si portava sempre dietro i Mills, che lo fotografavano in tutte le pose per poter scegliere le immagini meglio riuscite. Lo scopo di tutto questo lavoro a beneficio dei mezzi di comunicazione di massa era la soddisfazione di essere il taumaturgo dall'aspetto più affascinante. Secondo i Mills, però, il risultato era ben diverso. «La conseguenza di queste spedizioni era che spendevamo in media circa ottocento dollari al giorno nei primi anni settanta, e si tratta di una stima molto prudente», ha detto Jeannie.

Il lavoro editoriale si orientò su un'altra attività secondaria della setta. Le fotografie di Jones, sigillate in buste di plastica, venivano vendute ai membri che le consideravano miracolose per proteggersi dai furti, dalle malattie e dagli incidenti stradali. Birdie Marable vendeva nove diverse immagini di Jones. Durante le funzioni del fine settimana le portava in giro su un vassoio come quello delle venditrici di sigarette dei night. «Riuscivo a raccogliere da ottanta a cento dollari per riunione», ha raccontato la donna.

Oltre a questi soliti sistemi, il Tempio ricavò lauti guadagni dalle vendite di immobili. Tra il 1967 e il 1977, la setta e i suoi funzionari si trovarono coinvolti in trentadue passaggi di proprietà documentati di beni immobiliari. Dieci di essi erano donazioni al Tempio da parte di membri della setta. A San Francisco, lo scorso anno, la setta vendette due lotti di immobili: tre abitazioni dal numero 1660 al 64 in Page Street per centoventisettemila dollari il 21 giugno e due piani nell'edificio il 12 maggio.

Oltre a ciò, ci furono vendite nelle quali i funzionari del Tempio si servirono delle procure firmate dagli adepti. Per esempio, il 10 luglio 1977 una casa di riposo di proprietà di James e Irene Edwards al 2704-8 nella Ventunesima Strada fu venduta per novantamila dollari.

I coniugi Edwards avevano lasciato San Francisco ai primi del 1977 per recarsi nella Guyana. Partirono quasi all'improvviso, abbandonando la casa, tutto l'arredamento e perfino il cibo nel congelatore. La segretaria del Tempio, Jean F. Brown, aveva poteri di procuratore e firmava i documenti di vendita preparati dal legale Gene Chaikin.

In generale, però, i membri del Tempio non erano in grado di offrire alla setta capitali del genere. Per lo più si trattava di persone come Jesse Boyd, un'anziana vedova di colore che viveva sola in un monolocale gestito dalla San Francisco Housing Authority nel ghetto di Tenderloin. Spendeva un quarto del suo reddito mensile di quattrocentotré dollari per l'affitto e finché non se ne andò, nel febbraio di quest'anno, ne versò un altro quarto alla setta. Nei sei anni e mezzo di permanenza in seno al Tempio, firmò assegni a favore della setta per un importo che ammontava a tremilanovecentotrentasette dollari e diciannove centesimi. Questi assegni vennero depositati in quattro conti correnti in diverse banche: la Banca del Lago Superiore, la Banca d'America e la Wells Fargo, tutte di Ukiah, nei pressi della Redwood Valley, e infine la Banca di Montreal, una succursale di San Francisco della banca canadese con uffici a Georgetown, capitale della Guyana ex britannica.

La signora Boyd confezionava inoltre sette o otto torte tutte le settimane. «Comperavo io stessa tutti gli ingredienti e la setta le portava a Safeway o da Albertson's per venderle a cinque dollari l'una. Non saprei dirvi comunque quanto posso aver versato in moneta spicciola».

Eppure, anche se il danaro traboccava dai sacchi della banca nell'ufficio del Tempio o si accumulava nei conti correnti, ne rimaneva una gran quantità da spendere. La setta aveva stabilito un bilancio annuo di circa seicentomila dollari. C'era molto più danaro in circolazione, però, affermano gli ex membri. La maggior parte di esso veniva trasferito clandestinamente in conti correnti su banche panamensi ed europee. Verso la fine del 1973, il danaro si incanalò in un'altra direzione: la colonia di recente fondazione nella giungla guyanese.

La creazione di una comunità nella lontana Guyana fu un progetto dispendioso. Lo stesso Jones dichiarò una volta al Tempio che gli veniva a costare un milione di dollari l'anno. Ma a quanto pare il reverendo era troppo preoccupato per il denaro per azzardarsi a compiere trasferimenti di capitali mediante i canali ufficiali e preferiva inviarli da San Francisco a Georgetown per mezzo di corrieri fidati che portavano fino a cinquantamila dollari in contanti nel viaggio in aereo.

Dan Phillips, che si recò in Guyana con Jones e con una decina circa di capi della setta in occasione del primo viaggio del Tempio nel dicembre 1973, ha riferito quanto segue: «Ognuno di noi aveva cinquemila dollari in contanti. C'era anche una tratta per seicentomila dollari della banca Barclays del Canada da depositare nella succursale di Georgetown».

Nonostante tutte le rivelazioni, tutte le testimonianze di frodi e di intrallazzi che richiedevano una giusta punizione, nessuno si accorse che qualcosa non andava. Non ci fu mai alcuna protesta.

Sui giornali della California appariva di tanto in tanto la testimonianza d'un membro disgustato del Tempio che parlava degli abusi perpetrati da Jones, ma ben pochi giornalisti manifestarono il proposito di richiedere una inchiesta pubblica. Perfino quando Jones venne arrestato a Los Angeles per aver fatto proposte sconce a un poliziotto in borghese l'accusa fu rapidamente lasciata cadere e i documenti dell'arresto vennero distrutti. Dell'arresto a quel tempo si parlò così poco (chi aveva mai sentito nominare un uomo chiamato Jones?) che sui giornali non apparve una sola riga al riguardo.

Soltanto nel luglio del 1977 dopo che Jones aveva lasciato il Tempio di San Francisco ai suoi subordinati per andare a fare il colonizzatore a Jonestown, il procuratore distrettuale Joseph Freitas di San Francisco aprì un'inchiesta ufficiale. Freitas però non rese pubblica la sua inchiesta e non ne comunicò il risultato se non dopo il massacro di Jonestown. Soltanto allora si sentì in dovere di rilasciare una dichiarazione, a quanto pare per controbattere le accuse secondo le quali non aveva mai indagato sul Tempio.

In effetti, Freitas aveva delegato cinque agenti della sua squadra speciale per esaminare tutte le accuse mosse fino ad allora contro Jones e la cricca del Tempio. I rapporti confidenziali dicono che c'erano state accuse di omicidio, rapimento di bambini, estorsione, incendio doloso, percosse, uso di droga, appropriazione indebita di fondi dell'assistenza sociale e ricatti. Dopo aver ascoltato le deposizioni di settanta testimoni, gli agenti sostennero che non erano riusciti a provare una sola delle accuse e neppure a procurarsi indizi sufficienti per sostenere una sola imputazione.

Il rapporto conclusivo del procuratore distrettuale dichiarò che in merito all'inchiesta sul Tempio del Popolo il procedimento doveva considerarsi chiuso, sebbene gli investigatori fossero concordi nel ritenere che le azioni della cricca dominante nella setta erano «a dir poco disgustose» e davano adito a «fondate» riserve morali.

Con quel rapporto sempre sepolto negli archivi, la stampa non aveva molto su cui basarsi. Di tanto in tanto, i giornalisti curiosavano nei pressi del Tempio di San Francisco, assistevano alle funzioni che si tenevano là, sotto gli occhi attenti dei membri della setta. Un cronista dell'Examiner cercò di ottenere da Jones il permesso di visitare l'insediamento della Guyana, ma ottenne un rifiuto. Un altro cronista dell'Examiner venne invitato da Jones, ma non accetto. Kilduff chiese al direttore del Chronicle di autorizzare un suo viaggio a Jonestown, ma gli fu risposto che avrebbe potuto recarsi laggiù solo se fosse stato sicuro di avere libero accesso e possibilità di intervistare i membri del luogo, e se fosse riuscito a ottenere che Jones si trovasse presente come garante. Il progetto non superò mai lo stadio delle trattative verbali.

Note:

1. Per approfondimenti si veda: Il pazzo è tra noi: Jim Jones e l’insabbiamento californiano, di Kathleen e Tom Kinsolving

 
 
 
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