Jonestown: l'inizio della fine
L'esodo deI Tempio del Popolo da San Francisco fu avvolto dal velo di segretezza che gli osservatori avevano finito con l'aspettarsi dalla setta. Spesso i membri che intendevano partire al mattino ricevevano una telefonata con la quale veniva annunciato loro che sarebbero partiti per la Guyana quella sera stessa. La setta aveva deciso di mantenere la propria sede a San Francisco, ma il Tempio in Geary Street divenne poco più di un deposito di rifornimenti per l'insediamento nella giungla. «Non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare San Francisco o la California», asserì un comunicato stampa della setta, denunciando i resoconti dei giornali sull'egira, che venivano definiti «prevenuti e scandalistici».
Ma la setta non riuscì ad arginare tutte le fughe di notizie e i racconti di misteriose defezioni da parte dei membri del Tempio vennero a galla a poco a poco. La-Flora Townes, un membro della setta che era stata cameriera per quindici anni all'Hotel Carlton di San Francisco, telefonò al suo datore di lavoro una sera tardi e disse che sarebbe partita dalla città immediatamente. Un'altra adepta, un'infermiera, affermò di dover lasciare San Francisco «per occuparsi di questioni di affari all'Est». Il suo principale disse che la donna era una seguace del Tempio. Il locale ufficio del procuratore distrettuale confermò, nell'agosto del 1977, che da venti a quaranta membri della setta, tutti alloggiati in appartamenti nei pressi del Tempio, erano partiti all'improvviso per Jonestown. Molte famiglie sporsero denuncia al procuratore distrettuale per la scomparsa di parenti che ritenevano essersi recati in Guyana, ma gli investigatori non riuscirono a scoprire nulla sulla fine fatta da quella gente. Larry Tupper disse che gli era stata assegnata la custodia del figlio, Larry junior, ma sostenne che il ragazzo si trovava in Guyana con la madre, membro della setta.
Neva Sly, che aveva abbandonato il Tempio, sostenne che il figlio Mark, di sedici anni, era stato mandato in Guyana contro la sua volontà. Il tutore del giovane Vincent Lopez sentì parlare di lavaggi del cervello, di plagio, di percosse, tutti sistemi in vigore a Jonestown, e chiese che il ragazzo tornasse indietro.
Le lagnanze delle famiglie si scontrarono contro un muro di silenzio. Le persone che cercarono di indagare su come andassero le cose a Jonestown vennero combattute con la solita tattica diversiva. La giornalista indipendente Kathy Hunter, moglie del direttore esecutivo dell'Ukiah Daily Journal, George Hunter, si recò in Guyana dopo aver ricevuto quello che credeva fosse un invito per una visita, da parte del primo ministro della Guyana, Forbes Burnham. La Hunter aveva incontrato Burnham diversi anni prima, quando si era recato in visita in una città della California settentrionale.
«Giunsi là assolutamente senza alcuna prevenzione», disse poi. «Ero sempre stata amica di Jim Jones e non riuscivo a credere a nessuna delle cose che dicevano sul suo conto. Ma adesso sono convinta che non si tratta dello stesso uomo che avevo conosciuto». La Hunter disse che al suo arrivo nella capitale guyanese, le venne detto che l'invito era stato uno scherzo. Nello stesso tempo fu tormentata da una squadra «incaricata di porle domande» proveniente dall'insediamento nella giungla, che la pedinò fino all'albergo di Georgetown e intercettò le sue comunicazioni telefoniche.
Per sette dei nove giorni che trascorse nella Guyana, la Hunter rimase confinata nella sua camera d'albergo per «misura precauzionale», stando alle affermazioni delle autorità, come raccontò al suo ritorno negli Stati Uniti, scossa ma incolume, senza mai aver messo piede a Jonestown.
Un resoconto ancora più agghiacciante fu quello di Jeff Haas, un avvocato di San Francisco. Haas rappresentava Grace Stoen, moglie dell'ex luogotenente della setta, Tim Stoen, in una controversia per la tutela del figlio di sei anni, John Victor, contro Jim Jones. Jones dichiarò che gli Stoen avevano acconsentito ad affidargli il ragazzo e una volta affermò che la ragione principale per cui non sarebbe mai più tornato negli Stati Uniti consisteva nel fatto che, se vi avesse fatto ritorno, avrebbero potuto privarlo della tutela del bambino. Nel settembre del 1977, entrambi gli Stoen dovettero lasciare la setta; Grace Stoen voleva riavere suo figlio. Perciò Haas si recò in Guyana.
«Avevamo un'ingiunzione del tribunale della California, grazie alla quale Jones doveva rinunciare alla custodia del figlio di Grace», disse Haas. Sperava di arrivare di sorpresa da Jones, ma i funzionari del dipartimento di stato avevano già avvertito i membri della setta che Haas era in viaggio.
L'avvocato arrivò a Georgetown. «Potevamo soltanto sperare che i funzionari della Guyana si limitassero a prendere visione del documento del tribunale della California e a convalidarlo, ma dichiararono che non era possibile». Questo significava che Haas avrebbe dovuto lottare anche nei tribunali della Guyana, per ottenere l'affidamento del bambino. Nell'interesse di Grace Stoen, assunse un avvocato del posto, Clarence Hughes. Il primo passo fu quello di far pervenire a Jones i documenti che gli ingiungevano di portare il bambino in tribunale. «Dovetti noleggiare un aereo per consegnare quelle carte», disse Haas. Si recò in volo alla colonia e cercò di consegnare di persona a Jones i documenti con la citazione della corte.
«Non appena giunsi laggiù, chiesi di Jones, ma Maria Katsaris [l'amante del reverendo] intervenne. Disse che non lo vedeva da due giorni». Haas e i suoi accompagnatori non si trattennero a Jonestown per più di mezz'ora, e non videro il capo della setta. Chiese il permesso di cercarlo ma la sua richiesta fu respinta. Haas riferì però che sulla strada del ritorno da Jonestown all'aeroporto incontrarono due funzionari guyanesi dell'immigrazione che si erano recati alla missione e avevano parlato con Jones soltanto tre quarti d'ora prima. Haas pensò di tornare a Jonestown per andare in fondo alla faccenda, ma poi decise di ripartire per Georgetown e di affrontare la fase successiva del procedimento in tribunale.
Sia Haas sia Hughes ricevettero l'autorizzazione dal tribunale guyanese di lasciare cadere la richiesta che Jones ricevesse di persona l'ingiunzione. Parecchi giorni più tardi, Haas e Tony London, un ufficiale giudiziario guyanese per la zona di Jonestown, ritornarono all'insediamento per lasciare l'avviso con il quale si informava Jones del suo obbligo di portare il ragazzo in tribunale. «Quella volta», ricordò Haas, «i membri della setta si mostrarono molto ostili.»
Non appena Haas e London consegnarono loro i documenti del tribunale, i membri della setta li strapparono. «Dissero di non avere nessuna intenzione di accettare l'ingiunzione, su consiglio del loro avvocato». Ancora una volta, Jones si era reso irreperibile.
«Mentre parlavamo con loro, venimmo circondati da un gruppo di giovani. Era certamente una situazione poco rassicurante, ma non ci furono aperte minacce». Haas riferì che i membri della setta avevano detto a London, la cui carica equivaleva grosso modo a quella di vicesceriffo, del tentativo di assassinare Jones a Jonestown effettuato da due uomini, lo stesso giorno in cui era stata comunicata ad Haas l'assenza del capo della setta.
London fece rilevare l'incongruenza e i membri del Tempio ribatterono che il tentato assassinio «doveva aver avuto luogo il giorno prima». Ma London ricordò che avevano affermato di non aver più visto Jones da due giorni, prima della precedente visita dell'avvocato. «Da quel momento l'atmosfera andò surriscaldandosi», disse Haas. «Tony London mi invitò ad andare a sedermi nella jeep; nel frattempo lui avrebbe indagato sul preteso tentativo di assassinio». Mentre Haas stava aspettando, un uomo si fece avanti lungo la strada imbracciando un fucile calibro 12.
«A questo punto non sapevo più che diavolo stesse succedendo», continuò Haas. «Balzai a terra e mi gettai dietro la jeep».
Risultò in seguito che London aveva chiesto di vedere tutte le armi che si trovavano nella missione. I residenti gliene avevano portate due, il fucile e una pistola.
Nel corso di questa visita, Haas trascorse circa tre quarti d'ora a Jonestown. Di nuovo non gli fu consentito di aggirarsi nei dintorni senza una scorta, sebbene fosse riuscito a vedere dove si trovava la baracca principale. «Non ci fu alcuna aggressione fisica, ma la situazione senza dubbio era molto tesa.» L'avvocato ebbe paura.
«Tornammo a Georgetown, dove il processo era stato appena sospeso, tentammo di ottenere un mandato di arresto per Jones, ma il cancelliere del tribunale si rifiutò di firmarlo, ed era l'unico che lo potesse fare. Venimmo a sapere che c'erano state intromissioni da parte di funzionari del governo.» Haas riuscì a ottenere che un funzionario consolare americano scrivesse una lettera per lamentare il comportamento del tribunale. Ma da Jonestown giunse la risposta sotto forma di una deposizione giurata con la quale si accusava Grace Stoen di essere una madre indegna.
Haas tornò negli Stati Uniti. Un'udienza sul caso ebbe luogo nel gennaio del 1978. Haas si recò di nuovo a Georgetown, insieme a Grace e Tim Stoen. Ma il giudice incaricato disse di essere stato minacciato di morte a causa di quel procedimento e si dimise, e il processo dovette ricominciare da capo con un nuovo giudice. Durante il soggiorno nella Guyana, anche gli Stoen furono fatti oggetto di minacce di morte da parte di aderenti al Tempio se non avessero rinunciato all'azione giudiziaria. Non fu mai consentito loro di rivedere il figlio.
Steven A. Katsaris, uno psicologo della contea di Mendocino che dirige un centro di cure per bambini con gravi problemi di comportamento, lottò per mesi per riuscire a vedere sua figlia Maria che viveva nella capanna di Jones a Jonestown ed era la più autorevole delle amanti del capo della setta. Quando infine ci riuscì, si trovò di fronte una donna diversa.
Secondo una dichiarazione giurata firmata da Katsaris, la figlia di venticinque anni gli aveva detto nel luglio del 1977 di essere sul punto di partire da San Francisco per Jonestown. Disse che si sarebbe fermata soltanto per poche settimane, ma in seguito telefonò per comunicargli che sarebbe rimasta là ancora per diverso tempo. All'incirca nello stesso periodo, Katsaris lesse i resoconti sui giornali che parlavano di «coercizioni psicologiche e fisiche» e incominciò a preoccuparsi. La figlia gli disse al telefono di non crucciarsi, perché lei stava bene. Katsaris le manifestò il proprio desiderio di effettuare una visita a Jonestown, e lei «parve entusiasta a quell'idea».
Maria inviò al padre lettere sprizzanti entusiasmo per Jonestown. «Discendere il fiume Kaituma è una delle cose che preferisco», scriveva in una di esse. «È difficile descrivere quanto sia meraviglioso. È così pieno di pace. Mi piace sedermi fuori sul ponte e osservare lo scenario, tutti gli animali e gli uccelli oltre a tutti i diversi tipi di piante tropicali». Parlava a lungo dei cibi dei quali si nutrivano i residenti a Jonestown, e prediligeva soprattutto una specie di fagioli coltivati sul posto. «Hanno un modo tale di cucinarli che sembra proprio di mangiare un pasticcio di carne», scriveva Maria Katsaris al padre. «Non mi importa se non mangerò mai più carne, purché possa avere quei fagioli.»
«Un'ultima cosa», continuava. «Ti prego, ti prego, ti prego non lasciarti impressionare dalla cattiva stampa della quale è stata fatta oggetto la setta. È assolutamente incredibile che i giornali possano pubblicare una così sudicia serie di menzogne e sia loro consentito di continuare in questo modo... Non me ne stupisco, però. Una società che si fonda sulle disparità economiche e sulla divisione di classe non è certo propensa a tollerare un'organizzazione che sostiene l'uguaglianza economica e razziale e a renderle la vita facile. Ma non importa quello che loro pensano, non riusciranno nei loro scopi.» La lettera concludeva: «Ti voglio bene e mi manchi. Perciò scrivimi. Tua figlia Maria».
Katsaris organizzò la partenza in modo da arrivare in Guyana il 26 settembre 1977, e telefonò agli uffici del Tempio a San Francisco perché comunicassero la data del suo arrivo a Maria. Da quel momento in poi, per diverse sere di seguito, ricevette telefonate che lo ammonivano a non intraprendere quel viaggio, si legge nella sua denuncia. Uno di coloro che parlarono con lui lo mise in guardia: la sua abitazione sorgeva in una zona isolata e perciò poteva facilmente essere incendiata.
Il 14 settembre, Maria telefonò. Disse al padre di rimandare il viaggio fino a dicembre, quando un gruppo di ecclesiastici si sarebbe recato in visita a Jonestown. «La telefonata via radio si prolungò a causa di diverse pause e interruzioni, ma la sostanza della conversazione si riduceva a una serie di impedimenti accampati da mia figlia per scoraggiare la mia decisione di andare a farle visita», scrisse Katsaris. Maria asserì che la politica della setta era quella di non permettere l'accesso ai visitatori. Katsaris fece notare che le lettere di Maria lasciavano capire come a Jonestown giungessero tutti i giorni persone in visita. Ricordò alla figlia che aveva tollerato la sua attività nella setta e le domandò se poteva incontrarla a Georgetown. Dopo un attimo di silenzio, Maria gli disse che doveva recarsi nel Venezuela proprio nel momento in cui lui intendeva compiere il viaggio. Katsaris suggerì un incontro nel Venezuela, ma Maria dichiarò che si sarebbe trovata laggiù con il suo «fidanzato», Larry Schacht, l'ufficiale sanitario di Jonestown. Katsaris disse di essere venuto a sapere in seguito che altri genitori erano stati informati del fidanzamento o del matrimonio delle figlie con Schacht, a quanto pare nel tentativo, da parte del Tempio, di rassicurare padri e madri che le loro figliole stavano per maritarsi con un professionista.
«Le lunghe interruzioni nella conversazione mi indussero a sospettare che mia figlia aspettasse l'imbeccata», scrisse Katsaris nella sua denuncia. «Quando le dissi infine di essere offeso e spaventato e soggiunsi che avrei fatto ricorso a tutti i mezzi legali e diplomatici per incontrarmi con lei, rispose che non intendeva rivedermi anche se fossi andato in Guyana». Il giorno dopo, Katsaris inviò un telegramma a Jim Jones esternandogli la propria preoccupazione per la figlia. Jones non rispose mai.
Quando Katsaris giunse in Guyana, fu accolto all'ambasciata americana di Georgetown da una dichiarazione firmata da Maria nella quale la ragazza affermava di non voler rivedere il padre. Stando a quanto afferma Katsaris, una rappresentante del Tempio, Paula Adams, aveva detto ai funzionari americani che lo psicologo era un pederasta e che aveva abusato sessualmente della figlia. Confuso e scoraggiato, Katsaris tornò in patria.
Lo psicologo interrogò il maggior numero possibile di ex membri del Tempio, e venne a sapere che la figlia era uno degli appartenenti all'élite della setta. Apprese inoltre che le era stato chiesto di firmare una lettera senza data nella quale asseriva di essersi uccisa, lettera che avrebbe potuto essere usata per spiegare la sua sparizione qualora avesse preso la decisione di lasciare il Tempio.
«Vivevo nell'ansia per la sorte di mia figlia», scrisse Katsaris. «Ero convinto che il Tempio del Popolo si servisse dei propri sforzi umanitari e delle attività miranti al benessere sociale per coprire il vero scopo, quello cioè di instaurare una specie di socialismo mondiale (il fascismo?) di cui Jim Jones sarebbe stato il capo; quell'individuo non si sarebbe fermato di fronte a nulla, né alle calunnie, al plagio, al ricatto, alle minacce e alla violenza, né addirittura all'assassinio per conseguire i propri fini.»
In novembre, Katsaris tornò a Georgetown e infine ottenne di rivedere Maria. «Dall'aspetto sembrava che non fosse riuscita a dormire o fosse stata privata del sonno per un lungo periodo di tempo e il suo atteggiamento era molto sospettoso, ostile e paranoico», scrisse Katsaris. «L'incontro risultò molto penoso per me e mi lasciò profondamente abbattuto. Cercai di dire a mia figlia che, se mai avesse deciso di tornare a casa, c'era un biglietto di viaggio che l'aspettava all'ambasciata. Quando le parlai della mia fede in Dio e della mia convinzione che in qualche modo le cose avrebbero finito per aggiustarsi, lei e un'altra donna appartenente al Tempio si affrettarono a farmi notare che loro non credevano in Dio».
Katsaris non fece ulteriori tentativi di mettersi in contatto con Maria, temendo di mettere in tal modo in pericolo la vita di lei. Riunì però un gruppo di genitori e di parenti perché esercitassero pressioni allo scopo di ottenere una indagine sulla setta, e contribuissero a convincere il deputato Leo Ryan a compiere un viaggio a Jonestown.
Lo psicologo e gli altri congiunti degli aderenti alla setta erano particolarmente turbati da una lettera inviata da Jim Jones a ciascun senatore e membro del Congresso degli Stati Uniti nel mese di marzo del 1978. «Noi del Tempio del Popolo siamo stati fatti oggetto di molestie da parte di numerose agenzie governative degli Stati Uniti e stiamo rapidamente avvicinandoci al punto in cui la nostra pazienza si esaurirà», esordiva la lettera, poi continuava con la descrizione di una «congiura» contro Jones e i suoi seguaci. Ma la fine della missiva fece correre un brivido gelido lungo la schiena di Katsaris: «Posso dire senza esitazioni che siamo disposti ad accettare l'idea che sia addirittura meglio morire anziché essere continuamente perseguitati da un continente all'altro».