Fuga e rivelazioni di Deborah Layton

Nel 1971 Deborah Layton aveva diciotto anni ed era soltanto una dei tanti giovani che si vedevano sui marciapiedi e per le strade di Berkeley. Ma non apparteneva al gruppo degli individui privi di radici che vivevano in mezzo a una strada. La graziosa ragazza dai capelli bruni di famiglia agiata era cresciuta lì. Anche la madre e il fratello maggiore di Deborah, Larry, avevano aderito al Tempio del Popolo.

I suoi primi viaggi al servizio del Tempio del Popolo la colpirono profondamente. Voleva aiutare il prossimo. Il forte senso missionario e la disciplina apparivano in netto contrasto con i fermenti insensati e aperti alla droga presenti a Berkeley. E fu quella apparente serietà di ideali a conquistare quella ragazza attraente e riflessiva.

Jones e i luogotenenti di lui manifestarono un grandissimo e lusinghiero rispetto per la sua competenza, nonostante la giovane età. Divenne segretaria amministrativa del Tempio del Popolo e confidente di Jones.

Come segretaria amministrativa, la Layton venne a conoscenza del fatto che la setta di San Francisco riceveva e incamerava mensilmente almeno sessantacinquemila dollari in assegni dell'Assicurazione Sociale. Una piccola aliquota del denaro veniva distribuita ai membri più anziani della setta. La maggior parte finiva in un fondo di «riserva », il resto era destinato a sovvenzionare la comunità sperimentale della Guyana.

Quando Deborah si recò a Jonestown nel 1977, sapeva già qualcosa dei sistemi adottati da Jones. «Negli anni in cui ne feci parte... mi accorsi che l'organizzazione si discostava sempre più di frequente dai suoi scopi dichiarati di cambiamento sociale e di sostegno alla democrazia.» Jones, disse la ragazza, «a poco a poco si impose come un tiranno sui membri della setta ».

Debbi Layton si divertiva a osservare e ad ascoltare le prediche di Jones nel quartier generale del Tempio a San Francisco. Quasi sempre si rendeva conto che le sue parole non avevano senso. Quale predicatore che tenga sermoni di tre o quattro ore tutto di un fiato riuscirebbe a mantenersi logico? «Ma», raccontò, «quando entrai a far parte del Tempio, il reverendo Jones sembrava fare una netta distinzione tra fantasia e realtà... e il più delle volte, quando diceva cose irrazionali, ne era ben consapevole e se ne serviva come di strumenti della sua autorità. La sua teoria era quella secondo la quale il fine giustifica i mezzi».

Per quelli che, come la Layton, credevano nella visione di Jones del futuro, vederlo esibirsi era esaltante. Giocava con i sentimenti degli ascoltatori, elogiando e minacciando, ricorrendo a diabolici ammonimenti, poi descrivendo la sicurezza che si poteva conquistare con la fede in lui e nella sua interpretazione dei Vangeli.

La fiducia di Jones in Deborah fu messa in evidenza poco dopo l'arrivo della ragazza a Jonestown. Le affidò l'incarico di sorvegliare le trasmissioni radio a San Francisco provenienti dall'affaccendata comune nella giungla. I messaggi per la California divennero sempre più strani.

Jones affermava di essere vittima di continui attacchi. L'ex membro Grace Stoen aveva appena inviato in Guyana un avvocato, Jeff Haas, per il complicato caso di custodia di minori nel quale era coinvolto suo figlio. Le tirate di Jones contro Grace e il marito di lei continuarono senza sosta alla radio, in pubblico e durante le funzioni nel Tempio. Poi la radio trasmise gracidando un compito per la Layton e per numerosi altri membri perché [gli Stoen] la smettessero di attaccare Jones. Se non fossero bastati cinquemila dollari, bisognava offrirgliene diecimila. Stoen comunque non si lasciò corrompere. Perciò da Jonestown giunsero altre istruzioni: incontrarsi con Stoen al Tribunale Superiore di San Francisco, tendergli un agguato nell'atrio e intimidirlo con delle minacce perché non entrasse. Di nuovo la missione fallì.

Nel tardo autunno del 1977, i messaggi radio dalla Guyana divennero ancor più frenetici e isterici.

Il consigliere di Jones per le relazioni pubbliche a San Francisco era Terry J. Buford. Quest'ultima e la Layton vennero incaricate di inviare un messaggio ai funzionari del governo della Guyana.

Si trattava di un messaggio straordinario: a meno che i governanti della Guyana non avessero preso immediate iniziative per fermare l'azione del tribunale guyanese in merito alla custodia di John Victor Stoen, l'intera popolazione di Jonestown si sarebbe uccisa con un suicidio di massa alle cinque e mezzo del pomeriggio di quello stesso giorno.

Le due donne non riuscirono a mettersi in comunicazione telefonicamente con i funzionari del governo guyanese. Ma sapevano che lo stesso incarico era stato affidato ad altri membri del Tempio.

Poco dopo, un nuovo messaggio giunse via radio. L'iniziativa aveva avuto successo. Il procedimento era stato sospeso e la minaccia di suicidio revocata.

Quando la Layton giunse a Jonestown, si rese ben presto conto che la minaccia del suicidio di massa non era stata una spacconata.

Prima di tutto c'erano gli altoparlanti che ripetevano senza interruzione il messaggio di Jones. Jones teneva discorsi con quel mezzo in media per una durata di sei ore al giorno. Inveiva in termini ampollosi ed esaltati contro i «traditori» che avevano abbandonato il Tempio e parlava della punizione riservata a chi tradiva: la morte. Quando era particolarmente agitato, continuava ancora più a lungo, senza interruzione. A volte dichiarava di essere la reincarnazione di Lenin, di Gesù Cristo o di altri personaggi storici o religiosi. Sosteneva di avere amici potenti, che andavano dai capi dell'Unione Sovietica fino a Idi Amin, il dittatore pazzo dell'Uganda.

Gli altoparlanti blateravano senza posa. Anche se un residente della comune era ammalato e non poteva assistere alle maratone dei raduni serali nel campo, non aveva scampo. L'altoparlante faceva giungere le parole di Jones in tutti gli angoli del solitario accampamento.

Soltanto in seguito la Layton si rese conto di aver ascoltato le parole di un folle. «Sosteneva di possedere poteri divini... di avere percezioni extrasensoriali, di riuscire a guarire le malattie e di essere in grado di leggere mi pensiero della gente. Non dormiva per giorni e giorni, a volte, e continuava a parlare invariabilmente di cospirazioni ai suoi danni. Pensava che il fatto di essere stato calunniato e messo in ridicolo gli avrebbe impedito di avere un posto nella storia. La sua ossessione del posto nella storia era paranoica. Quando prendeva in considerazione la perdita di quello che era convinto gli appartenesse di diritto, un suo posto nella storia, appunto, si mostrava sempre più abbattuto e diceva che tutto era perduto.»

L'orario di lavoro a Jonestown era estenuante, proprio come nelle comuni del Tempio e nelle proprietà negli Stati Uniti. Per la grande maggioranza, i membri del Tempio lavoravano dalle sette del mattino alle sei del pomeriggio, per sei giorni la settimana e dalle sette del mattino alle due del pomeriggio la domenica. L'intervallo per il pranzo era di un'ora, impiegata in massima parte per arrivare fino alle cucine, per mettersi in fila e per fare ritorno al posto di lavoro. Non era consentita nessun'altra pausa di riposo.

La Layton ben presto si sentì esausta. Aveva profonde occhiaie ed era paurosamente calata di peso. Riso a colazione, minestra di riso a pranzo e riso e fagioli a cena costituivano la dieta quotidiana. Esausta, spaventata, senza più legami di alcun genere con la patria, Debbi ascoltava la crescente enfasi di morte insinuarsi nelle esaltate arringhe di Jones.

«Il concetto del suicidio di massa per il socialismo si presentava con insistenza. Poiché le nostre esistenze erano, in ogni caso, miserabili e dal momento che ci spaventava il pensiero di contraddire il reverendo Jones, tale concetto non suscitava alcuna opposizione», ricordava Debbi.

L'unico momento in cui l'atmosfera si animava a Jonestown era quello in cui giungevano visite, parenti o altri membri che venivano a visitare il villaggio nella giungla. Il campo organizzava una vera e propria rappresentazione, con Jones come regista. Il lavoro giornaliero veniva abbreviato, c'erano musiche, la gente ballava e il cibo migliorava.

Dei membri dell'ambasciata americana di Georgetown giungevano là di tanto in tanto, indotti a quel viaggio dalle voci e dai rapporti che parlavano di maltrattamenti. Si trovavano di fronte aperti sorrisi di devoti e fervidi credenti nel nuovo corso al quale stavano dando vita. Naturalmente, tutti i visitatori ascoltavano ripetute dichiarazioni di gratitudine nei confronti di Jim Jones.

Una volta la settimana arrivava la Notte Bianca. L'agghiacciante ripetizione di un gesto di incredibile devozione a Jones. Durante la «Notte Bianca», Jones radunava l'intera popolazione. «La situazione», diceva, «è disperata». I mercenari erano nella giungla. Le guardie armate del campo (la trentina d'uomini in tute verdi da lavoro che pattugliavano il campo di giorno, e la notte si riducevano a quindici) non sarebbero state in grado di fermarli. Quando i mercenari della giungla fossero stati loro addosso, li attendevano inimmaginabili torture. L'unica via d'uscita consisteva nel suicidio di massa per la gloria del socialismo.

Veniva ordinato a tutti di mettersi in fila, compresi i bambini. Ognuno riceveva un bicchierino di liquido rosso. «Fra tre quarti d'ora», diceva Jones in tono calmo, «saremo tutti morti. Bevete.»

La gente di Jonestown rimaneva là nelle tenebre, in attesa di morire. I membri di una famiglia si tenevano stretti gli uni agli altri, parlando sommessamente. Ma, sebbene avessero bevuto, non moriva nessuno. Le convulsioni non sopraggiungevano. Jones, felice per lo spettacolo offerto dai residenti del campo, diceva loro che il liquido distribuito era innocuo. Avevano superato la prova di lealtà. Ma una nota sinistra si insinuava nella sua voce mentre si chinava sul microfono. Quella notte gli unici uomini armati erano le stesse guardie del campo, diceva, però «non è molto lontano il tempo in cui dovremo morire».

«La sofferenza fisica dovuta allo sfinimento era così grande», disse in seguito la Layton, «che quegli avvenimenti non riuscivano a essere traumatici per me.»

La vita divenne monotona. La straordinaria disciplina cominciò ad apparire normale. Anche i bambini l'accettavano. Quasi tutto meritava una punizione. Per gli adulti, il soggiorno di una settimana nella «scatola», una prigione di legno di circa un metro per un metro per due, non era una cosa insolita. Il «piedone» spettava ai bambini.

Di solito le marachelle e i danni infantili si risolvevano in un tragitto lungo un sentiero buio, effettuato dal bambino accompagnato dagli incaricati di far rispettare la legge nel campo, fino al punto in cui Jones aspettava di fianco al pozzo. Pallidi per la paura, i bambini venivano sollevati e lasciati scivolare nell'acqua assicurati a una corda. Nelle tenebre del pozzo, erano in attesa altri membri che, istruiti da Jones, dovevano afferrare il bambino e trascinano sott'acqua. Nell'oscurità, lontani dai genitori e da una qualsiasi possibilità di soccorso, i bambini scontavano le disobbedienze, con ripetute immersioni.

In seguito, dovevano ringraziare il «Padre», il reverendo Jim Jones, a voce alta e più volte, e dirgli che si sentivano dispiaciuti. Altrimenti il «piedone» li avrebbe afferrati di nuovo. Le loro urla terrorizzate echeggiavano per tutta Jonestown, poi si affievolivano nella giungla silenziosa e lussureggiante.

Anche se a qualcuno balenò il pensiero di una fuga, nessuno lo manifestò. La Layton decise di andarsene soltanto quando la possibilità di farlo le piovve letteralmente addosso dal cielo. Non disse nulla né alla madre né al fratello. Si preparò semplicemente a partire.

Fu autorizzata a recarsi a Georgetown per un incarico affidatole dalla setta. Una volta giunta nella capitale della Guyana, come raccontò in seguito, «presi la decisione di fuggire o di morire nel tentativo. Mi misi di nascosto in contatto con mia sorella che mi acquistò telegraficamente un biglietto d'aereo».

Non era facile scuotersi di dosso il terrore e il dominio psicologico che permeavano Jonestown. Jones aveva detto ai suoi seguaci di aver infiltrato un informatore nell'ambasciata degli Stati Uniti a Georgetown. Sarebbe stato subito informato se qualcuno avesse tentato di andarsene e si fosse rivolto per questo all'ambasciata. Debbi gli aveva creduto, almeno in parte. Tutto sembrava possibile.

Naturalmente non esisteva alcun informatore. Due impiegati dell'ambasciata stessa, Richard McCoy e Daniel Weber, aiutarono Debbi a ottenere un passaporto e a partire; Fu semplice. La ragazza salì su un aereo e se ne andò.

La Layton giunse a San Francisco ben decisa a far sapere al governo gli strani e sinistri avvenimenti che si svolgevano nella Guyana. La cosa si rivelò un'impresa molto difficile. La stampa di San Francisco, per quanto avesse già iniziato una seria indagine sul Tempio del Popolo, si stava ancora muovendo con cautela. Jones aveva amici potenti sia al governo sia nei giornali. La benevolenza nutrita nei suoi confronti da una larga parte della comunità, soprattutto della comunità nera, era una forza da non sottovalutare.

Debbi si mise in contatto con l'avvocato Haas e, con il suo aiuto, scrisse una particolareggiata dichiarazione firmata e giurata. In essa riassumeva la propria esperienza nella setta. Il primo paragrafo affermava con decisione: «Lo scopo di questa dichiarazione è quello di richiamare l'attenzione del governo degli Stati Uniti sull'esistenza di una situazione che minaccia la vita di alcuni cittadini statunitensi residenti a Jonestown, nella Guyana».

Le undici pagine dell'esposto continuavano poi descrivendo nei particolari le condizioni mentali di Jones, la quasi impossibilità di allontanarsi dal campo, le dure condizioni di lavoro, il vitto inadeguato, il terrore e le brutali punizioni e infine il rituale ripetersi delle «Notti Bianche» come prove generali del suicidio in massa.

La dichiarazione venne resa nota a tutti i giornalisti di San Francisco. Haas telefonò a quelli che conosceva personalmente e chiese loro di essere spalleggiato. La maggior parte di costoro ignorò il suo appello. Il San Francisco Chronicle gli diede un debole sostegno.

L'articolo, pubblicato il 16 giugno del 1978, nella seconda pagina, iniziava così: «L'avamposto del Tempio del Popolo nella giungla sudamericana è stato ieri descritto come un regno remoto in cui il capo della setta, il reverendo Jim Jones, ordina pubbliche punizioni corporali, organizza una squadra di cinquanta guardie armate e coinvolge i suoi millecento seguaci in una prova di suicidio in massa».

Una volta di più, anche quando queste notizie apparvero sui giornali, non ci furono richieste di un'indagine. L'unica eccezione fu costituita dal deputato Leo Ryan di San Mateo, in California.

 
 
 
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