Il deputato Leo Ryan
Il deputato al Congresso, il cinquantenne Leo Ryan, un democratico della California, già da più di un anno aveva udito voci che parlavano di percosse, di segreti acquisti di armi, di prove generali di suicidi di massa e di persone trattenute contro la loro volontà a Jonestown.
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| Il deputato della California Leo J. Ryan (Susan Ehmer, San Francisco Chronicle). |
Non era il primo uomo politico avvicinato da ex membri del Tempio del Popolo o da ansiosi parenti di seguaci di Jim Jones; Ryan fu però il primo a mostrare più di un blando interesse per la situazione in Guyana.
Senza saperlo, gli avversari del Tempio del Popolo avevano trovato infine l'unico uomo davvero disposto per temperamento e per interesse personale a studiare a lungo e in profondità, e alla fine in maniera decisiva, il misterioso culto.
Leo Joseph Ryan, nativo del Nebraska e insegnante, entrò in politica verso la metà degli anni cinquanta. «A Leo non piacque come si svolsero le cose durante l'epoca del senatore Joseph McCarty e volle entrare in politica per fare qualcosa a quel proposito», ricordava Joe Holsinger, da lungo tempo collaboratore di Ryan e suo buon amico.
Contemporaneamente «l'uomo del Middlewest» insegnava alla scuola superiore del sobborgo di San Bruno, a San Francisco. Venne eletto nel 1956, dopo aver posto la sua prima candidatura a una carica nei pubblici uffici, e ottenne un seggio nel consiglio municipale della zona sud di San Francisco, un altro sobborgo di quella grande città.
Nel 1961 si verificarono alcuni eventi che avrebbero infine coinvolto Ryan nell'indagine sul Tempio del Popolo.
Ryan insegnava inglese ed educazione civica alla Capuchino High School durante il giorno e assolveva ai suoi doveri come consigliere municipale la sera. Fu prescelto per assistere all'insediamento del presidente neoeletto, John F. Kennedy, in qualità di rappresentante del corpo degli insegnanti e accompagnatore della banda scolastica che doveva partecipare alla sfilata della parata inaugurale.
Non c'era grande disponibilità di camere negli alberghi di Washington in quella settimana di gennaio, perciò Ryan fu costretto a dividere la stanza con Sammy Houston, un fotografo dell'Associated Press incaricato di fotografare i musicanti della scuola superiore provenienti dalla zona della Baia di San Francisco. I due nipoti di Houston dovevano un giorno raggiungere Jonestown in Guyana; nessun elenco di sopravvissuti reca i loro nomi.
Nel lontano 1960, le istantanee del professor Leo Ryan e dei suoi studenti che marciavano lungo la Pennsylvania Avenue occuparono la prima pagina dei giornali in tutto il paese e costituirono un'energica spinta per la nascente carriera politica di Ryan.
L'uomo politico e il fotografo rimasero amici in tutti quegli anni, e fu proprio quell'amicizia a spingere infine Ryan all'appuntamento con il Tempio del Popolo.
Il giovane consigliere comunale partecipò poi alle elezioni per l'assemblea dello stato nel 1962 e venne eletto nella prima di cinque sessioni alla Camera dei deputati dello stato della California. Ryan fu il primo democratico, dopo più di un secolo, a rappresentare la contea di San Mateo alla legislatura; i votanti appartenenti ai colletti blu e alla classe media all'estremo nord della contea avevano infine superato nelle votazioni i ricchi repubblicani dei sobborghi urbani della zona a sud.
Non ci volle molto a Ryan per assicurarsi una reputazione di legislatore aggressivo, imprevedibile, dotato del gusto dell'avventura e di una buona disposizione nell'assicurarsi vistosi titoli in prima pagina.
Un giorno si allontanò senza chiasso dalla capitale dello Stato, Sacramento, e si recò a lavorare come insegnante alla Jefferson High School, frequentata in prevalenza da neri, in un quartiere povero e violento nel centrosud di Los Angeles.
Lì, ben lontano dalla zona in cui viveva, non sarebbe stato riconosciuto, e soltanto un pugno di amministratori scolastici sapevano che il nuovo supplente nel campus era un legislatore statale impegnato a svolgere il proprio compito, lo studio dei problemi che affliggevano le scuole cittadine.
«È stato un incubo», disse Ryan quando uscì dall'ambiente accademico e raccontò la propria avventura ai giornalisti.
Questo personale approccio con i problemi, senza intermediari divenne il suo marchio di fabbrica. Qualcuno dei suoi colleghi storse il naso di fronte alle iniziative del democratico di San Mateo, considerandole un pretesto per mettersi in mostra, ma i più plaudirono alla sua aggressiva risolutezza.
«Leo era convinto che i legislatori avrebbero dovuto andare a vedere più da vicino come stavano le cose invece di limitarsi ad ascoltare le parole degli altri», spiegò anni dopo il suo collaboratore Joe Holsinger. «Riteneva suo dovere farsi un'idea precisa dei problemi delle persone da lui rappresentate».
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| Il deputato Leo J. Ryan nel 1970, mentre svolgeva un'inchiesta sulle condizioni carcerarie nella prigione di Folsom (Wide World Photos). |
Nel 1970 Ryan effettuò un'altra indagine diretta facendo in modo di trascorrere una settimana dietro le sbarre della prigione di Folsom, l'istituto di pena che presenta le maggiori garanzie di sicurezza ed è destinato ai delinquenti più incalliti. Fu, come asserì in seguito, «l'esperienza più spaventosa della mia vita».
Convinto che l'unico modo per realizzare una riforma delle prigioni consistesse, per un pubblico funzionario, nel constatare di persona, e dall'interno, come funzionasse il sistema carcerario, Ryan trascorse otto giorni in una cella di isolamento di tre metri per quattro nella prigione chiamata eufemisticamente «centro di riabilitazione».
Aveva consentito che le guardie e i detenuti venissero posti al corrente delle sue visite in anticipo, e nei suoi incontri con i prigionieri era accompagnato dalle guardie carcerarie: esiste un confine fra il coraggio e la temerarietà, e Ryan non lo ha mai attraversato. Il deputato però trascorse il proprio tempo con i carcerati e venne accompagnato a Folsom ammanettato e con tanto di ferri ai piedi, in un furgone pieno di delinquenti incatenati.
Le avventure di Ryan suscitavano ondate di pubblicità. Tutto ciò contribuì a farlo passare nel 1972 dall'assemblea statale alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti quale deputato per l'undicesimo distretto della California, una vasta zona di cittadine che sorgevano nei sobborghi e di centri urbani minori estendendosi da San Francisco fino a metà strada lungo la penisola verso San Josè.
Una volta al Congresso, si fece ben presto la fama di solitario, di uomo più incline a seguire i propri istinti che non ad adeguarsi ciecamente alla linea di partito. «Era il tipo di persona che è disposta ad agire di propria iniziativa», osservò il rappresentante alla camera Pete Stark, un democratico di Oakland. «Non si poteva mai sapere con certezza, soltanto per il fatto che era un democratico, un liberale, o perché veniva dalla California, se si sarebbe comportato in un modo o nell'altro. Leo seguiva la propria strada.»
La tendenza a vedere le cose con i propri occhi lo trasformò in un instancabile viaggiatore le cui missioni alla scoperta della verità lo portarono in quasi tutti i continenti nel corso della sua permanenza al Congresso.
I suoi oppositori politici amano far notare che Ryan era uno dei membri della Camera che avevano viaggiato di più, ma le loro accuse di essersi dedicato a viaggi di piacere ebbero ben scarso peso nelle sue vittoriose rielezioni.
Ryan, che si era sposato due volte e due volte aveva divorziato, viveva da scapolo in una bella casa di città a un paio di chilometri di distanza dal Campidoglio di Washington. Aveva cinque figli: Christopher di ventinove anni, Shannon di ventisei, Patricia di venticinque, Kevin di ventitré ed Erin di ventuno.
Il suo rigido individualismo politico avrebbe potuto rovinare la carriera di qualsiasi uomo politico. Per esempio, sebbene fosse stato un insegnante, si oppose alle preferenze per gli insegnanti delle scuole pubbliche e appoggiò piani di finanziamento che avrebbero consentito ai genitori di far frequentare ai figli scuole private con il sussidio dello stato. Entrambe le soluzioni riguardavano opinioni strettamente personali e costarono a Ryan l'ostilità delle organizzazioni dei professori e di altri potenti gruppi sindacali nel suo distretto.
Nonostante i rapporti assai spesso tesi con il mondo dei sindacati, Ryan venne rieletto senza difficoltà nel 1974, nel 1976 e nel 1978, proprio pochi giorni prima del suo viaggio in Guyana.
Gli elettori di Ryan comprendevano la famiglia Hearst, e lui stesso si definì «rappresentante al Congresso di Patty Hearst», quando si rivolse ai funzionari del dipartimento della giustizia per caldeggiare la commutazione della pena inflitta alla ragazza che aveva partecipato alla rapina in una banca di San Francisco dopo essere stata sequestrata.
Nel suo studio del caso Hearst, Ryan prese in considerazione per la prima volta il concetto del lavaggio del cervello, un argomento che avrebbe costituito un fattore importantissimo nella sua indagine sul Tempio del Popolo.
Tutto sembrava cospirare per rinnovare l'interesse di Ryan a proposito dei culti, di quello di Jim Jones in particolare, tanto più che diversi anni prima un membro della famiglia di Ryan si era trovato completamente irretito in un altro culto religioso del genere.
«Leo aveva sperimentato in seno alla propria famiglia i pericoli connessi con quel genere di sette», ricordò in seguito Holsinger. «Allorché gli venne chiesto di prendere in esame il Tempio del Popolo, aveva già le sue idee riguardo a quello che tali associazioni potevano combinare».
Il primo appello affinché indagasse sul Tempio del Popolo gli giunse nell'estate del 1977 da un vecchio amico e per breve tempo compagno di stanza, il fotografo dell'Associated Press Sammy Houston. Questi scrisse una lettera a Ryan, che lo andò a trovare nella sua casa di San Bruno per parlare dell'argomento.
«A Sammy era stata asportata la laringe a causa di un cancro e di conseguenza non poteva parlare», rammentava Holsinger. «Perciò si serviva di una lavagnetta e di un pezzo di gesso per illustrare i suoi problemi. In questo lo aiutava anche la moglie».
Houston raccontò a Ryan una triste storia che riguardava il figlio Bob che si era unito per un certo periodo al gregge di Jim Jones e poi era rimasto ucciso in circostanze misteriose in uno scalo ferroviario di Oakland uno o due giorni dopo aver abbandonato il Tempio del Popolo. Della setta facevano parte anche due bellissime bambine, le nipoti di Sammy Houston, che si trovavano adesso nella Guyana. Con le lacrime agli occhi, Houston chiese a Ryan di tentare di scoprire se le nipoti stavano bene e di cercare di riportarle negli Stati Uniti, se fosse stato possibile. Aveva sentito parlare di violenze e di abusi, perpetrati anche sui bambini. Ryan si dichiarò pronto ad assumersi quel compito. Holsinger ricordava: «Leo disse: "Sammy, farò di tutto per riportarti le tue nipotine"».
Dopo la visita a Houston, altre famiglie cominciarono a rivolgersi a Ryan. Qualcuna apparteneva al suo distretto, ma molte venivano da più lontano. Si rivolgevano al rappresentante al Congresso di San Mateo perché era l'unico nella zona della Baia a far parte del Comitato della Camera per le relazioni estere e perché era il solo a mostrarsi sinceramente preoccupato da quel problema.
Dapprima Ryan tentò di agire tramite lo stato e il dipartimento della giustizia, cercando di ottenere informazioni e, se si fosse dimostrato necessario, un intervento diretto. Ma non ottenne nulla. Ambedue le agenzie federali sostennero con insistenza di essere persuase che le cose procedevano bene a Jonestown, rammentò in seguito Holsinger.
Durante l'estate del 1978, Ryan si incontrò regolarmente con parenti di membri del Tempio e con ex appartenenti alla setta. Essi riferirono episodi di violenza e altre atrocità. Eppure le agenzie federali evitarono di lasciarsi coinvolgere.
Le persone ostili a Jones sollecitarono Ryan a effettuare una visita personale a Jonestown. Vai laggiù e portaci con te, e forse riusciremo ad aprire gli occhi all'ambasciatore americano, dicevano. Se non altro, là riusciremo a vedere i nostri congiunti, supplicavano.
Ryan era scettico riguardo a tutti gli orrori che si raccontavano. Come disse Holsinger, «Leo sapeva che esisteva sempre un rovescio della medaglia, e il suo sistema per scoprire la verità consisteva nell'andare a vedere di persona come stessero le cose».
Con i suoi caratteristici modi sbrigativi, Ryan disse inoltre ai parenti angosciati e ai funzionari del dipartimento di stato che se avesse scoperto che qualcuno veniva trattenuto a Jonestown contro la sua volontà, non avrebbe esitato a portarlo via con sé.
In autunno, Holsinger cominciò a organizzare il viaggio, facendo attenzione a preparare la visita ufficiale da parte di un membro del Comitato della Camera per le relazioni internazionali e non il viaggio di un rappresentante indipendente.
Ryan parlò con il presidente del Comitato, Clement Zablocki, un democratico del Wisconsin, che forni al viaggio nella Guyana ogni crisma di ufficialità e acconsentì a finanziarlo con i fondi del Comitato.
Ryan invitò altri membri del Comitato ad accompagnarlo, ma soltanto uno dei rappresentanti, Edward Derwinski, un repubblicano dell'Illinois, accettò l'invito. All'ultimo momento, quando Ryan lo aspettava all'aeroporto, Derwinski cambiò idea.
«Tutto venne fatto secondo le regole», disse Holsinger. «Telegrafammo all'ambasciatore degli Stati Uniti in Guyana per invitarlo ad adottare gli opportuni provvedimenti in vista di una visita ufficiale. Telegrafammo anche a Jim Jones il primo novembre per annunciargli l'arrivo di Leo. Si trattava di un telegramma conciliante, gentile, per niente minaccioso».
La notizia del viaggio in Guyana venne resa nota alla stampa dal figlio di Holsinger, Will Holsinger, un avvocato assunto da Ryan per compiere ricerche sul Tempio del Popolo e per studiare la possibilità che la setta avesse violato le leggi dei vari stati americani per la faccenda degli assegni della sicurezza sociale e le esenzioni concesse alle associazioni religiose.
Il giovane Holsinger accennò all'imminente viaggio con Gordon Lindsay, un giornalista indipendente inglese, che aveva scritto numerosi articoli sul Tempio del Popolo e si manteneva in stretto contatto con il personale di Ryan.
Lindsay non poteva partecipare al viaggio, ma ne informò la National Broadcasting Company, perché la stazione radiotelevisiva stava preparando un documentario sui vari culti. La NBC telefonò all'ufficio di Ryan dicendo di voler inviare un gruppo di giornalisti e fotografi per accompagnare il rappresentante al Congresso. Ryan diede il proprio benestare.
Uno o due giorni dopo, il cronista dell'Examiner di San Francisco Tim Reiterman telefonò all'ufficio di Ryan. Aveva saputo del viaggio dagli ex membri del Tempio del Popolo e voleva parteciparvi. Poi, disse Holsinger, telefonò a David Perlman, il direttore del San Francisco Chronicle e, come per caso, accennò al fatto che Ryan stava per recarsi in Guyana subito dopo le elezioni.
Immediatamente Perlman volle sapere se Guyana significava Jonestown; quando Holsinger rispose affermativamente, il direttore del Chronicle disse di voler inviare uno dei suoi reporter.
«Joe ci avverti che non c'era alcuna garanzia di poter proseguire oltre Georgetown, né per Ryan né per nessun altro», rammenta Perlman. «Ne parlai a Bill German, il nostro direttore amministrativo, e a Dick Thieriot, il proprietario del giornale. Tutti si mostrarono d'accordo nel voler mandare un inviato».
Perlman decise di escludere Marshall Kilduff, il giornalista che aveva già scritto moltissimo sulle attività del Tempio del Popolo nel corso degli anni passati: Jones e la cerchia del Tempio consideravano l'insistente giovane cronista un nemico.
«Francamente, non crediamo che per Marshall tiri aria buona, laggiù », disse Perlman. «Come minimo potrebbero dargli dei fastidi. È anche possibile che la sua sola presenza sia sufficiente per indurre l'intero gruppo ad allontanarsi da Jonestown».
In luogo di Kilduff, Perlman decise di inviare Ron Javers, relativamente estraneo alla città; Javers non aveva mai scritto una parola sul Tempio del Popolo nei dieci mesi in cui aveva lavorato per il Chronicle. Veniva da Harward ed era soprattutto un giornalista politico; la maggior parte dei suoi articoli parlavano della proposta di legge numero 13 e del fisco californiano.
«Ron è un giornalista deciso, energico e competente», disse poi Perlman. «Inoltre era del tutto sconosciuto al Tempio del Popolo, a quell'epoca. Questo rappresentava un fattore importante nella scelta della persona cui affidare l'incarico».
Poiché avevano saputo del viaggio di Ryan soltanto pochi giorni prima della prevista data di partenza, i giornalisti di San Francisco non ebbero il tempo per espletare le formalità burocratiche che avrebbero consentito loro di assicurarsi tutti i visti d'ingresso necessari per recarsi in Guyana. Fecero il possibile, ma in vasta misura dovettero basarsi sulle assicurazioni di Ryan e dell'ufficio stampa guyanese di Washington, secondo i quali le cose si sarebbero sistemate non appena fossero giunti a Georgetown.
Holsinger disse in seguito che il governo guyanese «fece tutto il possibile per impedire alla stampa di accompagnare Leo; il dipartimento di stato americano non si compromise e non si mostrò gran che disposto a collaborare per facilitare le cose. Continuarono a dirci che la Guyana era un paese piccolo e suscettibile e che il governo degli Stati Uniti voleva evitare a tutti i costi di dare l'impressione di comportarsi come un gigante prepotente».
Mentre i due governi si dimostravano così poco interessati, Ryan rassicurava personalmente i giornalisti: «Fidatevi di noi. Faremo in modo che siate presenti».
Si trattava di una dichiarazione tipica da parte di Ryan, il quale sapeva far valere il suo peso politico come qualunque altro membro del Congresso. L'alto e piacente deputato non era certo il tipo disposto a sopportare gli sciocchi o lasciarsi fermare dai burocrati... e non accettava neppure, quanto a questo, un «no» come tutta risposta.
L'ingresso nella Guyana il 14 novembre non presentò difficoltà per nessuno del gruppo, fatta eccezione per Javers del Chronicle. Quella sera il giornalista telefonò a Perlman, a casa sua, dall'aeroporto internazionale di Temehri di Georgetown per chiedere aiuto: stava per essere fermato dai funzionari guyanesi, ma non conosceva il motivo del proprio fermo.
Dapprima i funzionari avevano detto a Javers che i suoi documenti non erano in regola. Poi dichiararono che lo stavano trattenendo all'aeroporto perché aveva violato le norme valutarie guyanesi.
In effetti, prima di partire da San Francisco, Javers si era recato da Deak & Company, specialisti in valuta estera, per acquistare qualche dollaro della Guyana per il viaggio. Acquistò trecentocinquanta dollari guyanesi pagandoli settantacinque dollari americani.
«Risultò poi che i regolamenti guyanesi consentono ai viaggiatori di portare con sé soltanto quindici dollari in valuta locale», spiegò in seguito Perlman. «Quando fummo messi al corrente del problema di Ron all'aeroporto, cominciammo un frenetico scambio di telefonate con l'ufficio di Ryan e con l'ambasciata guyanese a Washington nel tentativo di sistemare le cose e di far entrare Javers nel paese.»
Alle due antimeridiane, ora di Washington, Perlman riuscì infine a raggiungere a casa sua il deputato Phillip Burton, un membro influente del Congresso, nel quale rappresentava la maggior parte della popolazione di San Francisco. L'impetuoso Burton, noto per la sua tendenza a mettere sotto i piedi un burocrate alla minima provocazione, incominciò a fare telefonate a favore di Javers. Poche ore dopo, un funzionario del dipartimento di stato incaricato dei rapporti con il Congresso telefonò a Perlman per assicurargli che l'ambasciata degli Stati Uniti in Guyana era stata avvertita e che funzionari dell'ambasciata stessa stavano recandosi a soccorrere Javers.
Grazie all'intervento del Congresso, Javers venne rilasciato e i giornalisti si resero conto che Ryan rappresentava la loro ancora di salvezza. Non sapevano però che Ryan la pensava nello stesso modo sul loro conto.
«Leo riteneva che la stampa costituisse la sua migliore protezione, e la stampa era convinta di avere in lui il suo parafulmine», ricordava tristemente Holsinger. «Alla fine si scoprì che si sbagliavano tutti quanti».
Molto più tardi, l'afflitto collaboratore del deputato ricordò una conversazione che Ryan aveva avuto pochi giorni prima di partire per la Guyana con i componenti la troupe degli operatori dell'NBC che l'avrebbe accompagnato.
«Quando Leo disse loro della sua esperienza nella prigione di Folsom, Bob Brown, l'operatore, gli domandò quale fosse la cosa più importante che aveva imparato durante il soggiorno in carcere. Leo rispose: "Ho imparato a non avere più paura. Ho scoperto che non ci si può abbandonare alla paura e sperare di concludere qualcosa!"»
Leo Ryan aveva deciso. Voleva conoscere la realtà e le ingiustizie nascoste, senza paura. Ma quella volta Ryan, i suoi collaboratori e i giornalisti stavano per affrontare l'imprevedibile, la follia.
Poche testimonianze oculari delle brutali ore a Jonestown e a Port Kaituma sono vivide come quella riportata nelle pagine che seguono.
La trascrizione è tratta da un nastro registrato su dettatura del giornalista Ron Javers, ricoverato nell'ospedale della base Andrews dell'Aeronautica, il giorno dopo che un proiettile sparato dagli adepti del Tempio del Popolo gli era stato estratto dalla spalla.