Testimonianze oculari

15 e 16 novembre

Ripensandoci adesso, essere stato trattenuto per dodici ore dai funzionari dell'ufficio immigrazione della Guyana non mi sembra più una gran cosa. A paragone di quel che sarebbe successo nel corso della settimana, era meno che niente. Ma al momento io sapevo solo che i funzionari dell'immigrazione mi tenevano lì in piena notte, in un paese il cui governo non era in buoni rapporti con quello degli Stati Uniti.

Il deputato al Congresso Ryan, che voleva aiutarci a entrare senza problemi in Guyana, era già stato condotto alla sede dell'ambasciata degli Stati Uniti a Georgetown, una cinquantina di chilometri più a Nord.

Il volo della Pan American, partito da New York nel pomeriggio di martedì 14 novembre, arrivò all'aeroporto internazionale di Temehri mercoledì mattina, cinque minuti dopo la mezzanotte.

Entrammo nella bassa costruzione di legno del terminal e aspettammo di passare per l'ufficio immigrazione e la dogana. Le file di gente erano lunghe e lente; il caldo era quasi insopportabile e l'aria umida per la pioggia pesante che aveva inzuppato il terreno del campo.

L'équipe della NBC, che si stava interessando alla vicenda già da qualche tempo, disponeva di lasciapassare ufficiali per la stampa già al momento della partenza dagli Stati Uniti e poté quindi passare la frontiera senza problemi.

Tuttavia riuscirono a farcela anche Tim Reiterman e Greg Robinson dell'Examiner di San Francisco, senza lasciapassare e quindi in una situazione del tutto analoga alla mia. Charles Krause, corrispondente dall'America Latina per il Washington Post, aveva ricevuto l'incarico di recarsi a Georgetown solo il giorno prima. Anche lui passò tranquillamente.

Quando toccò a me, mi fu ritirato sia il passaporto, sia il denaro che mi ero procurato alla Deak & Co. di San Francisco per ogni eventuale spesa da sostenere prima di trovare una banca. Avevo 330 dollari della Guyana, cioè circa 75 dollari in valuta americana. Il caporale di servizio timbrò sul mio passaporto «VISTO NON CONCESSO» senza darmi alcuna spiegazione. Dei soldati in divisa kaki mi accompagnarono in una stanza di cinque metri per cinque e mi dissero di aspettare lì.

Alcuni funzionari della compagnia aerea cercarono di darmi una mano e la Pan Am propose di assumersi la responsabilità della mia custodia per quella notte, prima in un albergo di Georgetown e poi, dopo che i funzionari locali ebbero rifiutato questa offerta, in una saletta d'attesa all'aeroporto.

Ormai i viaggiatori se n'erano andati tutti eccetto Bob Flick dell'NBC. Flick dichiarò che sarebbe rimasto al mio fianco finché fosse stato necessario. Ci sedemmo a chiacchierare su un logoro divano ricoperto di plastica verde. Uno dei soldati incaricati di sorvegliarmi si addormentò quasi subito. Lo invidiavo: io non potevo certo dormire, con l'adrenalina che avevo in corpo. Non m'ero mai sentito tanto sveglio in vita mia.

Alle 3,20 del mattino, il caporale dell'ufficio immigrazione chiese a Flick se «come speciale favore ai funzionari dell'ufficio immigrazione» poteva portare a Georgetown un ufficiale con la sua macchina presa a nolo. Flick consegnò al caporale le chiavi della macchina e rispose che restava con me. Alle 3,30 del mattino una donna cominciò a fare le pulizie. Alle 4,30 il caporale, che moriva dalla voglia di andarsene a casa, ritornò per qualche istante. Si era tolto l'uniforme e adesso sfoggiava una camicia aloha, un paio di calzoni sportivi e un berretto da baseball.

Nel frattempo si era addormentato anche il mio custode, ma per quanto mi riguardava cercare di scappare sarebbe stato assurdo. Non c'era posto dove andare.

Alle 5,30 un operaio alzò la bandiera rossa, gialla e verde della repubblica della Guyana. Poco prima delle 6,30 il buio cominciò a diradarsi. Vedevamo il 707 della Pan Am che ci aveva trasportato lì e un vecchio Cubana a elica, l'unico altro aereo di linea che si trovasse sul campo di atterraggio. Grazie al suo governo socialista, la Guyana ha ottimi rapporti con Cuba.

Alle 8,20 i miei sorveglianti se ne andarono, sostituiti da un nuovo gruppetto capeggiato da un uomo con tanto di uniforme e spalline. Alle 10,55 una delle guardie si addormentò.

Mi era stato concesso di recarmi al bar dell'aeroporto. Avevo bisogno di una buona colazione, ma il caffè in cui mi trovavo era proprio solo un caffè e serviva solo caffè. Alle 11,20 fui chiamato ai telefono al banco della Pan Am. Era Ryan. «Ho fatto tutto il possibile», mi assicurò, «e non intendo cedere».

Mentre Ryan si dava da fare per me a Georgetown, anche il deputato al Congresso Philip Burton di San Francisco era stato messo al corrente della sgradevole situazione nella quale mi trovavo. Da Washington, Burton incalzava il Dipartimento di Stato perché si facesse qualcosa per risolvere il mio caso.

A mezzogiorno fui convocato nell'ufficio direttivo dell'immigrazione e per la prima volta un funzionario guyanese mi sorrise, dichiarandosi dispiaciuto per il contrattempo. Aveva ricevuto il permesso di lasciarmi entrare. Potevo trattenermi in Guyana per cinque giorni.

Mi timbrò il passaporto. Flick e io partimmo subito in taxi per la tortuosa autostrada a due corsie che corre lungo il fiume Demerara fino alla costa e a Georgetown.

Arrivati lì, scoprimmo che ai nostri colleghi non era andata poi così liscia. Giunti al Pegasus Hotel, avevano scoperto che le loro prenotazioni erano state misteriosamente disdette, e così molti di loro avevano dovuto passare la notte in bianco come me e Flick.

Alcune ore prima dell'alba, alcuni funzionari dell'ufficio immigrazione si erano recati all'albergo (evidentemente con l'automobile di Flick) per informare Tim Reiterman e Greg Robinson che i visti erano stati timbrati sui loro passaporti per errore. Ordinarono ai due giornalisti di lasciare la Guyana col volo delle ore 13,00 per New York; l'ordine fu poi sospeso quando anch'io ottenni il permesso di restare.

Anche le nostre prenotazioni al Pegasus, il miglior albergo della città, furono imprevedibilmente riconfermate. Non vedevo l'ora che cessasse la sospensione dell'erogazione d'acqua di mezzogiorno per rinfrescarmi un po'. Comunque sia, essere arrivati a Georgetown costituiva soltanto un primo passo: c'erano momenti in cui avevamo proprio l'impressione che non saremmo mai riusciti ad andare oltre. Le trattative erano a un punto morto.

I quattordici parenti dei seguaci del Tempio che erano arrivati da New York con Ryan cominciavano a dar segni di impazienza e preoccupazione.

Nel pomeriggio del mercoledì alcuni di loro si recarono alla sede del Tempio del Popolo a Georgetown, in un grande edificio di legno abitato da venti membri dell'organizzazione. Furono ricevuti al cancello da tre loro conoscenti, donne della zona della Baia di San Francisco, che avevano seguito Jim Jones in Guyana. «Non ci fa per niente piacere vedervi qui», disse una delle donne ai visitatori. «Rivolgetevi all'ambasciata americana».

Era appunto quel che stava facendo Ryan. Ospite d'onore dell'ambasciatore, quel giorno ascoltò prima di tutto una breve conferenza su Jonestown, con tanto di diapositive a colori. Ryan ammise di essere stato colpito da quelle immagini, ma la conferenza non bastò a farlo desistere dal recarsi di persona sul luogo. Non fu affatto soddisfatto delle notizie rassicuranti ricevute all'ambasciata.

«Sono venuto a indagare sulle condizioni di persone che, secondo le mie informazioni, faticano dall'alba al tramonto, sottoposte a tremende pressioni psicologiche e fisiche se non lavorano abbastanza», dichiarò alla stampa quella sera stessa. «Il Tempio del Popolo in ogni modo tenta di ostacolarci e spera di farci desistere costringendoci ad attendere».

Ryan aveva trascorso parte della giornata parlando a telefono con Charles Garry di San Francisco e Mark Lane, che era stato coinvolto in un omicidio, i due avvocati in concorrenza per l'incarico di rappresentare Jim Jones e il Tempio.

Il Tempio di Georgetown rese noto un breve comunicato che condannava la progettata visita di Ryan come «manovra sensazionalistica degli organi di informazione».

Le trattative proseguirono giovedì; Ryan si sforzava di mantenere un atteggiamento aperto nei confronti di Jones. «È possibile che Jim Jones abbia fatto qualcosa di buono, laggiù», dichiarò il deputato. «A giudicare dalle fotografie, sembra che sia riuscito a operare prodigi, facendosi strada nella giungla e fondando la sua comunità. Ma io voglio sapere se Pat e Judy sono laggiù a sradicare le piante con le mani».

Alludeva alle due nipoti di un suo vecchio e caro amico, Sam Houston di San Francisco, fotografo dell'Associated Press. «Le mie ipotesi su quello che succede laggiù potrebbero essere sbagliate, certo», continuò Ryan, «ma potrebbero anche essere la sacrosanta verità».

Giovedì pomeriggio noleggiai una macchina con autista e in una ventina di minuti mi recai dal centro di Georgetown alla sede locale del Tempio del Popolo, nel quartiere dei Giardini Lamaha. I parenti degli adepti erano stati respinti, ma forse io sarei stato ricevuto. Percorremmo strade di terra battuta lungo le quali uomini e donne guidavano grasse mucche. Incontrammo file di scolaretti dalla pelle scura eleganti nelle loro uniformi marrone e oro. Ci fermammo all'altezza del cancello davanti alla costruzione di legno. Mi feci sentire.

Due giovani mi accompagnarono all'interno dell'edificio in una camera da letto linda e ordinata, nella quale degli altri ragazzi, tutti americani come le mie due guide, chiacchieravano seduti su delle brande.

In una veranda laterale mi presentarono Sharon Arnos, una donna matura, piccola e cordiale. Dapprima non volle parlare. Dopotutto, non ero stato invitato e poi ero uno dei primi giornalisti a entrare lì.

Il figlio del capo della chiesa, Stephan Jones, al centro, denuncia suo padre durante una conferenza stampa. Sfuggì al massacro perchè era a un torneo di basket a Georgetown, in Guyana (UPI).

«Come facciamo a scrivere quello che voi avete da dire sul Tempio del Popolo se non possiamo metterci in contatto con voi e parlarvi?» Allora la donna si mostrò meglio disposta. Conobbi il figlio di Jim Jones, Stephan, che indossava una tuta mimetica arrotolata fino alle ginocchia. Mentre Sharon e io conversavamo, Jones faceva esercizio di sollevamento pesi.

John Cobb e altri tre adolescenti, in calzoncini e maglietta, stavano uscendo per un allenamento di pallacanestro. Il fratello di John, Jim, era uno dei parenti giunti a Georgetown con Ryan.

Conobbi Debbie Touchette, una sorridente giovane donna di colore. La sorella Micki era venuta fin lì per cercare di sapere che cosa era successo a sua madre, suo padre, la nonna e il nonno, due fratelli, uno zio e Debbie: otto persone in tutto.

Avrei saputo di più sul conto di tutte queste persone più tardi, ma nel frattempo dovevo ascoltare Sharon Amos. Mi disse che la stampa era contro Jones, un uomo, disse, che in vita sua non aveva fatto altro che bene.

«Non si tratta solo di quei parenti», spiegò Sharon, alludendo alle persone che non erano state ricevute. «È un autentico complotto per distruggere il Tempio del Popolo». Mentre parlavamo, ai suoi piedi giocava suo figlio Martin, di nove anni. Me ne andai dopo circa tre quarti d'ora, dichiarando che speravo di poter andare a Jonestown per vedere di persona come stavano le cose.

Giovedì sera Ryan era ormai stanco e deluso per le lunghe e vane trattative telefoniche con Mark Lane. Noi eravamo sempre più impazienti. Andammo da Ryan a protestare per la scarsa collaborazione da parte dell'ambasciata statunitense e delle autorità guyanesi. Don Harris dell'NBC, che aveva assistito alla caduta di Saigon dal tetto dell'ambasciata americana, esclamò: «Non so voi, ma io sono venuto qui per vedere Jonestown e in un modo o nell'altro ci andrò».

Bob Flick dell'NBC, incaricato della parte organizzativa, aveva noleggiato aerei in Guyana e nei paesi vicini. Reiterman e io decidemmo di unirci alla sua équipe.

Ryan ci disse di restare con lui. Riteneva che fosse imminente una schiarita. Invece fu un giorno deludente.

I parenti, smarriti, volevano parlare con l'ambasciatore americano John R. Burke; grazie all'intervento di Ryan furono finalmente ricevuti nella modesta ambasciata bianca dall'aria anonima, allineata con una serie di negozi decrepiti della Main Street.

Visto che non potevamo fare altro, decidemmo di divertirci un po' andando in giro a far compere per constatare se, come affermava un vecchio opuscolo turistico della Pan Am, Georgetown era davvero «la città giardino del Sudamerica».

Davanti all'ambasciata Bob Brown, cameraman dell'NBC, fece amicizia con un gruppo di ragazzini cenciosi permettendo loro di guardare il traffico stradale attraverso il mirino della sua telecamera.

I parenti uscirono dall'ambasciata dopo un'ora e mezzo. Howard Oliver, un fabbricatore di orologi di San Francisco i cui due figli adolescenti erano a Jonestown da più di un anno, definì il colloquio «una delle solite inutili tiritere burocratiche». Sua moglie Beverly, di quarantasette anni, fu più esplicita: «Tutte cazzate!» esclamò.

Mentre saliva su un'automobile marrone per andarsene, Burke dichiarò ai giornalisti che considerava i colloqui «utili», aggettivo che secondo me era tipico dello stile diplomatico, completamente privo di significato, ma molto comodo.

Ryan era spazientito quanto noi. Giovedì sera si recò alla sede locale del Tempio dei Popolo. Chiese a Charles Krause del Washington Post di accompagnarlo e di aspettarlo in macchina come testimone.

«Sono entrato là dentro», ci raccontò dopo, «e ho detto semplicemente: "Salve, sono Leo Ryan, il cattivone. C'è nessuno che ha voglia di parlare con me?"» Aveva trovato una dozzina di persone, per lo più giovani, seduti intorno a un tavolo. Altri avevano chiuso le porte al suo apparire. C'erano anche Sharon Amos e Jim McElvane, un negro imponente che sembrava essere il capo.

Ryan disse che era stata una cosa sorprendente. Solo lui, Sharon Amos e McElvane avevano parlato. I dodici giovani non avevano aperto bocca. «Ho detto loro: "Non sono qui per sentire il raccontino da due dollari dal cicerone di turno. Voglio parlare con quella gente"», proseguì Ryan. «"Se constaterò che le preoccupazioni dei parenti a proposito dei presunti maltrattamenti è priva di fondamento, non ci saranno incriminazioni di sorta. Però se voi rifiutate di lasciarmi entrare, vuol dire che quella è una prigione. E allora entrano in gioco leggi sulla sicurezza sociale, le disposizioni finanziarie e fiscali, i regolamenti sui passaporti eccetera eccetera, e ho intenzione di usare ogni arma legale che riuscirò a trovare nella normativa statunitense».

Col passar del tempo, Ryan diventava sempre più rigido. «Non voglio intermediari», dichiarò. «La Convenzione di Ginevra esige incontri faccia a faccia. Chiunque neghi l'accesso a rappresentanti della stampa o a membri di legittime commissioni d'inchiesta governative, calpesta diritti costituzionali fondamentali».

Poi il deputato fece un'osservazione a proposito di un particolare che nessuno aveva notato. «Sapete», disse, «non ho mai sentito uno del Tempio menzionare Dio. In quella casa non c'era niente che facesse pensare a un impegno di carattere religioso. Ma se questa non è un'organizzazione religiosa, allora perché sono esenti da tasse? C'è la pretesa di un impegno religioso, ma io non sono sicuro che esista davvero».

I membri del Tempio del Popolo avevano detto a Ryan che Jim Jones era malato e quindi non avrebbe potuto riceverlo anche se fosse andato da solo. Solo Mark Lane poteva prendere decisioni in merito. Dunque erano gli avvocati a tenere in mano la situazione, in fondo.

Ormai si era arrivati a venerdì mattina. Dagli Stati Uniti erano arrivati Mark Lane e Charles Garry. Noi eravamo tutti riuniti nella hall del Pegasus.

Ryan, i rappresentanti della stampa e i parenti dei seguaci di Jones avevano noleggiato un aereo; tutti insieme, aspettavamo di partire per la trasvolata di duecentocinquanta chilometri fino all'aeroporto di Port Kaituma, una decina di chilometri a est di Jonestown.

«Dateci solo due ore per parlare con quelli di Jonestown e sentire se vogliono che andiate fin là», continuava a urlare Lane. «Non va, Mark, non va», rispondeva Jackie Speier, l'assistente di Ryan. «Vediamo di arrivare al dunque, finalmente!» Nel frattempo Garry mi disse: «Mark e io ci teniamo di certo. Vogliamo che venga la stampa».

In quel momento, ne sono certo, Garry era convinto che una volta giunti a Jonestown avremmo constatato la veridicità delle sue affermazioni, perché quel luogo era effettivamente un «paradiso».

Partimmo alla volta dell'aeroporto.

17 e 18 novembre

Finalmente eravamo in viaggio per Jonestown. Ci lasciavamo alle spalle l'inattività inquietante di Georgetown, languida capitale di centottantamila anime, così simile agli scenari dei romanzi di intrighi tropicali di Graham Greene, un luogo in cui di solito non succede niente, ma può succedere qualsiasi cosa in qualunque momento.

Ora la storia avrebbe assunto tinte più precise, colori più densi e più scuri. Sorvolavamo una giungla fitta e verdissima alla volta di un insediamento che somigliava sinistramente a quanto descritto in quel cupo dramma di Eugene O'Neill dal profetico titolo di The Emperor Jones. «Non sono l'imperatore?» chiede il Jones di O'Neill nel dramma del 1920. «Le leggi non valgono per lui».

I particolari sono diversi. Il Jones di O'Neill proveniva da Harlem per assumere il comando di una colonia tropicale. Il Jones di San Francisco era un prodotto dell'America media, ma anche lui soggiogava i suoi seguaci.

Rammentai che l'imperatore Jones moriva sotto una pioggia di proiettili d'argento.

Nessuno poteva prevedere che cosa sarebbe stato di Jim Jones, ma tutti noi avevamo sentito parlare delle lezioni educative al suicidio di massa. Sembrava piuttosto probabile che comunque non sarebbe morto di vecchiaia.

Il volo durò poco più di un'ora. A bordo dell'Otter bimotore della Guyana Airways eravamo in diciotto.

Mark Lane, uno dei legali del Peoples Temple (John O'Hara, San Francisco Chronicle).

Ryan era il capo del gruppo, l'uomo che aveva reso possibile il volo. Poi c'erano i due avvocati, Lane e Garry. Erano riusciti a convincere Jones che non poteva sbarrare i cancelli di Jonestown davanti a un deputato al Congresso in missione ufficiale. Lane e Garry avevano anche un'altra funzione. Per noi erano anche la nostra polizza d'assicurazione, il nostro salvacondotto.

Poi c'eravamo noialtri, la stampa, due assistenti di Ryan, funzionari dell'ambasciata americana e del governo guyanese e quattro membri del gruppo dei Parenti Preoccupati. Ormai avevamo preso a scriverlo con le maiuscole: almeno mentalmente, li consideravamo come un'organizzazione ufficiale.

Charles Garry, legale del Tempio del Popolo, il 14 novembre 1978, poco prima della partenza per Jonestown (Susan Ehmer, San Francisco Chronicle).

Ci commuoveva in particolare il caso di Anthony Katsaris, un uomo di Ukiah, con i baffi e lo sguardo triste, che dimostrava meno dei suoi ventitré anni. Katsaris era giunto a Georgetown col padre per tentare di persuadere la sorella venticinquenne Maria a tornare a casa.

James Cobb, di ventotto anni, sembrava tranquillo e abbastanza sicuro del fatto suo. Studente di odontoiatria a San Francisco, era stato membro del Tempio del Popolo tra il 1967 e il 1973. Nel 1972 l'organizzazione l'aveva fatto iscrivere all'Accademia di Polizia di San Francisco per un corso sulle tecniche d'arresto e l'uso delle armi da fuoco. Sperava di trovare la madre, tre sorelle e due fratelli.

Beverly Oliver di San Francisco era arrivata in volo a Georgetown accompagnata dal marito. Cercava due figli maschi, Bruce di diciannove anni e Billy di diciotto.

Carol Boyd, figlia del fotografo dell'Associated Press Sam Huston, era la quarta rappresentante del gruppo dei Parenti. Era scesa a Georgetown accompagnata da sua madre, Nadyne Houston, e veniva a cercare le figlie di suo fratello, Patricia di quindici anni e Judy di quattordici.

Non c'era posto per altri. Dieci membri dei Parenti Preoccupati avevano dovuto attendere a Georgetown. Il gruppo aveva tenuto una penosa riunione al Pegasus Hotel, durante la quale aveva concluso che era più importante che la stampa e i rappresentanti degli organi di informazione fornissero testimonianze dirette a tutto il mondo. Il ritrovamento dei familiari avrebbe dovuto attendere ancora. Quindi avevano scelto quattro del gruppo che rappresentassero tutti.

L'aereo proseguiva. Ogni tanto gli alberi erano così fitti che non si vedeva più il terreno e, come capita a tutti coloro che sorvolano la giungla, anch'io mi domandai come avremmo potuto sopravvivere in caso di atterraggio di fortuna. In altri punti si scorgevano vasti tratti di terreno scoperto, fango rosso, piatto e profondo.

Non c'erano strade. È incredibile quanto un gruppo di persone può essere isolato a soli duecentocinquanta chilometri dalla capitale. Non c'era modo di raggiungere Jonestown se non per via aerea, o con un lungo viaggio in barca lungo la costa atlantica e poi sul fiume Kaituma. Avevo la vaga sensazione d'essere in trappola. Ci avvicinavamo alla nostra destinazione. Le condizioni meteorologiche erano buone e quando sbucammo dalle nuvole vedemmo gli arcobaleni sotto di noi. Forse, pensai tra me con scarsa convinzione, è un buon segno.

Poi ci trovammo di fronte alla dura realtà. L'aereo atterrò sulla pista di Port Kaituma, l'insediamento fluviale dieci chilometri a est di Jonestown. Quando lo steward calò la scaletta, ci trovammo a tu per tu con un fucile a colpo singolo calibro 30 che qualcuno ci puntava in faccia.

C'erano due uomini. Quello armato di fucile si presentò come il caporale Rudder della polizia guyanese. Ci comunicò che il permesso d'atterrare ci era stato rifiutato. Persino Lane e Garry, i due avvocati del Tempio del Popolo, restarono piuttosto sconcertati per questa accoglienza. Credevano di aver chiarito tutto con Jones per radio.

«Da chi ha ricevuto queste istruzioni?» gli chiedemmo.

«Ho ricevuto queste istruzioni dal Tempio del Popolo qualche giorno fa», rispose il caporale. «Penso che se ci andrete succederanno dei guai. Credo che se voi andrete a Jonestown, qualcuno ci lascerà la pelle».

Mentre scendevamo dall'apparecchio per proseguire la trattativa, il caporale Rudder abbassò il suo fucile. Era un ometto straordinariamente brutto, ma scoprimmo che riusciva a rendersi sufficientemente simpatico quando non ci spianava addosso il suo fucile.

Alcune persone a bordo di un trattore erano venute da Jonestown alla pista d'atterraggio per ricevere l'aereo. Si decise che Lane e Garry sarebbero tornati a Jonestown con loro per negoziare.

Aspettammo per mezz'ora ai bordi della pista di fango rosso e grigio. La temperatura superava i trenta gradi. Qualcuno ci vendette un paio di casse di birra gelata.

Poi un grosso camion ribaltabile giallo a cinque assi si avvicinò pian piano a noi. Ci dissero di salire per attraversare il tratto di fango alto una spanna che ci divideva ancora da Jonestown.

In un levar di schizzi, passammo per il cancello della pista, accanto a una piccola capanna dentro cui erano visibili alcune persone; stava piovendo. Arrivammo all'insediamento al centro della colonia, quando ormai era già notte.

Fummo scortati al «padiglione», cioè una grande tettoia per le riunioni con una copertura di latta sorretta da montanti, senza pareti. Passammo oltre uno dei pali che sorreggevano la tettoia e ci sedemmo a un lungo tavolo. Il pavimento era di terra battuta.

Jones era seduto a capotavola; indossava una camicia rossa e dei calzoni kaki. Aveva i capelli neri e delle lunghe basette; nonostante fosse buio, portava degli occhiali da sole. Sapemmo in seguito che non li toglieva mai.

La prima impressione fu di trovarmi di fronte a un damerino. Aveva il labbro superiore e la fronte imperlati di sudore e si lamentava della sua malattia. Disse che aveva più di trentanove di febbre.

Pensai che mi trovavo al cospetto di un uomo ormai sulla china discendente.

Non ero ancora pronto ad azzardare una conclusione precisa su che cosa non andava, ma cominciai a sentirmi piuttosto preoccupato.

Ci offrirono subito del caffè e più tardi ci servirono una cena a base di carne di maiale alla griglia, verdura, patate e caffè. Mentre mangiavamo, pensai che sarebbe stato facile per Jim Jones avvelenarci tutti quanti. Ma, naturalmente, continuammo a mangiare.

Più tardi, a notte quasi inoltrata, un'eccellente orchestra rock suonò in nostro onore. Lo spettacolo fu vivace e piacevolissimo, con un contenuto emotivo davvero notevole e profondo. E irreale. Noi stavamo a guardare, ma eravamo separati dal resto del pubblico.

Ci sembrava forzato e innaturale che persone adulte, molte delle quali erano bianchi di mezza età, si agitassero in quel modo, gridando e battendo le mani, seguendo il ritmo di una musica che soltanto una generazione più giovane poteva comprendere. Pensai che forse avevano ricevuto l'ordine di mostrarsi entusiasti.

Poi alcuni giovani di Jonestown, maschi e femmine, assieme ad una anziana attrice comica che chiamavano Jonestown Moms Mabley, cantarono per noi. Restai sorpreso. La loro esibizione era al livello di professionisti di talento.

Ryan fu invitato a dire qualche parola.

«Sono molto contento di trovarmi qui», esordi il deputato, in piedi sotto i fasci di luce dei riflettori, rivolgendosi agli astanti. «A dispetto delle accuse che ho sentito formulare ai danni di Jonestown, sono sicuro che ci sono persone qui, questa sera, convinte che tutto ciò sia quanto di meglio è successo loro in tutta la vita». Fu un pandemonio. Tre minuti abbondanti di ovazioni, acclamazioni e hurrà.

«Mi dispiace che voi non votiate tutti nella contea di San Mateo», commentò Ryan scherzando quando le grida si furono spente. Dopo questa modesta battuta, la sua faccia diventò seria.

«Non voglio comunque che ci si facciano illusioni», dichiarò senza più sorridere. «Questa è un'inchiesta del Congresso».

Cercai di staccarmi dal gruppo per trovare qualcuno con cui parlare, ma trovai soltanto persone che facevano segno di sì e di no con la testa o mi assicuravano che tutti lì se la passavano meravigliosamente.

Alle undici lo spettacolo si concluse e la folla scomparve all'interno delle baracche di legno che circondavano il padiglione.

Fu allora che la facciata fittizia cominciò a mostrare le prime crepe. Una donna di Jonestown riuscì ad avvicinarsi a Don Harris dell'NBC e gli passò furtivamente un messaggio scritto, vago ma inquietante: «Vi prego, aiutateci ad andarcene da Jonestown!» C'erano quattro firme, scritte con un pennarello nero.

Harris si fece scivolare il messaggio all'interno di uno stivale.

Ora il padiglione era semivuoto. Restavano Jones, alcuni dei suoi massimi luogotenenti e la nostra esigua delegazione. Ci dissero che avremmo dovuto andarcene. Ryan e i due avvocati avrebbero potuto trascorrere la notte a Jonestown, ma per noi non c'era nemmeno una stanza in tutto l'insediamento.

Discutemmo, avanzammo obiezioni. Volevamo metter giù i nostri sacchi a pelo sul pavimento del padiglione vuoto, o sul terreno immediatamente circostante. In qualsiasi posto. Ma ci ripeterono che non era possibile. Il Tempio del Popolo aveva riservato dei posti per noi a casa di un uomo di nome Mike che gestiva una discoteca a Port Kaituma. Saremmo stati prelevati l'indomani alle 8,30 e avremmo potuto continuare la nostra visita.

Non c'era niente da fare. Salimmo di nuovo sul camion e giungemmo a casa di Mike a mezzanotte. Alle donne del nostro gruppo fu riservata la camera da letto; agli uomini fu detto che potevano sistemarsi nel soggiorno o sul pavimento della cucina.

I rappresentanti degli organi d'informazione si ritirarono in sala da ballo, una costruzione coperta di lamiera ondulata, con un piccolo giradischi asmatico e cinque o sei dischi. Le pareti erano iridescenti e si vedevano delle scritte come Hey-O Baby, Soul Time e Play That Music.

Bevemmo della birra, sulla veranda e chiacchierammo un po'. Eravamo molto giù.

Alle quattro il giovane agente di polizia che avevamo già visto in compagnia del caporale Rudder ammiccò verso di me e Tim Reiterman dell'Examiner di San Francisco e disse che aveva qualcosa di segreto da comunicarci in privato.

Lo seguimmo per una lunga strada fangosa, lungo le rotaie arrugginite della linea ferroviaria dei tempi della miniera di manganese a Matthew Ridge, cinquanta chilometri a sud. Ci condusse a una baracca sul fiume. Era buio pesto e per trovare l'entrata dovemmo procedere a tentoni.

Poi un secondo individuo accese un fiammifero e con quello una candela contenuta in una lattina vuota di birra. I due ci parlarono di un personaggio di nome Leon.

Alcuni guyanesi avevano trovato Leon nell'estate del 1977. Leon era scappato da Jonestown, ci dissero. Era stato tenuto nella «stiva», una grande fossa a mezzo chilometro dalla zona cucina di Jonestown.

Il poliziotto ci disse di aver visto questa «stiva» con i suoi occhi e, in essa, la piccola scatola nera in cui venivano rinchiusi per punizione i prigionieri che avevano violato il codice di Jim Jones. Non c'era luce. Non c'era aria. Non vi arrivavano nemmeno i rumori.

L'agente di polizia non aveva alcuna intenzione di tornarci. Anche se ci trovavamo in territorio guyanese e lui era un funzionario dello stato, gli stranieri di Jonestown montavano una guardia molto attenta. Si limitò a spiegarci come avremmo potuto trovare il posto anche da soli.

Grazie ad alcuni amici guyanesi, Leon era riuscito a fuggire. Rientrato a San Francisco aveva parlato con alcuni giornalisti, che non sapevano fino a che punto credere che il suo racconto fosse verosimile. La sua storia appariva fantastica e non c'era modo di verificarla.

Ora noi, qui, avevamo appena udito il medesimo racconto, e questa volta dalla bocca di un poliziotto guyanese.

Avevo sentito raccontare cose del genere, più vaghe, da altri giovani guyanesi che mi avevano preso in disparte per raccontarmi in segreto di aver visto gente di Jonestown con braccia o mani fratturate. Riferivano di aver sentito parlare di pestaggi.

«La gente cerca di fuggire», ci disse un uomo. In certi periodi i tentativi di fuga si ripetevano due volte l'anno, in altri periodi con una frequenza di due al mese.

«Cercano di nasconderlo», proseguì l'uomo, «ma noi vediamo. La gente qui intorno non è così sciocca come pensano loro».

Tornammo alla discoteca e ci appisolammo per qualche ora.

Alle 8,30 eravamo pronti, ma il camion che ci avevano promesso non arrivò. Alle nove Don Harris ci distribuì tazze di caffè istantaneo che aveva preparato con della polvere solubile che teneva in un contenitore con le attrezzature e i viveri d'emergenza.

Alle 9,30, ancora niente.

Reiterman e io decidemmo di riferire ad Harris quel che ci aveva raccontato il giovane poliziotto.

Dal canto suo, Harris ci mostrò la richiesta scritta d'aiuto che aveva ricevuto. Voleva consegnarla a Ryan.

Eravamo tutti in evidente competizione tra noi per motivi di lavoro, come è logico, ma a questo punto avevamo ormai concluso che qui si trattava di fronteggiare uniti Jones.

Arrivarono le dieci. Niente.

Alle 10,30, però, ricomparve il camion giallo, per prelevarci e trasportarci nuovamente a Jonestown, a dieci chilometri da lì.

Al nostro arrivo ci offrirono la prima colazione. Noi declinammo cortesemente l'offerta dicendo che volevamo metterci subito al lavoro e fare un giretto.

La nostra visita fu mantenuta negli angusti limiti di binari ben definiti. Marceline Jones, moglie del reverendo ed ex infermiera, ci accompagnò all'asilo. Era una simpatica casetta arredata e rallegrata da murales e decorazioni disegnate a mano.

Una mezza dozzina di bambini giocava su una veranda laterale al riparo dal sole. C'erano delle donne adulte a sorvegliarli.

Poi ci portarono a vedere un'aula, dove quindici o venti bambini facevano esercizio di lettura. La cosa ci parve strana. Era sabato e ci era stato detto che a Jonestown rispettavano gli orari normali della scuola ufficiale, dal lunedì al venerdì.

Ogni volta che cercavamo di allontanarci da quanto reputavamo predisposto ad hoc in occasione della nostra visita, saltava fuori subito qualcuno che si offriva di accompagnarci. «Salve», ci diceva in tono allegro, «posso esservi utile?»

Riuscimmo comunque a farci un'idea di com'era quel posto. C'erano grosse cucine da campo, con tettoie in lamiera ondulata sorrette da pali.

L'area abitata presentava una rete di sentieri su cui era stato messo dell'asfalto leggero, nel fango. Ai lati c'erano ringhiere alte poco più di un metro. Il padiglione centrale era circondato da costruzioni di assi di legno bianche e grigie.

Questa cortesia un po' forzata si squagliò come neve al sole quando alcuni di noi abbandonarono le guide per avvicinarsi a una costruzione che si chiamava «Jane Pitt Gardens». Era una specie di palazzina da caserma, con le imposte chiuse e la porta sbarrata.

Bussammo piano alla porta, e dalle fessure sbirciò fuori una donna anziana.

«No, vi prego non entrate», disse. «Non vogliamo vedere nessuno.» Richiuse la porta.

Ci volgemmo alle nostre guide, che dissero di voler rispettare il diritto della donna a difendere la sua intimità. Ci spiegarono che molte delle donne ospitate in quella palazzina erano state violentate e rapinate negli Stati Uniti, e avevano un terrore sacro di tutti gli sconosciuti.

Allora chiedemmo l'intervento di Garry e Lane. Ci avevano assicurato che avremmo potuto vedere com'era fatta Jonestown, e ora trovavamo una porta sbarrata. Gli avvocati intercedettero per noi qualche istante dopo, quando potemmo entrare nella palazzina, potemmo constatare con i nostri occhi perché nessuno voleva mostrarci i «Giardini di Jane Pittman».

C'erano una sessantina di brande a castello, alcune a tre livelli. Sulle brande erano sedute una trentina di donne anziane, e altre ne vedemmo scappar fuori da una porta sul retro. Erano quasi tutte di colore.

Io parlai a una decina di loro. Tutte mi parvero terribilmente spaventate. Nel tono di voce più triste e spaventato che si possa immaginare, mi giurarono che erano molto, molto, ma molto felici, che lì era come vivere in paradiso.

La facciata si stava sgretolando.

Una donna, Edith Parks, si avvicinò a Don Harris e con voce risoluta e chiara gli disse: «Voglio venir via con te. Voglio andarmene da Jonestown».

«Può venire con noi», le rispose Harris. «Sarete al sicuro.»

La condusse dal deputato Ryan, che la invitò a sedersi su una panca, in attesa che fossimo pronti a partire.

Jones le si avvicinò e chiese se poteva parlarle.

«Naturalmente», rispose Ryan.

L'atmosfera mutò. Jones sembrò agitato. Le parlò concitatamente all'orecchio. Non capivamo quel che stesse dicendo, ma era evidente che stava cercando di farle cambiare idea. La vecchia non ne voleva sapere. Guardava fisso davanti a sé, con le mani strette in grembo, senza aprir bocca.

L'agitazione di Jim Jones aumentò. La sua fronte si imperlò di sudore. Noi assistevamo affascinati alla scena.

Molte altre persone cominciavano a trovare il coraggio di dire apertamente che volevano andare via.

Il gruppo crebbe di numero.

Circa un'ora prima del momento della partenza da Jonestown le persone che avevano dichiarato di volersene andare erano nove.

Poi dodici.

Alla fine una ventina di seguaci erano pronti a opporsi alla volontà di Jones.

Dick Dwyer, vicecapo della missione dell'ambasciata statunitense a Georgetown, cominciava a dar segno di preoccupazione. Sapeva che sarebbero venuti a prelevarci soltanto un aereo a diciotto posti e un secondo velivolo a quattro posti, forse. Niente di più.

Che cosa sarebbe stato allora di quelli che avremmo dovuto lasciare a terra?

Si concluse che era necessario fare un paio di viaggi. I rappresentanti degli organi d'informazione, i Parenti Preoccupati e alcuni dei profughi di Jonestown sarebbero saliti a bordo del camion per il primo trasporto a Kaituma.

Il deputato Ryan sarebbe partito con la seconda ondata.

 
 
 
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