Testimonianze oculari (seconda parte)

Intervista a Jim Jones - 18 novembre

«Sono contrario alla violenza», ci disse Jim Jones. Sono contrario a ogni forma di violenza fisica e psichica.»

Parlava lentamente, con voce pacata, con un accento un po' strascicato, e cercava di convincere noi come già aveva fatto con tanta altra gente.

Nelle ore in cui ci fu concesso di trattenerci a Jonestown, ci parve insieme intimorito e affascinato dai rappresentanti dei mass media.

Dapprincipio sembrava che intendesse trattenerci a par-lare con lui perché non avessimo il tempo di ottenere informazioni anche da altri.

Ma è anche vero che per lui rappresentavamo una sfida personale. Desiderava spazzar via il nostro scetticismo.

Avevamo sentito parlare di pestaggi con troppa insistenza, perché potessimo accontentarci delle assicurazioni di Jones senza svolgere una breve inchiesta tra gli abitanti. Gli chiedemmo di una ragazza che era stata battuta settantacinque volte con un'asse.

Alcune fotografie che mostravano la schiena contusa e sanguinolenta di Linda Mertle erano state fatte uscire segretamente da Jonestown, e noi le avevamo viste prima di giunger lì.

«Non ricorriamo più alla punizione corporale», rispose Jones. «Abbiamo smesso da alcuni mesi... da un anno, credo.»

E le fotografie?

«La ragazza ha ricevuto settantacinque colpi perché tale era il desiderio di sua madre, la signora Mertle. La ragazza era cleptomane. La madre aveva richiesto quella punizione. Io dissi alla madre: "Prima picchia me." Mi faccio picchiare spesso.»

Adesso, cercò di convincerci Jones, l'unica punizione consisteva in una sospensione dei privilegi e nell'esclusione dal lavoro.

Gli chiesi che cosa aveva da dire a proposito delle cosiddette «sessioni catartiche», durante le quali i membri della colonia si lasciavano andare vicendevolmente a forme di abuso, sia fisico sia psicologico, anche per ore di fila. «C'erano», replicò Jones. «Sono state abolite.»

Parlammo di armi da fuoco.

«Non ci sono armi da fuoco qui, che io sappia», asserì Jones.

John Brown, uno dei cosiddetti figli adottivi di Jones, intervenne per spiegare che anche per le battute di caccia non ricorrevano mai a armi da fuoco, ma impiegavano archi e frecce.

Ci rendemmo conto che troppo spesso, se una risposta mostrava di non soddisfarci, Jones era subito pronto a tentarne un'altra. Infatti il reverendo finì con l'ammettere che c'erano delle armi, «ma solo armi da caccia, come le carabine.»

Finalmente, verso la fine della nostra intervista di un'ora, ammise: «Armi da fuoco, sì. Ma quante, non saprei dire.»

Come noi sospettavamo, c'era un arsenale.

Quell'uomo era chiaramente il sovrano assoluto della sua colonia, che si estendeva per ventisettemila acri. I suoi sudditi lo chiamavano «Padre» e lui si faceva chiamare «Padre».

Gli domandammo come mai c'erano persone disposte ad affidargli il controllo totale sulla loro esistenza.

«Sono un socialista che crede nella democrazia totale», rispose Jones. «Ma, diamine, che razza di potere avrei io, qui? Dicono che sono a caccia di potere. Che genere di potere eserciterei io, qui, a camminare per le strade con i miei fedeli?»

Cominciava ad inquietarsi.

«Detesto il potere. Non voglio soldi. L'unica cosa che vorrei adesso è di non essere mai nato. Ogni giorno me ne convinco di più. Non mi preoccupo più della mia immagine pubblica, ormai. Vorrei solo non essere mai nato.»

Ci fu una pausa, poi l'uomo che aveva dichiarato che la sua immagine pubblica non gli interessava più, ci disse che aveva lasciato entrare la stampa a Jonestown solo perché vi era stato costretto dai suoi legali, Mark Lane e Charles Garry.

«Dubito che possiate pubblicare la verità», aggiunse Jones. « Se pubblicaste la verità, vi trovereste nei guai. I mezzi d'informazione hanno carta bianca quando si tratta di qualcuno che conduce una vita alternativa.»

D'un tratto Jones ordinò che ci fosse condotto John Victor Stoen, figlio di Grace Stoen, perché il bambino fosse ripreso dalla telecamera. Sia Jones che Tim Stoen sostenevano di essere il padre del bel bambino di sei anni.

«Fagli vedere i denti», ordinò Jones al ragazzino. «Fagli vedere il profilo. Guardate, la somiglianza è evidente.» Lo smarrito ragazzino bruno obbedì, scoprendo i denti e girando la testa.

«Non si deve giocare con la vita dei bambini», proseguì Jones. «Sì, ne sono certo.»

Tim Stoen e la sua povera moglie Grace si trovavano attualmente entrambi a Georgetown, con gli altri familiari in attesa.

Jones disse che Grace era stata una delle sue amanti per quattro o cinque anni. «Grave non mostrò di interessarsi affatto a quel figlio, finché non finì sui giornali», mi confidò Jones. «Grace è una commediante che cerca di mettersi in vista. Il giorno che partì da San Francisco, mi chiese di sposarla. Io le dissi: "Non posso. Sono sposato da ventisette anni con Marceline." Grace è una femmina seducente, una femmina terribile. Mi sento molto in colpa per quella relazione.»

Gli dicemmo di aver sentito dire che l'attività sessuale era suo speciale privilegio a Jonestown, che tutti gli altri erano tenuti a rispettare una rigorosa astinenza.

«Niente sesso?» sbottò. «Balle. Balle. Balle. Dall'estate del 1977 a oggi, sono nati trenta bambini. Come potremmo avere bambini, se non ci fosse vita sessuale?»

C'erano momenti in cui parlava in modo razionale. Discutemmo lo sviluppo della comune. Ci disse che per ora in gran parte il vasto territorio era ancora occupato dalla foresta, ma che i coloni di Jonestown avevano già dissodato qualcosa come diecimila acri.

Spiegò che i viveri venivano ancora per la maggior parte dagli Stati Uniti, in gran parte perché piogge precoci e intense avrebbero privato i residenti di messi, arance e verdure abbondanti.

Anche se a noi ospiti era stata servita carne, venimmo a sapere che la dieta corrente per i residenti era spesso solo riso e sugo di carne, tre volte al giorno. «Questa è una comunità modello», proseguì Jones.

«C'è sempre gente nuova in arrivo. Raramente passa un giorno senza che qualcuno venga a farci visita.»

Ma le sue coraggiose affermazioni subirono improvvisamente una brusca svolta.

«Mi sento come un uomo senza patria. Sì, desidero tornare negli Stati Uniti. Non appena avrà chiarito questi procedimenti a mio carico, tornerò.»

Aspettammo in silenzio. Non c'era bisogno di rivolgergli domande. Proseguì da solo.

«Sono malato. Sento che sto morendo. Devo farmi ricoverare in un ospedale, ma ho troppe responsabilità, qui. Ho avuto la polmonite, fino a cinque giorni fa. Ho trentanove e cinque di febbre. Polmoni, reni, cancro, chissà.»

Il secondo giorno, il tono delle risposte cambiò di nuovo poco prima della nostra partenza.

«Evidentemente è in corso un complotto», dichiarò. «Qualcuno mi ha sparato.»

Chiesi chi partecipava al complotto.

«Chi ha partecipato ai complotti per assassinare Martin Luther King, John F. Kennedy e Malcolm X?» ribatté lui.

«Ogni organizzazione governativa statunitense mi ha reso la vita difficile. Ho cercato di mettere su una comunità alternativa alla cultura degli Stati Uniti. Ho preso con me tossicomani e spacciatori di droga, li ho portati qui e ho avuto successo. Chiunque cospiri per distruggere il Tempio del Popolo è uno stupido. È stupido cercare di distruggere una società socialista volontaria.»

La sua agitazione cresceva. Si accaldava.

«Perché qualcuno dovrebbe temermi? La gente mi uccide con questo genere di scemenze!»

Chiese che gli assicurassimo che avremmo raccontato non solo dei residenti che volevano andarsene, ma anche di quelli che vivevano lì felicemente. Rispondemmo che gli operatori televisivi dell'NBC e i giornalisti avevano già raccolto interviste di persone che dicevano di voler restare.

«Ho dato la mia vita per la mia gente», disse Jones. «Io vivo per il popolo e mi sforzo di aiutarlo!»

Ora sembrava in preda all'isterismo.

Mentre con i dissidenti ci preparavamo ad andare al camion ribaltabile che ci avrebbe trasportati al campo d'aviazione, Jones recriminò: «Tutte le persone che in passato hanno scelto di andarsene hanno anche scelto la menzogna. La gente mi ha mentito dicendomi di non voler andar via, per poi andarsene.»

«Speriamo che non succeda di nuovo.»

La pioggia si rovesciava rumorosamente sulla tettoia del padiglione in cui eravamo riuniti. A quel punto parve che Jones si rendesse conto per la prima volta di quanti fossero quelli intenzionati a partire.

«Scusatemi», disse rivolto ai giornalisti. «Voglio abbracciali tutti, prima che partano.»

18 e 19 novembre

Con nostro gran sollievo, ci trovavamo finalmente sul camion che da Jonestown ci avrebbe riportati alla pista d'atterraggio.

Improvvisamente udimmo provenire del trambusto dal padiglione in cui avevamo lasciato Leo Ryan e i due avvocati, Mark Lane e Charles Garry.

Dalla folla si levò un'acclamazione.

I giornalisti ridiscesero sulla pista fangosa per vedere che cosa stava succedendo. Gli spaventati dissidenti del Tempio che speravano di raggiungere con noi la libertà restarono a bordo.

Ci precipitammo verso il punto dell'assembramento. Un gruppo di uomini dall'aria decisa appartenenti al servizio d'ordine ci sbarrarono la strada e ci ordinarono di ritornare al camion.

Poi vedemmo Ryan che veniva condotto in gran fretta verso il camion. La sua camicia era inondata di sangue. Lane lo teneva per un braccio. Ryan aveva la faccia bianca quanto i capelli.

Lane aiutò Ryan a salire sul camion e ci disse che lui e Garry sarebbero rimasti con un altro gruppo di dissidenti, che speravano di potersene andare. Disse che avrebbero tentato di calmare i membri più esasperati del Tempio del Popolo. «Via! Filate!» ci gridò Lane.

Ma anche il camionista apparteneva al Tempio dei Popolo e non aveva fretta. Il ribaltabile giallo a cinque assi si allontanò lentamente.

In prossimità di una curva vedemmo ancora Lane che ci salutava con la mano.

Ci accalcammo intorno a Ryan verso il fondo del cassone scoperto.

Il deputato ci raccontò che un giovane era corso fuori dalla folla, e aveva cercato di accoltellalo. Quando Ryan aveva ormai la lama alla gola, Lane e Garry avevano afferrato l'assalitore per il braccio strappandogli il coltello di mano.

Ryan non si era fatto nulla. Il sangue apparteneva all'assalitore, più tardi identificato come Donald Sly, che si era ferito quando era stato disarmato.

Ryan non fu l'unico a saltare nel camion all'ultimo momento. Salì anche Larry Layton, un tipo nervoso, esagitato. Disse che voleva scappare da Jonestown.

Gli altri fuggiaschi erano terrorizzati.

«È uno dei suoi luogotenenti! Lui è uno dei pezzi grossi», dissero. «Ci ucciderà tutti, ci ucciderà tutti!»

Non demmo loro ascolto. Chiunque volesse andarsene poteva partire con noi e Layton non aveva meno diritto di loro di approfittare dell'occasione.

Ora, alle 16,20 di sabato 18 novembre, potevamo vedere davanti a noi due aerei che ci aspettavano, l'Otter che avevamo prenotato già il giorno prima e il più piccolo monomotore Cessna, destinato a ospitare alcuni di quelli che volevano scappare.

Sapevamo che non c'era tempo da perdere. Ma non fummo abbastanza svelti.

Da sinistra, dal fondo della pista di decollo, arrivò il camion del Tempio del Popolo che ci aveva portati fin lì, dietro il quale restava parzialmente coperto un trattore rosso con rimorchio.

Saltarono a terra tre o quattro uomini. Cominciò la sparatoria.

Io ero tra i due della NBC, Bob Brown e Don Harris. Avevamo fatto amicizia nel corso del viaggio.

Venni colpito per primo. Fui gettato a terra da un proiettile sparato da un'arma calibro 38 che mi raggiunse alla spalla sinistra.

Mi trascinai dietro alla ruota sul lato destro dell'aereo.

Nel frattempo venne colpito Don Harris.

Mentre gli uomini armati si avvicinavano, Bob Brown, l'operatore dell'NBC, cercò di restare in piedi e continuò a filmare quanto stava capitando.

La sua tenacia era incredibile.

Uno o due uomini con armi più pesanti avanzarono verso di noi. Vidi uno di loro spianare il fucile a pochi centimetri di distanza dalla faccia di Brown.

Il cervello di Bob Brown schizzò dappertutto sulla sua minicamera blu dell'NBC. Poi anche Don Harris venne abbattuto a bruciapelo.

Balzai in piedi e mi misi a correre più veloce che potevo, come non mi era mai capitato prima di allora. Ricordo di aver pensato che era meglio procedere a zig-zag per non offrire un bersaglio troppo facile nell'erba corta. Ricordo anche di aver pensato: «No, saresti troppo lento. Corri in linea retta». Mi gettai nella giungla, graffiandomi mani e braccia e perdendo gli occhiali e la macchina fotografica che portavo al collo. Ero certo che quegli uomini avrebbero potuto inseguirmi.

Col fiato mozzo m'inoltrai nella foresta per una cinquantina di metri. Poi mi fermai. Ero immerso fino alla cintola in un acquitrino. È il momento di tirare le somme, mi dissi.

Mi tolsi di tasca un fazzoletto e lo applicai risolutamente a mo' di tampone sulla parte alta della spalla sinistra dove ero stato colpito. La mia camicia kaki era già inzuppata di sangue.

Riannodai con cura i lacci delle scarpe che si erano sciolti durante la fuga nel fango vischioso. Riuscii in qualche modo a calmarmi un po'. Di lì a un'ora sarebbe scesa la notte e se mi fossi addentrato di più nella palude non sarei più riuscito a venirne fuori. Decisi di procedere parallelamente alla pista dell'aeroporto per avere una vaga idea di dove mi trovavo. Arrancai nella palude finché non fui a circa trecento metri dal punto dell'attacco.

Mi nascosi nella vegetazione al margine della pista. Poi, dal mio posto d'osservazione tra l'erba, sbirciai l'aereo con cautela, con infinita cautela.

Grazie al cielo l'aereo più piccolo era riuscito a decollare.

Scorsi il berretto bianco di Bob Flick dell'NBC e la maglia da polo rossa e marrone di Tim Reiterman dell'Examiner.

Corsi sulla pista.

Quando fui più vicino, vidi che Reiterman aveva un braccio ferito.

Erano entrambi intontiti.

Il deputato Ryan era disteso nel fango davanti alla ruota sul lato destro dell'apparecchio. Un colpo di fucile gli aveva portato via la faccia.

Il cadavere di Don Harris giaceva all'altezza della fusoliera.

Il corpo di Bob Brown era accanto alla coda.

Patricia Parks, la figlia della donna che aveva sfidato Jones ostinandosi a voler partire, era distesa ai piedi della scaletta dell'aereo.

Un altro componente del nostro gruppo, Greg Robinson, il giovane e brillante fotografo dell'Examiner di San Francisco, era accanto alla ruota sul lato sinistro con un coltello piantato nel corpo.

Alcuni superstiti stavano trasportando nella boscaglia i feriti più gravi.

Era necessario trovare un riparo. Eravamo sicuri che gli assassini sarebbero tornati per farci fuori tutti. Cercammo di tamponare alla meglio le emorragie. Ricordo che riempivamo di fazzoletti di carta, di salviette, di tutto quel che trovavamo, quelle ferite aperte come voragini. Versammo del rum su alcune delle ferite. Le bende della nostra piccola cassetta di pronto soccorso finirono in un attimo, sature di bile e sangue.

Alla fine ci sistemammo nell'erba alta ad aspettare che facesse buio. Ormai non mancava molto.

Si sperava di poter superare la notte, fino all'arrivo dei soccorsi. Sapevamo naturalmente che il pilota del monomotore doveva aver dato l'allarme via radio non appena decollato. Ma sulla pista di Port Kaituma non c'erano luci e non era probabile che l'aeronautica militare della Guyana tentasse un atterraggio notturno.

Tuttavia vennero alcuni guyanesi del luogo con taniche di petrolio per segnalare i bordi della pista. Ci dissero che sarebbero arrivati soccorsi di lì a dieci, quindici minuti, un'ora al massimo.

Era impossibile farsi un'idea dello scorrere del tempo, ma la maggior parte di noi capiva che avremmo dovuto aspettare molto, ma molto di più.

Cinquanta o sessanta guyanesi erano usciti dalla boscaglia o erano arrivati dal vicino villaggio di Port Kaituma. Alcuni si avvicinarono per offrire il loro aiuto. Altri presero dai cadaveri orologi da polso, registratori e attrezzature elettroniche, prima che potessimo scacciarli.

Vidi due guyanesi avvicinarsi a Dick Dwyer, vicecapo della missione all'ambasciata americana di Georgetown. Tra loro c'era Larry Layton, il trentaduenne luogotenente di Jones che si era issato sul nostro camion poco prima dell'arrivo di Ryan.

Dale Parks, la cui moglie Patricia era rimasta uccisa nell'attacco all'aeroporto, ci raccontò che cos'era successo.

Layton, ci disse, era salito con la forza a bordo del piccolo Cessna e aveva fatto fuoco quattro volte con una rivoltella. Aveva colpito due dei fuggiaschi di Jonestown. A quel punto Parks l'aveva trascinato giù dal piccolo velivolo ed era riuscito a strappargli di mano la rivoltella. Aveva premuto il grilletto, ma non era successo niente. L'arma si era inceppata.

Dissi agli agenti guyanesi di tenere lontano Layton dalle persone che scappavano dal Tempio del Popolo. Erano pronti a farlo a pezzi.

Dwyer, che assunse il comando del nostro disperato gruppetto di sbandati, si ficcò la pistola nella tasca della giacca coloniale.

Allora ci rendemmo conto che non eravamo soli al momento della sparatoria. I killer avevano allontanato i guyanesi che erano venuti ad assistere al nostro decollo. Quattro militari guyanesi armati di fucili mitragliatori avevano osservato l'attacco da una distanza di circa duecento metri.

Ci dissero che non avevano osato sparare perché temevano di fare ancor più vittime.

Avevano visto gli assassini andarsene sul loro trattore e li avevano lasciati ripartire senza esplodere un sol colpo.

L'unico agente di polizia presente al campo, armato di quel fucile a colpo singolo che ci aveva salutati il giorno prima, era stato disarmato dagli assassini al momento dell'attacco.

A questo punto ci avvicinammo ai militari guyanesi.

Dick Dwyer li persuase a permetterci di ricoverare i feriti più gravi sotto la loro tenda.

Gli abitanti del villaggio ci dissero che gli altri, tra cui alcuni feriti meno gravi come me e Tim Reiterman, avrebbero potuto aspettare in un piccolo bar che chiamavano casa da rum. Era buio e minacciava temporale.

A coppie ci incaricammo a turno della sorveglianza dei feriti nella tenda. Jackie Speier, l'assistente di Ryan, dimostrò un incredibile coraggio. Aveva uno squarcio in una coscia e aveva ricevuto altre ferite gravi a un braccio e al petto. E riuscì lo stesso, non so come, a mettere in funzione il suo registratore e incidere un nastro.

Volle che avvicinassi l'orecchio alle sue labbra e mi bisbigliò: «Ron, so che me la caverò, ma nel caso non ce la facessi, ti prego di dare questo nastro ai miei genitori».

« Sicuro», dissi io. «Ce la farai di certo e andrai tu stessa a darglielo».

«Lo so», rispose lei, «ma tu prendi il nastro lo stesso».

Me lo misi nella tasca della camicia e lo portai con me per tutta quella lunghissima notte.

Antony Katsaris, che per tante ore aveva disperatamente cercato di persuadere la sorella Maria a venir via, era rimasto ferito gravemente. Cercammo di fargli bere acqua e poi Pepsi Cola. Non avevamo altro, oltre a birra e rum. Ma lui non riusciva a trattenere i liquidi.

Vern Gosney, che aveva lasciato il figlio di cinque anni a Jonestown quand'era fuggito, era stato colpito al torace. Gemette e gridò tutta notte.

Steve Sung, il fonico dell'NBC, ci sorprese tutti tirandosi in piedi il mattino dopo. Pensai che non fosse in cattive condizioni e invece si scoprì poi che era tra i feriti più gravi.

Al bar ci trattavano con incredibile gentilezza. La padrona del locale ci diede quel che aveva, del caffè, Pepsi, birra e banane.

Noi pagavamo tutto, mettendole in mano banconote della Guyana in continuazione. Ma naturalmente non c'era somma pari al pericolo enorme che stava correndo. Nulla poteva compensarla per quello.

Alcuni guyanesi stavano seduti davanti alla capanna a montare la guardia. Tra tutti avevano un solo coltello.

Eravamo terrorizzati.

Ogni volta che un ramo più debole cadeva da un albero durante il violento temporale tropicale che imperversò per tutta la notte e batteva contro la latta del tetto, noi trattenevamo il fiato.

Ogni tanto ci pareva di scorgere delle luci o di udire il rumore di un camion sulla pista d'atterraggio.

Quando succedeva, molti di noi andavano a rifugiarsi di nuovo nell'erba alta. Ma Bob Flick, il produttore dell'NBC, un uomo grande e grosso che aveva accumulato molta esperienza in parecchi scontri all'estero, restò sempre al suo posto, in mezzo ai feriti.

Era rimasto al mio fianco nelle dodici ore durante le quali ero stato trattenuto all'aeroporto dall'ufficio immigrazione della Guyana, e adesso non abbandonava il suo posto accanto ai compagni feriti.

Continuavo a pensare: questo è vero coraggio. Credo che non si sarebbe mosso nemmeno se fosse arrivato un carro armato.

C'erano delle pause durante le quali potevamo sdraiarci. Io mi riposai per un po' su un cuscino di gommapiuma. Il braccio mi sanguinava e mi faceva male. Avevo un ginocchio slogato e un nodo alla gola.

Dormire era ovviamente impossibile.

E il tempo passava lentamente.

Allo spuntare del giorno, dalla tenda in cui avevamo ricoverato i feriti gravi proveniva l'odore nauseabondo della carne in cancrena. I feriti stessi se ne accorsero e ne parlarono.

Eravamo tormentati in continuazione dalle mosche e da altri insetti. Cercavamo di scacciarli come potevamo.

Non so come, Jackie Speier riusciva ancora a sorridere ogni volta che qualcuno guardava dalla sua parte.

Alle 8,30, sedici ore dopo l'attacco, arrivò il primo reparto guyanese. Vedere questi uomini col loro berretto d'ordinanza e la tuta mimetica, tutti armati di armi semiautomatiche, ci ridiede coraggio.

Erano partiti durante la notte da Georgetown ed erano atterrati sulla pista illuminata di Matthews Ridge, cinquanta chilometri più a sud.

Avevano proseguito in treno, alla volta di Port Kaituma, poi avevano viaggiato in Land Rover e su camion, quindi a piedi per qualche centinaio di metri, per prevenire un'imboscata.

Ce l'avevamo fatta.

Dick Dwyer ci ordinò di tornare in casa mentre lui parlava con i soldati. Disse che non voleva che qualcuno ci scambiasse per i predoni del Tempio dei Popolo.

Dopo un po' Dwyer tornò da noi. Andò al lavandino della cucina e cominciò a lavarsi accuratamente le mani. Gli dissi che in tutto il tempo in cui eravamo rimasti lì, nessuno di noi si era servito del lavandino per lavarsi. Gli domandai perché ora lui lo stesse facendo.

«Ho appena finito di spogliare i morti», mi rispose. «Non è proprio un bel mestiere». E mi mostrò i portafogli, i pettini, i fermagli per banconote e gli spiccioli, tutto quel che restava dei cinque morti.

Il primo aereo arrivò solo alle 10,20. Era un aeroplanino giallo e nero che poteva trasportare al massimo cinque persone. Malgrado fosse stato inviato sul luogo di una furibonda sparatoria, non aveva barelle, coperte o medicinali di alcun genere. Ne chiedemmo la ragione al pilota.

«Siamo in Guyana», rispose lui con un sorriso imbarazzato.

Poco dopo arrivò un secondo velivolo con diciotto posti a sedere.

Gli aerei aspettarono mezz'ora; in questo lasso di tempo cercammo di convincere quelli che erano scappati da Jonestown e avevano trascorso la notte con noi a salire a bordo.

Rifiutarono. Avevano ancora troppi parenti dispersi per la boscaglia, come Tom Bogue, un ragazzo di diciassette anni che all'inizio della sparatoria si era rifugiato nella foresta con indosso solo il suo completo rosso da pallacanestro, calze e scarpe da tennis. Venimmo a sapere in seguito che quel ragazzo di Suisun, in California, era rimasto nascosto con altri quattro giovani, conducendoli tutti in salvo.

In ogni caso i superstiti avevano paura di andare a Georgetown. Erano convinti che altri affiliati al Tempio del Popolo avrebbero aspettato all'aeroporto, pronti ad abbattere gli aerei.

Anche Dwyer, che era stato ferito non gravemente a una coscia, rimase lì per continuare a svolgere i suoi compiti in qualità di rappresentante del governo degli Stati Uniti.

Gli chiesi come andava la sua ferita.

«Bene», rispose.

C'era niente che potevo procurargli o fare per lui a Georgetown?

«Di' a quelli dell'ambasciata di farmi trovare una birra ghiacciata», rispose.

Mentre questo rapporto dalla Guyana era nello stile di una corrispondenza di guerra, le informazioni giunte successivamente erano così agghiaccianti che si stentò a crederci. La gente cercò dei precedenti storici. Non esistevano.
 
 
 
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