Epilogo: PERCHÉ?
Di Herb Caen
I
Il vocabolario dell'orrore è limitato. Nel caso del reverendo Jim Jones e del Tempio del Popolo, le parole chiave, quelle parole così care al cuore di ogni titolista di quotidiano, persero ben presto impatto emotivo e significato. Bizzarro e grottesco furono seguiti da incubo e choc. L'incredibile diventò anche troppo reale e tangibile, e l'ineffabile trovava finalmente lingua e voce. Poi fu lo sbigottimento muto, unica possibile risposta all'interrogativo che sempre resterà: perché?
Resta da scrivere l'ultimo capitolo, sempre che sia possibile redigerlo, ma il penultimo intanto emerse di momento conclusivo in momento conclusivo sotto forma di «storia», nel senso che la parola assume nel linguaggio giornalistico. Come storia, certamente si meritava ormai l'attributo di «unica». Giornalisti e sociologi, professionisti e dilettanti, si misero alla macchina per scrivere o comparvero davanti ai microfoni a cercare di fare confronti. E fallirono.
I mucchi di cadaveri nel silenzio della foresta guyanese, la morte provocata da un micidiale miscuglio di Kool-Aid e cianuro, ricordarono ad alcuni osservatori i fieri ebrei di Masada che si uccisero nella loro fortezza piuttosto che arrendersi alle legioni romane. Ma non c'è analogia; gli ebrei sapevano che sarebbero morti comunque. Si evocarono i fantasmi di Buchenwald e Auschwitz, ma servì a poco: i campi di concentramento rientravano in una preciso disegno politico tedesco, non erano il capriccio di un leader isolato.
Si discusse di culti, sette, seguaci di ogni genere, sulla carta stampata e nelle inevitabili trasmissioni, ma dal reverendo Moon a Esalen, dal comunismo al fascismo e ritorno, non si trovò niente e nessuno che fornisse una chiave per la comprensione del mistero del reverendo Jim Jones. Il suo potere religioso, certamente mistico, la malvagità che celava, devono essere chiamati in causa per cercare di capire quel mistero che sono gli anni settanta. Ma il significato resta nascosto sotto la maschera di motivazioni personali, di regioni remote ed esotiche e, infine, sotto la maschera della morte.
II
«La storia.»
Continuo a pensarci in termini giornalistici perché fu appunto sui giornali che Jim Jones si presentò per la prima volta alla coscienza pubblica e fu sulle pagine dei giornali che diventò una figura di primo piano in un prolungato e controverso dibattito, ammirato e venerato da alcuni, insultato e ridicolizzato da altri.
Lui si servì della stampa e dalla stampa fu utilizzato. Pareva attratto e nauseato dalla pubblicità; spesso diceva: «Non scrivete di me. Scrivete della mia gente e di quel che cerca di realizzare». Durante i suoi anni a San Francisco, il suo nome apparve sui giornali sempre più spesso, e lui cominciò a reagire con crescente nervosismo. C'era qualcosa che doveva nascondere allo sguardo del grande pubblico, ma nessuno sapeva dire che cosa.
Nei primi tempi del Tempio del Popolo, gli organi di informazione dissero di lui che era «una figura carismatica» che esercitava «una notevole pressione» in campo politico. Diventò «il pazzo» della Guyana solo nei cupi giorni di declino del suo regno. Contemporaneamente i suoi seguaci diventarono dei «fanatici», secondo l'opinione dei mezzi d'informazione, quando erano ormai in preda alle convulsioni dell'avvelenamento da cianuro. Fino ad allora però erano stati «seguaci fedeli» forse tratti in errore, ma convinti assertori di una vita migliore che cercavano di realizzare, e perciò meritevoli di comprensione.
Nella sfavillante San Francisco degli anni settanta, Jim Jones uscì lentamente dall'oscurità. Era l'epoca in cui un variopinto ed estroverso predicatore, il reverendo Cecil Williams, suscitava l'interesse nazionale con le sue funzioni domenicali alla Glide Memorial Church nel quartiere di Tenderloin a San Francisco. Cecil Williams amava la luce della ribalta e non ne faceva mistero. Attirava celebrità e hippy, famosi artisti del rock e drogati, Angeli dell'Inferno e uomini di mondo in cerimonie religiose estremamente teatrali. Poteva affermare con ragione che metteva su «il miglior spettacolo della città» e se si voleva avere un posto a Glide la domenica a mattina, era opportuno alzarsi molto presto.
Jim Jones contrastava piacevolmente con Cecil Williams e gli eccessi della sua metodologia ecumenica. In realtà, Jim, come chiese subito di essere chiamato familiarmente, era a sua volta a caccia di attenzione, anche se in altro modo.
Cominciai a interessarmi a lui nel 1972, quando nella mia colonna sul Chronicle di San Francisco scrissi un breve pezzo su un fiorista che aveva compiuto un bel gesto a favore di una persona in difficoltà. Il giorno seguente ricevetti un assegno di mille dollari intestato al fiorista, accompagnato da una lettera firmata da Jim Jones. Jones scriveva: «Al Tempio del Popolo ci rallegriamo sempre quando veniamo a conoscenza di persone che aiutano il loro prossimo senza cercare il proprio tornaconto. Quando veniamo a conoscenza di queste belle azioni disinteressate, siamo felici di constatare che la bontà sopravvive in un mondo che per tanti versi è così cattivo. La prego di far pervenire al fiorista questo assegno con i nostri ringraziamenti. Continueremo a tenere d'occhio la sua rubrica e il giornale in generale alla ricerca di altri esempi di buon cuore che meritano l'appoggio del Tempio del Popolo.»
Il giovane fioraio consegnò l'assegno per l'incasso senza molto sperare che fosse coperto. Quando gli furono dati i soldi, restò stupefatto e disorientato. Anch'io ne fui veramente sorpreso. Trovai il Tempio del Popolo in una ex sede massonica sulla Geary Street, accanto all'originale auditorium Fillmore, dove fiorì per la prima volta il rock a San Francisco, e a una rosticceria Kentucky. Il quartiere era prevalentemente di colore. Controllai presso i personaggi politici di colore e mi sentii dire che «Jim Jones è un tipo fantastico, un vero leader, un uomo in cui la gente del ghetto può credere. Sarà una forza autentica, in questa città. Vale la pena che lo conosciate di persona.»
III
Jim Jones accettò di fare colazione con me a patto che io non lo intervistassi e non citassi le sue parole, bensì scrivessi degli scopi del suo gruppo. Aveva una personalità attraente ed enigmatica, parlava in tono pacato, era timido; diventò loquace solo quando toccò l'argomento dell'«aiuto a coloro che non sono in grado di aiutarsi da soli». A vederlo c'era da pensare che in lui scorresse anche sangue indiano d'America, come del resto lui sosteneva; indossava una sorta di «uniforme» nera, dall'aspetto ascetico, una giacca simile a quella di Mao, con pantaloni dello stesso stile. Non sorrideva quasi mai e non sembrava possedere senso dell'umorismo. Durante i due incontri che avemmo, all'ora di colazione, era accompagnato da un giovane magro e dall'aria pensierosa che si chiamava Mike Prokes, un suo assistente che aveva funzioni di addetto stampa e che dava l'impressione di essere devotissimo al suo maestro «Jim».
Il Tempio del Popolo non forniva elementi per un pezzo del tipo aneddotico come richiesto dal tono della mia rubrica. Scrissi comunque qualcosa in proposito, dando per esempio notizia dell'assegno di mille dollari per il fiorista, che presentava il Tempio in una luce favorevole. La reazione fu a dir poco stupefacente. Arrivarono al Chronicle decine e decine di lettere che mi lodavano per la mia cortesia ed esaltavano Jones e il suo operato. Le lettere erano quasi identiche, in calligrafie che andavano da quella più elegante alla più incolta. Evidentemente erano state ordinate da Jim Jones stesso, e il contenuto degli scritti era stato dettato. Mi tirai indietro e aspettai ulteriori sviluppi.
Non dovetti attendere a lungo. Per quanto varia, San Francisco è una città relativamente piccola e chiunque sia in grado di controllare un pacchetto di voti, diciamo circa duemila, sufficienti a modificare l'esito di un'elezione, è subito corteggiato dai politici. Liberali e «progressisti» di ogni fede si accamparono sulla soglia di casa Jones e si ingraziarono i suoi seguaci. Poi il sindaco George Moscone rivendicò a sé Jones, nominandolo assessore all'edilizia. La nomina fu rapidamente confermata, anche da quei politici conservatori del consiglio municipale che adesso accusano i «liberali creduloni sulle cui spalle ricade parte della responsabilità della tragedia».
Con l'ascesa di Jones, emersero dall'ombra anche i suoi nemici. Dissidenti e denigratori incominciarono a far circolare storie che lo ritraevano non già come quel personaggio umanitario che sembrava, bensì come un figuro infido, spregiudicato arrampicatore sociale, crudele, bugiardo e impostore, uomo potenzialmente pericoloso.
Jones respinse le accuse. Mike Prokes, suo portavoce per la stampa, denunciò questi attacchi come «scurrili, opera di menti piccole e distorte». Il sindaco e i suoi sostenitori politici rifiutarono di credere alle voci denigratorie. «Jim Jones è un uomo buono», mi disse uno di loro. «Finché i suoi critici non saranno in grado di presentare prove inconfutabili, cioè una pistola fumante, continueremo a credere che è esattamente quel che mostra di essere.»
Ciò nonostante l'aureola di Jim Jones cominciò a cambiare rapidamente colore, a incupirsi minacciosamente. Col diffondersi di storie sgradevoli sul suo conto, alcuni uomini politici si tirarono indietro. Marshall Kilduff, un reporter del Chronicle, indagò su quel che c'era dietro alle accuse dei detrattori di Jones e ritenne di dover prestare loro fede. Jones e Mike Prokes cominciarono ad assumere un atteggiamento più esagitato nel controbattere le critiche. A questo punto Kilduff e un giornalista indipendente, Phil Tracy, scrissero un pezzo sul Tempio del Popolo per la rivista New West, e il castello di Jim Jones iniziò a sgretolarsi.
Invece di confutare le accuse, invece di tuonare contro i suoi denigratori, fece marcia indietro. Anche se pochi all'epoca ne erano consapevoli, Jones e i suoi seguaci stavano già progettando di lasciare San Francisco per rifugiarsi in Guyana. Lì sarebbe stato ben accolto, al sicuro, lontano dalle critiche. Lì avrebbe fondato la sua società perfetta. Il governo della Guyana fu ben lieto di ospitarlo. Alcune delle figure più note della politica americana avevano già scritto lettere di raccomandazione per Jim Jones. Non si poteva certo mettere in discussione la buona fede della moglie del presidente americano e di senatori degli Stati Uniti.
Io trovai la sua decisione di abbandonare il paese alquanto misteriosa. Fu in quell'epoca che venni a conoscenza di una strana storia sul suo conto. Jim Jones sarebbe stato il padre di un bambino nato alla moglie di un affiliato al Tempio del Popolo. Era una storia scandalosa, ma ampiamente documentata e avrebbe avuto il suo notevole peso sugli avvenimenti futuri. Quando chiedevo all'avvocato del Tempio del Popolo Charles Garry perché Jones non tornava per rispondere alle accuse e alle critiche, Garry rispondeva: «Ama molto quel bambino. Non capisci la delicatezza della sua situazione? Ha paura, tornando, di perdere il diritto alla custodia del piccolo a favore della madre e del marito di lei, che sono entrambi nemici mortali di Jim Jones. Gli ho consigliato di restare dove si trova, finché la situazione non verrà chiarita ».
IV
Questa «spiegazione» suonava falsa. Rimanendo in Guyana coi suoi seguaci, non faceva che confermare quanto di peggio si diceva e si scriveva sul suo conto. Ora veniva apertamente descritto come un folle, un megalomane, un paranoico e un assassino potenziale. I suoi sostenitori, specialmente quegli uomini politici che avevano ottenuto vantaggio dal suo potere, continuavano a dire: «Jim tornerà e chiarirà tutte queste storie». Ciò stava a significare: «Non è possibile che ci siamo sbagliati sul suo conto». Garry continuava a sostenere disinvoltamente: «Tornerà quando glielo dirò io». Non aveva senso. Così scrissi a Jim Jones a Jonestown in Guyana e gli chiesi perché restava in esilio mentre qui si gettava fango sul suo nome.
Il 3 aprile 1978 mi rispose con una lettera stranamente eloquente e lunga. «Ritenevo e ritengo tuttora», diceva, «che è necessario che io protegga mio figlio impedendo che sia usato come una pedina da persone che non hanno alcun interesse autentico in lui.» (Accennò anche al suo timore che il Tempio del Popolo perdesse le esenzioni fiscali a causa del fatto che aveva avuto un figlio da una relazione extraconiugale, «un'azione che va contro i principi dei Discepoli», la sua setta.)
«Per tutta la vita», continuava, «ho sopportato la povertà e ho sofferto molte delusioni e angosce comuni al genere umano. Per questa ragione ho cercato di donare agli altri sicurezza e felicità. Molti di coloro che soffrono non sono felici se non vedono soffrire anche il loro prossimo. Forse è per questo che mi sono tanto adoperato per superare questo fattore, e costruire questa società su una gioiosa celebrazione della vita».
Quando gli risposi accusandolo di aver evitato di rispondere al mio interrogativo sul perché non tornava a San Francisco, scrisse di nuovo per dirmi che il suo posto era con la sua gente, con l'ultimo dei suoi seguaci. «Per molti anni sono vissuto sulla premessa che c'è bisogno di me, perché già molto tempo fa mi sono accorto del crudele inganno che è la vita, di quanto false e ingiuste sono le illusioni. Anche qui in Guyana, luogo di grandi bellezze naturali e di fantastiche possibilità di sviluppo, io non posso definirmi "felice". È una responsabilità troppo grande, quella di amministratore di questa società socialistica. Ma anche se questo non pesasse sulle mie spalle, dubito che potrei essere felice sapendo che due terzi dei bambini del mondo non hanno futuro, ma solo la prospettiva di una vita malvagia, brutale e breve. Credo che porterò sempre in me la colpa di non aver edificato quella società socialistica modello negli Stati Uniti. Forse, se avessi cominciato in un altro modo, avrei potuto smascherare quei bugiardi che così spietatamente hanno cercato di rovinare quella che è stata per tanta gente l'unica vera occasione per ricavare qualcosa di positivo dalla loro vita... Molti dei giovani venuti qui erano alienati, frustrati, arrabbiati. Erano stanchi dell'ipocrisia di coloro che sproloquiavano sui "diritti umani", mentre li seppellivano vivi... La società che stiamo costruendo in Guyana ha dato a gente che veniva considerata rifiuti dell'America urbana dignità e senso di autostima.»
Certamente, in superficie, queste non sono le parole di un pazzo nell'imminenza di una Goetterdaemmerung. Non c'era niente che potesse far prevedere al deputato Leo Ryan e al suo seguito di inviati degli organi d'informazione che stavano finendo in una trappola mortale. Forse, col senno di poi, si può individuare qualche più tangibile premonizione della tragedia nell'ultima lettera che ricevetti da Mike Prokes, il magro aiutante di Jones dagli occhi spiritati.
Sulla carta intestata della Missione Agricola del Tempio del Popolo in Guyana, Jonestown, si legge tra l'altro: «Non distruggeranno mai quel che abbiamo perché già da tempo abbiamo deciso che se venissero in cerca di uno di noi, dovrebbero prenderci tutti. Forse nessuno l'ha detto meglio di Martin Luther King: "Un uomo che non ha trovato qualcosa per cui morire, non è adatto a vivere." Ebbene noi abbiamo trovato qualcosa per cui morire e si chiama... giustizia sociale. Perciò non importa che cosa riusciranno alfine a fare di noi o come ci dipingeranno. Noi avremo almeno la soddisfazione di vivere questo principio, non perché promette successo o ricompensa, ma semplicemente perché era la cosa giusta da farsi, il modo più nobile che conoscevamo per vivere la nostra vita».
V
E Mike Prokes usava già verbi al passato. Rileggendo ora la sua lettera, mi accorgo che era certamente capace di uccidersi per Jim Jones o persino di uccidere per Jim Jones. Ecco la sottile follia, lo sfavillante idealismo di tante persone che, nel corso della storia, hanno cercato di cambiare la vita perché fosse più conforme alla loro personale visione, condivisa o meno da altri.
E così il grande mondo si presentò a Jim Jones nella giungla della Guyana. Gli si presentò nella maniera familiare: i mezzi di informazione a caccia della «storia»che ora troverà il suo posto nella Storia. Anche verso la fine, la stampa si era resa conto di dove stava andando a parare. Forse la migliore illustrazione di ciò è nelle parole di Charles Krause del Washington Post, ferito anche lui nel massacro al campo d'aviazione: «Quel che era cominciato come l'occasione per una storia a forti tinte su un deputato che voleva compiere un'indagine su una comune religiosa di esaltati in Guyana, non aveva proprio più nessuna tinta».
«Forti tinte», «esaltanti», tipiche definizioni della carta stampata per un po' di cronaca, per una vicenda iniziata con tanta leggerezza per finire nell'indimenticabile e grottesca realtà di un suicidio di massa con Kool-Aid mescolato a cianuro; la bevanda estiva e la morte invernale, alla presenza dell'imperatore Jones della Giungla.
Nel famoso dramma di Eugene O'Neill, «l'imperatore Jones» cade vittima delle paure aborigene sue e del genere umano. Jim Jones e coloro che l'hanno seguito nella morte erano consumati dalle proprie paure; si erano ritirati dalla giungla del ghetto urbano nella giungla dei tropici, morendo di morte squallida, senza una parola che dia un minimo di significato alla sciagura.
La ragione per cui sono morti resta oscura, perciò sono morti invano, e questa è la peggior tragedia.