«Il 18 novembre 1978 [...] 276 bambini furono uccisi in un genocidio settario che non ha precedenti storici, a Jonestown, in Guyana. Totalmente ignorati [...] e persi nella copertura della stampa nazionale e internazionale sulla tragedia, furono sepolti in tombe comuni senza un'iscrizione, ricoperti di terra da bulldozers, ad Oakland, California [...] i responsabili della sepoltura ricevettero l'ordine di dare all'avvenimento il minimo rilievo ["profile" nel testo originale, (N.d.A.)] possibile. È così che questi bambini, ostaggi insignificanti in vita, sono stati del tutto dimenticati da morti.»

(Childen of Georgetown, Wooden K., 1979, Mc Graw Hill, New York; citato in La Notte Bianca, Studio etnopsicoanalitico del suicidio collettivo; Nesci, A.D., 1991, Armando Editore, Roma).



copertina

Guyana: la Setta del Suicidio

di Marshall Kilduff e Ron Javers, del San Francisco Chronicle

Sperling e Kupfer, 1978, ISBN 88-200-0065-2

Massacro nella giungla: Il reverendo Jim Jones era un capo carismatico profondamente impegnato nella lotta per la giustizia sociale. Il Tempio del Popolo, la setta da lui fondata, aiutava gli ammalati, i bisognosi, i derelitti. Poi accadde qualcosa...

Due giornalisti del San Francisco Chronicle, le uniche persone in grado di rivelare i retroscena autentici della vicenda, raccontano in questo straordinario libro l'incredibile saga di corruzione e di follia che sta dietro ai sensazionali avvenimenti della Guyana.

Gli autori sono Marshall Kilduff, che quando è avvenuta la tragedia stava indagando sul reverendo Jones e sul Tempio del Popolo da più di due anni, e Ron Javers, testimone oculare scampato alla strage.

Kilduff e Javers raccontano per la prima volta come la setta misteriosa è cresciuta e ha prosperato, come il reverendo Jones si è arricchito e ha ottenuto protezione politica e come la strada percorsa in Guyana alla ricerca dell'utopia ha finito per condurre al massacro, all'olocausto di Jonestown, al suicidio di massa, al disastro più totale.

«Erano anni che una notizia non mi impressionava tanto», è il commento di Goffredo Parise di fronte a questa storia di orrore.

 
 

Indice:


Questo libro è dedicato al chirurgo ortopedico Ed Jones, al dottor Jim Perry e a tutto il personale del Centro Medico dell'Aeronautica Malcolm Grow, base aerea Andrews, nel Maryland, e in particolare a mia moglie Eileen, rimasta sempre con me.
RON JAVERS

La nostra gratitudine va inoltre a quei pochi giornalisti che si resero conto sin dall'inizio che c'era qualcosa di terribilmente losco nella setta del Tempio del Popolo. Tra essi, la caporedattrice del New West, Rosalie Muller Wright, il redattore della rivista Phil Tracy e il giornalista Tim Reiterman dell'Examiner di San Francisco.

Come giornalisti, dobbiamo rendere omaggio al nostro amico e collega Greg Robinson, ucciso mentre lavorava a un servizio sulla setta, e a Bob Brown e Don Harris della NBC, i quali, a loro volta, hanno perduto la vita durante l'attacco alla pista dell'aeroporto vicino a Jonestown.

Il nostro solo conforto nel narrare questa storia è stato quello di trovarci dalla parte del giusto nel rivelare la verità su di un episodio così diabolico e raccapricciante.
MARSHALL KILDUFF


Ringraziamenti

Questo libro è il frutto del lavoro di un'equipe del San Francisco Chronicle.

In queste pagine troverete la firma di Ron Javers, che era presente alla tragedia in Guyana e fuggì dalla pista di atterraggio della giungla con una pallottola nella spalla, quella di Marshall Kilduff, che studiò a fondo la vicenda del Tempio in tutta la California per due anni, e quella di Herb Caen, che si è unito a Javers e Kilduff nella revisione del testo.

Hanno diretto il gruppo del Chronicle il redattore capo William German e il redattore della cronaca David Perlman. Il gruppo comprendeva inoltre i cronisti Michael Harris, Eric Douglas, Keith Power, Eugene Robinson, Jerry Burns e Charles Petit, nonchè Sally Kibbee, Marilyn Wheeler, Patricia Scruggs, Helen Green e Kate Regan.

L'aver concretizzato con successo il loro progetto è dipeso in gran parte dallo sforzo quotidiano di tutti i giornalisti del Chronicle per descrivere questi eventi spaventosi.
RICHARD T. THIERIOT


Prologo

Hanno contato i cadaveri.

Il conteggio definitivo, si dice, sarà di novecentododici vittime a Jonestown, altre cinque sulla pista dell'aeroporto di Port Kaituma e quattro nel Tempio del Popolo di Georgetown.

Novecentoventuno morti in tutto.

Quale che sia la cifra, i morti adesso vengono seppelliti; molti altri giacciono ancora nelle loro bare zincate in una base aerea del Delaware. Il mistero della loro fine forse non sarà mai risolto.

Le domande senza risposta ossessioneranno l'intera America, tutto il mondo: quanto potremo realmente sapere del reverendo Jim Jones? E del Tempio del Popolo? E di tutti questi suicidi e queste uccisioni nella Guyana?

L'ascendente esercitato da Jim Jones sui suoi seguaci continuerà a meravigliarci per anni, come il suo strano dominio in tanti ambienti intorno a lui su personaggi pubblici onesti, solleciti e prudenti che tuttavia soccombettero, in un modo o nell'altro, ai suoi discorsi, proclamando positiva la concezione che il reverendo aveva della nostra società.

Possiamo soltanto immaginare il momento supremo del potere di Jones, quando i suoi seguaci si misero in fila, così remissivi, per bere la bevanda avvelenata contenuta nella tinozza simile a un grottesco fonte battesimale nella radura di una giungla sudamericana.

Ora sappiamo che Jones aveva ordinato più volte al suoi seguaci di prepararsi al suicidio, in modo che tutti fossero pronti a morire quando gli estranei del «mondo fascista» che lui tanto temeva avessero tentato un giorno di distruggere la loro colonia. Ma perchè una paranoia così spaventosa venne condivisa da tante persone?

Un tentativo di risposta a questa domanda viene da una nota trovata addosso al corpo di Jones dopo il giorno finale. Scritto da un seguace che evidentemente aveva accettato l'ordine di uccidersi, l'appunto dice:

Papà, non vedo nessuna via d'uscita - sono d'accordo con la tua decisione - ho paura soltanto che senza di te il mondo non ce la faccia ad arrivare al comunismo... Da parte mia, sono più che stanco di questo disgraziato, spietato pianeta e dell'inferno che offre a così grandi masse di gente meravigliosa.., grazie per la sola vita che io abbia mai conosciuto.
Il saluto «Papà» nello scritto era tipico di molti dei seguaci di Jones. Alcuni lo chiamavano «Papà», altri «Padre».

E lo stesso Jones, che tipo d'uomo era mai? Quale carisma possedeva quest'uomo timido e a volte persino affascinante? E che dire della sua bizzarra vita sessuale? Sua moglie, Marceline, morta avvelenata accanto al cadavere del marito, era davvero la sola che contasse per lui? E contavano qualcosa i suoi figli? Contava qualcosa l'amante, Maria Katsaris, che morì nel letto di Jones, colpita da una pallottola? E che dire delle sue tante altre amanti? E degli uomini che amò, ma dei quali abusò sessualmente? E, dopo tutti i suicidi, come morì lo stesso Jones? Accanto al foro che aveva nella tempia non si trovava alcuna arma... dove era, e chi fu a sparare? Larry Layton è stato accusato di assassinio. Ma non degli assassinii di Jones o di Maria Katsaris. I fratelli Carter, Tim e Mike, e Michael Prokes, l'ex cronista televisivo, facevano parte della «guardia di palazzo» di Jones; furono tutti arrestati dalla polizia della Guyana quando uscirono dalla giungla, ma subito rilasciati, senza che venisse loro mossa alcuna accusa. Perchè?

E che dire dello zainetto che Prokes e i Carter dissero di aver portato fuori da Jonestown con il suo pesante carico di oltre mezzo milione di dollari in banconote e oro? I tre uomini dichiararono che Jones aveva ordinato di consegnarlo all'ambasciata sovietica di Georgetown, e invece loro lo gettarono nella boscaglia vicino a un pollaio. Troppo pesante per portarlo attraverso la giungla paludosa, spiegarono. Ma di chi era quel denaro? E dove si trova adesso?

C'è poi il mistero del curioso rapporto di Jones con il governo della Guyana. A collegarli fu soltanto una curiosa affinità politica? O si trattava, come Keith Power del Chronicle riferì dopo il massacro, di un patto di reciproco aiuto: due milioni di dollari in contanti dati da Jones al partito di maggioranza della Guyana contro ventisettemila acri di terreno fertile nella giungla, con l'impegno di evitare ogni intromissione politica nelle attività del culto isolato? E come riuscirono Jones e i suoi più fidi luogotenenti a far passare una flottiglia di imbarcazioni veloci con oro e diamanti attraverso le dogane della Guyana e fino alle isole dei Caraibi? Perchè queste imbarcazioni non furono mai fermate e perquisite? Jones disse davvero ai suoi seguaci, come affermano alcuni superstiti, che un giorno non lontano avrebbero potuto emigrare in massa nell'Unione Sovietica, nel «paradiso sulla terra», come la definiva lui?

Un altro punto oscuro è la curiosa cordialità dei rapporti di Jones con l'ambasciata americana a Georgetown.

I funzionari consolari fecero ripetuti viaggi in aereo fino alla colonia per consegnare assegni della Sicurezza Sociale e altri documenti. E ogni volta avvertirono per radio Jones delle loro intenzioni, con giorni di anticipo.

Nessuno dei residenti a Jonestown, trattenuto là con la forza, tentò mai di avvicinare qualcuno dei funzionari americani, per chieder loro di essere liberato con un salvacondotto? Avevano subìto tutti a tal punto il lavaggio del cervello, o erano stati minacciati tanto da non riuscire a modificare il punto di vista del Dipartimento di Stato, secondo cui tutto era sereno e felice a Jonestown?

Forse la storia di morte in Guyana è finita, gli atti di violenza sono cessati. Ma gli echi dell'episodio continueranno a levarsi.

La conclusione dello spaventoso massacro segna l'inizio delle indagini che cercheranno di chiarire le ambiguità tuttora esistenti. Nel momento stesso in cui in California vengono celebrati i primi funerali, gli agenti dell'FBI sono all'opera. Rilevano impronte digitali. Analizzano la lettera sigillata trovata sul cadavere di Jones. E i comitati del Congresso preparano udienze. L'inchiesta del Dipartimento di Stato è in corso. Persino i partiti politici dell'opposizione, nella Guyana, pongono le loro veementi domande piene di sfida, parlando di «vergogna» e di «insabbiamento».

Questa volta la fine di una storia è davvero l'inizio di un'altra.

 
 
 
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