In ricordo di Jonestown: 20 anni dopo il massacro in Guyana, un giornalista racconta come il tempo non ha cancellato l'orroreLos Angeles Times, edizione della domenica, 14 novembre 1998.Di Tim Reiterman, redattore del Times. © Copyright 1998 Los Angeles Times. Traduzione in italiano di Alessia Guidi.
Oakland, California - Che splenda il sole, piova o ci sia nebbia, da 20 anni a questa parte devono recarsi su una collina erbosa affacciata sulla Baia di San Francisco per condividere lacrime, abbracci e il loro dolore più intimo - e per ricordare l'impenetrabile evento di un altro 18 novembre. Spesso quasi superati in numero dai giornalisti, si raccolgono attorno ad un piccolo monumento dell'Evergreen Cemetery, si tengono per mano e pregano. Poi, in piccoli gruppi, si lasciano andare ai ricordi e si scambiano notizie di vita quotidiana. È qui, tra questa gente che sarà per sempre intrecciata ad una immane tragedia, che Jonestown sopravvive. Sempre presente alla commemorazione è il macellaio in pensione, con i suoi occhi tristi, piegato dagli anni e dalla perdita della moglie, di sette figli e 19 parenti. E sempre si leva in preghiera la voce forte di una donna alta e magra, la nipote, che pure ha perso 27 parenti. Anche altri sono venuti, seppure non a cadenza annuale: la madre che fu quasi uccisa nel tentativo di salvare i due figli adolescenti; l'ex aiutante del deputato, che si ritrovò crivellata di proiettili su una lontana pista d'atterraggio nella giungla; l'avvocato laureato a Stanford, divenuto poi l'arcinemico della potente chiesa che aveva contribuito a costruire. E anche il figlio dell'uomo che si definiva l'unico Dio che i suoi seguaci avrebbero mai avuto. Queste persone sono simboli viventi della saga del Tempio dei Popoli - e le loro storie possono dare significato ai milioni di persone che non riescono a comprendere gli orribili omicidi e suicidi orchestrati dal Reverendo Jim Jones. Sopravvissuti e parenti sono la memoria della decenza di chi, la maggioranza, è morto con Jones in Guyana, la portata della perdita, lo spreco che l'evento ha rappresentato. Sopravvissuti e parenti hanno la forza di ergersi innanzi alle tombe anonime di 409 tra bambini e adulti i cui corpi non sono mai stati identificati, o reclamati. E quasi ogni anno sono venuto qui con loro, per rendere omaggio alle 913 vittime di Jonestown - e per piangere la morte del deputato Leo Ryan, e dei miei colleghi trucidati attorno a me a Port Kaituma. Nel 1978 il fragore della violenta caduta del Tempio dei Popoli riecheggiò in tutto il mondo, colpendo in modo particolarmente pesante l'Area della Baia, Los Angeles e la contea di Mendocino, dove Jones aveva fondato le sue chiese e intrecciato alleanze politiche. Per chi tra noi vi assistette, il cataclisma non sembra un ricordo così lontano. Resta parte della vita quotidiana. E chi si è raccolto attorno a questa tomba - e i molti che non riescono ancora a farlo - condivide quel legame. Un'occasione per scoprire la verità Beverly Oliver ha attraversato da sola il ponte che divide San Francisco dal distretto di Fillmore. Il suo sorriso dolce e prudente non è cambiato, anche se ha perso ciò che aveva di più caro. Alla fine del 1977 Beverly e Howard, suo marito, erano genitori determinati recatisi in Guyana per cercare di incontrare i due figli. Beverly era una ex appartenente al Tempio, e Howard aveva un laboratorio di orologeria. I loro ragazzi, Bruce di 19 anni e Billy di 17, erano andati a Jonestown per ciò che doveva essere una breve vacanza presso la comune agricola della chiesa, ma non avevano fatto ritorno. Per otto giorni le autorità guyanesi e l'Ambasciata degli Stati Uniti si erano dimostrati di scarsissimo aiuto agli Oliver, e il Tempio aveva loro rifiutato il permesso a incontrare i due ragazzi. Alla fine i due genitori erano tornati a casa, ma non si erano dati per vinti. A San Francisco Howard, con le sue spalle da giocatore di football, aveva guidato una manifestazione di protesta di 50 "Parenti Preoccupati" che accusavano il Tempio di tenerli lontani dai loro cari, e minacciava velatamente un suicidio di massa. Nel 1978 gli Oliver avevano chiesto un prestito per recarsi nuovamente in Guyana. Questa volta erano piuttosto speranzosi poiché il gruppo era composto da altri parenti, un parlamentare e diversi giornalisti, me compreso. Ryan si era imbarcato nell'impresa, tesa ad accertare la realtà, dopo aver letto uno dei miei articoli e aver incontrato suoi elettori con figli a Jonestown. Dopo che per giorni il Tempio aveva impiegato tattiche tese a ritardare la missione, Beverly era stata scelta tra i parenti che si sarebbero imbarcati con noi su un piccolo aereo diretto alla missione agricola, 3.850 acri nella giungla. Per me si trattava di un'occasione per scoprire la verità su un luogo che alcuni descrivevano come un'utopia socialista e un rifugio dal razzismo, ed altri come un infernale campo di concentramento governato da un pistolero tiranno che abusava fisicamente e sessualmente dei suoi seguaci. Sembrava che recarsi sul posto personalmente fosse l'unico modo per scoprire se i coloni fossero liberi di andarsene. Sebbene sul San Francisco Examiner avessi scritto di Jones per 18 mesi, fu uno shock trovarsi faccia a faccia con i suoi occhi spiritati e la sua manifesta paranoia, e rendersi conto che un migliaio di vite, comprese le nostre, erano nelle sue mani. Disse che sentiva che sarebbe morto presto, tuonò su complotti governativi e sul martirio, denunciando attacchi da parte della stampa e dei suoi nemici. Per Beverly era in gioco il sangue del suo sangue. Rimase seduta a parlare con i due figli, belli e risoluti. Avevano cercato di proteggerla, pregandola di non dire nulla di negativo e dicendole chiaramente quanto la amavano. Sorrideva fiduciosa: erano ancora i suoi ragazzi, non di Jones. Ma non lasciarono la comune quando la madre e tutti noi del gruppo del deputato salimmo sul camion per andarcene, assieme a una dozzina di disertori. Accompagnati da un violento temporale, le ultime parole di Jones mi riecheggiavano nelle orecchie come un cattivo presagio: «mi dispiace che siamo stati distrutti dall'interno». Sapeva che i disertori avrebbero rivelato la terribile verità su centinaia di persone volonterose e ben intenzionate, tenute prigioniere dalla sua paranoia e crudeltà, e dalla giungla circostante. Questo ministro, ritiratosi in un angolo perduto delta terra, non aveva alcun altro posto dove andare. Avrebbe presto scatenato le forze che crivellarono di proiettili il corpo di Beverly, e uccisero i suoi figli. Quando le notizie raggiunsero Howard Oliver a Georgetown, distante 150 miglia, l'uomo ebbe un attacco cardiaco. Avrebbe in seguito incolpato la moglie per la perdita dei figli, e si sarebbero separati. Dopo aver perso le gambe a causa del diabete di cui soffriva, è morto otto anni fa. «Da 17 anni non partecipavo alla commemorazione» ha detto Beverly di recente. «Non ce la facevo. Ho avuto un collasso nervoso… ho perso i miei figli, Tim. Ho perso tutto ciò che avevo, i miei ragazzi.» Crivellati da una raffica di colpi Circa cinque anni fa un ragazzino giocherellava con un fiore cresciuto vicino alla tomba comune. Poi sua madre, una donna dai capelli scuri in un elegante tailleur, aveva preso la parola per offrire memorie e parole di conforto. La tragedia ha caratterizzato la vita di Jackie Speier, da molti anni energica assessore e recentemente eletta al Senato. Nel 1994 suo marito è morto in un incidente stradale, lasciandola con un figlio di 5 anni ed incinta del secondo. Ma prima di quel triste evento c'era stata Jonestown. Fresca diplomata alla scuola di legge, in veste di aiutante aveva accompagnato Ryan in un viaggio che riteneva talmente pericoloso da fare testamento prima di partire. Nella giungla era sembrata fuori posto, con i suoi occhiali da sole alla moda e le scarpe col tacco alto. Ma non si era tirata indietro davanti alla furia crescente. Quando i disertori avevano iniziato a farsi avanti li aveva ascoltati e registrati su nastro, block notes in mano. E li aveva protetti dalle molestie mentre radunavano le loro cose. Percorrendo sul camion le sei miglia di fango che dividevano Jonestown dal villaggio di Port Kaituma i nostri volti erano tesi, allarmati. Al momento della partenza un membro del Tempio aveva messo un coltello alla gola del deputato Ryan, prima di essere sopraffatto. Avevamo intravisto una pisola alla cintola di un altro membro che ci accompagnava, e i disertori avevano sussurrato che uno di loro, Larry Layton, era un impostore in missione per Jones. Sulla pista di decollo, nella luce del tramonto, Ryan aveva perquisito chi si stavano imbarcando sul piccolo Cessna - ma Layton era riuscito a nascondere una pistola che in seguito avrebbe usato per ferire due disertori. Intanto, mentre si stavano avvicinando membri del Tempio sul rimorchio di un trattore, la Speier coordinava le operazioni cercando di affrettare l'imbarco, sempre più urgente, su un aereo da 20 posti. Su sua richiesta collaborai alla perquisizione dei passeggeri, due dei quali consegnarono dei coltelli. Poi una raffica di colpi esplose nell'aria umida, mandandoci tutti nel panico. Mentre i proiettili sollevavano fango e si conficcavano nei corpi dei miei compagni, mi trascinai e nascosi sotto l'aereo. Il mio avambraccio destro esplose di liquido rosso, e una seconda raffica mi colpì al polso, mandandomi in frantumi l'orologio. Mi sollevai e corsi tra i miei compagni colpiti e caduti, tuffandomi nell'erba alta al lato della pista. Nascosto in un cespuglio, usai la cinta dei pantaloni per fermare l'emorragia al braccio e, quando le raffiche cessarono, mi sollevai con cautela. Lo spettacolo fu terribile. I corpi inerti del deputato, di Don Harris e Bob Brown della NBC, della disertrice Patricia Parks - e del fotografo Greg Robinson, mio collega all'Examiner. Alcuni erano stati finiti con un colpo alla testa. Jackie, tra i tanti colpiti più volte, giaceva a poca distanza dal fonico della NBC Steve Sung. «Resisti, Steve», gli diceva. «Resisti Jackie, dolcezza» le rispondeva lui. Gente del posto portò acqua e rum. Quando Jackie iniziò a lamentarsi del freddo la coprii con quanto avevo nello zaino. E usò il mio registratore per lasciare un messaggio di addio ai genitori. Durante quell'interminabile notte alcuni di noi trovarono riparo nella piccola casa da rum, in attesa dei soccorsi o del ritorno degli assassini. La proprietaria ci diede le sue tendine da usare come bende, e vodka per disinfettare le ferite. Facemmo i turni per assistere chi era stato ferito più gravemente, al riparo sotto una tenda nei pressi della pista. Nonostante la gravità della sua situazione, con la cancrena che iniziava ad invaderle una gamba, Jackie aveva combattuto il dolore con coraggio, decisa a sopravvivere. Nella casa da rum i disertori ci avevano detto i nomi degli assalitori. Poi il mio cuore ebbe un sussulto quando uno aggiunse: «Assisterete alla peggiore carneficina possibile, laggiù a Jonestown. Lo chiamano "suicidio rivoluzionario".» Catturati dal fascino di Jim Jones Qualche anno fa il Rev. John Moore e sua moglie Barbara, una coppia gentile votata alla rettitudine, vennero alla commemorazione con una delle figlie. Jones si era preso come amanti le altre due - Carolyn e Annie. La terza, Rebecca, ora insegna storia all'Università del Nord Dakota, ma Jonestown continua ad accompagnarla. Ha scritto libri sulla tragedia, e in occasione del ventesimo anniversario della tragedia ha aperto un sito web che ospita saggi scritti. Poche altre famiglie avrebbero potuto crescere migliori candidate all'attivismo sociale del Tempio dei Popoli. Le figlie dei Moore erano state allevate come cristiane, devote alle opere di bene, al movimento dei diritti civili e alle proteste contro la guerra. Carolyn e il marito, Larry Layton, si erano separati poco dopo essere entrati nel Tempio. Jim Jones aveva posato gli occhi sulla minuta e graziosa insegnante di francese. Quando Carolyn aveva dato alla luce un bambino - Jim Jo, o Kimo - tutti, genitori compresi, sapevano che il padre era Jones. Come molti altri genitori i Moore erano angosciati dal fatto che il Tempio li avesse soppiantati nel cuore delle figlie - ma non avevano pubblicamente espresso le loro critiche nel timore di perdere i contatti con loro. Annie, di nove anni minore, non apprezzava il Tempio. Ma dopo averlo visitato era rimasta colpita dalla congregazione interrazziale, e impressionata dalle sue case di accoglienza. Anche lei era rimasta affascinata da Jim Jones. Compiuto l'esodo a Jonestown, Carolyn e Annie erano tra i fidati luogotenenti che condividevano il bungalow dal tetto di lamiera di Jones. Annie era la sua infermiera, Carolyn lo aiutava a controllarsi quando cadeva preda dei suoi deliri, indotti dai farmaci. Erano con lui quando quest'uomo malato - che fin da bambino controllava i giochi con gli amici e in seguito simulò attacchi contro se stesso - mise in marcia la sua gente verso un rito di morte a lungo inscenato. Prima disse loro che li amava. Poi annunciò che qualcuno avrebbe ucciso il pilota, facendo precipitare l'aereo del deputato - dovevano perciò suicidarsi per salvare i bambini dai loro nemici. Più tardi, quando gli assalitori tornarono dalla pista di decollo, proclamò «il deputato è stato ucciso!… È tutto finito.» Jones ordinò di andare a prendere la pozione al cianuro - e diede inizio a ciò che fu un omicidio di massa, piuttosto che un suicidio. Aveva manipolato gli eventi, e la sua gente pensava di non avere via di scampo. Aveva fatto circondare il padiglione da guardie armate, e la sua gente non ebbe via di scampo. Ai più piccoli il veleno venne iniettato direttamente in gola. Lo stesso si fece con decine di adulti recalcitranti. Nella casa di Jones morirono tredici persone, comprese Carolyn e suo figlio. Annie, 24 anni, fu trovata con un colpo di .357 magnum in testa, a fianco del cadavere la pistola e un messaggio di addio: «Sembra che alcune persone - forse la maggioranza - vogliano distruggere la cosa migliore che sia mai accaduta ai mille e duecento di noi che hanno seguito Jim… moriamo perché non ci lascereste vivere.» Messaggi in codice per chi era lontano Qualche anno fa un uomo dalla voce roca mi si affiancò durante la funzione. «Tim, ti ricordi di me?» chiese. La mia memoria vacillò fino a quando mi disse il suo nome. Sherwin Harris, consulente immobiliare, era uno dei leader dei Parenti Preoccupati. Era l'ex marito di Sharon Amos, capo delle pubbliche relazioni del Tempio a Georgetown, capitale della Guyana. Loro figlia Liane si era unita al gruppo assieme alla madre. Dopo l'esodo in Guyana, gli articoli sui giornali, compresi i miei, avevano fatto crescere le sue preoccupazioni sulla sorte della figlia. E dopo aver parlato con lei via radio, chiedendole di tornare a casa per una vacanza, aveva capito che qualcosa non andava. «Papà, sei un robot o una macchina?» gli aveva chiesto. «È tutto quello che mi sai dire?» Le sue parole e la durezza percepita nella voce lo avevano convinto che fosse stata allenata e che la conversazione fosse controllata. Aveva soltanto 20 anni. Sherwin era arrivato in Guyana con la delegazione di Ryan, molto determinato a parlare personalmente con Liane, alloggiata a Lamaha Gardens, Georgetown, nella casa del Tempio. Gli ci vollero diversi giorni di tentativi ma, alla fine, il 18 novembre riuscì a passare il pomeriggio con la figlia, chiacchierando e passeggiando. Quando si sedettero per la cena assieme agli altri due figli della Amos, la donna sembrava profondamente turbata. Da Jones era arrivato un messaggio in codice: c'erano disertori, i fedeli dovevano vendicarsi dei nemici e tutti, da Georgetown a San Francisco - forse 200 o più persone - si dovevano suicidare. Naturalmente Sherwin Harris e la figlia, prima di salutarsi, avevano fatto progetti su come trascorrere assieme il giorno successivo. Poco dopo essere rientrato in albergo, allegro e speranzoso, la polizia gli portò la tremenda notizia: Liane era morta. «Mi sono sentito come se mi avessero accoltellato» ha ricordato. «Non riuscivo a respirare.» La Amos aveva portato i tre figli nella doccia. Con un coltello da cucina aveva tagliato la gola ai più piccoli, di 8 e 11 anni. Poi con l'aiuto di Liane si era uccisa. A quel punto, Liane aveva rivolto il coltello su se stessa. Furono le sole, lontane dalla presenza di Jones, a raccogliere il suo appello. I disertori ossessionano Jones Tim Stoen e Grace Jones arrivano separatamente, ma si uniscono al piccolo assembramento. Un tempo nel Tempio dei Popoli erano una coppia felice - e quanto più vicini al concetto di élite in una chiesa che aveva sposato l'egualitarismo. Anche Jones sapeva che erano formidabili, per certi aspetti speciali - e fu per questo che la loro diserzione influenzò la disfatta del Tempio più di qualsiasi altra cosa. Lo scorso giugno Tim, ora avvocato dai capelli candidi, si è presentato con scarso successo alle elezioni al Senato, per il Partito Democratico. Ha fatto ritorno al cristianesimo, si è risposato e fino a tempi recenti ha vissuto nel piccolo paese costiero di Mendocino, dove lui e Grace avevano passato la luna di miele come neofiti del Tempio. Grace, che ora vive sulla Baia orientale, ha due figli ed ha sposato l'uomo con cui era fuggita dal Tempio; ha mantenuto il suo scuro sguardo franco e diretto e il piacevole accento meridionale che la contraddistingue come cittadina di San Francisco. E quando viene invitata a tenere il suo discorso commemorativo, lo fa con la forza e la passione che usava da leader del Tempio. Quando si erano innamorati Tim guidava una Porsche, era un Repubblicano liberale e si era da poco laureato alla scuola di Legge di Stanford. Grace, figlia di un macellaio e una sarta, aveva appena terminato la scuola superiore, dove aveva fatto la cheerleader e la capoclasse. Tim le aveva fatto conoscere la chiesa progressista di un ministro di nome Jones, e lei aveva acconsentito ad un anno di prova. Come avrebbe fatto più tardi a San Francisco, Jones aveva spinto Tim a lavorare per l'ufficio della procura della contea di Mendocino, incarico che garantiva prestigio e sicurezza. Tim era un lavoratore instancabile, uno che intratteneva rapporti amichevoli sia con il Rotary Club e il Partito Repubblicano, che con i Democratici dell'Area della Baia. Sacrificava tutto il suo tempo per Jones, trascurando la giovane moglie. Quando Grace diede alla luce un bambino Tim, come gesto di fiducia definitivo, firmò in segreto una dichiarazione in cui sosteneva di aver chiesto al suo pastore di generare un figlio al posto suo. E, vero o falso che sia, ciò avrebbe legato irrimediabilmente la vita di John Victor Stoen a quella di Jim Jones. Come altri che avevano salito la scala gerarchica del Tempio anche Grace si era compromessa - ma aveva anche iniziato a provare disgusto per il modo in cui era gestita la chiesa. Aveva assistito a passaggi di proprietà e assegnazioni di tutela che stringevano la morsa della chiesa sui suoi membri, ed era stata testimone di pestaggi punitivi. Suo figlio era stato consegnato alla vita comunitaria, gli era stata data una madre putativa e veniva trattato come un familiare di Jones. Quando alla fine Grace era fuggita, Jones aveva giurato che non le avrebbe mai reso il bambino. Quando anche Tim se ne era andato, avevano unito le forze in quella strana battaglia internazionale per la custodia di minore che sarebbe durata fino alla fine. Il 17 novembre 1978, mentre Grace e Tim attendevano ansiosamente a Georgetown, Jones inveiva contro di loro a Jonestown. Negò ogni accusa di aver messo John contro la madre. Poi gli venne accompagnato accanto un ragazzino schivo, dall'incarnato olivastro. «Abbiamo gli stessi denti, la stessa faccia» disse Jones, dicendo al bambino di mostrarci i denti. Quando Jones chiese al bimbo di sei anni se voleva vivere con la madre, questi rispose «No». Quello spettacolo mi aveva dato il voltastomaco. Meno di 24 ore dopo, nel corso del rito di morte, John Victor Stoen venne visto in lacrime, mentre urlava «Non voglio morire». Nonostante la sgridata di Jones continuò a piangere, e venne condotto nel suo alloggio da Annie More. Fu lì che morì. «Pensavo che non sarei riuscita ad aspettare il trascorrere di vent'anni - non per superare l'accaduto, perché nessuno può superare una cosa del genere» ha detto Grace di recente. «Sono ancora sconvolta… è devastante.» La giungla si riprende Jonestown A San Francisco sembrava che tutti conoscessero qualcuno toccato dalla tragedia - e molti conoscevano Fred Lewis, il tipo alto e allegro, voce gentile e risata contagiosa, che per anni aveva lavorato dietro il banco della macelleria dove la mia famiglia faceva la spesa. Quando la sua famiglia aveva cominciato a passare sempre più tempo al Tempio dei Popoli di Geary Boulevard, Fred si era allarmato. Gli sembrava che stessero scivolando tra le grinfie di un falso profeta che calpestava la Bibbia e inscenava false guarigioni. Poi un giorno era tornato a casa e l'aveva trovata vuota. Se n'erano andati tutti, portandosi via quasi tutto. Avevano preso un aereo diretti a ciò che Jones chiamava Terra Promessa. 27 familiari di Fred vi hanno trovato la morte. Fred, ora in pensione, non è mai mancato alla cerimonia di commemorazione. A volte dice qualche parola e ringrazia la gente per essere venuta, per aver ricordato i suoi cari e per non aver dimenticato tutto il dolore causato da Jones. Le parole gli vengono dal profondo, e non escono mai con facilità. Sua nipote, l'evangelista Jynona Norwood di Inglewood, organizza la preghiera. Stabilisce il programma e lo rende noto, anno dopo anno, portando le congregazioni cristiane locali. Suo figlio Eddie mi è cresciuto sotto gli occhi. Il ragazzino con l'abito della festa che parlò alla prima commemorazione è ora un uomo di 28 anni che tiene sermoni. Quando Fred e Jynona hanno saputo che ero tornato in Guyana per il decimo anniversario della tragedia, hanno voluto sapere che cosa fosse accaduto al luogo che odiano con tutto il cuore. Nel 1988, quando il nostro aereo compì un largo giro sull'area, Jonestown risaltava come una cicatrice di verde tenero nel fitto della foresta. Atterrare a Port Kaituma fu difficile, poiché la pista di atterraggio era stata chiusa per questioni di sicurezza, e l'erba era cresciuta fino alla vita. Aveva l'aspetto di un campo di battaglia abbandonato. Le ultime tre miglia per giungere a Jonestown non erano altro che un sentiero visitato dai giaguari. Lo percorremmo a bordo di un vecchio trattore, mentre un uomo del villaggio ci faceva strada a colpi di machete. Saccheggi, incendi e la giungla hanno cancellato Jonestown. Ma qui e là riuscimmo a trovare manufatti - uno pneumatico colorato del parco giochi dei bambini, un trattore arrugginito che poteva essere lo stesso che trasportò i nostri assalitori, un cesto da basket, macchinari assortiti e uno schedario rotto della casa di Jones. Mi si era gelato il sangue nel vedere scarpe a brandelli e i pali carbonizzati del Padiglione, dove in tanti hanno trovato la morte. Poco è cambiato negli ultimi dieci anni. Il governo ha concesso ad una compagnia straniera di tagliare legname nella zona; è stata costruita una strada, rendendo Jonestown più accessibile. Jerry Gouveia, il pilota del nostro aereo a noleggio, che aveva aiutato ad evacuare le vittime della sparatoria di Port Kaituma nel 1978, ha richiesto al governo di recintare Jonestown come luogo di commemorazione, oltre che di studio per gli accademici. E quest'anno hanno iniziato ad arrivare altri aerei, a volte carichi di ex membri del Tempio. Una di essi è stata Debbie Layton, il cui fratello, Larry, è stato condannato all'ergastolo per aver preso parte alla congiura per assassinare Ryan. Debbie ha chiesto la grazia per il fratello, prima che il padre 84enne muoia senza averlo potuto riabbracciare, e di recente ha scritto un libro sui suoi anni nel Tempio [1]. Sebbene Debbie avesse lasciato il gruppo qualche mese prima, la madre morì a Jonestown, dove fu sepolta qualche giorno prima della fine. Dice che tutti gli spiriti della sua gente se ne sono andati. «Non è rimasto nulla, qui. Se ne sono andati, se mai una cosa del genere è possibile». Riconciliazione Diversi anni fa la figlia di Leo Ryan venne al servizio commemorativo, così come lo fece il figlio dell'uomo che lo aveva ucciso. Stephan Jones stava defilato, come un ospite non invitato. Alto quasi due metri, aveva una giacca di pelle e uno sguardo penetrante. Ci abbracciammo e scambiammo qualche parola prima del sermone. La sua partecipazione rappresentò una svolta - simboleggiò l'unione tra parenti, disertori e sopravvissuti, persone che vivevano un antico antagonismo. Ma fu la cosa più naturale del mondo: Stephan aveva trascorso praticamente tutta la vita nel Tempio, ed amava chi era sepolto in quelle tombe. Negli ultimi giorni cruciali si trovava a Georgetown per una partita, assieme alla squadra di basket del Tempio. Alcuni ritengono che se si fosse trovato a Jonestown forse, ma solo forse, assieme ai suoi giovani alleati e alla madre Marceline avrebbe potuto arginare la follia. O forse sarebbe morto nel tentativo. Dopo gli eventi Stephan condannò il padre. Nel corso delle numerose interviste avevo iniziato a conoscere ed apprezzare questo ragazzo sincero, intenso, che ha ereditato la presenza e la dialettica del padre, e la generosità della madre. Ora vive nella Contea di Marin e lavora per un'azienda di mobili da ufficio nell'Area della Baia. Ha avuto una figlia, che ora ha cinque anni. «Mi dicono che non avrei mai potuto seguire quell'uomo» ha dichiarato la settimana scorsa. «Una parte di Jim Jones era appassionata, dedicata… alcune delle cose che ha fatto erano coraggiose, di rottura, credeva all'integrazione… aveva una parte buona ed una terribile, e con l'andare del tempo la parte terribile ha preso il sopravvento.» Stephan si è sempre molto preoccupato che i seguaci del Tempio fossero ricordati come persone fondamentalmente buone e altruiste. E non ha mai mancato di sottolineare la sua devozione per la madre, che incontrai in quell'ultima visita a Jonestown. Sembrava particolarmente orgogliosa della nursery dove erano nati 33 bambini, e ci aveva fato notare che a Jonestown vivevano 300 ragazzini - un numero impossibile da dimenticare. «Mamma era terrorizzata dagli esiti della vostra visita» ha raccontato Stephan. «Sapeva che disertori e articoli di giornale negativi mandavano in bestia papà… Cercava di tenervi alla larga con i suoi sorrisi, in modo che potessimo sistemare le cose. Poteva essere solo un'illusione…» Patricia Ryan - ora vice presidente della California Healthcare Assn. - ha la stessa tenacia, modo di parlare e portamento del padre. La sua famiglia ha dovuto affrontare la beffa oltre che la tragedia: sua sorella Shannon era entrata nella setta di Bhagwan Shree Rajneesh in Oregon prima del suo collasso. E Patricia era diventata una leader del Cult Awareness Network. Nel decimo anniversario di Jonestown mi aveva chiesto di parlare ad un incontro del CAN a Portland. In quell'occasione la Chiesa di Scientology aveva organizzato manifestazioni di protesta contro il gruppo antisette. Ora il Network è stato mandato in bancarotta dalle cause legali, e uno scientologist ha acquistato il logo della vecchia nemesi della chiesa. Patricia non ritiene che la lezione di Jonestown sia stata appresa, non dopo Waco e Heaven's Gate. «Non credo che ora i politici siano più consapevoli [sui culti], o si preoccupino di fare qualcosa, poiché non è un argomento facile o che possa portare vantaggi» ha detto. «Non penso nemmeno che i giovani sappiano che cos'è stato Jonestown.» "Non c'è pace" Gale Robinson ha partecipato ad un solo servizio commemorativo. Addirittura odia percorrere la strada da Burbank all'Area della Baia, poiché associa il luogo al suo incubo. Greg, il suo unico figlio, lavorava come fotografo per il San Francisco Examiner. La Guyana era il suo primo incarico all'estero, era eccitatissimo. Nell'avvicinarci all'aeroporto di San Francisco mi aveva lasciato la sua parte per le spese di parcheggio, nel caso fossimo tornati separatamente. In Guyana eravamo stati inseparabili, avevamo lavorato in squadra 24 ore al giorno, combattendo gli ostacoli posti dal governo e dal Tempio e poi occupandoci degli eventi che a Jonestown avevano iniziato rapidamente a deteriorarsi. Eravamo diventati amici. Greg è tornato in una bara avvolta nella bandiera americana, il padre in lacrime, piegato in due. «Un vecchio proverbio dice che il tempo cura le ferite» ha detto Gale. «Ma non c'è pace. Non avremo mai nipotini, come li hanno i nostri amici. Jones ha distrutto tutta la nostra famiglia.» L'unico conforto viene dalle immagini fotografiche del viaggio che odiano. I proventi che l'Examiner ricava dalle foto fatte da Greg, e in seguito da me con la sua macchina fotografica, finanziano una borsa di studio in suo nome presso la sua alma mater, la San Francisco State University. Si dice che sia la più cospicua borsa di studio per fotogiornalismo del paese. Ma ciò che importa ai Robinson è che qualcosa di buono sia uscito da tanto male. Quando Greg morì nello svolgere il suo lavoro aveva 27 anni - non molti di più di chi oggi vince il premio in sua memoria. Desiderio di un monumento commemorativo Nel corso degli anni i partecipanti hanno letto a voce alta grandiosi proclami di sindaci e governatori; tutti esprimevano solidarietà e deprecavano la tragedia. Tutti quei discorsi mi ricordano come Jim Jones avesse raccolto tributi dai politici, che lo difesero o si girarono dall'altra parte quando vennero mosse le prime accuse. Era riuscito ad ingannarne alcuni accendendo i riflettori sulle opere di bene del Tempio; si era guadagnato il consenso di altri fornendo voti e personale per le campagne elettorali. Uno dei suoi più ardenti sostenitori fu Willie Brow, rappresentante della Camera Bassa ed ora sindaco di San Francisco. Un altro fu George Moscone, che in veste di sindaco della città aveva designato Jones alla Housing Authority Commission. Quando scoppiò la tragedia di Jonestown Moscone si ammalò. In seguito chiamò la mia famiglia e quella di altre vittime per esprimere il suo rimorso; partecipò ai funerali di Ryan. Pochi giorni venne assassinato da un fanatico politico, assieme al suo supervisore, Harvey Milk. Quegli omicidi vengono ricordati ogni anno con una fiaccolata a cui partecipano migliaia di persone. Ma il servizio commemorativo di Jonestown non ha ancora attratto una folla decente. Tutto ciò che Fred Lewis e Jynona Norwood avrebbero voluto è un giusto tributo e una lapide di granito che elenchi nomi ed età delle vittime. «Vorrei che la gente vedesse quanti anni avevano, in modo da sapere quanto giovani fossero» ha detto la Norwood. «È così orribile. Se ne sono andate generazioni intere delle nostre famiglie.» Ci sono stati periodici tentativi di raccogliere i 35.000 dollari necessari per il monumento. E l'anno scorso la poetessa Maya Angelou ha accettato di scrivere l'epitaffio. Ma gli sforzi continuano a finire nel nulla. Il monumento resta solo un sogno, così come lo fu Jonestown.
Il Tempio dei Popoli fu fondato in Indiana dal Rev. Jim Jones, trasferendosi poi in California negli anni '60. Il Tempio, affiliato ai Discepoli di Cristo, era una miscela di pentecostalismo e attivismo comunitario. Gestiva programmi per fornire cibo e alloggi ai meno abbienti, ed acquisì forte potere politico. Nel 1977 le inchieste della stampa sulle pratiche settarie del Tempio provocarono l'esodo in Guyana. Tim Reiterman, redattore del Times, all'epoca copriva le notizie relative al Tempio dei Popoli per conto del San Francisco Examiner. Assieme all'autore John Jacobs ha scritto "RAVEN: The Untold Story of The Rev. Jim Jones and His People".
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