Verso un'Italia multietnica e multireligiosa

Saremo in grado di affrontare una auspicabile integrazione, nel rispetto dei diritti di ognuno? 
Ovvero: come nel nome del relativismo culturale, e di un malinteso principio di "tolleranza", non si debba mai arriviare a giustificare imposizioni inaccettabili.

29 ottobre 1999, la prima grande manifestazione Islamica a Torino
 

 
 

"Allah è grande", in piazza l'orgoglio dei musulmani 

di Marco Trabucco, La Repubblica 30/10/99

Torino - Il muezzin li ha chiamati alla preghiera e in cinquecento, solo uomini, si sono inginnocchiati, senza scarpe, in cinque righe regolari, su tappeti di fortuna, striscioni, volantini, davanti al teatro Regio, in direzione della Mecca. Piazza Castello, invasa dalla folla dello shopping, si è fermata: un silenzio stupito, rotto dall'invocazione Allah Akbar, Allah è grande, salmodiata da centinaia di voci. Le trenta donne che avevano guidato con il volto coperto dall'hijab, il velo che nasconde solo capelli e orecchie, il corteo partito un'ora e mezza prima da Porta Palazzo erano state relegate dietro la pensilina del tram: non possono pregare davanti agli uomini. Sono stati solo cinque minuti: ma per cinque minuti una piazza d'Italia, quella dove erano sfilati gli eserciti dei Savoia, delle adunate fasciste e dei cortei operai e studenteschi, è diventata una moschea. E centinaia di immigrati l'hanno fatta loro, per la prima volta l'hanno avuta tutta per sè. 

Erano duemila, maghrebini, ma c'erano anche senegalesi e nigeriani, quelli che si erano ritrovati alle 16 davanti alla moschea, di Porta Palazzo, a pochi passi dal più grande mercato all'aperto di Torino. L' imam Bouriqui Bouchta guidava il corteo seguito dai bambini, una decina e da una trentina di donne con il volto velato, molte coi bimbi in braccio. Poi, questa volta dietro, gli uomini con gli striscioni. Qualcuno in arabo, qualcuno in italiano, pochi che rivendicano il diritto delle donne arabe a comparire nelle foto dei documenti con il volto parzialmente velato, un diritto che la Questura di Torino non avrebbe rispettato. 
Un pretesto, insomma. Gli striscioni chiedono altro: meno ostacoli per ottenere il permesso di soggiorno, rispetto dei diritti dei carcerati extracomunitari, facilitazioni per ricongiungimenti familiari, ma anche le cose più semplici, il lavoro, la casa popolare. Rivendicazioni politiche ripetute negli slogan che si alternano con il ritornello: Allah è grande. Il corteo percorre corso XI febbraio, corso san Maurizio poi entra nel centro storico, via Po, piazza Castello. La gente sotto i portici guarda perplessa, prende in mano il volantino con le rivendicazioni scritte in bell'ordine. 

Il corteo arriva davanti alla Prefettura dove una delegazione di manifestanti incontra il prefetto Mario Moscatelli e il vicequestore vicario Andrea Ninetti. Che spiega: «La questione del velo sul volto nei documenti è già risolta. Se copre solo capelli e orecchi, come lo hijad, non crea problemi. È quanto già accade con le suore cattoliche. E così è nei documenti di molti loro paesi». Lo conferma Mustafà Kobbà, marocchino, presidente della Consulta degli stranieri comunale: «La questione del velo è solo uno dei problemi, in gran parte l'abbiamo già risolto. Qui noi vogliamo invece rivendicare i diritti di tutti gli immigrati che vivono a Torino, mussulmani o ebrei, cattolici e buddisti. Qui c'è una Questura che negli ultimi due mesi ha iniziato a dare il "rigetto" a chi non ha un lavoro. Insomma il permesso di soggiorno non viene rinnovato e dopo 60 giorni scatta l'espulsione. Così c'è qualcuno che ha pagato falsi datori di lavoro per poter rimanere qui. E poi c'è troppa violenza dalle due parti, da parte degli immigrati ma anche della polizia. Non chiediamo privilegi. Vogliamo solo l'applicazone dell'ultima sanatoria, una legge chiara. E giustizia». 

Mamadou Yop, senagalese, da dieci anni in Italia, è più esplicito: «Per me questo è un corteo contro il razzismo, per impedire che chi non ha lavoro venga mandato via». E Alì Zouhir, marocchino: «Io un lavoro ce l'ho. So che in giro ce n'è poco, ma gli italiani lo sanno che nelle fonderie ormai ci siamo solo noi? È successo anche a voi, qui e in Germania. Dovrebbe aiutarvi a capire. E anche per le leggi siete privilegiati perchè potete prendere l'esempio dalle altre nazioni europee che hanno avuto l'immigrazione prima di voi». 

Intanto dagli altoparlanti del furgone fermo davanti alla Prefettura parte una musica. Anche Alì si mette a cantare, con tutta la piazza: «L'hanno cantata per la prima volta Maometto e i suoi di ritorno da un vittoria sui ribelli. È la canzone dell'orgoglio dell'Islam».
 

La marcia dell'Islam a Torino

Hanno sfilato in duemila per il diritto al velo, pregando e gridando: "Allah è grande" - di Gad Lerner. La Repubblica, 30 ottobre 1999

Torino - Nell'ultimo autunno del secolo operaio è un uomo alto e biancovestito, solenne come la sua lunga barba, a guidare i lavoratori in corteo per il centro di Torino. Appena giunto in piazza Castello, Bouchta Bouriki - è questo il nome dell'imam - si toglie le scarpe, stende un tappeto di fronte al Teatro Regio, e al posto del comizio intona la preghiera pomeridiana. Due passi dietro di lui, lunghi cordoni umani si piegano e si prostrano, la fronte a terra, verso il Po, il colle di Superga, e infine, molto più lontana, la Mecca. Le donne velate con i bambini, pattuglia di minoranza di un'immigrazione ancora quasi tutta maschile, ripiegano silenziose verso Palazzo Madama, mentre un ragazzo col gel e l'orecchino regge una bandiera nera. 

Sul vessillo è scritto in arabo: "Allah è l'unico Dio, e Maometto è il suo Profeta". Nell'ultimo autunno del secolo operaio, dunque, per la prima volta l'Islam conquista il centro della capitale industriale. Poco gli importa che i torinesi restino allibiti dagli slogan urlati in una lingua incomprensibile. Se sono venuti lì in mille o duemila, comunque in molti- non è tanto per farsi capire quanto per esserci, finalmente. Dopo che si è ritrovata negli scantinati adibiti a moschea, la nuova manovalanza impiegata in periferia non ha bisogno di rivendicazioni salariali per manifestare la sua identità. Molto meglio sbatterci in faccia il simbolo più indigesto all'Occidente: quel velo imposto dal Corano alla donna musulmana, sulla cui misura più o meno atta a celarne il viso hanno avuto da ridire con eccessivo scrupolo burocratico i poliziotti incaricati di vidimare le carte d'identità.

Insieme ai barbuti severi osservanti dei precetti religiosi, è facile riconoscere nel corteo anche tanti ragazzi col codino, vestiti alla moda, che certo non disdegnano i pub e le discoteche. Ma nessuna ironia è lecita se poi alla fine anche in loro l'Islam torna a manifestarsi come cemento comunitario. Sorridendo con i suoi denti guasti, Mohamed Eddejci, marocchino addetto allo stampaggio a caldo delle lamiere in una fabbrichetta di Rivarolo cerca di convincermi delle sue ragioni. «Appena giunto da Casablanca, mi riempivo gli occhi delle vostre donne con la gonna sopra il ginocchio, e i seni gonfi in bella vista. Ma poi mi sono reso conto dell'umiliazione cui vanno incontro quelle poverette, dell'imbarazzo in cui vivono le loro famiglie, dei problemi sociali che provocano. Quale piacere e quale serenità, invece, nella donna che si copre con pudore!». Mohamed, vuol dirmi che non le ha cercate, le donne vestite all'occidentale? «Ci sono andato, eccome, mi ci sono perso dietro. Con quanta inquietudine! Bevevo, fumavo. Pur di averle ero disposto a promettere il falso, a vivere nella menzogna. Poi ho conosciuto la mia futura sposa, e insieme siamo tornati all'Islam. Lei stessa, prima, vestiva all'occidentale. Ma non occorre essere integralisti per preferire la pace che deriva dalla riservatezza. Ora siamo sereni, e anche voi europei dovreste capire come le donne velate siano preferibili alle donne scoperte».

Questa storia dell'hijab, il velo islamico, è esplosa a Torino nella maniera più inutile e dannosa. Come spiega Stefano Allievi, autore del saggio "I nuovi musulmani" (edizioni Lavoro), il problema del velo non è affatto tra i più sentiti dalle comunità islamiche italiane. E su disposizione del Viminale, già da anni vengono accettate dappertutto le foto tessera delle donne osservanti con l'hijab. Sarebbe bastato avere cura di non urtare suscettibilità culturali pronte a esplodere, in un contesto sociale che sembra fatto apposta per esasperarle. Nella loro marcia gli immigrati attraversavano una Torino tappezzata di manifesti della Lega in cui sotto lo slogan "Fuori i clandestini" si poteva leggere testualmente: «Nei prossimi vent'anni i nostri popoli saranno cancellati». Cancellati da duemila, centomila, un milione di musulmani? Cancellati da quel grido, "Allah u akhbar", che prende il posto di "Potere operaio"?

Una follia irrazionale rischia di spingerci al conflitto, se è vero che come mosche cocchiere intorno al corteo di ieri non mancavano neppure gruppetti di vetero-comunisti col loro volantino intitolato: "Appoggiamo le richieste delle comunità islamiche". Quasi che davvero nei musulmani potesse rinascere l'utopia della rivolta proletaria. E poco importa che le loro rivendicazioni non vadano proprio nel segno dell'emancipazione femminile: presto vedremo anche le comuniste con il velo?

Più pragmatica appariva l'unica donna dal caschetto biondo platinato incontrata nella parte maschile del corteo: «Mi chiamo Titti Muratore Balaclava, e sono titolare a Borgaro di un'azienda di liofilizzati in cui impiego maestranze islamiche. Difendo i diritti dei miei operai, e con loro aprirò filiali in Egitto e Marocco». La fede e il bisogno s'intrecciavano anche nell'unico volantino in lingua italiana diffuso dai manifestanti: c'era il diritto al velo, ma c'erano pure la richiesta d'accesso alle case popolari, e il permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro indeterminato.

Così, uno dopo l'altro mi hanno fermato tanti clandestini in corteo: «Lavoro da due anni come fabbro, e il padrone è felice di tenermi in nero. Ma io sono come prigioniero in Italia, non posso tornare in Algeria a trovare la famiglia». E subito tornavano a gridare "Allah u akhbar".

Non erano mai stati così in tanti, neanche al funerale del neonato morto dopo che un tassista torinese aveva scaricato la madre partoriente, neanche al funerale del marocchino annegato ai Murazzi da un'orda di coetanei italiani ubriachi.

Nella Torino che si rattrappisce e sempre più pare chiudersi in se stessa, l'imam diventa un capo autorevole. La nuova forza dell'Islam emerge sorprendente e inquietante, difficile da comprendere. «Cortesemente, sa mica dirmi cosa sta facendo quel tipo lì?». Nella penombra della sera, il travet venuto a passeggio al centro si ferma incredulo di fronte alla tunica bianca che si distende sull'asfalto, rivolta alla Mecca.
 

"Per lo hijab rinuncio al passaporto"

Parlano le donne islamiche - La Repubblica, 30 ottobre 1999

Torino (a.l.) - Amina, un velo che le ricopre il capo e parte del volto, il neqab, le mani nascoste da guanti neri, tiene in braccio il figlioletto di pochi mesi e, vicina ad altre donne in hijab, il foulard islamico, rivendica i propri diritti di musulmana: «Se fossi costretta a scegliere tra documenti e hijab, sceglierei il secondo - afferma sicura e combattiva - Il velo islamico è un obbligo per ogni credente che rispetti il Corano». L'ideale, per lei, sarebbe addirittura poter utilizzare foto con il neqab, così nessuno potrebbe vedere il suo viso. Ma sa che non può pretenderlo. 

«Anch'io rinuncerei al passaporto - incalza Maryam, un'altra donna in hijab - se fossi costretta a scegliere tra questo e la foto senza velo. Noi chiediamo solo che vengano garantiti i nostri diritti di credenti e le nostre tradizioni culturali. Nessuna legge umana può permettersi di cambiare ciò che Dio ha ordinato». 

Ma non tutte le donne musulmane sembrano pensarla allo stesso modo. «Manifestare per il velo islamico? Che sciocchezza!» Sued Bendkhim, marocchina, consulente del ministero di Grazia e Giustizia presso il carcere minorile Ferrante Aporti, da anni impegnata sul fronte dei diritti dei ragazzini immigrati e delle donne, si dichiara assolutamente contraria a iniziative di questo tipo. «Bouriqui Bouchta e alcune associazioni maghrebine hanno strumentalizzato una questione marginale come l'hijab per attirare l'attenzione dei mass-media. I problemi reali sono lo sfruttamento dei bambini marocchini nel mercato della droga e di un numero crescente di donne arabe nel giro della prostituzione, i permessi di soggiorno che tardano ad arrivare, il fallimento delle politiche sull'immigrazione... Invece, si parla soprattutto di velo islamico! È incredibile, per me, sentire come certi connazionali osino fare, in Italia, rivendicazioni che, in Marocco, sono tacciate di integralismo e perseguite per legge». 

Dello stesso avviso è anche Suad, una signora tunisina che, da dieci anni, vive in Italia con marito e figli: «La fede non sta nell'indossare o meno un foulard. Questa è esteriorità. Ciò che importa è il retto comportamento, l'onestà. Perché non chiediamo invece che, nelle scuole, gli insegnanti insegnino ai ragazzini italiani il rispetto per le altre culture e per le differenze etniche? Per due anni, mio figlio si è sentito chiamare, da alcuni compagni, "sporco nero". Forse è più giusto lavorare su questo, che non sul velo».
 

Donne coperte

di Carla Casalini, Il Manifesto 30 ottobre 1999

Un poliziotto alla francese, che non "transige", un imam che coglie l'opportunità di un prova di forza. Due uomini, rappresentanti di due poteri, accendono a Torino la lotta del foulard. Sulla testa, letteralmente, delle donne.

 Ma prima o poi sarebbe successo un qualche incidente utile a contrapporre una comunità, come quella islamica torinese, che si sente abbastanza forte per affermare la sua legge differente, e le autorità che pretendono l'uniformità di tutti coloro che abitano nel territorio dello stato italiano. "Abitano", perché in questo caso neppure di cittadinanza può parlarsi - non essendo, questa, prerogativa concessa agli immigrati. Il casus belli scoppia infatti perché un nuovo funzionario, più rigido del precedente, rifiuta foto di donne con l'hidjab sui permessi di soggiorno. E non a caso la manifestazione convocata per oggi dall'imam, mescolerà il diritto al velo alla rivendicazione di diritti individuali negati - permessi di soggiorno, modi della sanatoria e quant'altro.

Un grande pasticcio, un nodo in cui si ingarbugliano i fili di ciò che è dovuto agli individui, e il rispetto delle minoranze, ma nella specifica trama oggi dilagante delle "identità" religiose, etniche, delle radici ovunque e comunque riscoperte - che tra l'altro gettano una luce obliqua sulle differenze in cui ci si era da tempo impegnate in tante, e in tanti, per cercare di dare corpo e determinazioni sociali al disincarnato "individuo" contemplato dai nostri stati di diritto. Stati che per tutt'Europa, oggi, recingono di fili spinati questo diritto come privilegio, contro le pretese di migranti che si assiepano alle frontiere dei ricchi e democratici paradisi d'occidente.

L'ambiguità nella contrapposizione, che oggi si rappresenta nella vicenda torinese, però, la conosciamo bene. Da un lato c'è l'unilateralità, l'arroganza della ragione occidentale - che si chiude a sua volta in una sorta di superetnia. Dall'altra la comunità che si assolutizza nel principio identitario, con strutture non meno rigide di potere al suo interno. Il Corano non è imperativo sul foulard - chiarisce l'imam - ma è la famiglia che deve educare i figli alla religione.

Ecco, se nell'impero dello stato di diritto in molte, dicendo "individui e individue", abbiamo segnato la possibilità di una presa di parola di donne e uomini, e nella cultura e nella politica la possibilità di ripensarsi e di agire entrambi, conosciamo bene, però, i cunei di oscurità, di ottuso potere che fanno ostacolo. Perciò sappiamo bene, ce lo testimoniano esperienze e traversie di donne, la gabbia feroce che gli uomini, capi e padri delle "comunità", cercano di calar loro addosso perché non sfuggano al loro potere.

Uomini, non a caso, sono gli interlocutori preferiti delle nostre istituzioni, non meno che delle persone di buona volontà e progresso che "si occupano" di migranti. Nell'ombra, irrilevanti, restano per lo più i rapporti che intrattengono con le loro donne. Essi sono i "rappresentanti" riconosciuti. Finché altre non li disconoscano.

L'islam in testa al corteo

I musulmani manifestano a Torino contro la questura. E non solo - di Paolo Griseri, Torino. Il Manifesto, 30 ottobre 1999

La Sura della Luce, una delle più care ai musulmani, non lascia scampo. Dio si rivolge al Profeta e gli ordina: «O Profeta, raccomanda alle donne dei musulmani di coprirsi e di portare il vestito lungo dalla testa fino ai piedi». Oggi pomeriggio a Torino, una delle capitali della cultura laica nazionale, si svolgerà, grazie alla forza di quella Sura e all'imprevidenza di qualche burocrate della questura, la prima manifestazione di protesta organizzata in Italia da una comunità musulmana. Un vero e proprio corteo che partirà alle 15 dalla moschea di Corso Giulio Cesare 6 e raggiungerà la sede della polizia in corso Vinzaglio e la prefettura. La principale richiesta dei dimostranti sarà il diritto delle donne islamiche a farsi fotografare con il velo per fornire la documentazione necessaria ai permessi di soggiorno. «Non rivendichiamo certo il diritto a veder riconosciuto valore legale alle fotografie scattate indossando il chador -diceva ieri mattina in conferenza stampa una ragazza musulmana - ma il velo, lo hijab non nasconde i tratti somatici. Copre solo i capelli e le orecchie. Perché costringerci a toglierlo?».

La posta in gioco
Sarebbe errato pensare che la comunità musulmana abbia deciso di scendere in piazza solo per veder riconosciuto il diritto al velo. Anche perché negli anni scorsi i funzionari della questura avevano più volte chiuso un occhio di fronte alle fotografie di donne con il foulard. E l'improvvisa rigidità dimostrata da un nuovo venuto negli uffici centrali della polizia torinese avrebbe forse potuto essere superata. Nelle scorse settimane l'Imam della moschea di Porta Palazzo, una delle sei presenti in città, aveva ricevuto dai responsabili delle comunità musulmane torinesi l'incarico di risolvere la questione del velo. Una lettera di protesta è giunta alla questura torinese dall'ufficio di Roma della Lega mondiale islamica. I vertici della polizia hanno fatto capire di non aver diramato divieti particolari all'utilizzo del velo nelle fototessera, facendo capire che, se ci sono rigidità, dipendono dalle scelte dei singoli funzionari. Ma nei giorni scorsi una richiesta di incontro avanzata dalla stessa questura è stata rinviata dai musulmani torinesi all'indomani della manifestazione.

Perché la questione del velo è diventata un'occasione per rendersi visibili non più come marocchini, tunisini, algerini ma come musulmani. E l'Imam Bouriq Boucha, a Torino da 12 anni, annuncia che «è venuta l'ora di passare dalla richiesta di ospitalità alla rivendicazione dei diritti di cittadinanza». «Chiediamo di essere rispettati come musulmani», annuncia al telefonino mentre sta contrattando con una ditta specializzata l'affitto dei megafoni necessari alla manifestazione. Così, accanto alla richiesta di poter indossare il velo nelle fotografie, c'è l'analoga richiesta di consentire alle ragazze di metterlo nelle scuole, la rivendicazione del diritto a consumare i pasti dopo il tramonto per chi trascorre il Ramadan in carcere e la possibilità di non lavorare il venerdì.

Ma il responsabile della moschea si spinge più in là, presentandosi anche come possibile punto di riferimento per un pacchetto di rivendicazioni che nulla hanno a che vedere con la religione: «Chiediamo che la questura non neghi il permesso di soggiorno a chi risiede a Torino da più di un anno anche se non può dimostrare di aver lavorato ininterrottamente per tutto il periodo. Chiediamo inoltre che venga data risposta a chi ha presentato a febbraio la domanda di sanatoria ed è senza certezze con il rischio di perdere il lavoro. E infine pretendiamo che polizia e carabinieri trattino i musulmani come gli altri cittadini senza lasciarsi andare a episodi di violenza». Gli Imam torinesi, insomma, tendono a coprire con la forza della religione le lacune di una società civile non di rado indifferente ai problemi degli immigrati. Un cocktail di rivendicazioni religiose e richieste di cittadinanza che potrebbe diventare esplosivo, come è già accaduto in Francia negli anni scorsi.

Naturalmente i responsabili della comunità islamica (sono 10.000 i credenti in Piemonte) negano che le ragazze siano in qualche modo costrette a indossare il velo: «Il Corano non prevede punizioni particolari per chi non rispetta i comandamenti. È un problema che riguarda il rapporto tra ogni credente e Dio». 

Totale libertà di scelta dunque? Non proprio. Non di rado ciò che non viene punito dal Corano viene imposto dalle famiglie: «L'educazione religiosa dei figli - dice l'Imam - è un dovere delle famiglie, è un modo per conservare vive le radici del proprio paese di origine anche quando si emigra altrove. Il rispetto del padre, l'obbligo per i figli di baciargli la mano e di baciare la testa della madre sono prescrizioni molto rispettate. Così è anche per le ragazze che, raggiunta la maggiore età, si mettono il velo. Poi io ascolto tutti, anche le donne che vengono a espormi i loro problemi matrimoniali vestite all'occidentale».

È certamente più facile per una donna musulmana che vive a Torino abbandonare le prescrizioni religiose. O, almeno, lo era fino ad oggi. Perché se la manifestazione avrà successo anche le immigrate dovranno fare i conti con il nuovo protagonismo dei responsabili delle moschee.
 

"Diritto sì, obbligo no"

Intervista su foulard e dintorni. Lo studioso: «Ma in questi casi reprimere non serve» - Di Livio Quagliata, Roma, Il Manifesto 30 ottobre 1999

A Stefano Allievi - studioso dell'islam e autore, tra l'altro, del saggio "I nuovi musulmani" (ed. Lavoro) - abbiamo chiesto che cosa ne pensa della manifestazione che si terrà oggi a Torino.

Che impressione ti fa la protesta della comunità islamica torinese?
Se funzionerà sarà una manifestazione di autonomia e di organizzazione. Detto questo, io credo che debba essere riconosciuto come diritto individuale della persona portare un foulard e farsi fotografare con quello, se lo desidera. Altra cosa sarebbe proporne l'obbligo per tutta la comunità islamica. Tra l'altro è una rivendicazione che viene fatta dalla leadership musulmana molto più qui che in altri paesi europei.
E il caso francese?
Appunto. Il diritto al foulard non viene rivendicato fino a quando non viene represso. In Francia, quando scoppiò il caso, si contavano 80 ragazze che portavano il foulard a scuola. La diffusione del fenomeno è stato frutto dell'errore francese: reprimere invece di garantire il diritto a indossare ciò che si vuole.
Non ti pare che il "caso" torinese sia più politico che culturale?
Certo. Da una parte abbiamo un questore o un funzionario che ignorano una circolare del ministero che consente le foto con il velo. Tant'è che a Milano queste vengono tranquillamente consentite. Dall'altra parte c'è la leadership islamica - generalmente maschile - che vuole porsi come interlocutrice. E così facendo crea un effetto ottico che distorce la realtà. La quale ci dice che alla base islamica del foulard forse non importa poi molto. A patto che non venga represso. Come in Francia.
Dunque garanzie dei diritti della persona. Ma come la mettiamo con pratiche come l'infibulazione?
A parte che non conosco leader musulmani che la pubblicizzino, mi sembra non sia un problema: è un reato e come tale va perseguito. In realtà, i problemi veri non sono gli estremi, foulard e infibulazioni, ma ciò che ci sta in mezzo. Ad esempio: come la metteremmo se si chiedesse di separare a scuola i maschi dalle femmine?

Quel ciador "rivoluzionario" - Storia velata: la lezione iraniana.

L'abuso della legge coranica contro le donne. Quali diritti sotto il velo, l'hidjab, il burqa o il niqab? Le contraddizioni di una società multietnica che dovrebbe garantire le diversità senza avallare l'oppressione
- di Giuliana Sgrena, Il Manifesto 30 ottobre 1999

"Libertà è anche indossare il ciador", titolava nei giorni scorsi un quotidiano a proposito di un disegno di legge del governo italiano contro le discriminazioni. Una affermazione che raccoglie tutte le contraddizioni del dibattito in corso a Torino. Ma che soprattutto mi ha riportato al caso sicuramente più clamoroso dell'uso del ciador in modo "rivoluzionario". Quello dell'Iran. Il prezzo pagato dalle donne iraniane per aver pensato di poter usare il "ciador" contro la repressione dello scià e poi liberarsene dopo la sua sconfitta è stato tremendo. Non se ne sarebbero più liberate del "ciador" imposto dai sette anni in poi: a distanza di vent'anni le loro conquiste sono, e solo per qualcuna che osa di più, qualche ciocca di capelli che sfugge al controllo del foulard - e delle "ciadorì" del comitato di controllo - o lo smalto sulle unghie liberate dai guanti a dalle calze nere. Non è poco, perché rappresenta la resistenza delle donne, in questo caso più che altro simbolica, come il "ciador" può rappresentare il segno dell'oppressione e del controllo della sessualità della donna. Quando è imposto, naturalmente, anche se spesso i limiti tra imposizione e libera scelta, sono labili, anche tra gli immigrati.

Sono stata recentemente in Iran e, seppur con grande riluttanza, ho accettato di portare sempre il foulard, come di rispettare tutte le varie separazioni imposte alle donne. Si tratta delle regole di uno stato, peraltro teocratico e che si rifanno all'insindacabile volere di dio, quindi non discutibili. Lo stesso principio dovrebbe valere per chi decide di vivere in un altro paese, almeno teoricamente. Perché comunque, soprattutto in paesi di forte immigrazione e di tradizione democratica, si impone il problema del rispetto delle differenze culturali e religiose. Quindi, da parte delle istituzioni può risultare difficile dover scegliere tra un divieto che può provocare l'effetto contrario - un arroccamento contro i valori occidentali - o la difesa in nome di un relativismo culturale di imposizioni inaccettabili.

Quello dell'Iran è solo un esempio, ma quale deve essere il comportamento di riferimento nel caso delle comunità musulmane? In nome del Corano si può imporre il burqa, come fanno i taleban in Afghanistan, l'hidjab come hanno tentato di fare gli integralisti in Algeria, oppure adottare una legislazione laica come ha fatto la Tunisia. La maggioranza delle donne algerine, tunisine, marocchine, egiziane, etc, non hanno il velo nella foto sulla carta di identità. Il Corano, infatti, non è una legge ma un testo che è stato interpretato dalle varie scuole giuridiche, come ci ricorda spesso il gran muftì di Marsiglia, l'imam Soheib Bencheick. Quindi quale deve essere il comportamento da riconoscere giuridicamente? Lo dobbiamo decidere noi (stato italiano) o lasciarlo alle rappresentanze delle varie comunità - in questo caso musulmane - che in nome della non separazione tra religione e stato impongono - o cercano di farlo - le loro regole a tutti i loro concittadini? Ci sono già numerosi esempi di questo tipo in Italia.

Il caso di Torino riguarda la foto con foulard sul permesso di soggiorno. Quale foulard? Il ciador, il burqa, il niqab, l'hidjab? Sarà possibile fare una distinzione? E se la prossima richiesta fosse quella di rispettare la legge di alcuni paesi che mettono la foto della moglie sul passaporto del marito, in quanto è considerata una minore e quindi non può viaggiare da sola?

Non si tratta di paradossi. Perché in nome del riconoscimento di realtà e tradizioni diverse, per esempio, in Francia alle donne algerine viene applicato il famigerato codice della famiglia algerino che le discrimina pesantemente e spesso a causa del quale sono fuggite dal loro paese.

Certo le donne costrette a portare il velo a volte hanno aguzzato l'ingegno e lo hanno anche saputo sfruttare a proprio vantaggio: se il velo non può essere tolto per il riconoscimento ci si può confondere, sostituire, magari agli esami, come è successo in Algeria, ai tempi in cui gli integralisti dettavano legge. Oppure per portare le armi, come fecero alcune donne del Fronte di liberazione nazionale nella guerra d'Algeria. Oppure per sfuggire ai controlli dei taleban in Afghanistan. Piccoli sotterfugi per non soccombere.

Le ragazzine con il foulard che hanno diviso la Francia

Dieci anni non sono bastati a conciliare l'intransigenza laica e quella islamica - di Anna Maria Merlo, Parigi. Il Manifesto, 30 ottobre 1999

Ricorre quest'anno il decennale del primo caso di "velo islamico" nelle scuole francesi. Nell'autunno dell'89 scoppiò la prima polemica, che poi si sarebbe riprodotta e trascinata per dieci anni fino ad oggi, senza che quella questione sia mai stata veramente risolta. L'ultima sentenza del consiglio di stato, difatti, data al 20 ottobre scorso: con una lettura restrittiva di un suo precedente parere, l'alta giurisdizione ha riconosciuto al personale educativo della scuola la facoltà di esigere «tenute compatibili con il buon svolgimento dei corsi» e, nel caso specifico, ha annullato una sentenza di corte d'appello che dava ragione a due ragazzine di origine turca. Le ragazze avevano chiesto di poter tornare a scuola, da dove erano state espulse perché portavano il foulard islamico in testa, anche durante le ore di ginnastica e di scienze (il foulard può essere pericoloso, sostengono gli insegnanti). Nel caso specifico, avvenuto vicino a Nancy, è venuta alla luce tutta la malafede che in Francia ha percorso sottotraccia la polemica sul velo islamico: le ragazzine avevano accettato di presentarsi alle lezioni di ginnastica e scienze con un berretto al posto del foulard, ma gli insegnanti non ne hanno voluto sapere; inoltre le famiglie hanno montato il caso, facendosi difendere da discutibili "avvocati" dell'islam.

In Francia, purtroppo, la questione del velo isamico è diventata negli anni una guerra muro contro muro tra due integrismi: da un lato alcune - poche - famiglie musulmane - in genere di immigrazione recente, in particolare da una certa zona montagnosa della Turchia - che impongono prima alle figlie e poi alla scuola pubblica di sopportare il velo sulla testa delle ragazzine (quando non chiedono l'esclusione da certi corsi, come la ginnastica o le scienze, per ragioni "culturali"); dall'altro, la fede indiscussa nella "laicità" della scuola e dello stato. Ma se è vero che in Francia la religione è considerata "questione privata" che non riguarda la scuola (non esiste, evidentemente, l'ora di religione nelle scuole pubbliche francesi e ognuno, se vuole, si rivolge alla propria chiesa per l'istruzione religiosa), negli ultimi anni si sono susseguite circolari ministeriali e sentenze del Consiglio di stato che lasciano un margine di manovra ai singoli istituti. Difatti la soluzione meno drammatica sarebbe quella di lasciar decidere, caso per caso, i presidi, senza farne ogni volta un caso che favorisca crociate di entrambi gli schieramenti.

Il primo caso è scoppiato in Francia nell'89, a Creil. Lì avvenne la prima levata di scudi: i presidi insorgono contro il "foulard", in nome di una laicità di principio considerata intoccabile, perché base dell'eguaglianza dei cittadini. Il fatto è che il "caso del foulard" rende ormai evidente fin da allora che la Francia è in mutamento, che la "repubblica" e le sue istituzioni non funzionano più come dovrebbero, che la scuola non è più il formidabile strumento di integrazione (e assimilazione) che era stato per italiani e polacchi all'inizio del secolo.

Le sentenze e le circolari si susseguono: l'11 febbraio del '92 un "parere" del Consiglio di stato rivendica per tutti "l'esercizio della libertà di espressione e di manifestazione delle proprie credenze religiose". Il 20 settembre del 94, la "circolare Bayrou" (dal nome dell'allora ministro della pubblica istruzione, democristiano), distingue i "segni ostentatori" (proibiti), dai "segni discreti" (ammessi). Bayrou registra solamente un dato di fatto, poiché croci e kippa sono concesse, mentre il velo è in genere bandito. Nel '95 un parere del Consiglio di stato apre la possibilità di autorizzare gli allievi ebrei praticanti a non andare a scuola il sabato, sempre che la cosa "non turbi i corsi". Nel '96, di nuovo il Consiglio di stato sostiene che portare il velo islamico non è incompatibile con il principio di laicità. Ma ecco che recentemente, il 20 ottobre, i "saggi" hanno dato una versione restrittiva di questo loro "parere". Nei fatti, i casi di velo islamico a scuola - unico luogo dove è scoppiato un caso del genere - si contano sulle dita. In tutti i casi, però, le vittime della doppia intrasigenza finiscono sempre per essere le ragazzine: coperte con il foulard, escluse da scuola, isolate in famiglie già isolate socialmente, costrette a studiare - male - per corrispondenza, private degli strumenti di ribellione.

 
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