A ogni accenno di terrorismo l'opinione
pubblica reagisce in modo isterico. Nulla di strano, perché il terrorismo
È un nemico strisciante, non si capisce mai quale potrebbe essere
il suo prossimo obiettivo, il terrorista potrebbe sederci accanto al ristorante,
e pertanto nascono inquietudine e senso di instabilità. Che è
poi quello che il terrorista vuole - destabilizzare.
Coloro che hanno vissuto gli anni di piombo
sanno però che l'inquietudine genera curiosi tabù e rituali
linguistici. Anzitutto è proibito pensare che quattro giovanotti
esaltati abbiano concepito un piano perfetto come quello di via Fani, altrimenti
dovremmo temere di tutto e di tutti; pertanto bisogna anzitutto affermare
che dietro ai brigatisti ci debbano essere Altri (e, alla fine della catena,
il Grande Vecchio). In secondo luogo, se si considera il terrorismo un
fenomeno di devianza sociale come la droga o il delitto passionale, si
finisce per accettarlo, e dunque è proibito pensare che abbia delle
motivazioni; pertanto ogni menzione dei comunicati dei terroristi deve
essere preceduta dall'aggettivo "delirante".
Quanto al primo punto nessuno considerava
che, se molti coetanei dei giovanotti di via Fani erano già laureati
alla Bocconi e facevano soldi a Wall Street, organizzavano villaggi turistici
in Polinesia, o erano piloti di Tornado, non c'era nulla di strano che
dei trentenni fossero capaci di organizzare il rapimento di Moro, e bastava
si fossero diplomati per corrispondenza.
Per il secondo punto, gran parte delle
analisi politiche dei comunicati dei brigatisti (come per esempio le osservazioni
sullo Stato delle Multinazionali) non erano affatto deliranti; discutibili,
magari, ma normalmente discusse in serissimi libri reperibili in biblioteca.
Delirante (ovvero infantile) era se mai la conclusione se essi ne traevano,
che cioè si potesse battere il potere delle multinazionali ammazzando
un poveretto che usciva di casa al mattino - e più infantile ancora
era l'idea che si potesse colpire il cuore dello Stato. Quei giovanotti
avevano letto Baran e Sweezy, ma non avevano letto Foucault, e non sapevano
che il Potere (e immaginiamoci quello delle multinazionali) non ha un centro,
e quindi neppure un cuore vulnerabile.
A vent'anni di distanza ci risiamo. Il
comunicato dei brigatisti è delirante, Bertinotti si è lasciato
scappare che delirante del tutto non è, e rischia di diventare lui
il Grande Vecchio - mentre è solo uno che cento ne fa e cento ne
sbaglia, e non ha neppure capito che la buona educazione politica impone
che si debba dire anzitutto «delirante», altrimenti non si
va avanti a discutere. Ma il bello è che tutti i giornali dicono
che quelle ventotto pagine contengono informazioni a cui potevano avere
accesso solo esperti o del ministero o dei sindacati, e quindi del tutto
deliranti non dovrebbero essere. In realtà immagino che questo documento
(al tempo stesso, pare, scientificamente preciso e delirante) sia come
i precedenti: parte da una analisi più o meno discutibile e ne trae
conclusioni politico-operative infantili. Come gli anziani, i nuovi brigatisti
non sono deliranti, sono politicamente e culturalmente immaturi.
Anche questa volta si cercano agenti esterni
perché pare impossibile che i terroristi siano rinati di colpo nel
nostro corpo sociale. Santa pazienza, è vent'anni che leggiamo di
ragazzi che ammazzano durante un rito satanico, di alcuni che spaccano
la testa ai genitori per prendere l'eredità, di molti che gettano
sassi dal cavalcavia per passare la serata, di altri ancora che si rimpinzano
di droga e si schiantano sull'autostrada, e tutto questo per dare un senso
a una vita vuota, e ci pare impensabile che ce ne siano alcuni che per
dar senso al loro vuoto si riuniscono in una cosca terroristica? Se ci
sono ragazzi che ritengono possibile evocare legioni di demoni, perché
non debbono essercene altri che ritengono possibile fare insorgere il proletariato
mondiale?
Qualcuno dirà che, se il terrorismo
politico è una delle tante canalizzazioni della violenza sociale,
dovrebbe essere tipico dei lunghi periodi di pace e non dovrebbe manifestarsi
in tempo di guerra, quando la violenza trova canali, per così dire,
ufficiali e autorizzati. Come la mettiamo allora con la guerra nei Balcani?
Però gli anni di piombo sono iniziati nel clima della guerra in
Viet-Nam: il terrorismo non nasce all'interno di un paese in guerra, ma
può nascere quando, in tempo di pace, si è ossessionati dalla
violenza di una guerra lontana e inesplicabile. Proprio come la guerra
nei Balcani: vicina geograficamente, ma lontanissima psicologicamente.
E la nuova ondata terroristica sarebbe uno dei tanti sintomi, o effetti
collaterali, di questa anomalia.
Capisco che non è consolante sapere
che il neoterrorismo ci confonde ancor più le idee circa la guerra
in atto. Il vero problema è come fare perché i terroristi
non sparino ancora. Ma forse lo scavare sotto l'apparenza di un supposto
delirio potrebbe servire anche a questo.