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L'Espresso, 24 maggio 2001
Nel cervello c'è DioNel cervello c'è DioFervore mistico. Senso del sacro. Illuminazione... Ogni stato spirituale si riflette in un fenomeno cerebrale. Che gli scienziati fotografano. Per spiegare perché la nostra mente cerca l'infinito. Di Sharon Begley con Anne UnderwoodÈ una domenica mattina di marzo di 19 anni fa, a Londra. James Austin, neurologo, è in Inghilterra per il suo anno sabbatico. Si trova a una stazione dellametropolitana e sta aspettando il treno. Non vi è nulla di diverso dal solito. All'improvviso, viene invaso da una sensazione che gli pare di illuminazione, qualcosa mai provato prima. Il senso di esistenza individuale, di separazione dal mondo fisico circostante, svanisce. «Il tempo non esisteva più», ricorda oggi: «Provavo una sensazione di eternità. Desideri, avversioni, paura della morte si erano dissolti. Avevo avuto in dono la comprensione della natura ultima delle cose». Chiamatela esperienza mistica, momento spirituale, persino illuminazione religiosa se volete. Ma ad Austin non è bastato. Invece di interpretare il suo istante di grazia come la prova di una realtà che va al di là della comprensione dei nostri sensi, e men che mai come prova di un'esistenza divina, lo ha considerato «la prova dell'esistenza del cervello». Da neurologo, condivide la tesi per cui tutto ciò che vediamo, udiamo, sentiamo e pensiamo è mediato o creato dal cervello. E quell'esperienza fu l'inizio di un'avventura scientifica: esplorare le basi neurologiche dell'esperienza spirituale mistica. Da quell'avventura nacque un libro di 844 pagine, "Lo Zen e il cervello", pubblicato, si badi, non da qualche stravagante editore amante della New Age ma dalla Mit Press nel 1998. E con questo nacque una nuova scienza: la neuroteologia, lo studio della componente neurobiologica della religione e della spiritualità. Che negli ultimi anni ha coagulato un bel po' di interesse, risultato in articoli scientifici e libri. Come "Why God Won't Go Away", pubblicato ad aprile da Andrew Newberg della University of Pennsylvania insieme allo scomparso Eugene d'Aquili. Utilizzando le immagini cerebrali raccolte "fotografando" il cervello di monaci buddisti immersi nella meditazione e di suore cattoliche intente alla preghiera, i due neurologi raccontano quello che sembra essere il circuito della spiritualità nel cervello e spiegano perché i rituali religiosi hanno il potere di scuotere credenti e non. L'obiettivo è la scoperta delle basi neurologiche delle esperienze spirituali e mistiche; ovvero, ciò che avviene nel nostro cervello quando «sentiamo di aver incontrato una realtà diversa da quella quotidiana, e in qualche misura superiore ad essa», come dice lo psicologo David Wulff del Wheaton College nel Massachusetts. I neuroteologi cercano di individuare quali regioni si attivano, e quali si disattivano, durante esperienze che sembrano esistere fuori dal tempo e dallo spazio. Sebbene il tema sia del tutto nuovo e le risposte solo provvisorie, una cosa è chiara. «Le esperienze spirituali si configurano come tali in ogni cultura e fede», dice Wulff, «tanto da far pensare a un nucleo comune che è un riflesso di strutture e processi all'interno del cervello umano». «Sentivo l'energia concentrarsi in me. Uscire verso lo spazio infinito, per poi tornare. Sentivo un profondo allentarsi dei confini intorno a me, e un collegamento con una qualche forma di energia e di essenza piena di chiarezza, trasparenza e gioia», così Michael J. Baime, collega di Newberg, scrive ciò che prova quando pratica la meditazione buddista tibetana. Uno degli esperimenti più comuni raccontati nel libro di Newberg, lo vedeva seduto in meditazione tra incensi e candele con al suo fianco, una cordicella. Concentrandosi su un'immagine mentale, Baime acquietava la sua mente fino a far emergere quello che lui stesso definisce il suo vero io interiore. Una volta raggiunto il picco d'intensità spirituale, dava uno strappo alla cordicella. Newberg che teneva in mano l'altra estremità della fune, sentiva tirare e iniettava un tracciante radioattivo in una cannula inserita nel braccio sinistro di Baime. E così lo sottoponeva a Spect, ossia tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli, una tecnica che rileva il flusso sanguigno nel cervello, flusso che è correlato all'attività neuronica. Le immagini Spect consentono di scattare un'istantanea di un'esperienza trascendentale. A Baime si era illuminata la corteccia prefrontale, sede dell'attenzione. Ma quello che era emerso era un acquietamento dell'attività neuronale nel lobo parietale superiore. Questa regione determina il punto in cui termina il corpo e comincia il resto del mondo. «Se blocchiamo gli input sensori verso questa regione, come accade durante l'intensa concentrazione tipica della meditazione, si impedisce al cervello di operare la distinzione fra io e non-io», dice Newberg. Non arrivando più informazioni dai sensi, l'area di orientamento di sinistra non può rilevare il confine tra l'io e il mondo. Di conseguenza, il cervello sembra non avere altra scelta se non quella di «percepire l'io come eternamente intrecciato con il tutto», scrivono Newberg e d'Aquili. La stessa operazione fatta sul collega, i due neurologi l'hanno fatta su altri meditatori buddisti e su una coorte di suore. Lo stesso risultato. Quando Suor Celeste pregando arriva a «sentire Dio», la Spect rileva cambiamenti uguali a quelli intervenuti nei meditatori buddisti: l'area di orientamento si scuriva. «Il fatto che le esperienze spirituali possano essere associate a un'attività neurale non significa che siano mere illusioni neurologiche», precisa Newberg: «Sarebbe come attribuire a un'illusione il piacere che proviamo mangiando una torta. Non vi è modo per stabilire se i cambiamenti neurologici associati a un'esperienza spirituale significano che il cervello sta causando quell'esperienza o, al contrario, sta percependo una realtà spirituale». In realtà, alcune delle stesse regioni cerebrali coinvolte nell'esperienza della torta creano anche esperienze religiose. Quando l'immagine di una croce o di una torah rivestita d'argento provoca una sensazione di religioso rispetto, la causa va ricercata nell'area del cervello preposta alle associazioni visive, che interpreta quello che l'occhio vede e collega le immagini a emozioni e ricordi. Le visioni che nascono durante un rito o una preghiera vengono generate anche nell'area associativa: la stimolazione elettrica dei lobi temporali produce visioni. L'epilessia dei lobi temporali - scariche abnormi di attività elettrica in queste regioni - porta agli estremi questo fenomeno. Anche se alcuni studi hanno sollevato dubbi sulla connessione fra epilessia dei lobi temporali e religiosità, altri hanno concluso che questa condizione sembra indurre visioni e voci religiose particolarmente vivide. ««Non tutti coloro che meditano provano esperienze religiose forti», dice Robert K.C. Forman, studioso di religione dell'Hunter College di New York: «Pensiamo che alcuni individui possano essere predisposti geneticamente o caratterialmente ad avere esperienze mistiche». Le persone più aperte a queste esperienze tendono anche ad essere aperte a nuove esperienze di natura più generale. Sono di solito creative e innovative, con molti interessi e una certa tolleranza per l'ambiguità. Sono inclini alla fantasia, nota David Wulff, «suggerendo una qualche capacità di sospendere il processo di discernimento che permette di distinguere tra fatti reali e immaginari». Dato che «tutti noi abbiamo i circuiti cerebrali che mediano le esperienze spirituali, è probabile che molte persone abbiano la capacità di avere queste esperienze», dice Wulff: «Ma è possibile precludere questa capacità. Se uno è razionale e non incline alla fantasia, probabilmente rifiuterà l'esperienza.» Nonostante gli iniziali successi conseguiti dagli scienziati nella ricerca delle basi biologiche dell'esperienza religiosa, spirituale e mistica, c'è un mistero che resterà sicuramente tale. Essi potranno scoprire un senso di trascendenza nella nostra materia grigia e magari anche un sentimento divino, ma è probabile che non riusciranno mai a risolvere il più grande di tutti gli interrogativi, vale a dire se è il nostro cervello a creare Dio o se è stato Dio a creare il nostro cervello. Quale che sia la vostra risposta, è questione di fede. Gesù o Buddha? Questione di softwareColloquio con josé Antonio Jàuregui - di Maria Serena PalieriPerché l'essere umano ha creato dei e dee e ha costruito templi? E perché al contrario nessun animale va in chiesa o alla moschea? Niente di soprannaturale. È questione di "disco rigido". Lo sostiene José Antonio Jáuregui, antropologo spagnolo, autore di un libro in uscita, "Cervello & Emozioni" (Pratiche Editrice, pp. 352, lire 30 mila). Lo abbiamo intervistato. Lei definisce il cervello "computer emozionale-cerebrale". Perché? «Il nostro cervello è un computer programmato con software sia bio-naturali che bio-culturali, attraverso i quali ci invia messaggi e ordini emozionali che non possiamo eludere. Possiamo scegliere tra un messaggio e l'altro, ma non possiamo ignorarli. Abbiamo un densitometro delle emozioni: più è forte l'emozione, più forte è la spinta a soddisfare il bisogno. Il disco rigido del nostro computer è determinato geneticamente. Ed è compatibile, come per ogni animale, con i programmi biologici di base: il bisogno di mangiare, bere, dormire. Ma è anche compatibile con programmi bioculturali: come la religiosità». Proviamo a parlare di Dio... «Da antropologo non posso discettare sul fatto che Dio esista o no. Posso constatare che in tutte le religioni si parla di un Dio concepito e sentito come un padre giusto e buono, che ha creato nuvole e fiumi, pesci e uccelli, uomini e donne, un Dio che ci salva e che dà un senso alla storia umana. Ora, il nostro computer emozionale-cerebrale fin dalla primissima infanzia assimila questo programma religioso. Se lo abbiamo acquisito, noi esseri umani manifestiamo "desiderio di Dio", risultiamo affetti da "teofilia": ci accorgiamo di ricevere energia psichica e fisica, parlando col nostro Dio. È il motivo per cui si cerca l'Eucaristia o si compiono pellegrinaggi». E chi inserisce i programmi bio-culturali di base nel computer? «Nostra madre: mentre ci allatta ci imprime il programma del Dio in cui crederemo, Cristo o Buddha o Allah. Se non è religiosa, ci imprimerà l'ateismo, che è l'altra faccia della passione religiosa. Da adulti potremo, da cattolici che eravamo, diventare atei, o da atei diventare musulmani, ma cattolicesimo o ateismo non spariranno dal nostro cervello. Ci piacerebbe, ma non possiamo comandare al nostro cervello di cancellare le esperienze». Le origini dell'inconscioSogno, dunque sono. È la fase onirica del sonno a garantire all'uomo la sua identità profonda. Lo afferma un grande scienziato. Con amarezza... Di Ulderico MunziUn volto da avventuriero, Occhi chiari che sembrano penetrare nei più sperduti recessi dell'animo. Si chiuderanno per dormire come accade a tutti i mortali? Ecco Michel Jouvet, lo scienziato del sonno e soprattutto del sogno di cui sa tutto o, almeno, quasi tutto. Conosce i suoi meccanismi desolatamente chimici, regolati da un orologio biologico situato dietro gli occhi che obbliga, anche nell'oscurità totale, a svegliarsi e addormentarsi alla stessa ora. Ma non sa spiegare l'enigma dei sogni. «Dovrò andarmene senza scoprirlo?», si chiede con una punta di amarezza. La voce del professore sembra venire da lande sperdute. Una cadenza avvincente e misteriosa che s'intona alle sue ricerche. Talvolta, passeggiando tra i boschi di Montluel, dove si è ritirato, lo scienziato è colto dalla curiosità di conoscere il numero delle notti in bianco che ha trascorso accanto a topi, gatti ed esseri umani dormienti per raccogliere, attraverso gli elettrodi, la loro dimensione onirica. «Negli anni '60», racconta, «quando annunciai che avrei studiato i sogni dei gatti, i miei amici fisiologi esclamarono: "Ma lei è matto ". Dovettero ricredersi». Professore, lei ha definito per primo il "sonno paradosso", quel periodo d'intensa attività cerebrale e d'indifferenza del soggetto agli stimoli esterni durante il quale si sogna. Ha rinunciato veramente a scoprirne il mistero ? «Il grande enigma biologico sembra beffarsi della scienza. Nessuno, forse, avrà mai la chiave per entrare nel suo regno. Dopo cinquant'anni di ricerca nessuno è riuscito a proporre una teoria che sia coerente e verificabile. Sappiamo che il sogno si esprime con il sonno paradosso nell'uomo». Ma anche gli animali sognano. «Ma vada a domandare a un gatto cosa ha sognato!». Torniamo al mistero da svelare. «La funzione del sogno è ancora un territorio che non si può delimitare. Nessuno può rispondere con cattedratica certezza alla banale domanda: perché si sogna? Io ho la mia teoria sulla funzione del sogno. Ritengo che la personalità di un individuo dipenda, oltre che dall'ambiente esterno, da ciò che ha appreso, dalla società in cui vive e dalla sua eredità psicologica. Per una serie di ragioni teoriche e di esperienze, il solo modo attraverso cui l'eredità psicologica agisce sul cervello, per una vita intera, è il processo periodico del sogno». La psicoanalisi è stata d'aiuto nel formulare la sua teoria del sogno? «Il neurofisiologo passeggia su una strada lungo la quale non incontra mai lo psicoanalista. Questi vede il suo cliente, gli chiede: "Cosa hai sognato?". E a partire dalla sua risposta imbastisce ipotesi e fantasmi che non hanno niente a vedere con il sogno. Con gli psicoanalisti sono d'accordo solo su un punto: i sogni sono la strada per conoscere l'inconscio. Ma perché l'evoluzione ha costruito un cervello che, mentre noi dormiamo, è sottomesso a un meccanismo che produce immagini fantastiche, paralizza il nostro tono muscolare e scatena un'erezione? Non si conoscerà il funzionamento del cervello finché non si sarà scoperto il perché di questo fenomeno. Mi chiedo: potremo mai capire il cervello?». Secondo Freud il sogno è guardiano del sonno. «Una metafora. Per noi fisiologi è il contrario: il sonno prepara l'arrivo del sogno. Il cervello è molto malleabile ed è continuamente cambiato dall'ambiente. Non c'è che un modo per conservare l'eredità psicologica: la riprogrammazione periodica del cervello per mezzo del sogno. I nostri sogni non sono volontari. C'è un sistema di riprogrammazione attraverso il sogno, un responsabile che agisce su quasi tutte le cellule del cervello». |