Il Manifesto, 24 ottobre 1999

 Un Dalai Lama in lotta per la libertà

di Filippo Gentiloni

Che il Dalai Lama sia in questi giorni in Italia non è una novità: i suoi viaggi in tutto il mondo sono noti e frequenti. La novità, questa sì, è che il premio Nobel per la pace Tenzin Gyatso sia a Roma su invito delle Botteghe Oscure, proprio quel partito che, fino a pochi anni fa, si distingueva per il suo ateismo materialista e che, per lo meno fino a ieri, era l'alleato italiano più fedele di quella Cina che costringe il Dalai Lama all'esilio dal suo Tibet. Una circostanza che spinge ad alcune riflessioni sia sul buddismo, sia sulla sua ricezione nel nostro paese.

La visita di questi giorni a Roma, ripetono giustamente alle Botteghe Oscure, è più politica che religiosa: in gioco, prima di tutto, la libertà del Tibet. Non la sua indipendenza, confermano le fonti ufficiali, ma uno spazio ampio di autonomia sia politica sia, e soprattutto, culturale e religiosa. Tre aspetti, tre livelli, inscindibili anche da noi, ma più che mai sul lontano tetto del mondo. Quella lotta - non violenta, si badi bene - che il Dalai Lama conduce da anni per la libertà del Tibet non soltanto non si può separare dalla tradizione religiosa e culturale buddista, ma si avvale notevolmente del successo che il buddismo sta riscontrando nel mondo.

Un vero boom, anche da noi. Con i suoi rischi. Il rischio, dietro l'angolo, di rappresentare una sorta di moda cultural-religiosa, con tutte le ambiguità inevitabilmente connesse. Bisogna fare chiarezza, anche per il bene della libertà del Tibet.

Il successo del buddismo in molti ambienti occidentali è dovuto spesso all'idea che si tratti di una facile pacificazione interiore dell'io, nonché di una sorta di uscita dalle angosce della storia, una sorta di felicità apolitica. Inpostazioni vere soltanto in piccola parte e soltanto per alcune delle molte forme che il buddismo ha assunto sia in oriente che in occidente.

Che la apoliticità non sia autentica è proprio l'impegno politico del Dalai Lama a confermarlo: una non violenza tutt'altro che apolitica, come era tutt'altro che apolitico Gandhi. Una presenza assolutamente impegnativa nella storia. E, con la storia, nelle angosce degli uomini. Non a caso uno dei concetti - non è il termine esatto, ma ci è familiare - fondamentali del buddismo è proprio la compassione: piena coscienza delle sofferenze storiche di tutti e ciascuno, piena assunzione dell'impegno di alleviarle. Niente evasioni né isolamenti: il caso Tibet "docet".

Accanto alla compassione, altro caposaldo la meditazione. Ma anche qui gli equivoci sono dietro l'angolo. Nessuna facile pacificazione interiore, nessuna ricerca narcisistica dell'io. Così si pensa spesso, ma non è vero. Come ripetono incessantemente i testi, si va in cerca dell'io non per contemplarlo e, magari, esaltarlo ma per potersene chiaramente distaccare. Distacco, rinuncia: è qui, in questa terra aspra e impervia che la tradizione buddista può incontrare l'ascesi cristiana. Non nei cieli di una serenità senza storia e senza tempo. Anche per queste chiarificazioni dobbiamo ringraziare la presenza del Dalai Lama e la sua lotta politica per il Tibet e per la realizzazione di ciascuno di noi. Senza scorciatoie.

 
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