Che il Dalai Lama sia in questi giorni
in Italia non è una novità: i suoi viaggi in tutto il mondo
sono noti e frequenti. La novità, questa sì, è che
il premio Nobel per la pace Tenzin Gyatso sia a Roma su invito delle Botteghe
Oscure, proprio quel partito che, fino a pochi anni fa, si distingueva
per il suo ateismo materialista e che, per lo meno fino a ieri, era l'alleato
italiano più fedele di quella Cina che costringe il Dalai Lama all'esilio
dal suo Tibet. Una circostanza che spinge ad alcune riflessioni sia sul
buddismo, sia sulla sua ricezione nel nostro paese.
La visita di questi giorni a Roma, ripetono
giustamente alle Botteghe Oscure, è più politica che religiosa:
in gioco, prima di tutto, la libertà del Tibet. Non la sua indipendenza,
confermano le fonti ufficiali, ma uno spazio ampio di autonomia sia politica
sia, e soprattutto, culturale e religiosa. Tre aspetti, tre livelli, inscindibili
anche da noi, ma più che mai sul lontano tetto del mondo. Quella
lotta - non violenta, si badi bene - che il Dalai Lama conduce da anni
per la libertà del Tibet non soltanto non si può separare
dalla tradizione religiosa e culturale buddista, ma si avvale notevolmente
del successo che il buddismo sta riscontrando nel mondo.
Un vero boom, anche da noi. Con i suoi
rischi. Il rischio, dietro l'angolo, di rappresentare una sorta di moda
cultural-religiosa, con tutte le ambiguità inevitabilmente connesse.
Bisogna fare chiarezza, anche per il bene della libertà del Tibet.
Il successo del buddismo in molti ambienti
occidentali è dovuto spesso all'idea che si tratti di una facile
pacificazione interiore dell'io, nonché di una sorta di uscita dalle
angosce della storia, una sorta di felicità apolitica. Inpostazioni
vere soltanto in piccola parte e soltanto per alcune delle molte forme
che il buddismo ha assunto sia in oriente che in occidente.
Che la apoliticità non sia autentica
è proprio l'impegno politico del Dalai Lama a confermarlo: una non
violenza tutt'altro che apolitica, come era tutt'altro che apolitico Gandhi.
Una presenza assolutamente impegnativa nella storia. E, con la storia,
nelle angosce degli uomini. Non a caso uno dei concetti - non è
il termine esatto, ma ci è familiare - fondamentali del buddismo
è proprio la compassione: piena coscienza delle sofferenze storiche
di tutti e ciascuno, piena assunzione dell'impegno di alleviarle. Niente
evasioni né isolamenti: il caso Tibet "docet".
Accanto alla compassione, altro caposaldo
la meditazione. Ma anche qui gli equivoci sono dietro l'angolo. Nessuna
facile pacificazione interiore, nessuna ricerca narcisistica dell'io. Così
si pensa spesso, ma non è vero. Come ripetono incessantemente i
testi, si va in cerca dell'io non per contemplarlo e, magari, esaltarlo
ma per potersene chiaramente distaccare. Distacco, rinuncia: è qui,
in questa terra aspra e impervia che la tradizione buddista può
incontrare l'ascesi cristiana. Non nei cieli di una serenità senza
storia e senza tempo. Anche per queste chiarificazioni dobbiamo ringraziare
la presenza del Dalai Lama e la sua lotta politica per il Tibet e per la
realizzazione di ciascuno di noi. Senza scorciatoie.