Diario della Settimana
Anno V numero 9 – 1/7 marzo 2000

Metti un druso in bicicletta

In viaggio attraverso una misteriosa confessione musulmana che non "arruola" più dal 1043 e perciò si sta avviando verso l'estinzione, ma che non ha smesso di guardare al futuro.

Di Carla Dodi

Damasco - Un uomo con la testa coperta di bianco e un grosso paio di pantaloni neri a sbuffo, molto larghi, fila via in bicicletta lungo la strada che porta a Jeramana, quartiere periferico della capitale siriana. Nella palazzina dove abita ci sono due famiglie cristiane di rito greco ortodosso al primo piano, quattro musulmane sunnite ai piani alti e poi lui, la sua famiglia e quella del fratello al piano terra. Due gocce d'acqua, se non fosse che il fratello, medico specialista in cardiologia, ha una giacca grigia, una cravatta rossa elegante e un telefono a tastiera professionale appoggiato sulla scrivania.

Bashar e Said sono drusi. Said vive con la madre, il fratello ha una moglie e un figlio che ha cominciato da qualche anno ad andare a scuola. Gli occhi verdissimi di Bashar tradiscono un'età non più giovane. La sua clinica è una fetta della casa, tagliata via dal resto e arredata di tutto punto per ricevere i pazienti. Drusi, cristiani, musulmani; non importa. «Abbiamo giurato in nome dei principi di Ippocrate, e per l'arte della medicina tutti sono uguali», dice.

Drusi, cosa curiosa: senza sapere niente vengono in mente immagini arcaiche di guerrieri arcigni, paesaggi di montagna, oppure strani riti dalle pratiche occulte. La prima sorpresa del druso in bicicletta sono i suoi baffi quasi biondi, i suoi occhi chiari sotto al drappo bianco avvolto sulla testa. La seconda è trovarlo in città, vederlo entrare tranquillamente a fare acquisti in un negozio di articoli per la casa, constatare che il commesso del negozio - vestito magari con capi di Benetton - risponde tranquillamente alle sue domande e gli fornisce la merce richiesta: lenzuola, federe, stoffa per le tende.

La terza sorpresi è capire che la comunità drusa, così programmaticamente chiusa all'esterno, riesca a vivere tranquillamente in un Paese dove i sottogruppi religiosi ed etnici sono tanto nunumerosi da rendere il contatto quotidiano inevitabile e costante.

Iniziati e Ignoranti. Bashar riesce a soddisfare le curiosità solo in parte. Lui è un djahil, ovvero un "ignorante", a dispetto della sua laurea e delle sue specializzazioni: un druso che non è stato iniziato ai principi e ai contenuti portanti della dottrina religiosa. Per saperne qualcosa di più bisognerebbe parlare con il fratello che invece fa parte del gruppo degli ukkal, i saggi iniziati, depositari del "segreto" di una religione esoterica che nasce come diramazione eretica dell'Islam sciita. VMa il fratello è occupatissimo, oggi è giovedì, improrogabili impegni lo trattengono nella madjlis, dove tra poche ore ci sarà il rito che riunisce gli iniziati. Non può venire, o forse non potrebbe in ogni caso: i segreti della dottrina drusa sono tali proprio perché non possono essere rivelati a chiunque con facilità: occorre un lungo processo di apprendimento che in ogni caso riguarda solo quelli che già fanno parte della comunità. Dopo il 1043 e il ritiro di Baha'al-din al-Muktana, uno degli ultimi propagandisti illustri, è stata dichiarata chiusa "la porta dell'adesione" e da allora le conversioni sono finite. Chi era dentro era dentro, chi era fuori era fuori, dice Bashar. I drusi si sposano solo tra loro, praticano la monogamia e fanno sempre meno figli. Perciò il rischio è la progressiva estinzione di una comunità il cui numero è stimato intorno alle 700 mila persone, divise tra Siria e Libano - dove sono i gruppi più consistenti - ma anche Israele, Territori palestinesi e Giordania. VNella clinica di Bashar entra un bambino con la tipica divisa color militare della scuola siriana e una smorfia dolorante. La conversazione si interrompe, e l'attesa sulla strada si anima del passaggio di altri personaggi: due donne velate di bianco, con lunghe vesti nere, transitano a piedi nella stessa direzione e negli stessi colori del ciclista druso. Forse la sala di riunione per gli iniziati è qui vicino. Più tardi, Bashar conferma: non è lontana, anche le donne possono seguire la via dell'iniziazione, mentre gli "ignoranti" sono occasionalmente ammessi alla lettura di alcune omelie: ma lui non è mai andato. Dicono che è una sala spoglia, semplice, dove si leggono i libri sacri: forse alcuni passi dal Libro della Saggezza o Rasa'il al-Hikma, un insieme di lettere scritte o raccolte da al-Muktana, divenute la regola canonica su cui si basa la dottrina drusa. Ma il cuore del rito alimenta la fantasia di quelli che non se la sentono di seguire strettamente il rigoroso codice morale richiesto agli iniziati, o semplicemente sono fuori dalla comunità. Forse, dice qualcuno, c'è una figura metallica che rappresenta un vitello, possibile immagine rituale del venerato califfo al-Hakim oppure raffigurazione animalesca dei nemici di Hamza, un altro propagandista di origine persiana.

I Signori della montagna. Le ipotesi sul misterioso culto hanno da sempre attizzato la fantasia di amici e nemici, facendo partorire leggende collegate a riti sanguinosi o a orge collettive. I tradizionali vicini di casa dei drusi, i cristiani maroniti della montagna libanese dello Chouf, hanno forse dato sostegno a queste voci nel momento in cui il fragile equilibrio della loro lunga convivenza si è pericolosamente incrinato, fino a rompersi. È accaduto alla metà dell'Ottocento, quando le grandi famiglie feudali druse che controllavano la zona dopo alterni giri di valzer con i formali dominatori ottomani, hanno perso il secolare predominio e sono arrivate allo scontro aperto con i maroniti. Più di 10 mila i morti nel 1860, si dice, soprattutto contadini cristiani. È stata la fine del feudalesimo locale, ma anche il vero inizio dell'ingerenza coloniale europea. Dopo l'intervento di un corpo di spedizione francese i drusi, alteri signori spodestati dalla montagna, hanno cominciato a spostarsi verso il sud della Siria, nella zona da allora in poi nota come "Monte dei drusi". Un secolo dopo, l'antagonismo tra drusi e maroniti si inserisce nella più ampia e intricatissima cornice della guerra civile libanese. Il divorzio si compie e resta fino a tempi recenti, quando il leader druso Walid Jumblatt, entrato nel governo libanese ed esponente del partito socialista progressista Psp, ha cercato di riportare la popolazione cristiana sulla montagna dello Chouf: per evitare che si istallassero lassù i profughi palestinesi, o altri sciiti in condizioni economiche peggiori, hanno detto le fazioni avverse. Per superare la logica di uno Stato basato sulla spartizione dei poteri tra comunità religiose, rifondando il Paese su una base laica, diceva il suo programma.

Lo scontro tra opposte fazioni sembra ora girare, incredibilmente, intorno a un edificio: quello di Beiteddine, costruito sulla montagna dello Chouf all'inizio dell'Ottocento a opera dell'emiro Bashir Il, strano personaggio di famiglia drusa che sembra si fosse convertito effettivamente al cristianesimo. L'eclettismo islamo-classico, partorito dagli architetti italiani al servizio dell'emiro, ha ottenuto l'ammirazione del presidente (cristiano) del nuovo Libano indipendente nel 1943, che vi ha istallato la sua residenza estiva. Durante la guerra civile, la riconquista del palazzo da parte delle milizie druse di Walid Jumblatt ha marcato un momento strategico e fortemente simbolico: l'edificio - ribattezzato Palazzo del Popolo - è diventato il museo del socialismo druso, dedicato alla memoria del padre Kemal Jumblatt assassinato nel 1977 da agenti filosiriani; è stato costruito un teatro che ospitava ogni anno il Festival di Beiteddine, passerella d'eccezione per cantanti e artisti libanesi. 115 milioni di dollari spesi dal leader druso per la ristrutturazione sembrano ora tornare a vantaggio della presidenza della Repubblica libanese, rappresentata dal cristiano maronita Emile Lahoud: Beiteddine è stata ripristinata come residenza estiva e chiusa al pubblico. Malgrado i buoni programmi, le rivalità su base confessionale sembrano destinate ancora a sopravvivere in Libano. Ma non in Siria, si affretta ad assicurare Bashar.

«Allorquando vanno presso i turchi, loro mostrano abitudini musulmane: entrano nelle moschee, fanno le abluzioni e la preghiera. Con i maroniti, li seguono in chiesa e prendono dell'acqua benedetta così bene che hanno finito per morire senza essere né cristiani né musulmani». Un viaggiatore francese del Seicento riportava sconcertato le sue impressioni sulla strana dissimulazione della fede praticata dai drusi, la taqiya, che permetteva loro di vivere in pace convivendo con le confessioni religiose e con i poteri dominanti nel tempo.

«Se l'equilibrio si è rotto in Libano, provocando scontri, non è certo per motivi di dottrina religiosa», dice Bashar. In Siria i drusi non hanno mai avuto desiderio di ritagliarsi spazi di autonomia territoriale, hanno sempre dimostrato piena adesione allo Stato di appartenenza, aggiunge, almeno da quando esiste la Siria indipendente.

I drusi d'Israele. Altre fonti raccontavano entusiasticamente la lealtà alla Siria dei quattro villaggi drusi che dal 1967 sono sotto occupazione israeliana sulle alture del Golan, circa 18 mila persone. Ogni estate sulle colline si organizzavano le colonie estive, una specie di campeggio dal nome programmatico di al-jalaa, ritiro. Ci andavano dieci giorni all'anno, fino al 1999, i ragazzini drusi della zona occupata a respirare un po' di patriottico fervore prosiriano: attraverso la rilettura di alcune pagine di storia recente e più lontana, dalle campagne di Saladino contro i crociati a quelle dei nazionalisti siriani contro i francesi. Partite di calcio e passeggiate istruttive sulle rovine dei villaggi distrutti, tra bandiere siriane e palestinesi, sotto la discreta sorveglianza delle autorità israeliane, gli studenti drusi imparavano a bilanciare le informazioni ricevute d'inverno nelle scuole dai programmi israeliani. Lì l'ebraico insieme all'arabo, una storia del Medio Oriente "depurata" da tutte le tracce di panarabismo; qui l'idea di essere parte della Nazione araba, di non avere in quanto drusi una storia separata di comunità all'interno del popolo arabo. «Il separatismo fa parte della strategia del divide et impera propagandata da Israele», diceva Fauzi Abu Jabal, uno dei direttori del campo. Sarà forse l'ultimo campeggio estivo di questa natura sulle colline ricche d'acqua del Golan. I progressi della pace tra Israele e Siria, strettamente collegati alla spinosa controversia sulla restituzione delle alture, dovrebbero cancellare anche le tristemente note "voci" delle colline, quelle gridate dentro ai megafoni dai membri del clan diviso di Abu Salah che si aggiornano su nascite, morti e matrimoni da una parte e dall'altra del filo spinato che recide la zona.

Oltre la propaganda, la verità è che in Siria, scriveva il francese François Thual, la comunità drusa non ha potuto conservare un reale peso politico: dopo essere stata funzionale alla presa del potere della minoranza sciita alauita, da cui è emerso il presidente Hafez al-Assad in carica dal 1971, è stata ricompressa alla stregua dei mille altri sottogruppi etnici e confessionali esistenti nel Paese: non c'è una solidarietà trasversale tra i vari gruppi musulmani usciti dallo sciismo, e i drusi hanno seguito la logica del "ciascuno per sé", amici con tutti.

Oppure, la lungimiranza del presidente Assad ha saputo tirare dentro le altre minoranze e dar loro l'impressione di spartirsi la torta: in effetti, anche nei ranghi militari più alti si trovano drusi, o cristiani. Comunque sia, forse l'antico rituale druso della dissimulazione esercitata verso dominatori e vicini di casa serve ancora oggi a garantire la convivenza in Siria: resta da domandarsi se, sotto la superficie, la pentola in realtà stia bollendo, e che cosa succederà se e quando il coperchio-Assad dovesse saltare senza un opportuno e carismatico ricambio: l'annoso e scottante problema della successione alla presidenza. Ma il medico Bashar sembra non pensarci. Soprattutto oggi: c'è molto lavoro da fare.

Reincarnarsi in un bambino. Quando esce l'anziano cliente, la porta della clinica torna disponibile per i racconti che si allontanano dalle diagnosi mediche. Anche se restano in zona: si parla di un amico morto, investito da un autobus. Un giorno, un bambino si è presentato alla famiglia del defunto: conosceva la storia, ha riconosciuto i fratelli, poi si è avvicinato ad un armadio dove c'erano, all'insaputa di tutti, vecchi documenti mai trovati appartenenti al morto: li ha indicati, recuperati, descritti.

Nulla di strano: il bambino è l'amico reincarnato di Bashar. Ci si può reincarnare fino a sette volte, dice lui, ma sempre in esseri umani dello stesso sesso, non in animali. La trasmigrazione delle anime è uno degli aspetti più affascinanti di una dottrina che sembra veramente premiare il sincretismo assoluto, la sintesi tra le religioni rivelate, con la presenza di elementi della filosofia greca neoplatonica fino a oscuri rapporti con il mondo iranico e indiano. Niente sembra più lontano dal semplice Dio dell'Islam ortodosso sunnita, assolutamente indivisibile e non incarnabile: eppure proprio loro, i drusi, si chiamano comunemente muwahhidun, monoteisti, difensori dell'unità divina.

Il ciclista "iniziato" Said, se non fosse all'assemblea del giovedì sera, forse avrebbe potuto raccontarla: la storia di un Dio unico che sembra fermentare in un gran numero di entità discendenti che "ospitano" il divino, dando corpo ai principio cosmico dell'Uno in varie persone storiche: tra tutte, la personalità stravagante del califfo al-Hakim della dinastia fatimide, al potere in Egitto nell'undicesimo secolo. Questo eccentrico signore alimentò all'epoca la propaganda delle crociate: caso più unico che raro, la tradizione storica gli attribuisce alcuni provvedimenti contro ebrei e cristiani, come la proibizione del vino e della carne di maiale, l'obbligo di portare una campana al collo e la confisca dei beni. Sembra ce l'avesse anche con gli astrologi e persino con le calzature femminili. Poi, improvvisamente si dedicò all'austerità e alle elemosine, conquistando l'immagine dell'uomo pio e divenendo incarnazione dell'intelletto divino nella dottrina predicata da due propagandisti, al-Darazi e Hamza. La scomparsa misteriosa di al-Hakim, uscito una sera e mai più ritrovato, alimenta l'idea del suo ritorno alla fine dei tempi e la fede dei drusi nella sua particolare natura, ultima e più compiuta manifestazione della divinità. I successori del califfo al-Hakim non tardarono a eliminare gli eventuali cattivi ricordi: i seguaci della nuova dottrina drusa furono costretti a spostare il proselitismo in Oriente, abbandonando l'Egitto, fino alla precoce chiusura della propaganda religiosa.

Bashar non ama addentrarsi troppo nelle particolarità della dottrina: sa che non può andare lontano, rischia di dire qualcosa di impreciso. Preferisco parlare di medicina, si scusa con un sorriso. Si dice che Avicenna fosse vicino alla dottrina drusa, anche se ha vissuto sempre in Persia. Era un grande medico, e anche un illustre filosofo. Ha scritto un'opera fondamentale studiata per secoli nelle università europee, Il canone di medicina. Era poco dopo l'anno mille del calendario cristiano, aggiunge.

Dopo mille anni la comunità drusa continua a vivere. Per mantenere l'appartenenza alla comunità basta osservare alcune prescrizioni semplici, che non sono i cinque pilastri della fede islamica e neppure i dieci comandamenti. Sono sette punti basilari fissati dai primi propagandisti: sincerità assoluta tra adepti, mutua solidarietà, rinuncia effettiva alle altre religioni, dissociazione dai non credenti, riconoscimento dell'Unità di al-Hakim, della veridicità delle sue azioni e sottomissione alla sua volontà. «Li conosco», dice Bashar. «Ma l'osservanza di questi principi non ci impedisce di mantenere una secolare fama di onestà e di schiettezza che ci viene riconosciuta dalle altre comunità», conclude con orgoglio, proprio mentre entra nel suo studio un nuovo paziente in abito talare: certo non un druso.

 
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