La Repubblica, 30 luglio
1999
Francesko, l'italiano del KosovoLa Storia - I compagni dell'Uck raccontano la fine di Bider, arrivato da Biella per fare il tiratore scelto contro i serbi e morto sotto i colpi di un cecchino. di Pietro Veronese.si veda anche: Morire per l'Uck, di Roberto di Caro. Junik (Kosovo) - Non era un buon cristiano Francesco Bider, l'italiano caduto per il Kosovo sui monti al confine dell'Albania. Era un credente musulmano. Non era un pacifista, ma un combattente esperto, un uomo che da otto anni imbracciava il fucile per le cause in cui credeva. Nemmeno un fucile qualunque: Francesco era un tiratore scelto, questa è la sua specialità. Uno sniper, un cecchino. Infine non è vero che egli sia morto soccorendo un ferito in un'operazione di recupero notturna, una fine gandhiana, da buon samaritano. È stato ucciso invece in un'azione offensiva, uno scontro ravvicinato, l'arma in pugno, ben dentro le linee nemiche, davanti a tutti i suoi compagni. Una morte da eroe, se si vuole, che contribuì a dare dell'Uck un'importantissima vittoria tattica, strappando ai serbi la Roccia di Koshare. La tomba di Francesco Bider è lassù, in una piccola radura ai piedi della Roccia e a qualche migliaio di metri dal confine albanese. Insieme a quella di altrei 29 caduti dell'Uck, l'esercito di liberazione del Kosovo. Qualcuna ha una corona di fiori di plastica, il povero ornamento funebre che usa da queste parti. Quella dell'italiano è spoglia, in tutto uguale alle altre. Un rialzo di terra, un contorno di sassi, un pezzo di legno infisso nel suolo e una scritta a penna: "Francesko - Italy". Così, con la k e senza il cognome, che pochi in montagna conoscevano. Gli fa ombra l'appicco roccioso dal quale i serbi dominavano il valico di Koshare e bombardavano le colonne dell'Uck che dall'Albania tentavano il passaggio nel Kosovo. Una straordinaria postazione naturale, costata decine di vite ai combattenti kosovari. Gli uomini dell'Uck sono ancora tra quei boschi, si esercitano al tiro, lontano dalle pattuglie italiane della NATO, che percorrono le strade di fondovalle. La storia di Francesco Bider e della sua morte a fianco dei combattenti albanesi del Kosovo si è saputa in Italia soltanto ai primi di luglio. Su Repubblica l'ha raccontata Paolo Rumiz. Eppure la fine dell'italiano risale al 7 maggio mattina. Adesso sappiamo perché c'è voluto tanto tempo. E sappiamo anche che è una storia molto diversa dalla prima versione. A Junik c'è uno dei cosiddetti assembly points dell'Uck. I luoghi di raccolta previsti dagli accordi firmati tra il comandante in capo delle forze NATO, il generale Jackson, e i capi militari kosovari. Sono acquartieramenti all'interno dei quali gli uomini dell'Uck possono restare in divisa e armati. Qui è di stanza la 138° brigata, il suo comandante Rustem Berisha e il comandante di battaglione di Francesco, Fadil Hadergjonaj. Qui tutti ricordano il suo nome e sono pronti a raccontare quel che sanno di lui. Francesco Bider arrivò alla brigata, da tempo schierata sul fronte di Koshare, il 25 aprile. Subito salì alla prima linea. «Sarà pure stato un pacifista», commenta Agron Jusufi, un commilitone. «Ma quando arrivò da noi era già esperto. Era un luftetar, un combattente». Il comandante di battaglione aggiunge altri particolari. Bider si presentò insieme a un amico e compagno di fede marocchino, entrambi veterani della Bosnia e di altre guerre, i cui nomi «non credo siano importanti». I volontari della 138° erano numerosi. C'erano francesi, scandinavi, ecc. Francesco era l'unico italiano. Fadil Hadergjonaj insiste: «Aveva una grande esperienza, era molto preparato. Bravissimo nelle azioni do commando. Nel breve perioso che stette con noi, feci quasi sempre con lui i piani d'azione: aveva ottime idee». Francesco - anzi, Francesko - «Era sempre pronto all'azione», dice il suo comandante. Anche la mattina del 7 maggio, quando il battaglione aveva davanti a sé quella più difficile, lungamente preparata. L'assalto alla Roccia e ai suoi tre bunker, dai quali il fuoco serbo investiva a piacimento qualunque cosa si muovesse più in basso. «Io non volevo che venisse», ricorda sottovoce Fadil. «Era un'operazione molto rischiosa e con l'italiano c'erano problemi di comunicazione. Parlava solo inglese e un po' di bosniaco. Quella mattina invece mi servivano uomini con cui intendermi al volo, in albanese». Ma Bider insistette. «Action! Action!», chiedeva in inglese, sebbene avesse appena partecipato ad altre due azioni nei giorni precedenti. E la spuntò. L'attacco iniziò alle 8 del mattino e durò a lungo. Ebbe successo, ma costò molte vite. Francesco Bider era avanti a tutti, aveva superato il perimetro difensivo dei serbi, i bunker erano stati neutralizzati e lui era già all'altezza delle retrovie. Fu freddato da un proiettile in mezzo alla fronte, probabilmente sparato da un tiratore scelto come lui, appostatosi per coprire la ritirata ai suoi. Morì con la consapevolezza che la battaglia era vinta. Per oltre un mese il corpo di Francesco e degli altri caduti nella battaglia della Roccia di Koshare rimasero lassù. Il terreno era minato e il comandante di battaglione non voleva rischiare altre vite. Furono recuperati soltato il 19 giugno, a guerra finita da un pezzo. Soltanto allora l'Uck riuscì a mettersi in contatto con la famiglia dell'italiano, a Biella (c'erano anche grosse difficoltà per telefonare). Poi in pochi giorni la storia si riseppe. A Junik conservano la sua borsa con gli effetti personali e aspettano che la persona incaricata dai familiari venga a prenderla. |