|
La Repubblica
Dossier: 3 luglio 1999
Le guerre al tempo della "pace"All'Africa il primato delle guerre dimenticate
Roma - Il mondo nelle ultime settimane ha tirato un sospiro di sollievo. L'accordo che ha consentito l'entrata delle truppe della Nato nel Kosovo dopo tre mesi di bombardamenti e di pulizie etniche ha fatto gridare alla "Pace". Ma anche senza considerare le difficoltà oggettive di riportare una vera pace nella provincia serba a maggioranza albanese, il mondo è pieno di decine e decine di altre guerre, spesso dimenticate che continuano da anni a spargere il sangue di soldati, miliziani e - sempre più spesso - di civili. Non c'è continente dove non sia in corso un qualche conflitto. Per ricordare a noi stessi e ai nostri lettori almeno alcune delle realtà della 'guerra al tempo della pace', Repubblica.it ha preparato questo dossier. Basta cliccare su un'area del mondo per saperne un po' di più. Quello di contare le guerre è un esercizio difficile. Alcune, anche se non fanno più morti, sono ancora latenti, con il rischio che il conflitto si riaccenda in ogni momento. Altre sono guerriglie interne che non fanno troppe vittime. Di sicuro il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda non hanno portato a quell'epoca di pace che le opinioni pubbliche occidentali si attendevano. Anzi, in molti casi hanno portato al riaccendersi di vecchi rancori, di rivendicazioni territoriali, di scontri etnici che sono poi alla base dei conflitti che si combattono nelle repubbliche nate dalla dissoluzione dell'ex impero sovietico, o della ex Jugoslavia. A contare le guerre più cruente, quelle dove si spara in modo continuato e dove si contano almeno mille vittime l'anno, ci pensa, da dieci anni, un istituto di Stoccolma, il Sipri, che con il suo ultimo rapporto annuale ci fa sapere che sono 27 i maggiori conflitti armati nel 1998 che si combattevano nel mondo. E di questi solo due possono considerarsi delle vere e proprie guerre, dove a contrapporsi sono due stati che rivendicano un territorio. Uno è il conflitto tra Eritrea e Etiopia, che non è mai riuscita a risolvere il problema dello sbocco al mare; l'altro quello tra India e Pakistan, per il controllo della regione del Kashmir. Tutti gli altri sono conflitti interni agli Stati che però sono anche i più sanguinosi, dove più alto è il numero dei morti, soprattutto tra i civili. Il bollettino delle vittime è impressionante. In Algeria, dal 1992, ci sono stati dai 40.000 ai 100.000 morti, quanti ne ha avuti il Sudan dal 1983. Ventimila le vittime in Afghanistan dal 1992; più di 2000 in Jugoslavia e nella Repubblica del Congo; oltre cinquemila in Sierra Leone, mentre in Ruanda, dove si è consumato un vero e proprio genocidio a danno di una etnia, i tutsi, ci sono stati 810.000 morti in soli otto mesi, in proporzione. «La violazione dei diritti umani e delle minoranze, e la pulizia etnica, che scaturisce da un accentuato nazionalismo, sono aumentate in molte parti del mondo e stanno diventando un vero problema», ha detto Adam Rotfeld, direttore del Sipri, presentando lo studio. Il Sipri ci fa anche sapere che è la prima volta, da dieci anni a questa parte, che il numero delle guerre africane è maggiore di quelle che si combattono in Asia. In Africa, il solo continente dove il numero dei conflitti è in aumento, l'Istituto per la pace di Stoccolma, ne ha contati 11, cinque dei quali esplosi nel solo 1998. Ma ce ne sono altri solo sopiti e non ancora risolti. La principale ragione di questa escalation è dovuta alla «debolezza degli stati africani, una debolezza che si è andata accentuando con la fine della Guerra Fredda», spiega il Sipri. «La corruzione, la mancanza di efficienza amministrativa, la povertà di infrastrutture sono alla base delle guerre che si combattono in Africa». Guerre di povertà, non ideologiche. «Il messaggio è chiaro - ha scritto l'ex presidente americano Jimmy Carter sull'International Herald Tribune del 28 giugno - non potrà esserci pace fin quando le persone non avranno abbastanza di che nutrirsi. La gente affamata, non è gente pacifica». Eppure l'Africa subsahariana è ormai una terra abbandonata a se stessa, dove le grandi potenze intervengono solo con missioni umanitarie o aiuti alimentari. Illuminante è il caso della Somalia, un paese senza governo e senza confini, dove si dividono il potere quelli che gli Occidentali chiamano i signori della guerra, personaggi disposti ad allearsi con chiunque li aiuti ad arrivare al governo del paese. Conflitti di potere quindi, dove agli interessi economici, come il controllo delle risorsie minerarie, si mescolano anche lotte tribali. Ma non sono questi i conflitti pericolosi. È dall'Asia che arriva la minaccia nucleare, da paesi come la Corea del Nord o da India e Pakistan, dove la rincorsa alle armi di distruzione di massa è tutt'altro che finita. Desolante, rispetto al numero dei conflitti, quello degli accordi di pace. Nel 1998 ne sono stati firmati tre, quello tra l'Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, che ha posto fine a una guerra trentennale, l'accordo di pace in Bangladesh e, da ultima, la firma della pace in Kosovo, la prima guerra in cui uno dei contendenti (la Nato) non ha lasciato sul campo neanche una vittima. Il conflitto attuale dell'Afghanistan ha le sue radici nell'invasione sovietica del 1979. Allora si formò una guerriglia islamica di diversi gruppi ed etnie che, con gli aiuti degli occidentali portò al crollo del regime filosovietico. Da allora, però, i diversi gruppi di ex guerriglieri si sono sanguinosamente combattuti tra di loro, spesso con l'aiuto di altri Paesi. Si calcola che dal 1992 ci siano stati 20.000 morti. Nel settembre dal '96 la situazione ha subito un radicale cambiamento: i Talebani, un gruppo di integralisti nati nelle scuole teologiche islamiche, hanno occupato Kabul e instaurato un regime teocratico. Ora controllano il 90 per cento del territorio. Massud, unico rappresentante del governo preesistente, è chiuso nella vallata del Panshir, irraggiungibile. Morti: più di 2000 nel 1998; oltre 20.000 in totale. La regione himalayana è contesa dalle due potenze nucleari dell'Asia meridionale, l'India e il Pakistan, sin dai tempi dell'indipendenza del subcontinente nel 1947. La guerra si combatte su vette sopra quota 5000. Il conflitto - a causa del quale i due Paesi hanno combattuto già due vere e proprie guerre - ha momenti di alti e bassi. Ultimamente si è riaccesa per le azioni di bombardamento indiano che hanno cercato di contrastare l'infiltrazione di guerriglieri filopachistani nella parte della regione controllata dal governo di New Delhi. Secondo l'ultimo bilancio di giugno fornito dalle forze armate indiane, dall'inizio di queste ultime ostilità le truppe indiane hanno perso 165 uomini, 340 sono i morti tra i guerriglieri infiltratisi dal Pakistan. Le autorità pachistane hanno riconosciuto che sono 76 i soldati caduti negli scambi di fuoco di artiglieri con l'India. Il 22 giugno la più potente organizzazione indù del paese, la Rss, ha chiesto al governo indiano di usare tutte i mezzi, compresa l'atomica, per dare una lezione al Pakistan. In questi giorni, tuttavia, è in corso una mediazione diplomatica che potrebbe essere destinata al successo. Nel 1975, al momento del ritiro dei portoghesi dalla parte orientale dell'isola di Timor, l'Indonesia ne assunse il controllo militare, nonostante i desideri di indipendenza dei cittadini. Da allora il Fretilin, il Fronte rivoluzionario per l'indipendenza, ha sferrato continui attacchi al governo indonesiano. Con i rivolgimenti politici indonesiani dell'anno scorso, però, i leader indipendentisti e autonomisti hanno raggiunto un accordo con il governo: consegna delle armi da parte delle varie fazioni, poi il referendum sull'indipendenza, previsto per l'8 agosto ma rinviato dal segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan di due settimane a causa dei continui attacchi sferrati delle milizie armate filoindonesiane. Ultimi incidenti: miliziani filo-indonesiani hanno attaccato il 29 giugno una postazione dell'Onu a Timor Est. I guerriglieri Tamil (raccolti nel Ltte) si battono contro il governo dello Sri Lanka e chiedono l'autonomia della penisola settentrionale di Jaffna per la minoranza etnica dei tamil. Ultimi scontri: tra il 26 e il 28 giugno almeno 100 ribelli sono stati uccisi negli scontri con le truppe governative, che a loro volta hanno lasciato sul campo 16 morti. Morti: oltre 40 mila. Il governo delle Filippine di Joseph Estrada e il National democratic front che rappresenta il partito comunista e il suo braccio armato, il New People's Army, hanno iniziato a cercare un accordo per porre fine al conflitto interno al paese. Morti: 110 mila. Papua Nuova Giunea-Bougainville Il "Lincon agreement" firmato a gennaio in Nuova Zelanda tra il governo della Papua Nuova Guinea, il governo di transizione delle isole Bougainville, che chiedono l'autonomia, le Forze di resistenza e l'Esercito rivoluzionario delle Bougainville, dovrebbe porre fine al conflitto. Ma maltrattamenti di progionieri e violazione dei diritti umani continuano indisturbati. America centrale e meridionale Questo Paese sudamericano è dilaniato da anni dalla doppia piaga della guerriglia di sinistra e dei gruppi mafiosi che controllano il traffico della droga. Quanto alla guerriglia, il nuovo governo del presidente Pastrana appartenente al partito conservatore ha dichiarato, appena entrato in carica, di voler trattare con i gruppi ribelli di opposizione, il Farc(Forze armate rivoluzionarie di Colombia, la più forte e antica formazione guerrigliera del Paese) e l'Eln, l'Esercito di liberazione nazionale. (Da una costola del Farc si è staccato il Farc 10, al comando di German Bricegno, fratello di di Jeorge Bricegno Suarez, uno dei più importanti capi militari del Farc). Sono state smilitarizzate alcune città, ma nessun nuovo cessate il fuoco è stato ancora dichiarato. Continuano intanto le esecuzioni degli squadroni della morte, protette dalla polizia che uccidono gli emarginati delle città. Almeno mille i civili uccisi in un anno. Da anni sono attivi nel Paese i movimenti della guerriglia di sinistra, duramente contrastati dalle forze dell'esercito e da una legislazione fortemente autoritaria. In questo momento, tuttavia, i guerriglieri di Sendero luminoso e i Tupac Amaru sono stati di fatto confinati alle regioni periferiche. La guerra civile guatemalteca è finita, ma è stata un genocidio. La Commissione per il chiarimento storico istitutita nel 1997 dal governo del Guatemala, dagli Stati Uniti, dal Canada, dall'Unione Europea e dal Giappone, ha stabilito che il governo guatemalteco è il resposabile del genocidio contro la popolazione Maya. Un conflitto costato 200 mila tra morti e desaparecidos. Il 93 per cento delle violazioni sono da attribuire ai responsabili dell'esercito, ai corpi paramiliatri e a quelli di sicurezza. E solo il 3 per cento dei massacri sono da attribuire all'Urng, l'unione rivoluzionaria nazionale guatemalteca. Gli accordi di pace del 1996 proseguono con lentezza. La missione Minuga dell'Onu è stata riconfermata fino alla fine del 2000. Nordafrica e Africa subsahariana È la nuova edizione di un conflitto che risale alla decolonizzazione dopo la guerra. L'Eritrea, antica colonia italiana, fu inserita negli anni '30 nel complesso dell'Africa orientale italiana. Dopo la guerra fu mantenuta all'interno dell'Etiopia. Negli anni '60 naque una guerriglia indipendentista che finì solo nel 1993 con l'indipendenza eritrea, seguita alla caduta del regime etiopico del colonnello Menghistu. Ma il buon vicinato dura poco. Dal maggio 1998 Etiopia e Eritrea si disputano alcune centinaia di chilometri, il codiddetto triangolo di Yrga. Alla base del conflitto lo sbocco al mare dell'Etiopia, un problema che si strascina da decenni. Nelle ultime settimane lo scontro si è intensificato. Secondo fonti delle forze armate eritree durante i combattimenti sono stati uccisi 850 soldati etiopici, feriti 3.100, e 13 sono stati fatti prigionieri. L'Etiopia replica sostenendo che le sue forze armate hanno respinto un attacco intorno al fiume Mereb: uccisi e catturati un totale di 5950 soldati eritrei. Una tipica guerra di confine che l'Organizzazione per l'unità africana sta cercando invano di mediare, ultimamente anche con il contributo del governo italiano. (In Rete: NetAfrica) Dal giorno della sua indipendenza dai portoghesi, nel 1975, questo paese dell'Africa meridionale ricco di petrolio e materie prime, non ha conosciuto un solo giorno di pace. Lo scontro tra il partito di governo Mpla (originariamente sostenuto dall'Unione sovietica e da Cuba) e il movimento di liberazione Unita (sostenuto per anni dal Sud Africa) non si è ancora concluso. Un debole accordo di pace del 1991 è stato subito violato dall'Unita che nelle elezioni del 1992 non ha accettato i risultati elettorali. Un secondo accordo di pace del 1994 (accordo di Lukasa) ha subito la stessa sorte: non ha trovato alcun rispetto da parte dei guerriglieri dell'Unita che controllano la maggior parte dell'est del paese e i suoi diamanti, tanto che il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha votato l'imposizione di alcune sanzioni. Capo dei ribelli è Jonas Savimbi, il signore della guerra dell'Unita interessato al controllo di petrolio e diamanti. Gli scontri tra governo e Unita sono ripresi lo scorso dicembre e da allora oltre un milione di angolani ha abbandonato le loro case. Ultimi scontri: risalgono agli ultimi giorni di giugno quando i guerriglieri dell'Unita hanno ripreso l'offensiva negli altipiani centrali dell'Angola. (In Rete: Sito ufficiale angolano) Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) Formalmente si tratta di una guerra civile che vede opposti il regime di Laurent Kabila e i suoi oppositori. In realtà la guerra coinvolge molti paesi centrafricani ed è la più complessa di tutto il Continente. Nel conflitto riesploso 11 mesi fa sono coinvolti il Ruanda e l'Uganda (che appoggiano i ribelli) e l'Angola, lo Zimbabwe, la Namibia che sostengono il governo di Kinshasa. Nel 1997 Kabila entrò a Kinshasa e cacciò il dittatore Mobutu Sese Seko con l'aiuto dei paesi di etnia Tutsi e dei loro cugini del Ruanda. Kabila, andato al potere con l'aiuto dei tutsi, oggi li vive come una minaccia. Così in agosto li ha esclusi dai posti di potere della capitale. Inevitabili nuovi disordini: negli ultimi giorni di giugno sono morti circa 240 soldati negli scontri tra l'Rcd, il Raggruppamento per la democrazia, appoggiato dal Ruanda e le forze governative. Morti nel 1998: più di 2000. La debole democrazia di Freetown è minacciata da una delle più brutali guerre del tempo che va avanti da anni. Da una perte i ribelli del Ruf, il Fronte rivoluzionario unito, (sostenuto, si dice, da Charles Taylor, il leader della Liberia che ha puntato gli occhi sulle miniere di diamanti della Sierra Leone), dall'altra il governo del presidente Ahmed Tejan Kabbah. Il conflitto si è intensificato in gennaio quando gruppi di ribelli sono entrati a Freetown uccidendo intere famiglie. Nella guerra è entrato anche un altro paese africano, il Burkina Faso che ha inviato mercenari a combattere i ribelli del Ruf. Ultimi episodi: Il 19 giugno i ribelli hanno rilasciato 50 prigionieri, molti dei quali bambini, un atto che forse prelude a un accordo di pace. Il 28 giugno i ribelli del Ruf hanno accettato l'ultima proposta del presidente Kabbah per la formazione di un governo di Unità nazionale. Morti: più di 1500 nel 1998; più di 5000 in totale. (In Rete: Sito governativo) A otto anni dal rovesciamento del regime di Siad Barre che governò per 21 anni, il paese è ancora nelle mani delle frazioni rivali, senza un governo centrale. Il Somaliland, al nord, si è proclamato indipendente, e la stessa strada ha preso il nord-est del paese. La capitale è divisa tra due signori della guerra, Hussein Moamed Aideed e Ali Mohammed. Morti: circa 100 mila. La Somalia è la più grande sconfitta dell'Onu che ha "abbandonato" il paese a se stesso, in una totale anarchia dove sono ormai difficili anche gli interventi umanitari e alimentari. (In Rete: sito sulla Somalia della Cooperazione Usa) Le due ex colonie belghe sono state teatro di ripetuti massacri tra le etnie tutsi e hutu, culminati nelle carneficine del 1994 (mezzo milioni di morti solo in Ruanda) e del 1996. Il Fronte patriottico ruandese, al potere dal 1994, non è riuscito a pacificare il territorio La guerriglia hutu nel nord è diminuita di intensità dopo l'intervento delle truppe rueandesi a fianco dei ribelli congolesi. Morti: più di 1500 nel 1998. A gennaio è ripresa la cruenta guerra civile che da cinque anni continua ad opporre le milizie Cobra, fedeli al presidente Dennis Sasson Nguesso e le milizie dei guerriglieri Ninja, leali all'ex presidente Pascal Lissouba. Dal dicembre del 1998 ci sono state "operazioni di pulizia" nella capitale col ricorso all'artiglieria pesante che hanno provocato centinaia di morti. C'è un conflitto endemico tra le truppe senegalesi e il Mfdc (gli indipendentisti della Casamance, una provincia del sud), che chiedono l'autonomia. Dura da sedici anni e ha fatto migliaia di morti. Una rivolta armata nel giugno 1998 ha bloccato una guerra civile, ma dalla fine di gennaio sono ripresi i combattimenti tra i fedeli al presidente Vieira e i soldati ammutinati del generale Mané, nonostante i numerosi "cessate il fuoco". Le truppe senegalesi e guineane, intervenute l'anno scorso a sostenere il governo di Vieira, sono state rimpiazzate a gennaio dall'Ecomog. La sanguinosa guerra civile algerina risale all'inizio del 1992, quando il regime militare annullò le prime elezioni libere che stavano dando la maggioranza al Fronte islamico di salvezza (Fis). Da allora il governo algerino è sotto la continua minaccia degli integralisti raggruppati nel Gia (Gruppi Islamici Armati) che da tempo hanno scavalcato in radicalità anche il Fis. Nel frattempo ci sono state nuove elezioni relativamente pluraliste, ma la guerriglia ha continuato a mietere vittime, sia pur a un ritmo leggermente ridotto. Nel solo 1997 si sono contati oltre tremila morti. Dal 1992 si conta che siano morte oltre ottantamila persone, vittime sia degli attentati dei guerriglieri sia della feroce repressione militare. Quello del Sudan è un altro conflitto 'di lunga durata'. Il più vasto Paese africano è infatti nettamente diviso in due dal punto di vista etnico e culturale: il nord arabofono e musulmano, il sud con popolazioni animiste o cristianizzate. Dall'inizio degli anni Ottanta la guerra civile oppone Khartum (sempre dominato dagli arabi e ora di stampo nettamente islamico-integralista) e la ribellione sudista dello Spla guidata da John Garang. Ai drammi della guerra si sono aggiunti nel corso degli anni quelli delle ripetute carestie, aggravate dalle razzie e dall'uso politico degli aiuti da parte tanto delle truppe governative quanto dei guerriglieri. È la Repubblica ex sovietica che confina con l'Afghanistan dove è in corso sin dall'indipendenza nel '91 una guerriglia islamica contro il governo 'laico' appoggiato dalle truppe russe. Recentemente è stato raggiungo un accordo di pace tra gli oppositori della Uto, e il governo, che però sta incontrano enormi difficoltà. Una nuova ribellione nel Leninabad, al nord del Paese, è scoppiata in novembre. Il gruppo degli Uto e il governo si sono uniti per reprimerla. È una piccola repubblica autonoma della Federazione russa sulle montagne del Caucaso, che per alcuni anni ha condotto una sanguinosa guerriglia per ottenere l'indipendenza da Mosca, che ha impegnato migliaia di soldati russi. Tre anni fa l'esercito del Cremlino ha tuttavia abbandonato la Cecenia, ma ciò non ha evitato che si moltiplicassero bande armate che spesso richiedono l'intervento dei russi. È del 17 giugno lo scontro di confine più grave verificatosi dalla fine del conflitto: l'incursione di bande armate della Cecenia nella regione russa confinante con il Daghestan dove sono morti 200 miliziani ceceni e 11 poliziotti russi. L'ex repubblica sovietica della Georgia, guidata oggi dall'ex ministro degli Esteri di Mikhail Gorbaciov, Eduard Shevardnadze, deve affrontare la ribellione degli abkhazi. È un conflitto etnico territoriale che si trascina da anni con gli abitanti della regione dell'Abkhazia, che chiedono l'indipendenza, appoggiati dai russi. È un conflitto che vede di fronte le due ex repubbliche sovietiche caucasiche dell'Armenia (cristiana) e dell'Azerbaijan (musulmana, di etnia e lingua turca). Il nodo del conflitto riguarda la regione del Nagorno-Karabakh, una enclave a maggioranza armena inserita nel territorio dell'Azerbaijan al tempo dell'Urss. Un sanguinoso conflitto seguito all'indipendenza ha condotto l'Armenia a controllare di fatto il Nagorno Karabakh, ma il conflitto non è risolto e potrebbe riprendere in forme guerreggiate ad ogni momento. L'altra metà del mondo che ignora i diritti umani
Tokyo - Il mondo non è unito nelle celebrazioni dei 50 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. L'Assemblea Generale dell'Onu, che ha programmato una sessione speciale in cui si sono iscritti a parlare i rappresentanti di 155 nazioni, sottolinea in una bozza di risoluzione che «popoli patiscono la miseria e sono privati del pieno godimento dei loro fondamentali diritti civili, culturali, economici, politici e sociali». Le organizzazioni di tutela additano la Cina, dove mentre il presidente Jiang Zemin in occasione dell'anniversario dichiarava che Pechino «darà il suo contributo a un mondo giusto, equo, pacifico e prosero», la polizia fermava altri dissidenti e perquisiva le loro abitazioni sequestrando, assieme ad altro materiale, anche copie della Dichiarazione universale. Lo ha riferito Human Rights in China, gruppo con sede a New York. E da Parigi, dove il presidente Jacques Chirac ha riunito diversi premi Nobel per la pace, il Dalai Lama è tornato a denunciare la durissima repressione cinese nel Tibet: «La situazione è molto difficile, molto grave. Dobbiamo sperare di migliorarla», ha detto. In Birmania, la giunta militare che dal '1990 impedisce al Parlamento eletto democraticamente di riunirsi, ha disertato la manifestazione organizzata dall'Onu a Rangoon, alla quale ha invece partecipato la leader dell'opposizione, Aung San Suu Kyi, insignita del Nobel per la pace: «Nessuno può negare che non vi siano diritti umani in Birmania e che il popolo birmano non avrà né pace n´ sicurezza fino a che non ci sarà un governo che garantisca i diritti umani», ha dichiarato Suu Kyi. Nell'Afghanistan dei Taliban, nessun festeggiamento ufficiale. Ma l'Associazione rivoluzionaria delle donne afghane ha organizzato una manifestazione davanti alla sede dell'Onu a Islamabad, nel confinante Pakistan, per denunciare le rigide discriminazioni imposte dagli integralisti che impediscono il lavoro femminile e lo studio, e hanno ridotto le donne a uno stato di reclusione domestica da cui possono uscire solo se accompagnate da un uomo e coperta dalla 'burqa', l'abito che lascia intravvedere soltanto gli occhi attraverso una reticella. «Il popolo afghano e le donne in particolare sono brutalizzati nelle condizioni più tragicamente inumane», ha affermato l'Associazione in un comunicato. In coincidenza con l'anniversario, gli appartenenti alle caste inferiori dell'India, i cosiddetti "intoccabili", hanno annunciato una campagna per l'abrogazione del rigido sistema di divisione della società che condanna milioni di essere umani a una vita di miserevole abiezione. In Cambogia, piagata da un'infinita guerra civile e che solo ora sembra avviarsi a un governo stabile dopo il sanguinoso colpo di Stato compiuto l'anno scorso da Hun Sen, unico a farsi carico di ricordare la Dichiarazione universale è stato il capo dell'opposizione, Sam Rainsy. Sotto scrutinio anche l'Egitto, che Human Rights Watch si propone di sottoporre all'attenzione mondiale per la repressione del dissenso, culminata il primo dicembre nell'arresto di Hafez Abu Saada, capo dell'Organizzazione egiziana per i diritti umani. Situazione critica anche in Bielorussia, dove il regime dell'autocratico presidente Alexander Lukashenko soffoca i media indipendenti e incarcera gli oppositori senza processo. E in Australia il premier John Howard ha riconosciuto che «c'è molta strada da fare» perché i 400 mila aborigeni diventino cittadini uguali a tutti gli altri. (AGI/AP) Per approfondire la problematica della violazione dei diritti umani: Amnesty International |