La Bustina di Minerva, L'Espresso 25 gennaio 2001
Basta con gli Intellettuali!
Quelli cattivi, non avendo più libri da scrivere, discutono sulla morte del libro. E del proprio ruolo
di Umberto Eco
Circa il dibattito sul tradimento degli intellettuali (che ha agitato il mondo francese dopo le provocazioni di Regis Debray, ma in certe cose i francesi sono peggio di noi), tracimato sulla stampa italiana, vorrei dire alcune cose semplici.
Come al solito occorre definire l'intellettuale. Se è colui che lavora di testa e non di mano, allora è intellettuale anche il cassiere della Cassa di Risparmio di Roccacannuccia e nessuno si è mai preoccupato del suo tradimento, a meno che non sia
fuggito con la cassa.
Se invece per intellettuale intendiamo colui che in qualche modo svolge funzione creativa, allora non sono intellettuali molti professori universitari che da anni ripetono lo stesso corso, e lo può essere un esperto di agriturismo che si occupa della riforestazione di una zona inquinata da villette svizzere, studiando, meditando, inventando soluzioni alternative - e lo è certamente uno scultore, anche se lavora con le mani.
A questo punto bisogna distinguere tra intellettuali estroversi e intellettuali introversi. Gli intellettuali estroversi si occupano del loro lavoro: riforestazione se sono preoccupati del paesaggio, invenzione di nuove tecniche educative se sono maestri elementari, nuova dimostrazione del teorema di Fermat se sono matematici.
Naturalmente l'intellettuale, come cittadino, deve dire la sua sulla condizione della città, come ogni altro cittadino, e pessimo intellettuale è colui che, siccome deve occuparsi dei buchi neri, non vota. Anzi, talora è lecito chiedergli di dire meglio di altri come voterà, siccome sa leggere e scrivere.
Ma, se proprio vuole rinchiudersi nella meditazione sui buchi neri, meglio così piuttosto che dica stupidaggini. A meno che non intuisca che la sua meditazione sui buchi neri serva a giustificare un genocidio. Allora gli chiediamo di interrogarsi sui fini sociali e politici del suo sapere.
Ma anche all'artigiano che fabbrica pistole, chiediamo di chiedersi se esse non vengano vendute per lo più nel circuito criminale, o per fare stragi nel Terzo Mondo. Se non lo fa, può darsi che non lo punisca la legge, ma certamente lo stigmatizza la morale. E lo stesso vale per l'intellettuale.
Gli intellettuali introversi invece si occupano solo del ruolo degli intellettuali. Talora non possono farne a meno, come il povero Gramsci che in prigione non aveva di meglio da fare, ma talora lo fanno solo perché non sanno fare bene il loro mestiere di intellettuali.
È finita la stagione degli intellettuali organici, che dovevano suonare il piffero alla rivoluzione. All'intellettuale si richiede solo di fare bene il proprio lavoro, se è filosofo di filosofare senza dire castronerie (difficilissimo), se è maestro elementare di educare bene i bambini, e se si occupa di scienze politiche, di delineare nuove prospettive in merito.
Il cattivo intellettuale introverso è colui che non sa nulla sui buchi neri, non sa come indurre una classe a studiare meglio, non sa leggere un testo, e persino ha poche idee su chi possa essere il futuro presidente della Repubblica.
Per giustificare la sua presenza al mondo (e lucrare compensi per i suoi interventi pubblicistici) discute sulla situazione degli intellettuali.
Inoltre, non avendo più libri da scrivere, discute sulla morte del libro, non sapendo fare romanzi, discute sulla morte del romanzo, non riuscendo più a immaginare poesie, discute sulla fine della poesia.
Di questi intellettuali non sappiamo più cosa farcene. Il loro destino è segnato e la loro presenza rimane l'ultima prova del tradimento dei chierici.